Tag Archives: terrorismo

African Voices cambia nome e mission

5 Ott

Quando 7 anni fa ho aperto la vecchia pagina AFRICAN VOICES, ormai persa perchè rubata da un ladro, il mio obiettivo era quello di imparare tutto quello che ancora non sapevo sull’Africa, sul territorio, i popoli e la cultura attraverso la conoscenza e l’informazione di altri.
Quel progetto mi ha fatto ottenere buone soddisfazioni e quasi 300 mila followers. Ho ottenuto la stima di diversi blogger e giornalisti africani, di attivisti per i diritti di molte categorie e per la pace. Molti musicisti, poeti, scrittori, pittori, politici africani ed editori e tanta, tanta gente comune hanno simpatizzato per quella pagina e per il mio modo di operare.
Opera che poi, negli ultimi due anni mi ha visto affiancato da validi collaboratori africani e non di grande valore che ancora oggi sono al mio fianco.

Ed è proprio con loro, in special modo con Cornelia Toelgyes, amica e attivista da molti anni a favore dei diritti umani, esperta di Africa e giornalista divide con me come  amministratrice questa nuova avventura.
Abbandonare il nome AfricanVoices cambiando con Voices 5 Continents e allargare la nostra mission non più solo all’Africa, ma anche agli altri 4 continenti, non è stata una decisione semplice, ma ormai dopo anni di solo Africa e con decine di migliaia di articoli, video, immagini e discussioni condivise e con la ‘morte digitale’ della pagina originale, il cambio è diventato un obbligo e non poteva che essere verso un impegno maggiore verso gli altri quattro continenti mantenendo nella stessa misura anche le info sul nostro principale continente, l’Africa appunto.

Oggi, gli equilibri si sono spostati e sopratutto il mondo è cambiato molto. Terrorismo, razzismo, omofobia, xenofobia, cancellazione dei diritti umani, diritti civili, repressione della stampa internazionale, migrazioni, cambiamento climatico e molto altro, sono aumentati in via esponenziale ovunque ed ecco allora la nostra decisione di spostare la l’attenzione anche sugli altri 4 continenti per capire, imparare e ottenere un confronto più ampio.

Non mancheranno le fotografie, i racconti attraverso le immagini di grandi fotografi internazionali, video, musica e cercando attraverso le tradizioni locali dei 5 continenti di ampliare le nostre conoscenze personali sperando di coinvolgere anche il Vostro interesse.

Allora… , benvenuti nella nostra pagina VOICES 5 CONTINENTS.

Annunci

Le trappole delle strategie del terrore

4 Mag

“Campi Isis in Senegal: addestrano vù cumprà per le spiagge italiane.”

“E’ l’ultima strategia del fiduciario del Califfo nel paese africano. La polizia: “I venditori-jihadisti si preparano vicino ai resort.”

“Un kalashnikov al posto della borsa Louis Vuitton, oppure una cintura esplosiva invece de quella simil Gucci…”

Difficile da credere, ma per il bene dell’Italia e del Senegal non possiamo sottovalutare queste affermazioni allarmanti tratte da un articolo apparso il 13 aprile 2016 sul quotidiano Il Giornale diretto da Alessandro Sallusti. L’articolo completo, firmato da Liugi Guelpa, ricollega i venditori ambulanti senegalesi sulle spiagge estive italiane con Al Bagdadi il noto criminale di massa ideatore dell’entità terroristica Isis.

Non possiamo affermare se questo nome sia quello dello stesso Luigi Guelpa originario di Livorno Ferraris definito, citiamo: “esperto di politica estera, soprattutto per quanto riguarda Africa e Medio Oriente.” Se è la stessa persona allora tanto di cappello, perché essere un esperto – avere in redazione una perla unica- di una così vasta e intricata area geopolitica, culturale, linguistica, etnica e religiosa merita la fiducia collettiva.

Nell’aprile 2014 un certo Luigi Guelpa arrivato da Dakar (Senegal) fu trattenuto all’aeroporto di Casablanca (Marocco). Citiamo La Sesia Il giornale di Vercelli e Provincia del 08/04/14: “Giornalista vercellese scambiato per spia e tenuto in stato di fermo in Marocco fino all’intervento del consolato italiano a Marrakech… C’è mancato poco che la scorsa settimana le manette scattassero ai polsi del vercellese Luigi Guelpa…” Guelpa dichiarò successivamente sulle pagine del Sesia: “Il funzionario (di polizia dell’aeroporto di Casablanca) mi ha spiegato che siccome provenivo dal Senegal il mio ingresso non era gradito non essendo buoni i rapporti tra i due Paesi…

Sottolineiamo la non correttezza di questa dichiarazione, perché da secoli, compreso l’anno 2014, i rapporti religiosi, culturali e diplomatici tra Senegal e Marocco sono tra i migliori in Africa.

Aggiungiamo che nel 2014, epoca in cui Luigi Guelpa era partito da Dakar e ha fatto scalo a Casablanca, autorità e forze speciali senegalesi avevano potenziato la sicurezza di Saly e dei luoghi sensibili del paese per prevenire le minacce terroristiche.

Il terrorismo islamico è una realtà mostruosa che ha dimostrato le sue capacità di colpire ovunque, in ogni momento senza distinguere religione, etnia, colore, nazionalità, ideologia, sesso o età delle sue vittime. Purtroppo è ovvio che l’invasato Al Bagdadi e i suoi vigliacchi assassini, Al Qaeda o tutta la nebulosa terroristica sono capaci di colpire il pacifico Senegal o l’accogliente Italia come è già drammaticamente successo a New York, Londra, Madrid, Bagdad, Kabul, Parigi, Bamako, Abidjan, Abuja, Nairobi, Ouagadougou, New Delhi, ecc. Non è difficile immaginare che l’Isis e le sue reti di propaganda abbiano attratto delinquenti, derelitti e squilibrati di tutte le nazioni, Italia e Senegal inclusi.

Allora, in ogni caso è doveroso non sottovalutare nessun allarme. Dobbiamo considerare quello lanciato da Il Giornale di Sallusti.

Liugi Guelpa con le sue indicazioni, che sembrano precise e documentate, vorrebbe mettere in guardia contro l’imminenza di devastanti attentati di vù cumpra terroristi islamici senegalesi sulle spiagge italiane.

Dopo la prima lettura, forse per non cedere subito all’istinto di panico, avevamo pensato che quest’articolo fosse concepito per obbligare bagnini e forze dell’ordine a sbarazzarsi finalmente dai fastidiosi vù cumpra, migliaia di venditori senegalesi e di altre nazionalità per lo più neri e musulmani, che da decenni percorrono le spiagge estive delle coste e delle isole italiane e disturbano perennemente il riposo dei vacanzieri italiani, tedeschi, francesi e europei. Ma il buon senso ci induce a non credere che tutto ciò possa spingere un giornalista “esperto di politica estera…” a “sfoderare” l’incubo del terrorismo con tanta leggerezza.

Luigi Guelfa sembra conoscere il Senegal. Cita la Teranga (l’ospitalità alla senegalese), l’islam senegalese ancora impregnato di sufismo e di tolleranza. Guelfa precisa nome, cognome, grado e professione delle fonti che cita: Seck Pouye, capitano di polizia, capo della sicurezza del resort di Saly Portudal; Adama Gueye colonnello delle forze speciali; Boubacar Sabally, direttore dell’albergo Les Bougainville di Saly.

Ma perché è difficile credere nelle affermazioni di Luigi Guelfa? Guelfa scrive su Il Giornale di Sallusti: “La cellula di Saly è guidata da Peter Saadi, un giovane medico di appena 26 anni rientrato clandestinamente a Dakar dopo aver combattuto per circa dieci mesi con i miliziani di Al Baghdadi, dalle parti di Raqqa. Al suo rientro Saadi stava progettando un attentato nella capitale senegalese. Voleva far saltare in aria uno dei locali alla moda, frequentati da turisti europei, nel ricco quartiere di des Almadies. «Non lo ha fatto solo perché il direttivo dell’Isis gli ha affidato un nuovo compito – aggiunge Adama Gueye, colonnello delle forze speciali di Dakar – quello di fare propaganda e preparare nuovi combattenti». Nella “roccaforte” jihadista di Saly ci sarebbero al momento miliziani provenienti da Ciad, Ghana e Guinea, ma solo i senegalesi avrebbero il compito di delinquere sulle spiagge italiane.

Sembrerebbe quindi che polizia e forze speciali senegalesi conoscano l’allarmante situazione descritta nei minimi dettagli: il luogo dove il terrorista dell’Isis e i suoi vù cumpra si addestrerebbero; si saprebbe che si tratta di un “clandestino appena rientrato”; il suo nome Peter Saadi (Peter, cioè Pietro un nome cristiano scelto da un invasato islamico); la sua professione e la sua età; il tempo che ha combattuto con i miliziani di Al Bagdadi; ordini e contrordini ricevute dall’Isis; obbiettivi da colpire o da risparmiare; progetti futuri.

Paradossale che ufficiali dell’esercitiamo e della polizia senegalese sappiano tutto sui movimenti di “terroristi vù cumpra” ma -senza intervenire- decidano di informarne un giornalista italiano di passaggio. Tanto paradossale che il ministro Omar Youm direttore gabinetto del Presidente della Repubblica del Senegal è in visita in questi giorni in Italia, ha formalmente smentito questa notizia pubblicata sulla stampa italiana. E ancora, “il direttore dell’informazione e delle relazioni pubbliche dell’esercito, il colonnello Abou Thiam accusa un giornale italiano di diffamazione contro l’esercito senegalese… Il colonnello Thiam ha dichiarato che presenterà una denuncia alla magistratura contro il giornale implicato…”. Metrodakar.net20/04/2016: http://www.metrodakar.net/terrorisme-larmee-senegalaise-porte-plainte-contre-journal-italien/)

Inoltre Peter Saadi e i suoi apprendisti terroristi si starebbero addestrando indisturbati mentre la base aerea di Thies, città situata a circa 20 km dal resort di Saly dove si troverebbe la cellula dell’Isis, ha appena ospitato un’imponente manovra militare che ha coinvolto forze speciali di quattro continenti.

Dal 8 al 29 febbraio 2016, si è svolta l’operazione Flintlock e ha coinvolto 1700 militari di una trentina di paesi d’Europa, America, Africa, Medio Oriente per lottare contro il terrorismo e le ideologie violenti: Usa, Regno Unito, Francia, Senegal… in presenza del Capo dello Stato senegalese Macky Sall, dell’Ambasciatore degli Usa James Zumwalt e di altre autorità civili e militari internazionali.” (Afrique Education del 08702/161). Era la terza volta che il Senegal ospitava sul suo suolo quest’imponente manovre militare.

Le forze senegalesi svolgono bene il loro ruolo di contrasto al terrorismo in collaborazione con reparti militari francesi e forze statunitensi. Attualmente c’è un presidio permanente di 200 Marines degli Usa con navi da guerra, droni che sorvolano e coprono tutta l’area che va dal Senegal, Mali
________________________________________

1 Il giornale Afrique Education del 08702/16 scrive: “Le but de Flintlock est de s’entraîner ensemble, en tant que force multinationale, pour améliorer la coopération et lutter contre le terrorisme et les idéologies violentes”, a rappelé l’ambassadeur James Zumwalt lors de la cérémonie d’ouverture à la base aérienne de Thiès, à environ 70 km au Nord-Est de Dakar. Cette année, près de 1.700 membres des forces spéciales d’une trentaine de pays d’Afrique, d’Amérique et d’Europe, dont la France et la Grande-Bretagne, sont engagés dans l’exercice, du 8 au 29 février, selon l’Africom, le commandement militaire des Etats-Unis pour l’Afrique, qui l’organise depuis 2005. Des militaires du Burkina Faso, de Mauritanie, du Niger, du Nigeria, de France assistaient à la cérémonie, à laquelle participaient les autorités locales, le chef d’état-major des armées sénégalais, le général Amadou Kane, commandant des opérations spéciales américaines en Afrique, le général Donald Bolduc. Soulignant que le pays accueillait Flintlock pour la troisième fois, l’ambassadeur américain y a vu “un avertissement aux extrémistes violents selon lequel il n’y a pas de place pour une idéologie de haine au Sénégal”.

__________________________________________

Mauritania, Mali. Purtroppo tutte queste precauzioni non impediscono ai vigliacchi dell’Isis di agire ma francamente in questo contesto riesce difficile credere allo scenario descritto nell’articolo di un notorio addestramento a “cielo aperto” di vù cumpra kamikaze proprio sotto il naso delle forze speciali di più di trenta paesi.

Che senso ha la diffusione di questa notizia? Quello di diffondere l’odio violento degli italiani contro i neri? Certo non è buona informazione dipingere, con tanta disinvoltura in un momento di allarme così delicato, uno stato africano, il Senegal alleato dell’Italia, come assolutamente incapace nella gestione di questioni di primaria importanza quanto a sicurezza.

Pap Khouma Pape Diaw Cheikh Tidiane Gaye

Tunisia Oggi – Intervista a Giada Frana, Giornalista Freelance in Tunisia.

27 Dic

Era il 17 Dicembre 2010 quando Mohammed Bouazizi, un giovane venditore ambulante di frutta e verdura, si diede fuoco davanti la sede del governatorato di Sidi Bouzid dopo aver visto confiscare il suo carretto di prodotti, grazie al quale riusciva a sopravvivere.
tuni1
Un gesto estremo, disperato, che accese nel popolo del giovane tunisino la miccia della rabbia e della rivolta che, a macchia d’olio, si espanse in altri Paesi arabi dove allora, come in maggioranza oggi, vige la dittatura.

Mohammed mori’ il 4 Gennaio del 2011, a causa delle ustioni che avevano ricoperto il 90% del suo corpo, ma egli rimane il simbolo di una Rivoluzione che dalla Tunisia alla Siria, ha mosso intere generazioni di intellettuali, disoccupati ed analfabeti che hanno combattuto ed ancora combattono per la conquista di quello che dovrebbe essere un diritto universale: la liberta’.

La Tunisia di oggi e’ il ritratto di un Paese che prova a rialzarsi, piu’ volte colpito all’interno da attentati, dove ancora una larga fetta del Popolo chiede ugualianza-liberta’-giustizia sociale, ma non riesce ad ottenerla.
Per capire meglio ed in maniera profonda la situazione tunisina avevamo bisogno di un occhio critico e non di parte, che ci facesse capire il Paese 5 anni dopo l’inizio delle proteste che portarono alla fuga di Zine El-Abidine Ben Ali, l’allora presidente al trono da ben 23 anni.

Giada Frana, giornalista freelance, collabora con L’Eco di Bergamo, il mensile Vita, il blog del CorriereLa città nuova” e il quotidiano online Lettera43, vive a Tunisi da aprile 2014 e ci vive da “tunisina”.

Sposata con un ragazzo tunisino, frequenta mercati, artigiani, famiglie, e tutto cio’ che gira intorno alla vera e reale societa’ del Paese in cui vive al momento. Le sue esperienze giornaliere vengono riportate in una bellissima pagina facebook “Un’Italiana a Tunisi

Giada ci ha aiutato a capire meglio la Tunisia di oggi.

D: Pochi giorni fa si e’ celebrato il 5 anniversario della Rivoluzione Tunisina. Che aria si respirava?

R: Non ci sono state celebrazioni, la Tunisia istituzionalmente come data simbolo della rivoluzione ha preso in considerazione il 14 gennaio, giorno in cui Ben Ali’ ha lasciato la Tunisia. il 14 gennaio é festa nazionale, mentre il 17 dicembre no. La maggior parte della popolazione ritiene che la data da festeggiare sia invece il 17 dicembre, perché é stato proprio il gesto di Bouazizi a dare il via al tutto e ad innescare la serie di rivolte prima nel Paese e poi negli altri paesi arabi. A Sidi Bouzid, la città di Mohamed Bouazizi, l’anniversario é davvero sentito: si organizza un vero e proprio Festival della rivoluzione. Purtroppo non sono riuscita a parteciparvi, quindi non so dirti nei dettagli l’atmosfera che si respira, anche se pure a Sidi Bouzid é un anniversario dal gusto amaro. Col gesto di Bouazizi si sperava che il governo si interessasse alle regioni interne e svantaggiate economicamente e socialmente, regioni che sin dai tempi dell’indipendenza sono state ignorate, ma cio’ non é avvenuto e per cui per chi abita in quelle zone la situazione non é cambiata. Vista la disoccupazione, la miseria e la minaccia terroristica, le festa anche li’ é stata piccola. c’é stato uno show equestre e la visita del ministro della cultura Latifa Lakhdhar, che ha annunciato che sarà costruito un museo della rivoluzione e saranno inaugurati un istituto regionale della musica e una biblioteca pubblica. il centro di Sidi Bouzid era fortemente controllato e un blindato é stato posizionato davanti alla sede del governorato, secondo quanto riportato da un giornalista dell’AFP presente. Purtroppo c’é molta rassegnazione e pessimismo in questo periodo nell’aria: la Tunisia non sta vivendo un bel momento, sotto diversi aspetti.

D: E’ stato differente dall’anniversario dell’anno scorso?

R: Anche l’anno scorso l’anniversario é passato in sordina, per i motivi di cui ti spiegavo prima; inoltre in quei giorni ci si stava preparando per il ballottaggio delle presidenziali, quindi l’attenzione era più concentrata sulle elezioni.

D: Come ricorda il Popolo la Rivoluzione? O meglio, essa viene ricordata solo in occasione dell’anniversario oppure la si respira ancora tra la gente?

R: Proprio in questi giorni sta circolando su facebook la notizia che la famiglia di Bouazizi si é trasferita in Canada con status di rifugiati politici, per una serie di minacce ricevute, a loro dire, anche se non é ben chiaro da chi siano stati minacciati. i commenti degli internauti tunisini a questa notizia sono molto negativi: alcuni maledicevano la famiglia dicendo che é colpa loro se la Tunisia si trova ora in una situazione difficile, altri commenti del genere “se volete emigrare in Canada immolatevi e fate finta che la polizia vi perseguiti“, indubbiamente verso questa famiglia c’é molta rabbia repressa e c’é chi pensa che abbia sfruttato la propria situazione a suo vantaggio. No, non si respira più la rivoluzione: verso di essa c’é più un sentimento ambiguo, proprio perché il popolo non ha ottenuto cio’ che sperava, si sta assistendo a una nostalgia verso ben Ali, fenomeno sociale che é stato indagato da Amine Boufaied, realizzatore e Lilia Blaise, giornalista franco-tunisina, con il loro documentario 7 vite, girato durante l’estate 2014. la gente comune intervistata afferma che “tutto andava meglio sotto Ben Ali'”. Io credo che abbiano dimenticato i soprusi subiti, e che idealizzino quel periodo, soprattutto dal punto di vista della sicurezza. Già dopo i due attentati al bardo e a sousse, su fb vedevo molte persone affermare che con lui tutto cio’ non sarebbe successo.

D: Secondo te le richieste della Rivoluzione, ad oggi, si possono definire rispettate?

R: No, per nulla: il popolo era sceso in piazza scandendo ad alta voce “libertà, lavoro, dignità“. La libertà negli ultimi mesi é sul filo del rasoio: a seguito dell’ultimo attentato del 24 novembre, Amnesty International ha sottolineato il ritorno a misure repressive e abusive delle forze di sicurezza tunisine, come con il raid operato nel quartiere della Goulette di Tunisi il 27 novembre, in cui la polizia ha arrestato tra 50 e 70 persone, in una notte che i residenti hanno definito “di terrore”. Gli abitanti hanno infatti denunciato l’uso delle armi, gli insulti e le minacce ricevute, che hanno avuto un impatto negativo soprattutto tra le persone anziane malate di diabete o ipertensione. la nuova legge anti terrorismo adottata a luglio prevede inoltre che una persona sospettata di terrorismo possa essere tenuta in detenzione provvisoria per 15 giorni, senza contatti né con un avvocato, né con persone esterne, cosa che, sempre secondo Amnesty, non fa che aumentare il rischio di torture o maltrattamenti.

La libertà di parola che é spesso ritenuta l’unico vero guadagno della rivoluzione, anche questa sta facendo passi indietro. Inoltre vengono applicati leggi e articoli del codice penale che vanno in constrasto con la nuova costituzione: come l’articolo 230 del codice penale, che punisce con il carcere la sodomia e per il quale di recente sono stati arrestati sei studenti di Kairouan, condannati a tre anni di prigione e cinque anni di esilio dalla città in quanto omosessuali, dopo aver accertato la loro omosessualità attraverso un test anale. In realtà la legge sull`omosessualità è stata introdotta nel 1913 dai francesi. la costituzione tunisina negli articoli 21 e 24 afferma “i cittadini sono uguali davanti alla legge senza nessuna discriminazione” e ” lo stato protegge la vita privata e l`inviolabilità del domicilio“. Contestata in questi giorni anche la legge 52, secondo il quale chi viene trovato in possesso di stupefacenti (parliamo di zatla, ossia di cannabis, che viene importata da marocco ed algeria) viene arrestato e deve pagare una multa. questa legge é stata usata come scusante ai tempi di Ben Ali’ per arrestare persone scomode, e la sensazione é che si stia ritornando a quelle pratiche, come ha dimostrato l’arresto di tre artisti, noti perché hanno contribuito nel post rivoluzione alla libertà di parola, artisti che poi sono stati scarcerati per “non luogo”, ossia il fatto in sé non sussisteva. Il problema é che un terzo dei carceri tunisini é formato proprio da persone arrestate per questo motivo, magari spesso ragazzini che per uno sbaglio rischiano di vedersi rovinata la vita. il carcere tunisino non é uno scherzo, il rischio é che una volta usciti da li diventino davvero criminali – come sarà accolto dalla società un giovane che é stato in prigione? potrà riprendere gli studi, trovare lavoro facilmente? no – o nel carcere si radicalizzino.

Per quanto riguarda il lavoro, la situazione economica tunisina é in stallo: la disoccupazione é arrivata al 15% a livello nazionale, sono sempre di più i giovani laureati disoccupati, e nelle regioni interne e svantaggiate, come appunto Sidi Bouzid, arriva ben oltre il 50%. la Tunisia ha inoltre un triste record: é il paese che più fornisce foreign fighters (in rapporto alla sua popolazione), secondo un recente studio del Ftdes, il Forum tunisino per i diritti economici e sociali, più che motivazioni ideologiche dietro ci stanno motivazioni economiche. sempre il Ftdes spiegava che la situazione economica tunisina attuale porta a tre possibili reazioni: immigrazione clandestina, jihadismo o suicidio. dal 2011 ad oggi si sono registrati 1.520 suicidi o tentativi di suicidio; quest’anno il numero é più alto rispetto ai precednti, finora 466 suicidi o tentativi, 36 nel mese scorso, si tratta di persone soprattutto nella fascia d’età 26/35 anni, ma ci sono stati suicidi anche di giovanissimi, minorenni.

Dignità: come puo’ esserci dignità quando il popolo vive in condizioni tali? quando famiglie hanno difficoltà ad arrivare a fine mese, quando hanno perso la speranza in quella rivoluzione tanto acclamata? quando lo stato non fa nulla dal punto di vista sociale ed economico per cercare di risollevare la situazione? Capisco che il terrorismo sia diventata la priorità, ma é tutto un circolo vizioso. Il giorno dell’attentato di Parigi un giovane pastore 16enne, Mabrouk Soltani, di Jbel Mghila, vicino a Jelma, nel governorato di Sidi Bouzid, é stato decapitato dai terroristi. tuni2

Pare che alla fonte di questo orribile gesto ci sia stato il sospetto, da parte degli estremisti, che il giovane fosse una spia, notizia poi smentita dallo stesso governo tunisino. La vicenda ha suscitato molto scalpore in Tunisia, non solo per il gesto efferato, ma anche per il non intervento immediato del governo. M. Nessim Soltani, cugino del giovane, è stato invitato in una trasmissione dell’emittente tunisina Nessma, dove ha denunciato la drammatica situazione vissuta dalla popolazione di quella zona, priva di acqua potabile, dove si può morire di parto per la lontananza dall’ospedale, senza infrastrutture vere e proprie, una zona dimenticata dallo Stato come il resto della regione. “Sarebbero capaci di comprarci, di comprare tutti noi giovani marginalizzati della regione, analfabeti e disoccupati – ha riferito -. Viviamo in una tale povertà. Ma faremo di tutto per fare in modo che ciò non accada, non lasceremo proliferare i terroristi. Sono pronto a sacrificare la mia vita.
Non è grave se un milione di tunisini muore per sbarazzarsi del terrorismo: siamo undici milioni, almeno gli altri dieci vivranno meglio».

Questo giovane é stato coraggioso, ma quanti lo saranno? non é semplice non farsi abbagliare da promesse di soldi quando si vive in condizioni tali. Finché lo stato non capisce cio’, finché lo stato non cerca di intervenire a livello economico e sociale per i suoi giovani, dubito che sradicherà il problema del terrorismo. bisogna dare loro delle valide alternative, partendo dai luoghi educativi e culturali.
In definitiva parlerei più di involuzione che rivoluzione… e come mi ha detto un’amica, sconsolata: “ho sempre più l’impressione di vivere in una prigione a cielo aperto“.

D: Di cosa ha bisogno davvero il Popolo Tunisino?

R: Ha bisogno che il paese si riprenda economicamente, che gli stipendi siano adeguati al costo della vita, che le scuole preparino davvero bene i giovani – ultimamente il livello é calato molto e chi puo’ iscrive i figli alle private, senza contare che nelle zone rurali ci sono scuole in condizioni disastrose -, che la sanità sia alla portata di tutti – é di questi giorni la notizia che a tataouine due donne incinte sono morte perché non si trovava un medico per la rianimazione -. Ha bisogno di tornare a vivere, non sopravvivere.

D: Politicamente parlando invece, come definiresti in poche parole la situazione attuale?

R: Un punto interrogativo. Mohsen Marzouk, segretario di Nidaa Tounes, ha annunciato in questi giorni la sua volontà di separarsi dal partito e a gennaio presenterà un nuovo progetto politico. C’é una crisi quindi all’interno del partito stesso, ci sono lamentele da parte del popolo verso chi ha effettuato il cosiddetto “voto utile” votando Nidaa Tounes, perché sostengono che non abbia fatto nulla per risolvere la situazione del paese e che anzi, stia andando sempre più verso uno stato di polizia. Staremo a vedere nei prossimi mesi che succerà…

D: Giada, in un anno di vita in Tunisia, sei stata testimone di attentati terribili, il primo al Museo Nazionale del Bardo (28 Marzo 2015, che ha causato la morte di 24 persone), seguito da quello sulla spiaggia di Susa nel Resort Imperial Marhaba (26 Giugno 2015, che ha causato la morte di 39 persone) e per finire l’ultimo al pulman delle Guardie Presidenziali (24 Novembre 2015, che ha causato la morte di 13 persone). Il Popolo come vive il terrore e la paura? Come effetti collaterali della Rivoluzione o solamente come atti di terrorismo?

R: Io direi entrambi: c’é chi pensa che questi attentati, se ben ali’ fosse ancora al potere, non ci sarebbero stati; chi afferma che la Tunisia é l’unico paese interessato dalle cosiddette primavere arabe che ce l’ha fatta e quindi viene colpito perché scomodo, chi pensa che il terrorismo sia ormai internazionale e possa colpire ovunque

D: Cosa pensi che debbano sapere “gli occidentali” a proposito della Tunisia? Credi che in qualche modo la situazione da fuori sembri diversa da quella che e’ realmente?

R: La Tunisia viene spesso indicata come paese laico, invece a mio avviso non lo é, é un paese musulmano, tanto che il primo articolo della nuova Costituzione afferma chiaramente che l’islam é la sua religione. E’vero che sia Bourguiba che Ben Ali’ hanno intrapreso questa strada, ma é anche vero che la religione occupa un posto importante nella quotidianità del popolo. Se fosse laico, non ci sarebbero ad esempio difficoltà a non fare il digiuno di ramadan – ristoranti e bar aperti ci sono, ma pochi e spesso chi non pratica si vergogna comunque ad ammetterlo, per quello che la gente potrebbe pensare -, una coppia seppur non sposata potrebbe prendere una camera d’albergo insieme – invece i cittadini tunisini devono dimostrare di essere sposati, anche se si trova sempre un modo per raggirare la legge – e cosi’ via. Certo, come mi ha detto un tunisino, “é l’islam che si é adattato al popolo, non il contrario“, e come ogni paese musulmano, l’islam si declina in modi diversi.

Si’, la situazione da fuori sembra diversa, più rosea secondo me. Ad esempio si é enfatizzato molto il fatto che abbia ricevuto il premio Nobel e viene spesso indicata come esempio di democrazia riuscita, quando é una democrazia ancora in formazione, che trova molti ostacoli interni ed esterni sul suo cammino e presenta non pochi problemi, di cui invece si parla raramente. Gli argomenti che di solito interessano di più sono terrorismo, foreign fighters, estremisti, situazione donne, quando invece ci sarebbero molte altre tematiche su cui indagare e che permetterebbero di avere una visione più completa del paese; senza contare che spesso i media quando prendono come riferimento certe persone diventate quasi dei simboli – come Amina delle femen -, magari poi intervistano sempre e solo esclusivamente quelle, quando nel panorama ce ne potrebbero essere altre che potrebbero apportare un punto di vista più interessante e nuovo.

D: Cosa auguri alla Tunisia di oggi?

R: Mi auguro che la Tunisia riesca a sconfiggere il terrorismo ma che non avvengano più violazioni dei diritti umani in nome della lotta contro di esso. Mi auguro che la Tunisia riesca a risollevarsi dal punto di vista economico e sociale, e che ritorni ad essere un paese in cui i giovani vogliono stare, non da cui sognano di emigrare.

Intervista di Raja
African Voices staff

Attacco al Westgate 2013. Il tributo di una sopravissuta.

21 Set

Oggi cade il secondo anniversario della strage al centro commerciale di Westgate, dove sabato 21 settembre 2013 oltre sessanta persone hanno perso la vita colpiti in uno dei momenti più vulnerabili: la quotidianità. Mentre facevano la spesa, giravano per negozi, seduti al bar, oppure semplicemente a fare shopping con i figli.

All’improvviso, giovani armati fino ai denti, entrarono e iniziarono a sparare, colpi mirati, per uccidere.

Ancora oggi il mio dolore è forte, profondo e quel sabato è, e rimarrà, indimenticabile per me.
Tante vite se ne sono andate e con loro tante speranze e progetti di vita. Tuttavia, la Speranza, quella che mi guida nella vita, rimane. E’ l’ultima a morire ed è proprio questa speranza che mi dona il coraggio di andare avanti.

No, non voglio dimenticare. Voglio ricordare per raccontare, perché nessuno dimentichi e perché insieme possiamo lavorare affinché non accada mai più.

Nel profondo del mio dolore, continuo nel mio cammino del perdono.

Oggi sorridere non mi viene spontaneo, ma mi sforzerò a farlo, in memoria di chi non c’è più e per dimostrare che la forza violenta non potrà mai vincere sulla Vita.

Mariam Yassin
Nairobi, Kenya

SULLE STRAGI, NOI MUSULMANI DOBBIAMO FARE AUTOCRITICA.

3 Lug

«Con la Tunisia, si colpisce l’economia dell’unico Paese laico dell’intera regione. Dobbiamo isolare i fanatici»

L’immigrato. Un’immagine di Abdelmajid Daoudagh che, negli anni, ha continuato a studiare e a promuovere una «riforma laica e plurale dell’islam»

Di origine marocchina, Abdelmajid Daoudagh, vive in Italia da 27 anni, dopo un periodo in Francia dove ha studiato all’Università. La traduzione dall’arabo del suo nome significa «servo» (abdel) «maestoso» (majid). «Servo maestoso nei confronti di Dio, che ci ha creato tutti diversi e che ci vorrebbe tutti in pace» dichiara. La società civile musulmana in Occidente deve preservare la propria identità dalle derive fondamentaliste.

Anna Della Moretta
a.dellamoretta@giornaledibrescia.it

Non è trascorsa nemmeno una settimana da quel venerdì di sangue in cui persone innocenti sono state massacrate su una spiaggia della Tunisia. Nemmeno una settimana, e l’eco della tragedia si è fatto già flebile, sovrastato da altri e impellenti rumori e frastuoni che tengono in bilico l’Europa. L’Unione che è, e quella che dovrebbe essere, nell’affrontare una crisi greca che va ben al di là della questione economica. Una crisi così profonda, anche perché è stata letta ed affrontata con il metro degli interessi di parte, e non della visione politica che abbia come missione il «bene comune».

Termine che, proprio mentre lo scriviamo, ci accorgiamo essere desueto. Ce ne accorgiamo durante la chiacchierata con Abdelmajid Daoudagh, immigrato storico dal Maghreb, che si interroga con noi sulla tragedia del Bardo e di Sousse. Sul fuoco che non risparmia i popoli del Nord Africa e del vicino Oriente. In una situazione in cui l’Europa, così come per la crisi greca, è la grande pre¬sente e la grande assente. Tunisia ferita. «Colpendo Sousse e la Tunisia i terroristi hanno voluto colpire l’unico Paese che, dopo le primavere arabe, è riuscito a portare avanti un processo democratico – sostiene Daoudagh -. Con Sousse vogliono mettere in ginocchio l’economia della Tunisia, fortemente basata sul turismo, e costringere il Paese ad indebitarsi con i grandi finanziatori del terrorismo internazionale. Perché? Semplice: in questo modo, anche la Tunisia diventa “figlia” di quel capitalismo islamico che, almeno formalmente, si contrappone all’Occidente. Formalmente, perché, di fatto, con gli stessi Paesi del Golfo che finanziano e sostengono i terroristi un certo Occidente non disdegna di fare affari». Il disegno del Califfo.

Ed aggiunge: «La Costituzione tunisina è laica e questo non è certo un buon segnale per il Califfato che vuole fare del Maghreb la piazza di un grande conflitto». Daoudagh è da poco tornato dal Marocco, da cui mancava da anni, e racconta di aver “letto” anche in quella terra i segnali di una insofferenza nelle persone, quella su cui hanno facile gioco i manovratori del terrore. E racconta lo sgomento provato nell’udire che in alcuni ambienti islamici si «plauda» all’azione terroristica che è costata la vita a decine e decine di persone in Tunisia: «Per me l’Isis venerdì scorso ha decapitato l’Islam e l’umanità, proprio perché ha insanguinato la sacralità di un giorno e di un mese, il Ramadan, importanti per chi professa la nostra religione». E ripete la sua posizione, maturata in anni di vita vissuta in Europa, dapprima in Francia per ragioni di studio ed ora in Italia, dove vive e lavora. «Noi musulmani europei continuiamo a vivere in autodifesa, dopo le tragedie cui stiamo assistendo nel mondo arabo e in Europa, compiute in nome dell’Islam. Dobbiamo avere il coraggio, innanzitutto, di una condanna durissima, cosa che non sempre sento nelle pieghe dei discorsi. Poi, di una altrettanto forte autocritica. Dobbiamo avere il coraggio di riconoscere, apertamente, di essere prigionieri di una lettura medievale dei testi sacri e della loro declinazione nella realtà. Non a caso, stiamo assistendo ad una islamizzazione delle nostre società, ma in forma esibizionistica, quasi si dovessero segnare i confini».

Continua, tornando alla strage di Sousse: «Chi uccide è un criminale e basta, non ha alcuna religione. Per questo, ritengo che la società civile musulmana europea debba fare di tutto, dico di tutto, per preservare la propria identità da contaminazioni fondamentaliste. Si devono censurare e condannare i discorsi dei fanatici, siano essi pronunciati per strada, nelle moschee o sui social network, perché è forte il rischio che vengano scambiati per identità comune. Per questo, anche i nostri luoghi di culto devono aprirsi a tutti e sfuggire alla deriva della ghettizzazione».

L’Europa.
Per Daoudagh «solo risolvendo i problemi sociali si argina il terrorismo, si supera l’identità culturale che ancora equivale a quella religiosa, si diventa musulmani universali: nessuno può pensare di professare la propria fede, qualsiasi essa sia, in uno Stato islamico». Sottolineando che, purtroppo, «l’Occidente, per me fonte di libertà e di democrazia, non lo è di pacificazione per quei Paesi, sostenendo governanti inadeguati. Le persone, così, si rifugiano nel radicalismo, diventando facili prede e strumenti di terrore».

Breaking News. Burundi iniziano gli attentati terroristici ordinati dal governo.

23 Mag

La situazione sta precipitando drammaticamente. Secondo fonti degne di credibilità nel disperato tentativo di mantenere il potere il Presidente Pierre Nkurunziza ha ordinato ai servizi segreti di passare alla seconda fase della repressione: gli attentati terroristici contro la popolazione.
Oggi al mercato centrale di Bujumbura è stato perpetuato un attentato terroristico. Ignoti hanno gettato diverse granate provocando la morte di tre persone. Altre 26 sono state seriamente ferite. “L’attentato è stato compiuto dai terroristi ruandesi FDLR assoldati come mercenari da Nkurunziza.

Oggi al mercato centrale di Bujumbura è stato perpetuato un attentato terroristico. Ignoti hanno gettato diverse granate provocando la morte di tre persone. Altre 26 sono state seriamente ferite. “L’attentato è stato compiuto dai terroristi ruandesi FDLR assoldati come mercenari da Nkurunziza. L’obiettivo è di creare il terrore per indurre la popolazione ad accettare il terzo mandato e porre fine alle manifestazioni. È un vero e proprio crimine contro l’umanità. Al mercato vi erano madri e nonne intente a procurarsi derrate alimentari per le loro famiglie. Si stanno colpendo civili disarmati ed innocenti. Temo che questo sia solo l’inizio di una orrenda ondata di atti terroristici compiuti da criminali che la Conunità Internazionale e le Nazioni Unite hanno sempre rifiutato di neutralizzare nell’est del Congo. Non c’è più alcuna possibilità di dialogo. Occorre organizzare comitati di difesa armata. Ci occorrono armi e tante per ristabilire la democrazia nel nostro paese. I nostri fratelli africani ci devono aiutare con fatti concreti. Vogliano le armi.” Questa la testimonianza di un cittadino burundese contattato telefonicamente e protetto dall’anonimato.

Il governo ha puntualmente incolpato l’opposizione dell’attentato. Un’accusa priva di senso in quanto l’opposizione fino ad ora ha dimostrato nessuna intenzione di creare stragi tra la popolazione che la sostiene con determinazione. I servizi di sicurezza ugandesi pensano che la guerra civile sia ormai inevitabile. Fonti diplomatiche occidentali informano di intense attività preparatorie da parte di Kampala e Kigali per formare una resistenza armata, coinvolgendo anche le milizie hutu del FNL. Secondo queste fonti diplomatiche si registra ancora la presenza di agenti segreti ugandesi e ruandesi in Burundi anche se ora si è fatta più discreta e più efficace.

Secondo indiscrezioni ricevute e sottoposte a verifica, l’Unione Africana avrebbe ribadito ad Uganda e Ruanda che il loro intervento militare sarà autorizzato solo in caso di genocidio. Sotto banco, però, l’Unione Africana ha suggerito una specie di copertura o nulla osta per operazioni segrete in Burundi per ristabilire la democrazia. Una simile green light è giunta due settimane fa dal Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban ki Moon. Durante un colloquio con il presidente ugandese Yoweri Museveni il Segretario Generale ha richiesto il diretto coinvolgimento dell’Uganda per risolvere la crisi ugandese con i mezzi a disposizione. Considerando la mentalità del ex guerrigliero africano è facile intuire quali siano i mezzi disponibili. Vari osservatori africani giustificano in toto le probabili interferenze di Uganda e Ruanda in Burundi in quanto tese a prevenire un genocidio e il rafforzamento di un regime razial-nazista che metterebbe in serio pericolo la stabilità e la crescita economica dell’intera regione dell’Africa Orientale.

Fulvio Beltrami
Kampala, Uganda
@Fulviobeltrami

Breaking News. Il governo keniota era a conoscenza del massacro di Garissa dal 25 marzo 2015!

4 Apr

Una prova inconfutabile della responsabilità del governo keniota sul massacro perpetuato presso il Collegio Universitario di Garissa giunge da un leaks dei servizi segreti kenioti che hanno fatto recapitare ad alcuni giornalisti un documento shock.

Trattasi della lettera originale datata il 25 marzo 2015 redatta e firmata dal Responsabile Nazionale della Sicurezza delle Università del Kenya: W.M. Wahome. Lettera successivamente pubblicata dal quotidiano londinese Dailymail e qui riprodotta per il pubblico di African Voices.

letter

La lettera, indirizzata a tutte le università del paese, informa: “Rapporti dei servizi segreti indicano che il gruppo terroristico Al-Shabaab sta pianificando una serie di attacchi contro installazioni strategiche a Nairobi incluso una importante università. Le informazioni sono già state rese disponibili al governo che ha ordinato di attivare tutte le misure di sicurezza possibili per sventare qualsiasi attacco terroristico”.
Nella lettera Wahome consiglia a tutte le università del Kenya di “Essere vigilanti ed attenti”.

L’attacco di Al-Shabaab al Collegio Universitario di Garissa dimostra il criminale fallimento del governo keniota nel prevenire gli attracchi terroristici nel paese. L’attacco è stato attuato durante i preparativi degli studenti per la celebrazione della Ultima Cena e del Venerdì Santo. Il massacro di Garissa è il peggior atto terroristico compiuto in Kenya dopo l’attentato all’Ambasciata Americana a Nairobi avvenuto nel 1998 dove persero la vita oltre 200 persone.

La città e il distretto di Garissa sono sotto attacco terroristico dal 2011. La città è situata a meno di 140 km dalla frontiera somala. Questo elimina i problemi logistici per delle incursioni militari dalla Somalia. Il primo luglio 2011 terroristi somali attaccarono simultaneamente due chiese a Garissa: La Central Catholic Cathedral e la chiesa AIC. I terroristi uccisero settanta persone e ne ferirono altre cinquanta. Il 30 settembre 2012 due poliziotti furono uccisi mentre pattugliavano la Ngamai Road a Garissa. Il primo novembre 2012 un poliziotto fu ucciso e un altro gravemente ferito a Garissa. Il 20 dicembre 2012 i miliziani di Al-Shabaab uccisero tre persone e ne ferirono una in Kenyatta Street a Garissa. Questo atto terroristico fu compiuto un giorno dopo l’attentato alla moschea Al Amin a Nairobi. Nel gennaio 2013 diversi attacchi alla granata e imboscate mortali sono stati perpetuati nel distretto e nella città di Garissa uccidente decine di persone tra le quali tre poliziotti. Altri attacchi minori sono stati compiuti durante il 2013 e il 2014 trasformando il distretto e la città di Garissa nel posto più pericoloso del Kenya.

La lettera di Wahome del 25 marzo 2015 dimostra oltre ogni ragionevole dubbio che i servizi segreti, l’esercito, la polizia e il governo kenioti erano a conoscenza della possibilità del massacro nove giorni prima. A questo punto sorgono terribili domande. Perché la sicurezza interna del Collegio Universitario di Garissa non ha aumentato la sorveglianza come indicato da Wahome nella lettera? Perché le Forze Armate e la Polizia non hanno garantito una sicurezza appropriate agli edifici universitari? Perché non è stato utilizzato il sistema satellitare per monitorare i confini con la Somalia fornito dall’esercito americano? I terroristi autori dell’attacco non appartengono alla cellula keniota affiliata ad Al-Shabaab. Sono tutti somali provenienti dalla Somalia.

Al posto di proteggere i cittadini il governo di Uhuru Kenyatta sta aumentando la repressioni contro di essi. Una repressione sopratutto rivolta alle comunità mussulmana e somala. Dal febbraio 2014 Garissa è sotto la morsa del terrore attuato dalle forze di sicurezza keniote. Diverse operazioni di polizia con il coinvolgimento dell’esercito, sono state attuate nella cittadina bruciando mercati e uccidendo decine di manifestanti, come successe

Il 20 novembre 2014 dove una donna fu giustiziata a sangue freddo con un colpo in testa e 35 altri manifestanti seriamente feriti.

Un gruppo di parlamentari guidati da Farah Maalim, hanno accusato l’esercito keniota di fomentare la violenza, lo stupro di donne, e l’uccisione di civili senza alcuna ragione. Il gruppo di parlamentari intende sottoporre il caso alla Corte Penale Internazionale accusando gli alti ufficiali dell’esercito per crimini contro l’umanità. Durante la repressione di Garissa attuata dal governo, i commercianti del distretto hanno perso 800.000 dollari in mancati profitti. Le attività commerciali sono praticamente ferme e la disoccupazione in aumento. Lo scorso gennaio l’Arcivescovo cattolico di Garissa ha invitato i fedeli a denunciare le violazioni commesse dall’esercito e dalla polizia contro i civili. “Siamo intrappolati in una situazione mortale. Se non sono i terroristi di Al-Shabaab ad ucciderci sono i nostri soldati e i nostri poliziotti” denuncia un commerciante di Garissa.

Andando oltre la commozione e la solidarietà per le vittime del massacro di Garissa e per le loro famiglie, è giunto il momento che i cittadini kenioti costringano il loro governo ad assumersi le responsabilità e a render conto delle gravissime violazioni dei diritti umani compiute in nome di una lotta contro il terrorismo che il governo non è capace di vincere. Invece di terrorizzare i cittadini kenioti da Mombasa a Garissa il governo deve proteggerli o presentare le sue dimissioni. Questo è il sentimento generale della popolazione keniota.

Fulvio Beltrami
Kampala, Uganda
@Fulviobeltrami

Non sono Charlie Hebdo. Sono Nigeriano e Musulmano.

17 Gen

La scorsa settimana un gruppo terroristico ha fatto irruzione nella sede del settimanale satirico francese Charlie Hebdo, a Parigi massacrando 12 persone tra cui il suo editore: Stèphane Charb Charbonnier. Il deplorevole attacco, che ha coinvolto anche un negozio ebreo, è stato rivendicato da Al Qaeda dallo Yemen. Il massacro di Parigi ha scatenato immediatamente la propaganda del governo francese che, sfruttando abilmente la strage e proclamandosi paladino della libertà di espressione, ha in poche ore costruito una rete di solidarietà nazionale ed internazionale culminata nella marcia di Parigi: un milione di persone, strumentalizzando i sentimenti di libertà nutriti in Europa.

Gli obiettivi politici sono evidenti: porre in secondo piano il ruolo sovversivo e terroristico giocato dalla politica estera francese e creare una solidarietà politica verso il Governo Hollande, chiaramente fallimentare sul piano socio economico che ha trasformato una società basata sui valori rivoluzionari in una società post moderna fondata sull’odio e l’esclusione. Il ruolo terroristico della politica estera francese è stato storicamente dimostrato in Africa dalla guerra in Algeria al genocidio in Rwanda del 1994. Una politica caparbiamente e ostentatamente continuata dalla Cellula Africana del Eliseo (nota come: France-Afrique) che ha progettato ed attuato nuove drammatiche destabilizzazioni in Repubblica Centroafricana, Libia e Mali.

Il settimanale satirico francese, con una tiratura di 60.000 copie, e il suo redattore sono diventati improvvisamente il simbolo della libertà Occidentale che si contrappone all’estremismo e al fanatismo prodotto dal Islam. Charlie Hebdo, dopo il massacro ha pubblicato un numero commemorativo con la caricatura in prima pagina del Profeta Maometto in lacrime che regge il cartello: “Je Suis Charlie” lo slogan divenuto il simbolo di unità e di difesa dei valori Occidentali. Sotto l’immagine del Profeta vi è scritto: “Tutto è perdonato”. Tre milioni di copie sono state vendute in Francia ed in Europa fruttando al settimanale cinque milioni di euro.

Una inaspettata manna finanziaria per Charlie Hebdo che, prima dell’attacco, soffriva di una grave crisi finanziaria che lo stava costringendo ad una drastica riduzione del personale e delle attività editoriali. La multinazionale del Web: Google ha annunciato l’intenzione di finanziare il settimanale satirico francese. In Inghilterra una copia commemorativa di Charlie Hebdo è stata venduta a 1.000 sterline su eBay. Charlie Hebdo, come simbolo di un Occidente sotto attacco dell’Islam, ha superato quello americano delle torri gemelle. Nella storia il 07 gennaio sarà commemorato assieme al 11 settembre. Due date cruciali per l’umanità, secondo il nostro pensiero eurocentrico che storicamente tende ad imporre al mondo intero verità assolute ed indiscutibili, escludendo altre date importanti come il luglio 2014: il mese dell’Olocausto a Gaza.

Superando lo shock emotivo e l’orrore provocato dal vile massacro, occorre domandarci che cosa rappresenta il settimanale satirico francese Charlie Hebdo, divenuto l’icona della libertà e dei valori occidentali. Charlie Hebdo appartiene alla corrente di pensiero della destra francese. Il suo staff è rigorosamente “bianco” ed “occidentale” e la sua satira si è sempre basata sull’ideologia xenofobica e razzista della destra francese. Nonostante che il defunto redattore abbia in passato dichiarato che la satira di Charlie Hebdo prendeva di mira chiunque, la maggioranza delle vignette pubblicate propongono sentimenti anti-Islam, sessisti, xenofobici, razzisti e omofobici.

Da anni il principale target di Hebdo è la comunità musulmana in Francia, sia essa composta da cittadini francesi o da immigrati. Una comunità già largamente marginalizzata dalle istituzioni e dalla società francese. Prendendo vantaggio dalla libertà di stampa e dai valori secolari garantiti dalla Costituzione francese, Charlie Hebdo ha pubblicato diverse discutibili satire anti religiose incluse una orgia della Santa Trinità cattolica (Dio, Gesù e Spirito Santo), rabbini ebrei raffigurati come subdoli usurai (come sostenevano le Camice Brune tedesche negli anni Trenta prima di prendere il potere) e il Profeta Maometto trasformato in una libidinosa porno star. Da ateo convinto, quale io sono, non posso condannare una satira tesa a criticare istituzioni religiose se queste promuovono ideologie oscurantiste anche se non vedo il motivo di criticarle ridicolizzando dei simboli religiosi cari a milioni di persone.

La condanna però è doverosa quando la satira anti religiosa veicola messaggi di odio verso una comunità (nel caso di Charlie, quella musulmana) alimentando il pubblico disprezzo e la stigmatizzazione generalizzata. Il settimanale satirico francese è sempre stato cosciente che la satira anti-Islam, costantemente e maniacalmente promossa, rafforzava l’odio sociale, la contrapposizione tra occidente e mondo musulmano. Una satira che gratuitamente offriva validi argomenti ai vari gruppi della estrema destra europea e ai gruppi terroristici islamici, indebolendo l’Islam (quello che noi definiamo “Islam moderato”). Nel 2011 la sede di Charlie Hebdo è stata vittima di un attentato terroristico islamico che ha rafforzato la propaganda anti-islamica, al posto di aprire una seria riflessione interna sul significato di etica editoriale.

All’epoca Charb, noto per i suoi sentimenti profondamente razzisti, difese la linea editoriale anti islamica da lui imposta pur essendo consapevole che essa contribuiva ad alimentare odio e a rafforzare la propaganda anti occidentale dei gruppi terroristici. L’edizione commemorativa di Charlie Hebdo è stata interpretata dal mondo musulmano come l’ennesimo insulto religioso e ha creato seri problemi a molti governi, dal Pakistan al Sudan, concentrati a contenere manifestazioni anti occidentali. Un comportamento stupido quello di Charlie Hebdo, afferma l’editoriale pubblicato sul Financial Times che ha sottolineato la “stupidità editoriale”, accusando il settimanale satirico francese di provocare insulti gratuiti e di non essere “Il più convincente campione della libertà di espressione”.

L’opinionista Tony Barber, afferma sul Financial Times, che non si possono giustificare gli assassini ma sarebbe più utile applicare un po’ di buon senso nelle scelte editoriali che pretendono di sostenere i valori universali quando invece sono solo volgari provocazioni contro i musulmani. L’edizione commemorativa non è stata pubblicata in Australia in quanto viola la legge sulle discriminazioni razziali e religiose. Vari giornali americani ed inglesi hanno deciso di non pubblicare la prima pagina dell’edizione commemorativa di Charlie Hebdo in quanto considerata una esplicita provocazione contro l’Islam capace di aumentare il baratro di incomprensione e odio, favorendo il terrorismo islamico. Stessa decisione è stata presa da Associated Press e dal The Guardian che hanno duramente condannato la redazione di Charlie Hebdo per aver pubblicato immagini tese a provocare odio religioso e sociale. Queste scelte editoriali non possono essere etichettate come atti di censura ma come atti di buon senso, contro un giornale profondamente ancorato ai distruttivi valori della destra europea che produce sottocultura puerile ed offensiva.

Una cultura che non riconosce i limiti della libertà di espressione a cui ogni giornalista si deve attenere quando una vignetta o un articolo possono alimentare odio etnico, religioso e conflitti. Dopo la perdita di 12 dipendenti perché pubblicare una vignetta offensiva per milioni di musulmani sapendo che essi sono estremamente sensibili ad ogni raffigurazione del loro dio o del Profeta? Non si rischia di aumentare l’odio contro la comunità mussulmana in Francia, da decenni vittima di repressione, stigmatizzazione e discriminazione socio economica e parallelamente i sentimenti anti occidentali nel mondo arabo? Questa provocazione equivale a pisciare in una chiesa. Atto che non passerebbe per la mente nemmeno al più convinto ateo ed anarchico esistente al mondo.

Julien Casters, editore marocchino, ricorda in un Tweet che i mussulmani sono le prime vittime del fanatismo religioso islamico. Una dichiarazione che racchiude una aghiacciante ed insostenibile verità occultata a noi, cittadini dell’Occidente. Il martirio di Charlie Hebdo ha contribuito ad ignorare un ben più orribile massacro avvenuto quasi in contemporanea: quello di Baga, una cittadina della Nigeria situata nello Stato del Borno ai confini con il Ciad, il Niger e il Camerun. Duemila persone sono state massacrate dai terroristi islamici di Boko Haram in poche ore, donne e bambini compresi.La maggioranza delle vittime era di fede musulmana.

Il massacro è stato il preludio di una serie di attentati terroristici dove i cosiddetti “combattenti di Allah” hanno utilizzato bambine di dieci anni, compiendo il più grande crimine contro l’Islam e l’umanità in generale: utilizzare degli innocenti per sopprimere vite umane. Nemmeno le mosche sono state risparmiate come dimostra l’ultimo attentato di pochi giorni fa nella città di Gombe dove due persone sono state uccise e 14 ferite da un attentato davanti alla principale moschea. Con questi atti rivolti contro i mussulmani, Boko Haram ha dimostrato di non aver nulla a che fare con la fede islamica blasfemamente da loro utilizzata. Al contrario Boko Haram, come Al-Qaeda, il ISIS, Al Shabaab e il gruppo terroristico islamico ugandese ADF, sono delle organizzazioni criminali spazzatura, motivate da interessi politici ed economici che rappresentano la più evidente antitesi agli insegnamenti coranici. Charlie Hebdo, involontariamente o meno, ha contribuito ad offuscare questa strage avvenuta in Nigeria ponendosi come unica vittima del fanatismo islamico.

La macroscopica discrepanza tra le vite umane perse a Parigi e quelle perse a Baga dimostra che le prime vittime di questo fanatismo sono i musulmani che muoiono per mano terroristica e vengono colpevolizzati in massa ad ogni cittadino occidentale ucciso da questi psicopatici serial killers, sospettati da anni di avere stretti contatti con vari governi europei americani e con le monarchie arabe. Nella guerra scatenata dal ISIS in Iraq e Siria per la creazione del Califfato Islamico o negli attentati di Al-Shabaab in varie città della Somalia chi muore è innocente e mussulmano. Questo non è un parere ma una incontestabile quanto drammatica realtà.

In un suo editoriale il quotidiano inglese The Guardian, condanna apertamente l’Occidente ponendo questa semplice quanto terribile domanda: “Perché il mondo ha ignorato la strage di Baga?”. Una condanna che coinvolge anche la maggioranza dei media africani ancora legati alla sudditanza culturale eurocentrica, al servile rispetto verso i loro ex padroni bianchi e alla sindrome di inferiorità razziale di coloniale memoria. La maggioranza dei media africani ha sprecato fumi di inchiostro per il massacro di Parigi quasi ignorando quello di Baga, dando priorità alle vite occidentali rispetto a quelle africane.

Ironicamente sul governo Hollande, che ha creato il mito di Charlie Hebdo, grava il sospetto di non aver protetto la redazione del settimanale satirico, obiettivo prevedibile del furore cieco degli estremisti islamici. Secondo le indagini svolte dal quotidiano Le Figaró fino a poche settimane prime dell’attentato la sede del settimanale satirico era sorvegliata 24 ore su 24 da una camionetta delle forze speciali della polizia. Misura revocata tre giorni prima del massacro nonostante che i servizi segreti Algerini avessero informato dell’imminente minaccia a Charlie Hebdo.

Una leggerezza imperdonabile ed inspiegabile che rafforza i dubbi posti da vari autorevoli media occidentali e non che il 7 gennaio francese è stato permesso in quanto capace di risolvere molti problemi, alimentando il necessario mito di un feroce e sanguinario nemico esterno. Una inutile strage che ha rafforzato un governo traballante e una politica estera disumana e guerrafondaia che nel Medio Oriente si traduce nell’appoggio incondizionato ad Israele e al finanziamento dei movimenti armati (ahimè all’epoca anche i miliziani del ISIS) che combattono in Siria contro il governo.

I fratelli Kouachi, autori della strage, erano pregiudicati, appena ritornati dai campi di battaglia della Siria, noti ai servizi segreti francesi, americani ed italiani. Entrambi sono stati uccisi nonostante che fosse evidente che “la loro cattura era altamente preferibile alla loro eliminazione. Vivi i due sarebbero stati interrogati, si sarebbe potuto scoprire la loro rete di contatti, i loro mandanti, approfondire la storia del reclutamento jhadista dalla Francia alla Siria” sottolinea Le Figaró. “Alla luce di queste incongruenze la vignetta pubblicata qualche giorno prima da Charlie Hebdo che presagiva l’attentato appare come una cosa più sinistra di un semplice presentimento. La strage è stata compiuta da terroristi islamici ma persiste una gran puzza di bruciato” fa notare il collega Aldo Giannuli.

Gli orrendi e pericolosi sottoprodotti che la strage di Parigi ha generato sono purtroppo la radicalizzazione dello scontro tra due civiltà, la contrapposizione priva di qualsiasi dialogo tra laicità e religione, l’avanzare della destra europea estremista, violenta e xenofoba, il sospetto ormai rivolto ad ogni musulmano di essere un potenziale terrorista, la spregiovole libertà di lanciare messaggi di odio contro una minoranza religiosa in nome della libertà di espressione e la volontà di ignorare ogni tragedia e crimine contro l’umanità che non coinvolga vittime occidentali e bianche.

Queste sono le ragioni che mi spingono a dichiarare ad alta voce: “Non sono Charlie Hebdo. Sono Nigeriano e Musulmano” in quanto non posso essere solidale con un settimanale storicamente schierato sui valori della xenofobia, razzismo e omofobia. Condannare la morte del redattore e dei giornalisti non deve giustificare l’ignobile scelta editoriale di questo settimanale umoristico francese che, a strage avvenuta, non ha esitato un istante a riconfermare il suo odio contro il mondo musulmano incassando diversi milioni di euro e salvandosi dal fallimento editoriale, una sorte certa prima del massacro di Parigi. Come era prevedibile, nell’edizione commemorativa non vi è alcun accenno al massacro di Baga. Scelta voluta per consolidare una verità unilaterale e falsa: le vittime del terrorismo islamico non possono essere che occidentali e bianche.

Il mio dolore non va a Stèphane Charb Charbonnier e ai suoi colleghi in quanto parte del progetto Charlie Hebdo e dei sotto-valori promossi da questo giornaletto ma in quanto esseri umani uccisi da due identiche cieche violenze: quella prodotta da una matita, e quella prodotta da un Kalasnikov. La mia vergogna in quanto bianco ed europeo, fraternamente accolto in Terra Africana, si erige nel costatare la volontà di ignorare le vittime di Baga in quanto negre e musulmane, cosi come sono state ignorate le decine di aggressioni contro la comunità musulmana avvenute in Francia subito dopo la strage di Parigi.

Una vergogna difficile da sopportare che pesa come un macigno, rafforzata dalla consapevolezza che a Parigi non è morta la libertà di espressione ma i valori laici occidentali. Valori talmente strumentalizzati dai nostri governi con cinica determinazione che sono ora odiati e rigettati da milioni di persone in Africa, Asia, America Latina e Medio Oriente. La stessa subdola strumentalizzazione che questi gruppi terroristici islamici attuano verso una religione di cui affermano di essere i più fedeli servitori. Tra i due nemici giurati del conflitto planetario: i falsi rappresentanti dell’Occidente laico e i falsi rappresentanti del Islam troppe ed inquetanti sono le similitudini che li rendono praticamente uguali ed irriconoscibili se non per la scia di sangue che costantemente ed abbondantemente lasciano lungo il loro psicopatico e criminale cammino verso la vittoria finale.

Fulvio Beltrami per African Voices
Kampala, Uganda
@FulvioBeltrami

Attentato a Parigi. Un’ondata di terrore assai prevedibile.

10 Gen
In ultima analisi Stephane Charb, come gli altri suoi colleghi, sono stati vittime della politica estera francese. A forza di seminare morte e terrore in nome della “democrazia” in Africa, Asia, America Latina e Medio Oriente, era prevedibile che qualcuno pensasse di seminare morte e terrore in nome dell’Islam in Francia, interpetando a fini politici le sacre scritture del Corano. Interpretazione politica di cui la Chiesa Cattolica è esperta da secoli.

Comodo fare la guerra a casa altrui, nascondere all’opinione pubblica le centinaia di migliaia di morti civili (donne e bambini compresi) con la barzelletta delle “bombe intelligenti” e pretendere la pace in casa propria creando muri per impedire non i flussi migratori della finanzia o delle merci, ma degli esseri umani.

Chi ha visto la moglie e i suoi bambini ammazzati dalle bombe intelligenti e chi subisce ogni giorno la totale negazione dei diritti, costretto ad un futuro di povertá estrema e totalmente ingiustificata diventa facile preda dell’odio e dell’estremismo, quindi disponibile ad attentati suicida.

A mio avviso questi attentati (facili da compiere) e molto mediatici, aumenteranno nelle capitali occidentali.

Queste cittá sono vulnerabili in quanto da cinquanta anni (dopo la seconda guerra mondiale) l’Europa Occidentale non è più abituata ad una situazione di conflitto al contrario dei milioni di esseri umani che vivono e spesso muoiono in Libano, Palestina, Iraq, Afganistan, Siria, Grandi Laghi, Repubblica Centroafricana, Mali, Libia, Congo, Nigeria, Colombia, Pakistan. Tutti paesi devastati in nome della nostra democrazia che cela interessi economici ben precisi e rientranti in una lista che sembra destinata ad aumentare parallelamente alla scarsitá di petrolio e alle necessitá di controllo occidentale delle materie prime.

I governi occidentali reagiranno prendendosela con gli immigrati africani e medio orientali di religione mussulmana che abitano in Occidente, facendo cosi’ il gioco dell’estremismo islamico, regalandogli nuove reclute.

Un estremismo che, non dimentichiamoci, è stato creato da Stati Uniti, Francia ed Inghilterra, da Bin Laden in poi…

Nello scontro tra religioni chi ha tutto da perdere e parte da sconfitto in partenza siamo proprio noi occidentali a meno che facciamo comprendere ai nostri governi che è ora di cambiare rotta e ragionare sotto altre ottiche, più umane. Anche se i nostri media lo nascondono, il processo di rifiuto della violenza cieca e’ già iniziato nel mondo mussulmano …

Le mie più sentite condoglianze vanno alle famiglie dei colleghi francesi che hanno pagato con la vita la libertá di ‘libera espressione‘. Alle famiglie delle vittime civili e dei poliziotti che hanno tentato di difenderle. Condoglianze che si associano a quelle che porgo alle famiglie di centinaia di migliaia di vittime dell’imperialismo francese e americano massacrate in sperduti villaggi di montagna in Afganistan dai droni americani o a colpi di machete a Bangui sotto lo sguardo indifferente dei soldati francesi. Vittime che sembrano non avere volto ne’ nomi poichè non ritenute degne di cattuare l’interesse dei nostri media in quanto mussulmani e negri.

Fulvio Beltrami
Kampala, Uganda
@FulvioBeltrami

Boko Haram. La testimonianza di una suora italiana.

2 Lug

È stata veramente una fortuna poter intervistare Enza Guccione, una suora italiana che vive nel sud della Nigeria da 18 anni. Suor Enza si trasferì in Nigeria nel 1996 e attualmente è responsabile della comunitá di Igbedor, una isolata cittadina collocato su una isola fluviale tra lo Stato di Kogi e quello di Amambra. Nel 2009, Suor Enza contribuí alla creazione della prima scuola materna ed elementare nella cittadina: la Emmanuel Childrenlanda Nursery/Primary School of Igbedor, dove circa 400 bambini frequentano oggi regolarmente le lezioni. Nello stesso anno Suor Enza fonda, con l’aiuto del vescovo di Onitsha, l’associazione Emmanuel Family Foundation che si occupa di assistenza umanitaria alla popolazione di Igbedor.

Forte dell’ esperienze acquisite in 18 anni di permanenza in Nigeria, Suor Enza ha accettato di rilasciarci questa intervista in esclusiva che verte sull’emergenza terroristica di Boko Haram. Una finta emergenza creata dalla instabilità politica interna, dall’incapacità di garantire un armonioso sviluppo economico e da interferenze internazionali, in primis Stati Uniti e Unione Europea.

Suor Enza, da quanti anni è in Nigeria e cosa sta facendo?

Sono in Nigeria da 18 anni. Mi dedico come meglio posso alla popolazione di Igbedor, un’isola fluviale nel Niger tra lo Stato del Kogi e del Anambra. Un’isola dimenticata dal governo locale, dagli istituti religiosi ( noi siamo le prime ed uniche suore che vivono nell’isola ). La missione che dirigo si occupa di alleviare le sofferenze tramite concreti aiuti nei settori scolastico e idrico. La popolazione è costituita da circa 5000 bambini da 0. A 12 anni secondo i dati di un censimento fatto nel 2005, senza scuole funzionanti, ospedali, elettricità’ acqua potabile. La città più vicina è a circa 4/5 ore di imbarcazione.

Come vive personalmente la guerra civile al nord scatenata da Boko Haram?

Gli attacchi dei Boko Haram personalmente li vivo con molta amarezza soprattutto per le vittime innocenti che causano, per i disordini di destabilizzazione politica che portano in un paese cosi grande e ricco di risorse naturali da poter porsi ad un livello economico pari agli Stati Occidentali.

La guerra civile innescata da Boko Haram ha come obiettivo scatenare una guerra religiosa come si sta assistendo nella Repubblica Centroafricana. Ci stanno riuscendo? Quale è la posizione della Chiesa Cattolica e delle altre chiese cristiane?

Non credo che stiano tentando o stiano riuscendo a scatenare una guerra religiosa. Non si vedono e sentono musulmani armarsi contro cristiani e viceversa. La maggioranza dei cristiani vive insieme ad una minoranza di musulmani nel sud ovest della Nigeria e tutto qui procede serenamente. Cristiani e musulmani vivono nelle stesse città, frequentano gli stessi mercati, i bambini frequentano le stesse scuole. La Chiesa stessa non vive nessuno stato di allarme o pericolo rivolto ai cristiani. Vive il dolore per una situazione di terrorismo che continua a seminare vittime innocenti, destabilizzazione causata da “forze maggiori” che tentano solo di prenderne il controllo e il dominio. Se fosse una guerra di religione, certamente Boko Haram avrebbe dovuto spostarsi verso il Sud Ovest non restare vicino alle frontiere con il Ciad, Niger e Camerun a prevalenza di religione islamica.

Boko Haram riceve un supporto attivo della popolazione mussulmana?

In Igbedor vivono gruppi musulmani. Dai loro discorsi e reazioni, non approvano affatto gli attentati dei Boko Haram. Li definiscono degli ‘”assassini‘” pagati, senza alcun ideale politico o religioso, come degli “assunti” per un business qualunque. E questa è anche la convinzione dei tanti cristiani che abitano da queste parti, negli stati del Anambra e Kogi.

Come spiega che le principali vittime di Boko Haram sono la popolazione civile mussulmana del nord?

A mio parere è solo un caso che Boko Haram si sia scagliato verso la popolazione musulmana del nord. Penso che se al nord avessero abitato popolazioni cristiane, sarebbe stato lo stesso. Credo invece che si siano scagliati contro la popolazione di quel posto, indistintamente, semplicemente perché è un punto strategico per le loro comparse e fughe. Infatti dopo i loro attacchi si ritirano nelle frontiere con il Ciad, Niger e Camerun dove difficilmente riescono ad essere rintracciati. Ed è sorprendente notare come le loro zone sono abbastanza circoscritte. Anni fa tentarono di raggiungere Bayelsa nel sud, ma i miliziani del Delta li bloccarono. Da allora, le loro zone sono rimaste quelle del Nord Ovest.

Come si svolge la vita quotidiana, in particolare al nord, con la paura di attacchi da parte di Boko Haram?

Vivendo al Sud posso solo immaginare come si vive al Nord con il pensiero di una esplosione in qualsiasi minuto del giorno o della notte, in qualsiasi luogo, specie nelle scuole, nei mercati, per strada e persino nei luoghi di culto. Questa situazione crea panico, diffidenza, tensione costanti, ribellioni e reazioni aggressive tra la popolazione che necessariamente tenterà di proteggersi iniziando a non fidarsi di nessuno.

Quali sono i pericoli dell’associare Boko Haram all’Islam?

Credo che associare i Boko Haram agli islamici crei una sorta di forza ai fondamentalisti, concentrando l’attenzione su di loro incoraggiandoli ad emergere ancora di più rendendoli una sorta di potenza da temere.

Mi conferma che vi è una forte presenza di jihadisti stranieri all’interno di Boko Haram?

Si, sono convinta che i Boko Haram sono jihadisti stranieri reclutati e ben pagati insieme a pochi nigeriani usati come informatori.

Secondo Glen Ford, giornalista americano, Boko Haram non sarebbe altro che una sigla, un marchio, utilizzato da quasi 100 gruppi terroristici islamici e sostenuto da Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, e dalle monarchie arabe per interferire nella vita politica ed economica della Nigeria. Lei concorda con questa analisi?

Boko Haram è stato sconfitto molti anni addietro. Adesso è solo una Sigla dietro la quale si nasconde il terrorismo (islamico o meno) che cerca di destabilizzare il paese, supportato dalle grandi potenze mondiali le quali forniscono armi che diversamente i terroristi non potrebbero permettersi. Sono più che convinta che dietro tutte le guerre in Africa come in altri paesi dell’America Latina, ci siano le super potenze con i loro grandi interessi verso le risorse naturali di questi continenti. È sempre più comodo che gli africani si facciano guerra tra loro mentre l’occidente continua a rubar loro petrolio, diamanti, cobalto…..

Cosa ne pensa del fatto che Jonathan abbia accettato l’aiuto degli Stati Uniti per cercare le oltre 200 ragazze scomparse e che, a distanza di tre mesi, esse non siano state ancora ritrovate e Boko Haram ha attuato un altro rapimento di massa tra giovedì 19 e domenica 22 giugno 2014 in alcuni villaggi del Borno, nord est del paese?

Si parla di 91 persone rapite tra cui molti bambini. Non so cosa abbia spinto Il Presidente ad accettare l’aiuto degli Stati Uniti per il ritrovamento delle 200 ragazze. Certo è che nella situazione di caos in cui si trova al momento la Nigeria, è difficile capire cosa sia meglio fare, soprattutto trovandosi solo. Ciò di cui sono convinta è che gli Stati Uniti nel corso della storia hanno cercato di dominare il mondo intero. Se le loro capacità strategiche, le energie … fossero state messe al servizio del bene e dello sviluppo del mondo, sarebbe stato un grandissimo onore per gli Stati Uniti abbattendo le frontiere e le discriminazioni e contribuendo ad un mondo più eguale. Purtroppo tutte le super potenze mostrano quell’aspetto infantile dei bambini che amano mettersi in mostra dominando i coetanei più deboli. Credo, per quel poco di esperienza che ho, che solo i Nigeriani uniti potranno liberare la loro Nazione da questa situazione in cui si trova il paese, e uscire da queste nuove forme di schiavitù. I nuovi attentati e sequestri a mio parere avranno fine solo nel momento in cui Jonathan non sarà rieletto e al suo posto ci sarà un Presidente che continui a fare gli interessi dell’occidente, dimenticando gli interessi dei suoi connazionali. Questo lo definisco corruzione e chi continuerà a pagarne il prezzo saranno sempre e solo gli innocenti.

Sempre secondo Glen Ford il movimento popolare Bring Backs Our Girls, creato dai genitori delle ragazze rapite, sarebbe stato condannato a restare un fenomeno di protesta locale se non fosse stata attuata un’opera di ampliamento di questa giusta causa dai servizi segreti francesi e americani tramite un sapiente utilizzo dei social network. Lei concorda con questa analisi?

Il movimento popolare Bring Backs Our Girls è stato il fenomeno che ha spinto l’attenzione dei media su un caso che come migliaia di altri sarebbe rimasto soffocato. Anche se credo, di controparte sia stata la scusa ben motivata per far arrivare Francia, UN in Nigeria ad attuare il loro piano strategico, non a favore delle giovani rapite o della Nigeria, ma per salvaguardare la produzione petrolifera che sembra ormai grandemente orientata verso Cina e India.

I piani occidentali nella lotta contro il terrorismo in Nigeria stanno trovando una seria opposizione del presidente Jonathan Goodluck che, pur dimostrando la volontà di collaborare, ha precisato che tale cooperazione può terminare qualora mettesse a repentaglio gli interessi e la sovranità nazionale. Come giudica la presa di posizione del presidente nigeriano?

Personalmente ammiro molto il Presidente Jonathan Goodluck che si trova dentro ad un vespaio, ostacolato e lasciato solo da politici corrotti interessati al proprio bene, non curanti della crescita dello sviluppo e del progresso dei Nigeriani intesi come popolo unitario e non tribù o religioni. Sono in supporto delle decisioni e affermazioni del Presidente. Se gli accordi circa gli aiuti da parte della Francia, UN … ed altri non fossero veramente rivolti al bene della Nazione e compromettessero questa stessa, quei patti e accordi dovranno essere interrotti subito

Secondo lei il governo federale è veramente incapace di proteggere i propri cittadini e sconfiggere Boko Haram?

Il Governo Federale può benissimo sconfiggere I ribelli e i terroristi, come in tutti gli altri paesi del mondo, solo se l’interesse di tutti i governanti è rivolto verso la Nigeria. Purtroppo uno dei fenomeni causa di tutto questo è proprio la corruzione dei politici e che l’occidente usa come buona opportunità per se stesso, approfittandone.

Come giudica le iniziative di gruppi di auto difesa popolare al nord tra i quali anche reparti femminili che collaborano con l’esercito? Sono gruppi formati da mussulmani e cristiani?

Resto convinta che i musulmani e cristiani non c’entrano niente. I gruppi di auto difesa sono formati da Nigeriani che vogliono pace e serenità nelle loro famiglie, nei loro villaggi, nelle loro scuole, nella Nazione. Che poi siano di credenza cristiana o musulmana, non fa alcuna differenza.

Si sta notando una strana coincidenza. Dall’annuncio di Goodluck relativo a privilegiare gli interessi nazionali alla cooperazione con le potenze occidentali per sconfiggere il terrorismo, sono drasticamente aumentati gli attacchi di Boko Haram ormai attuati su tutto il paese. Lei come se lo spiega?

Chi è dietro i Boko ha solo un intento: prendere il dominio. Se Jonathan mostra di andar fuori track, certamente gli attentati aumenteranno per impaurire, creare più confusione, fomentare focolai contro il bene e la serenità’ del paese. L’ex Presidente Obasanjo durante il suo mandato mostrò di saper tenere a bada Boko Haram, perché i suoi rapporti con l’occidente specie UN andavano a gonfie vele. Fu proprio in quel periodo che addirittura il leader di Boko Haram venne ucciso e il gruppo terrorista si disintegrò.

Quali sono le interazioni tra la guerra civile, Boko Haram, la politica nigeriana e la produzione petrolifera?

Secondo le mie impressioni, la politica nigeriana, famosa per la grande corruzione, non ha un interesse mirato verso la crescita del paese. Ha un solo interesse: arricchirsi, sfruttando quella grandissima risorsa naturale che è il petrolio e che si trova solo nel sud ovest della nazione. Da qui la continua lotta per chi deve mettere le mani su questa grande fortuna naturale. Terrorismo e mondo occidentale fanno parte di questa continua lotta di potere.

Secondo lei una maggior collaborazione da parte di Goodluck Jonathan con Boko Haram ( come per esempio il rilascio di alcuni membri imprigionati) aumenterebbe o diminuirebbe gli attacchi?

Secondo me no. La trattativa basata sul rilascio di altri terroristi non risolverebbe il caso, forse calmerebbe momentaneamente le acque e aiuterebbe a pianificare altri attacchi e ricatti. Sono dell’idea che per sconfiggere il terrorismo bisogna innanzitutto impegnarsi a costruire il futuro della Nazione, puntando sull’istruzione per tutti, creando posti di lavoro specie per i giovani e impegnando le risorse per il bene dei Nigeriani senza distinzione, puntando alla difesa dei diritti umani di tutti i cittadini. Il terrorismo generalmente esplode quando le disuguaglianze e gli sfruttamenti sono troppi e continui. I Boko Haram, secondo me, si fermeranno solo quando la corruzione dei politici e delle forze principali della Nazione sarà smantellata.

Secondo lei quante possibilità avrà l’intervento militare occidentale contro Boko Haram? Ci sarà veramente? Non vi é il rischio di un allargamento del conflitto?

Dalle esperienze passate penso che anche qui in Nigeria, l’intervento militare occidentale porterà solo più caos, problemi e confusione senza risolvere niente. Sembra una farsa, il cane che insegue la coda, Le armi chiamano armi, e la guerra in qualsiasi posto in qualsiasi tempo non ha mai portato bene, progresso e crescita.

Quali soluzione alternative lei propone?

La soluzione alternativa secondo me, dovrebbe partire dalla base, creando coscienze diverse che si impegnino a sconfiggere la mentalità del tribalismo che crea divisioni e si cominci a sentirsi e vedersi tutti come un solo popolo di una sola nazione. Questo svilupperà il senso della solidarietà dell’interesse per il bene comune, per lo sviluppo comune dell’intera nazione. Solo così la corruzione politica potrà essere distrutta e la Nigeria e i Nigeriani potranno avere e godere dell’onore, dignità e prestigio che sono loro di diritto.

di Fulvio Beltrami & Ludovica Iaccino.