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African Voices cambia nome e mission

5 Ott

Quando 7 anni fa ho aperto la vecchia pagina AFRICAN VOICES, ormai persa perchè rubata da un ladro, il mio obiettivo era quello di imparare tutto quello che ancora non sapevo sull’Africa, sul territorio, i popoli e la cultura attraverso la conoscenza e l’informazione di altri.
Quel progetto mi ha fatto ottenere buone soddisfazioni e quasi 300 mila followers. Ho ottenuto la stima di diversi blogger e giornalisti africani, di attivisti per i diritti di molte categorie e per la pace. Molti musicisti, poeti, scrittori, pittori, politici africani ed editori e tanta, tanta gente comune hanno simpatizzato per quella pagina e per il mio modo di operare.
Opera che poi, negli ultimi due anni mi ha visto affiancato da validi collaboratori africani e non di grande valore che ancora oggi sono al mio fianco.

Ed è proprio con loro, in special modo con Cornelia Toelgyes, amica e attivista da molti anni a favore dei diritti umani, esperta di Africa e giornalista divide con me come  amministratrice questa nuova avventura.
Abbandonare il nome AfricanVoices cambiando con Voices 5 Continents e allargare la nostra mission non più solo all’Africa, ma anche agli altri 4 continenti, non è stata una decisione semplice, ma ormai dopo anni di solo Africa e con decine di migliaia di articoli, video, immagini e discussioni condivise e con la ‘morte digitale’ della pagina originale, il cambio è diventato un obbligo e non poteva che essere verso un impegno maggiore verso gli altri quattro continenti mantenendo nella stessa misura anche le info sul nostro principale continente, l’Africa appunto.

Oggi, gli equilibri si sono spostati e sopratutto il mondo è cambiato molto. Terrorismo, razzismo, omofobia, xenofobia, cancellazione dei diritti umani, diritti civili, repressione della stampa internazionale, migrazioni, cambiamento climatico e molto altro, sono aumentati in via esponenziale ovunque ed ecco allora la nostra decisione di spostare la l’attenzione anche sugli altri 4 continenti per capire, imparare e ottenere un confronto più ampio.

Non mancheranno le fotografie, i racconti attraverso le immagini di grandi fotografi internazionali, video, musica e cercando attraverso le tradizioni locali dei 5 continenti di ampliare le nostre conoscenze personali sperando di coinvolgere anche il Vostro interesse.

Allora… , benvenuti nella nostra pagina VOICES 5 CONTINENTS.

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Attentato terroristico a Parigi. La diretta conseguenza della politica coloniale.

15 Nov

La notte del 14 novembre sarà ricordata come l’incubo di Parigi. Attacchi simultanei in vari punti strategici della capitale francese molto frequentati hanno provocato la perdita di 128 persone, secondo le informazioni fornite, purtroppo ancora parziali. I terroristi hanno scelto posti famosi per la vita notturna, posti turistici estremamente affollati. Hanno scelto il venerdì sera dove la gente esce alla fine di una settimana lavorativa per divertirsi e rilassarsi. Anche le 128 vittime erano uscite per divertirsi ma non sono mai ritornate a casa. Giacciono in un sacco nero nel obitorio in attesa di essere riconosciute dai loro familiari. Lo stesso presidente Francois Hollande è scappato alla morte e portato subito al riparo. La nazione intera è sotto shock. Il governo francese ha dimostrato di essere vulnerabile agli attacchi terroristici. La stessa vulnerabilità che gli esperti francesi hanno sempre criticato al governo keniota incapace di difendersi dagli attacchi del gruppo islamico somalo Al-Shabaab

I terroristi potevano scegliere attentati dinamitardi provocando molte più vittime. Al contrario hanno scelto di far assaporare alla Francia la guerra urbana, la stessa guerra che si assapora da anni in Siria, Libia, Mali, Repubblica Centrafricana, tutti paesi di cui le interferenze francesi sono evidenti. Hanno costretto la potenza coloniale a dichiarare lo stato di emergenza nazionale, chiudere le frontiere, sospendere tutti i voli. Misure estreme che nemmeno gli Stati Uniti presero dopo l’attacco del 11 settembre. Misure che svelano l’estrema vulnerabilità della Francia. A massacro compiuto assisteremo nei prossimi giorni al solito teatrino, vero e proprio insulto alle vittime e ai loro famigliari. Gli esperti ci spiegheranno il pericolo del islam. Onesti mussulmani saranno costretti a differenziarsi dal terrorismo del ISIL. Una ennesima umiliazione in quanto dovrebbe essere ormai chiaro per ogni essere intelligente che il ISIL o Al-Qaeda non hanno nulla a che vedere con la religione islamica. La destra ne approfitterà per aumentare la islamofobia e il governo francese giurerà di aumentare gli sforzi nella guerra contro il terrorismo, magari cercando di distruggere il regime di Assad in Siria, storico baluardo anti terroristico nella regione…

Assisteremo a mille ricostruzioni degli attacchi e le teorie del complotto compariranno come funghi aggiungendo confusione alla confusione e trasformando la verità in una interpretazione. Nessuno e sottolineo nessuno, però farà notare ai cittadini francesi che l’attacco di Parigi è la diretta conseguenza della politica imperiale del loro governo. Una politica in cui le 128 vittime di Parigi sono moltiplicate per mille. Dalla caduta del Muro la Francia ha intrapreso una politica estera aggressiva e criminale mirata a difendere l’economia francese che per il 48% si basa sulla rapina delle sue colonie africane. Visto lo stato di servitù in cui i paesi africani francofoni versano nei confronti della Francia il termine “ex colonie” risulta un insopportabile eufemismo e il suo utilizzo una mistificazione della realtà. Nel 1994 Parigi aiutò ad organizzare e a realizzare il genocidio in Rwanda. Quando gli avvenimenti preso una piega inaspettata, la vittoria del Fronte Patriottico Rwandese, Parigi inviò addirittura i suoi soldati. L’operazione Tourqoise, camuffata da operazione umanitaria, aveva il compito di salvare l’esercito genocidario per riorganizzarlo nel vicino Zaire (ora Congo) e lanciare la riconquista del Rwanda.

Questo salvataggio pose le basi per la prima guerra pan africana in Congo. Da quel maledetto 12 settembre 1996 quando le truppe ruandesi e ugandesi invasero lo Zaire per porre fine ai genocidari ruandesi sostenuti dalla Francia, il paese più ricco del mondo abitato da brava gente non si è più ripreso condannando 52 milioni di persone a vivere in un eterno incubo fatto di guerre a bassa intensità, miseria, corruzione, dittature, e violazione sistematica dei diritti umani. La Repubblica Centrafricana fu destabilizzata dalla Francia nel 2003 per mettere al potere un governo “amico” guidato dal Generale Francois Bozize.

Ahimè anche Bozize divenne inaffidabile e nel 2012 la Francia appoggiò la coalizione ribelle denominata Seleka per contrapporla al governo Bozize. Trattasi di un’accozzaglia di estremisti islamici che dimostrarono la loro incapacità di governare il paese con il presidente Michel Djotodia. Di nuovo gli strateghi francesi furono costretti a trovare altra mano d’opera: gli estremisti cristiani Anti Balaka che hanno compiuto una terribile pulizia etnica contro la minoranza mussulmana del paese. Ora la Repubblica Centrafricana è guidata da un governo fantoccio con a capo un presidente mai eletto: Charterine Samba-Panza e un caos di morte perenne. Tutte gravi responsabilità accuratamente nascoste dal governo francese.

In Mali la Francia ha finanziato i ribelli islamici del nord per abbattere un altro presidente africano non più di loro gradimento, facendo sprofondare il paese in una guerra civile che dura dal 2012. In Costa d’Avorio hanno addirittura attuato un colpo di stato contro un presidente che aveva veramente vinto le elezioni: Laurent Gagbo sostituendolo con un loro uomo, Alassane Ouattara. Un rispettabile ex funzionario del FMI. In realtà un signore della guerra leader delle “Forze Nuove” con troppi crimini contro l’umanità accuratamente nascosti da lui e i complici parigini. In Burkina Faso non hanno gradito la rivoluzione democratica che ha abbattuto il regime del loro amico Campaorè che gli aveva fatto un gran piacere trent’anni prima: quello di assassinare Thomas Sankara. Per fortuna il colpo di stato organizzato dalla Francia in Burkina Faso lo scorso settembre è fallito e il processo democratico nel paese africano continua malgrado Parigi.

Al est del Congo, Goma, capitale del Nord Kivu, istruttori militari francesi dal 2013 stanno addestrando il gruppo terroristico ruandese FDLR, quello che ora ha preso il potere in Burundi. La Francia, attraverso tenta FDLR, tenta da ventun anni di riconquistare il Rwanda. Non hanno mai perdonato due cose a Paul Kagame: quello di aver terminato il dominio francese e quello di aver ricostruito il Rwanda. La lista dei crimini compiuti in Africa dal governo francese è talmente lunga che occorrerebbe scrivere un saggio. Le sue multinazionali controllano interi Stati come la multinazionale nucleare AREVA che è il vero governo nel Niger. I suo servizi segreti nel 2014 hanno fornito armi al gruppo terroristico nigeriano Boko Haram per indebolire la Nigeria, potenza economica regionale. I Raffalle hanno contribuito ad abbattere il regime di Geddafi in Libia, regalando al popolo libico un medio evo fatto di sangue e di estremismo islamico.

La Francia dietro agli ideali della rivoluzione, traditi già in epoca napoleonica, nasconde un imperialismo basato sul concetto di superiorità e sul profondo disprezzo delle popolazione e della vita umana. La storia del suo colonialismo non è la civiltà portata ai lontani popoli primitivi, come la storiografia ufficiale insegna. È una storia di sterminio, genocidio, schiavitù. L’esempio meno conosciuto ma più eloquente fu la sorte riservata ad Haiti quando conquistò l’indipendenza nel 1803. La Francia domandò 150 milioni di franchi come indennizzo al governo e ai latifondisti francesi per aver perso le terre e i loro schiavi. Dopo aver constato l’impossibilità del neonato governo haitiano di pagare il ricatto la Francia diminuì l’assurda pretesa di risarcimento a 90 milioni pagabili in trenta anni. Quando nel 1915 il rifiuto di Haiti di pagare tale debito era divenuto palese, la Francia chiese agli Stati Uniti di invadere l’isola per costringerla ad onorarlo. Lo stesso anno in cui gli Stati Uniti entrarono in guerra contro la Germania in difesa della libertà dei popoli europei dall’oppressione del Kaiser. I Marine restarono ad Haiti fino al 1934 costringendo il governo a saldare il debito.

La piccola nazione dei Caraibi non si riprese più e ogni possibilità di sviluppo furono negate.
In Siria l’obiettivo è lo stesso. Il regime di Bashar Al-Assad ha sempre ricoperto il ruolo di freno al estremismo islamico nella regione ma da cinque anni la Francia è in prima linea a fomentare il suo collasso. La iniziale opposizione siriana è stata ben presto sostituita da una miriade di gruppi terroristici islamici fino ad arrivare ai giorni nostri in cui tra le fila dei ribelli si conta il 72% di mercenari stranieri trasformando la guerra di liberazione di un popolo in una guerra di invasione. Nonostante che l’esempio di cosa è successo in Libia dopo la caduta di Gheddafi sia recente, la Francia è in prima linea nel continuare ad alimentare il conflitto siriano senza nemmeno riflettere cosa sarà la Siria e l’intero Medio Oriente dopo la caduta di Assad.

I Jihadisti francesi che si uniscono al ISLI DAESH appartengono al sottoproletariato urbano di origine magrebina di cui ogni governo francese ha impedito sempre lavoro e dignità. Varie indagini hanno dimostrato che questi giovani disperati sono incoraggiati dai servizi segreti francesi ad unirsi al ISIL. Si calcola che circa 1.500 giovani francesi di origine magrebina si sono uniti al DAESH dopo un periodo di tre mesi di addestramento militare in Turchia. Dimostrate anche le triangolazioni di armi per i ribelli siriani che, ahimè, sono per la maggioranza estremisti islamici.

L’attacco terroristico di Parigi è la diretta conseguenza di questa politica estera di morte e distruzione. Una politica di cui gli occidentali rifiutano di riconoscerla come tale ma che Africani e Arabi pagano ogni santo giorno il pesante tributo di sangue. L’attacco a Parigi ha dimostrato la velleitaria convinzione del governo francese di poter dispensare terrore nel mondo per supremazie politiche ed economiche senza pagarne le conseguenze. Il governo francese non ha compreso evidentemente che non si può esportare guerre, violenza, morte e distruzione in tutto il mondo e sperare che il proprio paese rimanga immune dalla cieca violenza e dallo spirito di vendetta.

La politica francese in Medio Oriente ha contribuito all’espansione del terrorismo e l’attacco di Parigi ne è la diretta conseguenza. La Francia ha conosciuto ieri quello che in Siria viviamo da cinque anni.” afferma il presidente siriano in un comunicato alla agenzia di stampa Sana. “Le nostre scelte di guerra ci stanno presentando il conto di anni di violenza e di distruzione. Vediamo accadere in Europa quello che da anni accade in Afghanistan, in Iraq, in Siria. Diritti, democrazia e libertà sono l’unico modo di spezzare il cerchio della violenza e del terrore” Questo è il riassunto del pensiero del fondatore di Emergency, Gino Strada in un suo commento su Facebook.

L’attacco terroristico è frutto anche di una politica schizofrenica del governo francese nei riguardi del Islam (seconda religione nel paese) e della comunità mussulmana in Francia. La maggior parte dei francesi di origine magrebina sono cittadini di serie “D” sospettati di essere tutti potenziali terroristi. Tremila cittadini francesi sono in carcere a causa di questi sospetti. Cinquanta rifugiati politici di origine araba sono agli arresti domiciliari da oltre sette anni senza che la giustizia francese abbia mai avviato serie inchieste per verificare se sono realmente dei terroristi o se sono innocenti, contravvenendo ai più elementari diritti civici. Spesso i sospetti sono originati da denunce anonime come illustra un reportage trasmesso una settimana su TV5 Monde: “Perseguitati per la loro fede”.

Contemporaneamente a questa repressione cieca si assiste ad una tolleranza incomprensibile del Islam radicale in Francia. Negli ultimi tre anni si è permesso l’istallazione in territorio francese di 5000 Imam provenienti dal Qatar e dall’Arabia Saudita, paesi noti per finanziare il terrorismo internazionale. Tramite ingenti finanziamenti sauditi questi Imam creano in Francia dei focolari di terrorismo sottomettendo alle loro ideologie estremiste le comunità povere ed emarginate. Questo estremismo religioso si sta progressivamente sostituendo al Islam rendendo vani gli sforzi di guide religiose che intendono insegnare ai giovani i veri valori islamici quali Hassen Chalghoumi. Di origine tunisina è il presidente dell’associazione culturale dei mussulmani de Drancy e promuove tra le varie attività il dialogo tra mussulmani ed ebrei.

Per vincere il terrorismo e le barbarie occorre voltare pagina e fermare l’ideologia di dominio assoluto del Occidente. Stati Uniti, Francia, Germania e altre potenze occidentali devono comprendere che è più umano, intelligente ed economico collaborare con le potenze emergenti e gli altri paesi per garantire pace, stabilità e convivenza a livello mondiale. Occorre interrompere l’odiosa propaganda contro l’Islam associandolo ad un terrorismo islamico che è alieno alla religione mussulmana. Un terrorismo che abbiamo inventato noi, quando i signori della guerra americani decisero di creare Al Qaida per combattere i sovietici in Afganistan negli anni Ottanta. Anche il ISIL DAESH è stato creato da noi. Prima che questo gruppo fosse identificato come ottima arma contro il regime di Assad, era pressoché insignificante. Ora detiene un califfato tra Siria e Irak divenendo una minaccia per l’Africa e l’Europa. Urgente si rende un ripensamento della politica occidentale in Medio Oriente.

Occorre un diverso atteggiamento che veda il contenimento della politica aggressiva israeliana e riconosciuta la necessità di dissociarsi dalle monarchie arabe principali finanziatori del terrorismo internazionale promuovendo al contrario una processo di democratizzazione e liberazione della Penisola Araba. Questo atteggiamento non è auspicabile ma tappa obbligatoria per garantire la sicurezza in Europa. In ultima analisi occorre superare la colpevole ambiguità dell’Occidente nei rapporti con i paesi mussulmani e l’Africa in generale. Una ambiguità che è la vera causa dei queste tragedie. Inviare la portaerei “Charles de Gaule” in Medio Oriente per combattere lo Stato Islamico non servirà che a peggiorare la situazione. La portaerei partirà il 18 novembre e si nutrono seri dubbi che non sarà utilizzata contro i terroristi di DAESH ma contro il regime di Assad, con gravi rischi per la pace mondiale visto la presenza militare russa in Siria.

Un diverso approccio occidentale verso il mondo è obbligatorio in quanto la guerra al terrorismo non può essere vinta per una semplice e drammatica ragione: il terrorismo islamico è ancora considerato da alcune potenze occidentali come la miglior arma per destabilizzare paesi “nemici” che questi siano Siria o Nigeria, poco importa. Ma questa arma è incontrollabile, come la bomba atomica. Ammazza il nemico ma anche gli amici. Accetta di fare il lavoro sporco per noi ma matura una propria agenda politica che inevitabilmente porta a ribellarsi ai suoi padrini. Sono due anni che vari esperti occidentali avvertono del pericolo dei mercenari che inviamo ad ingrossare le file del ISIL contro Assad. Per due anni questi esperti, bollati da Cassandre maledette, ci hanno detto: “attenzione quelli li, formati sui campi di battaglia medio orientali, ritorneranno da noi per seminare la morte” I governi ridevano di loro. Ora sono costretti a imporre lo stato di emergenza su tutto il territorio nazionale…

Purtroppo questo cambiamento non si intravvede a breve termine. Si intravvede solo una spirale di violenza dove ad ogni attacco terroristico si risponde con attacchi di droni e la criminalizzazione del Islam. Le vittime francesi verranno vendicate uccidendo altre vittime arabe. Entrambi civili, entrambi innocenti. I governi ci spingono alle barbarie intellettuali e morali, fino ad arrivare a creare una giusta indignazione pubblica sulle vittime occidentali e una terrificante e disumana indifferenza verso le migliaia di vittime arabe o africane di una politica imperiale di governi occidentali che di democrazia odorano ben poco in questo periodo storico.

L’Islam è il nemico numero uno per l’Occidente ci ripetono. Eppure questa religione demonizzata non ha mai accettato o giustificato orribili atti come quelli compiuti quotidianamente dal ISIL DAESH una nostra creatura (ripeto) che ha superato per ferocia e barbarie anche Al-Qaida. Pochi ci ricordano che il 95% delle vittime dei terroristi islamicisono mussulmani che non la pensano come loro, musulmani che si oppongono alla pazzia di questi individui pagando delle volte con la propria vita.” come ricorda alle nostre coscienze assopite Soufiane Malouni, attivista arabo che vive a Roma.

Al contrario i governi occidentali fermano gli occhi sulla propaganda di odio religioso e razziale che vari media ed associazioni di ultra destra si permettono di fare aggravando la situazione. Una propaganda rozza, demenziale, identica a quella di Radio Mille Colline o del quotidiano Kangura durante il genocidio in Rwanda del 1994. Vietiamo l’Islam rivendica il sito di ultra destra francese Resistence Republicaine di cui motto è “ll fascismo islamico non passeràBastardi islamici. Questo è il titolo di prima pagina del quotidiano Libero. “Siamo tutti in pericolo, perché il terrorismo islamico non fa distinzione tra uomini e donne, fra combattenti e innocenti. Il terrorismo islamico vuole non solo uccidere, terrorizzare, ma colpire chiunque sia ritenuto un infedele.” Esclama urlando Maurizio Belpietro nel editoriale pubblicato su Libero on line tra la pubblicità della bambolina Barbie e quella di DASH il detersivo che regala lo sconto di 5 euro. No caro Belpietro. Non è l’Islam il pericolo ma persone come te che consapevolmente diffondono odio razziale con il sogno di vedere scorrere altro sangue. Non ti chiamo collega poiché c’è una netta differenza tra un giornalista e un propagandista di morte.

E che dire del direttore dell’Ansa che fa appello ai valori occidentali? Ma di quali valori parla questo? Democrazia, giustizia, diritti umani? Sono decenni che questi valori sono ignorati dinnanzi al unico valore occidentale imperante: il dio denaro. Quel dio che ci spinge a considerare l’Arabia Saudita come il nostro migliore alleato e ad offrirgli la presidenza annuale della Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite. Un paese governato da una feroce e medioevale dinastia dove le donne sono lapidate e i gay decapitati in pubblica piazza. Uno stato terroristico fucina dei peggiori gruppi islamici, ISIL compreso.

Il direttore dell’Ansa forse crede che l’Occidente e l’uomo bianco siano stati inventati. La nostra stirpe discende dalla razza umana che ha una sola origine: l’Africa. La nostra cultura è contaminata in gran parte da quella islamica che durante il medio evo ha offerto all’Europa le miglior civiltà esistenti. La nostra stessa religione cattolica non è una religione europea. Noi credevano nelle divinità: Zeus, Giove, Odino. La religione cattolica ha lo stesso ceppo abramitico di quella Islamica ed ebraica. Tre religioni nate nel medio oriente, non certo in Europa.

L’attacco terroristico di Parigi ha nuovamente evidenziato la nostra immonda ipocrisia. Un’ora dopo il presidente Obama ha dichiarato tutta la sua solidarietà e condannato l’atto. Lo stesso presidente che ci ha messo otto mesi per condannare i piani genocidari in atto nel Burundi. Otto mesi in cui migliaia di civili burundesi sono stati massacrati barbaramente sotto l’indifferenza della Comunità Internazionale. Ci sono voluti i chiari propositi di genocidio pronunciati dal regime per far comprendere il pericolo. Quando l’ISIL ha abbattuto l’aereo russo nel Sinai i media sono stati tranquilli e i governi occidentali forse compiaciuti. Le vittime palestinesi sono ormai diventate una noia da evitare così some quelle siriane. È questa la cultura occidentale da accettare? Una cultura che crea differenze razziali sulle vittime, odio etnico e promesse di nuove violenze? Se questa è la cultura occidentale va abiurata con netta determinazione.

Purtroppo non ci sarà nessun cambiamento all’orizzonte. “È in corso una guerra e quando c’è una guerra bisogna organizzarsi per vincerlaafferma Massimo D’Alema il leader di una “sinistra” di remota memoria che vive nel lusso e privilegi, fanatico amante delle barche a vela e delle regate… Quindi il suggerimento è che anche l’Italia si deve avventurare nella crociata contro l’Islam non avendo nemmeno i mezzi per farlo? D’Alema è consapevole della preparazione delle nostre forze di sicurezza per fronteggiare l’ondata di terrorismo che si potrebbe abbattere in Italia?

Assisteremo ad altri lutti in occidente perché non siamo capaci di comprendere il male da noi generato e come fermarlo. Una incapacità che ci divora dall’interno assieme alla nostra decadente società avviata al tramonto. Mentre le 128 vittime parigine saranno sepolte nei cimiteri risulta ancora vivo l’insulto paradossale del loro presidente ripreso in una foto lo scorso maggio a brandire la scimitarra della conquista in Arabia Saudita, lo stato per eccellenza sponsor del terrorismo internazionale. Durante la sua visita, l’industria militare francese ha concluso ottimi affari. Cosi sembra…

Fulvio Beltrami
Giornalista Freelance
Uganda, Kampala
@Fulviobeltrami

Quotidiano La Stampa. Razzista sulla Repubblica Democratica del Congo

20 Lug

Lettera Aperta al quotidiano La Stampa.
Ritirate l’articolo razzista sulla Repubblica Democratica del Congo e porgete le dovute scuse.

Alla Redazione di La Stampa e al giornalista Paolo Mastrolilli.

Egregi colleghi,
Con orrore ed incredulità leggiamo l’articolo da voi pubblicato oggi a firma di Paolo Mastrolilli: “Nel cuore del Congo dove i cannibali fermano gli islamisti”.

Probabilmente vi riferite agli scontri in atto contro il gruppo terroristico ugandese di ispirazione islamica: ADF Alleance Democratic Forces, collegato al gruppo terroristico somalo Al Shabaab e recentemente al ISIL. Le ADF furono le autrici del terribile attentato a Kampala (capitale dell’Uganda) avvenuto nel luglio del 2010 durante la finale dei mondiali di calcio, dove trovarono la morte centinaia di persone.

Le ADF, sconfitte dall’esercito ugandese, dal 2004 si sono rifugiate all’est della Repubblica Democratica del Congo dove hanno commesso inaudite atrocità contro le popolazioni civili, autofinanziandosi con il traffico di minerali e quello dell’avorio. Dal 2014 l’esercito congolese in collaborazione con la missione di pace ONU: MONUSCO ed esperti militari inviati dal governo ugandese, ha intrapreso una campagna militare contro questo gruppo terroristico che sembra dare buoni risultati. Le ADF sono state indebolite anche se non ancora annientate. La maggior città colpita dai massacri delle ADF è Beni, nel Nord Kivu dove migliaia di persone sono state uccise negli ultimi 16 mesi.

Consideriamo allucinate e disgustoso utilizzare un tale titolo “ad effetto” per descrivere la drammatica situazione che le popolazioni dell’est del Congo stanno vivendo e gli sforzi compiuti dai governi di Kinshasa, di Kampala e delle Nazioni Unite per debellare un così pericoloso gruppo terroristico.

Nell’articolo si cita un episodio di cannibalismo secondo voi riportato da un funzionario ONU. Ebbene questo episodio non sembra ritrovare riscontri e sarebbe gradito sapere la fonte della notizia. Ammesso che l’episodio sia realmente accaduto è fuori da ogni etica professionale e codice di comportamento giornalistico utilizzare il termine improprio di “cannibali” con il rischio che sia associato all’impegno dei giovani militari congolesi che stanno soffrendo e cadendo sui campi di battaglia per liberare il paese dal pericolo terroristico islamico, che rappresenta una minaccia internazionale in quanto affiliato al network terroristico internazionale. In ultima analisi i giovani soldati congolesi stanno indirettamente combattendo anche per la sicurezza delle nostre città cercando di debellare terroristi che oggi agiscono in Congo ma che domani potrebbero farsi saltare in aria in una delle tante piazze europee o italiane.

Il titolo scelto è una grave offesa per la Repubblica Democratica del Congo dove, vi possiamo assicurare, non esistono CANNIBALI! È una grave offesa anche e soprattutto per le popolazioni all’est del paese che soffrono delle violenze apportate dal terrorismo islamico e che hanno diritto alla pace e allo sviluppo. Compromette l’immagine della Repubblica Democratica del Congo e la possibilità di turismo e di investimenti italiani in questo meraviglioso paese dalla storia certamente conflittuale e sofferta ma con tanta voglia di superare la violenza e rafforzare la democrazia e lo stato di diritto.

Il titolo scelto utilizzando il termine “cannibali” rientra nelle discutibili quanto inopportune tattiche di attirare l’attenzione del grande pubblico con titoli ad effetto nella speranza di aumentare l’audience. Tattiche dismesse e rifiutate dai maggiori quotidiani francofoni ed anglofoni e dai principali network informativi: BBC, CNN, RFI, Al-Jazeera, RT e PressTV in quanto fomentano pregiudizi e razzismo. Tutti i media citati, da anni si sono impegnati a non diffondere notizie che possono alimentare odio razziale e idee razziste, censurando ogni articolo o reportage sospetto di razzismo e mettendo al bando i giornalisti che insistono a proporre tali informazioni. Impegno che pensiamo riguardi moralmente anche la vostra testata.

Sotto un punto di vista sia morale che giornalistico il titolo scelto per l’articolo rischia di promuovere e diffondere una falsa idea e deleteri preconcetti non solo verso la Repubblica Democratica del Congo ma verso l’Africa in generale, un Continente in piena espansione dove gli imprenditori italiani stanno tentando di entrare nei suoi ricchi mercati per sfuggire al fallimento che stanno andando incontro in Italia grazie a scelte politiche ed economiche che potrebbero essere definite quanto meno scellerate e cieche. Così facendo si mettono i nostri imprenditori in cattiva luce e si alimenta un razzismo di riflesso verso l’occidente e verso gli italiani in particolare come sbagliata ma comprensibile reazione degli africani. Non ultimo vi è il rischio di recarre danno alla reputazione di tanti cittadini congolesi che vivono e lavorano onestamente nel nostro paese e che di certo non sono nè cannibali nè primitivi!

La scelta di questo scandaloso titolo rischia di alimentare anche il razzismo nel nostro paese in un momento storico in cui vi è la vitale necessità di superare le barriere razziali e gli odi ad esse collegate per affrontare degnamente e con grande umanità il dramma della immigrazione di cui l’Italia è ampiamente toccata essendo in prima linea. Anche se siamo convinti che non sia stato intenzionale, la diffusione di idee razziste non va tollerata ma combattuta con determinazione.

Chiediamo pertanto il ritiro dell’articolo o quanto meno la revisione di esso ad iniziare dal titolo scandaloso, razzista e offensivo. Le pubbliche scuse alla Repubblica Democratica del Congo che possono essere inoltrate alla sua Ambasciata a Roma e un rafforzamento del codice etico giornalistico presso il vostro quotidiano al fine di non rischiare di diffondere idee razziste come questo articolo rischia di fare, ricordandovi che la diffusione di idee razziste è considerato un reato oltre che un crimine contro l’umanità in quanto alla base dei peggiori genocidi della storia: dall’Olocausto ebreo a quello del Ruanda 1994.

Attendendo vostri atti di revisione dovuti per serietà professionale e codice etico giornalistico, porgiamo distinti saluti.

La redazione di African Voices.
@AVafricanvoices

Fulvio Beltrami
Giornalista freelance
Kampala Uganda.
@Fulviobeltrami

Israele deporta i migranti in Ruanda e Uganda. Una doverosa precisazione, non sempre i rifugiati sono vittime..

18 Mag

Sulla stimata Africa Rivista è comparso un interessante articolo sull’immigrazione forzata del Governo Israeliano di immigrati definiti “clandestini” in due paesi africani: Rwanda e Uganda. Confermo la notizia e gli accordi stipulati tra Tel Aviv, Kampala e Kigali. Accordi che in Uganda non sono segreti, nonostante i tentativi del governo di mantenerli tali. Personalmente trovo discutibile la scelta fatta dai presidenti Yoweri Museveni e Paul Kagame, e condannabile la scelta israeliana che conferma la profonda ideologia razzista del suo governo, ideologia non certo condivisa dalla maggioranza degli israeliani. Eppure alcune precisazioni sono necessarie per quanto riguarda gli immigrati espulsi da Israele ed accolti in Uganda.

Il soggiorno ai “clandestini” africani provenienti da Israele è stato concesso per motivi umanitari. Cosa significa questo? Secondo la legge ugandese lo statuto di rifugiato garantisce il diritto di abitare ovunque l’individuo voglia sul territorio nazionale, il diritto alla assistenza sanitaria per lui e per tutta la sua famiglia. Il diritto all’educazione gratuita dei figli fino alla scuola media. Il diritto di lavorare sia come dipendente sia come lavoratore autonomo. La legge ugandese sui rifugiati è una tra le più avanzate al mondo e una tra le meglio applicate. Questo lodevole primato non è certo dovuto da uno spirito umanitario del presidente Museveni ma da freddi calcoli politici militari. Un rifugiato integrato socialmente ed economicamente nella società che lo ospita è meno incline a creare attività eversive o arruolarsi a guerriglie. L’integrazione giova al rifugiato e alla sicurezza interna del paese. Dinnanzia alla realtà, che io tocco con mano ogni giorno, mi risulta non credibile che gli immigrati espulsi siano costretti a vivere da clandestini in Uganda.

Confermo anche come veritiera la notizia che Israele dona 3.500 dollari a persona pur di sbarazzarsi degli immigrati africani. Indipendentemente dalle considerazioni sul razzismo del governo israeliano è doveroso far notare che nessun altro governo occidentale offre tale somma a dei clandestini espulsi, Italia compresa. Semplicemente li rimpatriano con la forza. Visto che i rifugiati in Uganda hanno il diritto di aprire attività commerciali, 3.500 dollari ammontano a 8.750.000 scellini ugandesi. Una considerevole somma di denaro che permette di aprire una discreta attività commerciale. Milioni di ugandesi sarebbero felicissimi di possedere questa piccola fortuna e mettere su un ristorantino, una fabbrichetta artigianale, un allevamento di polli di medie dimensioni, un negozio di vendita cellulari ed accessori, o abbigliamento, o un’agenzia di consulenze. Visto che la maggioranza di queste persone espulse sono Etiopi ed Eritrei, questi rifugiati godono anche del vantaggio della presenza in Uganda di una forte comunità del loro paese nota per la sua grande solidarietà.

Quindi gli immigrati espulsi da Israele non hanno dinnanzi a loro un futuro di clandestini e di miseria in Uganda. Al contrario possono integrarsi a pieno diritto nella società che li ospita. Agli occhi degli ugandesi sono anche dei privilegiati, possedendo una somma di denaro che un ugandese deve sudare 6 anni per ottenerla (a messo che abbia un lavoro). Se questi africani espulsi da Israele desiderano spendere i 3.500 dollari ricevuti per pagare un viaggio allucinante che potrebbe loro costare la vita, per giungere a Lampedusa o in altre località europee, questo è una loro libera scelta, ma non devono accusare un paese africano che è ha una politica migratoria tollerante che non è stata nemmeno intaccata dall’emergenza terroristica nella regione, ne’ fare affermazioni totalmente false di “clandestinità e futuro nero” in Uganda per provocare pietismo e far scattare la solidarietà di brave ed oneste persone europee, purtroppo inconsapevoli della realtà.

Pur essendo un Pan Africanista convinto ed amando il Continente, mi sento in dovere di avvertire i lettori e i cittadini italiani in generale. Attenzione: a volte i miei fratelli africani sono abili nel giocare il ruolo di vittime per scopi di lucro. Noi occidentali siamo meno abili a comprendere questi giochi. La mora è che non sempre le vittime sono genuine. Il problema dei flussi migratori è complesso. Ogni capriccio semplicistico (dal razzismo alla difesa ad oltranza degli immigrati e clandestini) non aiuta a comprenderlo e a risolverlo.

L’articolo di Africa Rivista

 

Fulvio Bektrami
Kampala, Uganda
@Fulviobeltrami

Non sono Charlie Hebdo. Sono Nigeriano e Musulmano.

17 Gen

La scorsa settimana un gruppo terroristico ha fatto irruzione nella sede del settimanale satirico francese Charlie Hebdo, a Parigi massacrando 12 persone tra cui il suo editore: Stèphane Charb Charbonnier. Il deplorevole attacco, che ha coinvolto anche un negozio ebreo, è stato rivendicato da Al Qaeda dallo Yemen. Il massacro di Parigi ha scatenato immediatamente la propaganda del governo francese che, sfruttando abilmente la strage e proclamandosi paladino della libertà di espressione, ha in poche ore costruito una rete di solidarietà nazionale ed internazionale culminata nella marcia di Parigi: un milione di persone, strumentalizzando i sentimenti di libertà nutriti in Europa.

Gli obiettivi politici sono evidenti: porre in secondo piano il ruolo sovversivo e terroristico giocato dalla politica estera francese e creare una solidarietà politica verso il Governo Hollande, chiaramente fallimentare sul piano socio economico che ha trasformato una società basata sui valori rivoluzionari in una società post moderna fondata sull’odio e l’esclusione. Il ruolo terroristico della politica estera francese è stato storicamente dimostrato in Africa dalla guerra in Algeria al genocidio in Rwanda del 1994. Una politica caparbiamente e ostentatamente continuata dalla Cellula Africana del Eliseo (nota come: France-Afrique) che ha progettato ed attuato nuove drammatiche destabilizzazioni in Repubblica Centroafricana, Libia e Mali.

Il settimanale satirico francese, con una tiratura di 60.000 copie, e il suo redattore sono diventati improvvisamente il simbolo della libertà Occidentale che si contrappone all’estremismo e al fanatismo prodotto dal Islam. Charlie Hebdo, dopo il massacro ha pubblicato un numero commemorativo con la caricatura in prima pagina del Profeta Maometto in lacrime che regge il cartello: “Je Suis Charlie” lo slogan divenuto il simbolo di unità e di difesa dei valori Occidentali. Sotto l’immagine del Profeta vi è scritto: “Tutto è perdonato”. Tre milioni di copie sono state vendute in Francia ed in Europa fruttando al settimanale cinque milioni di euro.

Una inaspettata manna finanziaria per Charlie Hebdo che, prima dell’attacco, soffriva di una grave crisi finanziaria che lo stava costringendo ad una drastica riduzione del personale e delle attività editoriali. La multinazionale del Web: Google ha annunciato l’intenzione di finanziare il settimanale satirico francese. In Inghilterra una copia commemorativa di Charlie Hebdo è stata venduta a 1.000 sterline su eBay. Charlie Hebdo, come simbolo di un Occidente sotto attacco dell’Islam, ha superato quello americano delle torri gemelle. Nella storia il 07 gennaio sarà commemorato assieme al 11 settembre. Due date cruciali per l’umanità, secondo il nostro pensiero eurocentrico che storicamente tende ad imporre al mondo intero verità assolute ed indiscutibili, escludendo altre date importanti come il luglio 2014: il mese dell’Olocausto a Gaza.

Superando lo shock emotivo e l’orrore provocato dal vile massacro, occorre domandarci che cosa rappresenta il settimanale satirico francese Charlie Hebdo, divenuto l’icona della libertà e dei valori occidentali. Charlie Hebdo appartiene alla corrente di pensiero della destra francese. Il suo staff è rigorosamente “bianco” ed “occidentale” e la sua satira si è sempre basata sull’ideologia xenofobica e razzista della destra francese. Nonostante che il defunto redattore abbia in passato dichiarato che la satira di Charlie Hebdo prendeva di mira chiunque, la maggioranza delle vignette pubblicate propongono sentimenti anti-Islam, sessisti, xenofobici, razzisti e omofobici.

Da anni il principale target di Hebdo è la comunità musulmana in Francia, sia essa composta da cittadini francesi o da immigrati. Una comunità già largamente marginalizzata dalle istituzioni e dalla società francese. Prendendo vantaggio dalla libertà di stampa e dai valori secolari garantiti dalla Costituzione francese, Charlie Hebdo ha pubblicato diverse discutibili satire anti religiose incluse una orgia della Santa Trinità cattolica (Dio, Gesù e Spirito Santo), rabbini ebrei raffigurati come subdoli usurai (come sostenevano le Camice Brune tedesche negli anni Trenta prima di prendere il potere) e il Profeta Maometto trasformato in una libidinosa porno star. Da ateo convinto, quale io sono, non posso condannare una satira tesa a criticare istituzioni religiose se queste promuovono ideologie oscurantiste anche se non vedo il motivo di criticarle ridicolizzando dei simboli religiosi cari a milioni di persone.

La condanna però è doverosa quando la satira anti religiosa veicola messaggi di odio verso una comunità (nel caso di Charlie, quella musulmana) alimentando il pubblico disprezzo e la stigmatizzazione generalizzata. Il settimanale satirico francese è sempre stato cosciente che la satira anti-Islam, costantemente e maniacalmente promossa, rafforzava l’odio sociale, la contrapposizione tra occidente e mondo musulmano. Una satira che gratuitamente offriva validi argomenti ai vari gruppi della estrema destra europea e ai gruppi terroristici islamici, indebolendo l’Islam (quello che noi definiamo “Islam moderato”). Nel 2011 la sede di Charlie Hebdo è stata vittima di un attentato terroristico islamico che ha rafforzato la propaganda anti-islamica, al posto di aprire una seria riflessione interna sul significato di etica editoriale.

All’epoca Charb, noto per i suoi sentimenti profondamente razzisti, difese la linea editoriale anti islamica da lui imposta pur essendo consapevole che essa contribuiva ad alimentare odio e a rafforzare la propaganda anti occidentale dei gruppi terroristici. L’edizione commemorativa di Charlie Hebdo è stata interpretata dal mondo musulmano come l’ennesimo insulto religioso e ha creato seri problemi a molti governi, dal Pakistan al Sudan, concentrati a contenere manifestazioni anti occidentali. Un comportamento stupido quello di Charlie Hebdo, afferma l’editoriale pubblicato sul Financial Times che ha sottolineato la “stupidità editoriale”, accusando il settimanale satirico francese di provocare insulti gratuiti e di non essere “Il più convincente campione della libertà di espressione”.

L’opinionista Tony Barber, afferma sul Financial Times, che non si possono giustificare gli assassini ma sarebbe più utile applicare un po’ di buon senso nelle scelte editoriali che pretendono di sostenere i valori universali quando invece sono solo volgari provocazioni contro i musulmani. L’edizione commemorativa non è stata pubblicata in Australia in quanto viola la legge sulle discriminazioni razziali e religiose. Vari giornali americani ed inglesi hanno deciso di non pubblicare la prima pagina dell’edizione commemorativa di Charlie Hebdo in quanto considerata una esplicita provocazione contro l’Islam capace di aumentare il baratro di incomprensione e odio, favorendo il terrorismo islamico. Stessa decisione è stata presa da Associated Press e dal The Guardian che hanno duramente condannato la redazione di Charlie Hebdo per aver pubblicato immagini tese a provocare odio religioso e sociale. Queste scelte editoriali non possono essere etichettate come atti di censura ma come atti di buon senso, contro un giornale profondamente ancorato ai distruttivi valori della destra europea che produce sottocultura puerile ed offensiva.

Una cultura che non riconosce i limiti della libertà di espressione a cui ogni giornalista si deve attenere quando una vignetta o un articolo possono alimentare odio etnico, religioso e conflitti. Dopo la perdita di 12 dipendenti perché pubblicare una vignetta offensiva per milioni di musulmani sapendo che essi sono estremamente sensibili ad ogni raffigurazione del loro dio o del Profeta? Non si rischia di aumentare l’odio contro la comunità mussulmana in Francia, da decenni vittima di repressione, stigmatizzazione e discriminazione socio economica e parallelamente i sentimenti anti occidentali nel mondo arabo? Questa provocazione equivale a pisciare in una chiesa. Atto che non passerebbe per la mente nemmeno al più convinto ateo ed anarchico esistente al mondo.

Julien Casters, editore marocchino, ricorda in un Tweet che i mussulmani sono le prime vittime del fanatismo religioso islamico. Una dichiarazione che racchiude una aghiacciante ed insostenibile verità occultata a noi, cittadini dell’Occidente. Il martirio di Charlie Hebdo ha contribuito ad ignorare un ben più orribile massacro avvenuto quasi in contemporanea: quello di Baga, una cittadina della Nigeria situata nello Stato del Borno ai confini con il Ciad, il Niger e il Camerun. Duemila persone sono state massacrate dai terroristi islamici di Boko Haram in poche ore, donne e bambini compresi.La maggioranza delle vittime era di fede musulmana.

Il massacro è stato il preludio di una serie di attentati terroristici dove i cosiddetti “combattenti di Allah” hanno utilizzato bambine di dieci anni, compiendo il più grande crimine contro l’Islam e l’umanità in generale: utilizzare degli innocenti per sopprimere vite umane. Nemmeno le mosche sono state risparmiate come dimostra l’ultimo attentato di pochi giorni fa nella città di Gombe dove due persone sono state uccise e 14 ferite da un attentato davanti alla principale moschea. Con questi atti rivolti contro i mussulmani, Boko Haram ha dimostrato di non aver nulla a che fare con la fede islamica blasfemamente da loro utilizzata. Al contrario Boko Haram, come Al-Qaeda, il ISIS, Al Shabaab e il gruppo terroristico islamico ugandese ADF, sono delle organizzazioni criminali spazzatura, motivate da interessi politici ed economici che rappresentano la più evidente antitesi agli insegnamenti coranici. Charlie Hebdo, involontariamente o meno, ha contribuito ad offuscare questa strage avvenuta in Nigeria ponendosi come unica vittima del fanatismo islamico.

La macroscopica discrepanza tra le vite umane perse a Parigi e quelle perse a Baga dimostra che le prime vittime di questo fanatismo sono i musulmani che muoiono per mano terroristica e vengono colpevolizzati in massa ad ogni cittadino occidentale ucciso da questi psicopatici serial killers, sospettati da anni di avere stretti contatti con vari governi europei americani e con le monarchie arabe. Nella guerra scatenata dal ISIS in Iraq e Siria per la creazione del Califfato Islamico o negli attentati di Al-Shabaab in varie città della Somalia chi muore è innocente e mussulmano. Questo non è un parere ma una incontestabile quanto drammatica realtà.

In un suo editoriale il quotidiano inglese The Guardian, condanna apertamente l’Occidente ponendo questa semplice quanto terribile domanda: “Perché il mondo ha ignorato la strage di Baga?”. Una condanna che coinvolge anche la maggioranza dei media africani ancora legati alla sudditanza culturale eurocentrica, al servile rispetto verso i loro ex padroni bianchi e alla sindrome di inferiorità razziale di coloniale memoria. La maggioranza dei media africani ha sprecato fumi di inchiostro per il massacro di Parigi quasi ignorando quello di Baga, dando priorità alle vite occidentali rispetto a quelle africane.

Ironicamente sul governo Hollande, che ha creato il mito di Charlie Hebdo, grava il sospetto di non aver protetto la redazione del settimanale satirico, obiettivo prevedibile del furore cieco degli estremisti islamici. Secondo le indagini svolte dal quotidiano Le Figaró fino a poche settimane prime dell’attentato la sede del settimanale satirico era sorvegliata 24 ore su 24 da una camionetta delle forze speciali della polizia. Misura revocata tre giorni prima del massacro nonostante che i servizi segreti Algerini avessero informato dell’imminente minaccia a Charlie Hebdo.

Una leggerezza imperdonabile ed inspiegabile che rafforza i dubbi posti da vari autorevoli media occidentali e non che il 7 gennaio francese è stato permesso in quanto capace di risolvere molti problemi, alimentando il necessario mito di un feroce e sanguinario nemico esterno. Una inutile strage che ha rafforzato un governo traballante e una politica estera disumana e guerrafondaia che nel Medio Oriente si traduce nell’appoggio incondizionato ad Israele e al finanziamento dei movimenti armati (ahimè all’epoca anche i miliziani del ISIS) che combattono in Siria contro il governo.

I fratelli Kouachi, autori della strage, erano pregiudicati, appena ritornati dai campi di battaglia della Siria, noti ai servizi segreti francesi, americani ed italiani. Entrambi sono stati uccisi nonostante che fosse evidente che “la loro cattura era altamente preferibile alla loro eliminazione. Vivi i due sarebbero stati interrogati, si sarebbe potuto scoprire la loro rete di contatti, i loro mandanti, approfondire la storia del reclutamento jhadista dalla Francia alla Siria” sottolinea Le Figaró. “Alla luce di queste incongruenze la vignetta pubblicata qualche giorno prima da Charlie Hebdo che presagiva l’attentato appare come una cosa più sinistra di un semplice presentimento. La strage è stata compiuta da terroristi islamici ma persiste una gran puzza di bruciato” fa notare il collega Aldo Giannuli.

Gli orrendi e pericolosi sottoprodotti che la strage di Parigi ha generato sono purtroppo la radicalizzazione dello scontro tra due civiltà, la contrapposizione priva di qualsiasi dialogo tra laicità e religione, l’avanzare della destra europea estremista, violenta e xenofoba, il sospetto ormai rivolto ad ogni musulmano di essere un potenziale terrorista, la spregiovole libertà di lanciare messaggi di odio contro una minoranza religiosa in nome della libertà di espressione e la volontà di ignorare ogni tragedia e crimine contro l’umanità che non coinvolga vittime occidentali e bianche.

Queste sono le ragioni che mi spingono a dichiarare ad alta voce: “Non sono Charlie Hebdo. Sono Nigeriano e Musulmano” in quanto non posso essere solidale con un settimanale storicamente schierato sui valori della xenofobia, razzismo e omofobia. Condannare la morte del redattore e dei giornalisti non deve giustificare l’ignobile scelta editoriale di questo settimanale umoristico francese che, a strage avvenuta, non ha esitato un istante a riconfermare il suo odio contro il mondo musulmano incassando diversi milioni di euro e salvandosi dal fallimento editoriale, una sorte certa prima del massacro di Parigi. Come era prevedibile, nell’edizione commemorativa non vi è alcun accenno al massacro di Baga. Scelta voluta per consolidare una verità unilaterale e falsa: le vittime del terrorismo islamico non possono essere che occidentali e bianche.

Il mio dolore non va a Stèphane Charb Charbonnier e ai suoi colleghi in quanto parte del progetto Charlie Hebdo e dei sotto-valori promossi da questo giornaletto ma in quanto esseri umani uccisi da due identiche cieche violenze: quella prodotta da una matita, e quella prodotta da un Kalasnikov. La mia vergogna in quanto bianco ed europeo, fraternamente accolto in Terra Africana, si erige nel costatare la volontà di ignorare le vittime di Baga in quanto negre e musulmane, cosi come sono state ignorate le decine di aggressioni contro la comunità musulmana avvenute in Francia subito dopo la strage di Parigi.

Una vergogna difficile da sopportare che pesa come un macigno, rafforzata dalla consapevolezza che a Parigi non è morta la libertà di espressione ma i valori laici occidentali. Valori talmente strumentalizzati dai nostri governi con cinica determinazione che sono ora odiati e rigettati da milioni di persone in Africa, Asia, America Latina e Medio Oriente. La stessa subdola strumentalizzazione che questi gruppi terroristici islamici attuano verso una religione di cui affermano di essere i più fedeli servitori. Tra i due nemici giurati del conflitto planetario: i falsi rappresentanti dell’Occidente laico e i falsi rappresentanti del Islam troppe ed inquetanti sono le similitudini che li rendono praticamente uguali ed irriconoscibili se non per la scia di sangue che costantemente ed abbondantemente lasciano lungo il loro psicopatico e criminale cammino verso la vittoria finale.

Fulvio Beltrami per African Voices
Kampala, Uganda
@FulvioBeltrami

RAFAEL VIEIRA – LA VITTIMA NERA DEL RAZZISMO BRASILIANO

23 Feb

RAFAEL VIEIRA – Tumulti e RAZZISMO BRASILIANO

Per molte persone , le rivolte urbane brasiliane iniziate lo scorso giugno ( 2013)  sono state un importante invito risveglio per il cambiamento sociale e politico del paese .

Improvvisamente le strade sono state invase da più di 2 milioni di persone che chiedevano  giustizia sociale, la fine della corruzione e servizi pubblici migliori .

L’uso improprio di denaro pubblico per costruire stadi giganteschi per la Coppa del Mondo del 2014 sono stati massicciamente in discussione per le strade, la brutalità della polizia si è rapidamente imposta contro studenti, donne, anziani e persino donne incinte.

Il presidente Dilma Rousseff in onda sulla televisione nazionale prometteva un referendum sulla riforma politica, come sostengono i manifestanti. Ma il plebiscito è stato posto il veto al Congresso.

Sette mesi più tardi nulla è stato fatto per quanto riguarda le richieste del popolo durante le dimostrazioni. In realtà, solo un uomo è stato ingiustamente punito per i disordini : RAFAEL VIEIRA , un 26enne senza fissa dimora, un uomo nero innocente.

Rafael è stato violentemente percosso nel mezzo delle rivolte a Rio de Janeiro, mentre usciva da un negozio abbandonato – che è stato saccheggiato prima che lui entrasse – portando un detersivo.

E ‘stato arrestato e condannato a  5 anni con l’accusa di trasportare un cocktail molotov.

Secondo la difesa, non c’era il  panno nelle bottiglie (come solitamente in uso nelle bombe incendiarie) , contrariamente alla relazione scritta, e il contenitori in plastica non sarebbe mai servito  come Molotov, dal momento che non si rompe con l’impatto.

Ma una cosa è un dato di fatto : Rafael Vieira è nero e povero . Nero, senzatetto e raccoglie immondizia, Vieira è il primo condannato per le proteste di giugno in Brasile .

Durante la sua storia, il Brasile ha visto varie sfaccettature di razzismo. Un appena percettibile, sofisticato, razzismo che vittimizza migliaia di persone ogni giorno. Un paese in cui si verifica uno stato di genocidio, dato che i giovani neri vengono quotidianamente assassinati, con la complicità passiva della popolazione e dei media.

Per questo motivo, ho scritto questo testo come protesta per i social media internazionali,  Amnesty International o chiunque voglia diffondere questo al fine di portare l’attenzione a questa decisione ingiusta.

Come attivisti neri e combattenti per la libertà, rivendichiamo la libertà di Rafael Vieira e contro lo stato di oppressione subita dal nostro popolo .

Brasile , 4 gennaio 2014 .
Emerson Déo Cardoso .