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Obiettivi di African Voices, nel 2017

31 Dic

African Voices è arrivato al suo sesto anno di vita ed io sono contento dello sviluppo e del successo, seppure lento, che ha avuto e sta continuando ad ottenere. Vedere che questa pagina è seguita da ogni angolo del mondo e da molti africani, mi rende orgoglioso.

Io non ho mai voluto investire sullo sviluppo della pagina, ma credo che nel 2017 sarà una spesa che dovrò affrontare, per quello che sono le mie idee di condivisione delle notizie.

Infatti, sono almeno 6 mesi che mi sto preparando, conoscendo, ottenendo rapporti interpersonali per dare un’informazione più attiva sul popolo nero, non solo in Africa, ma in tutto il mondo, ricercando vecchie comunità Afro che vivono nel mondo e della diaspora, passando anche attraverso i diritti umani e le oppressioni dei popoli e delle minoranze.

Insomma, molto altro lavoro attende me e i collaboratori che direttamente stanno lavorando senza percepire nulla in cambio, persone e attivisti come Huno Djibouti per Djibouti e il Corno d’Africa; Henry Mworia per i Kenya; Adrian Arena per gli Afro Messicani, Fulvio Beltrami per il Burundi e l’area dei Grandi Laghi e Cornelia Toelgyes per l’Africa sub sahariana e i diritti umani, amica da sempre e amministratrice del gruppo Per la Liberazione dei Prigionieri del Sinai. Ma anche molti altri che girano attorno ad African Voices che sono fonte di ispirazione sulle aree più difficili dell’Africa.

Uno degli obiettivi principali di African Voices per il 2017 è quello di aiutare le piccole e medie ONLUS in Africa, quelle che non possono godere degli aiuti dei governi europei o della UE, ma con grandi sacrifici sul campo e grazie alla buona volontà di volontari, ricercano fondi e beneficenza sempre più rari e difficili da reperire.

Per ottenere questo obiettivo, ho cominciato da alcuni mesi a collaborare con una multinazionale leader nel sistema del Cashback che si chiama Lyoness ed è presente in 48 Paesi nel mondo con la sua sede in Austria, a Graz.
Lyoness è una formula interessante e utile a tutti coloro che fanno shopping nelle centinaia di migliaia di aziende di ogni genere, affiliate. L’utente che usa questo sistema di shopping, guadagna una percentuale media e immediata direttamente sul suo conto corrente e African Voices, in questo caso, incassa lo 0,5 % ad ogni vostro acquisto. Percentuale che, African Voices, devolve alle onlus chiedere donazioni che spesso possono diventare pesanti per l’utente che invece,  facendo shopping, guadagna e porta un incasso minimo dello 0,5% a African Voices che devolve alle onlus in Africa. Trovo in questo, un sistema bello, utile, geniale, che accontenta tutti. Se sei interessato a partecipare, puoi scrivere ad African Voices admin alla email africanvoiceseditor@gmail.com

Altro obiettivo che ci poniamo è quello di trovare lavoro agli africani in Africa che hanno necessità di lavorare e su questo, io ho bisogno del vostro aiuto.

Non voglio prendere il posto delle aziende di ricerca lavoro, loro fanno un lavoro diverso da quello che possiamo fare noi di African Voices.

Noi possiamo rivolgerci a piccole aziende, privati che cercano lavoratori in ogni settore, serio. Ricevendo le richieste su africanvoiceseditor@gmail.com con oggetto Lavoro indicando il paese e lo Stato, noi possiamo pubblicare e in questo modo, aiutare la ricerca di personale visto che molte sono le persone che stanno seguendo African Voices sopratutto attraverso Ffacebook, ma le nostre pubblicazioni sono viste anche su altri social come Twitter, Linkedin, Tumblr, attraverso il nostro blog seguito da decine di migliaia di lettori e attiveremo, nel 2017, il nostro canale YouTube con la rassegna stampa settimanale e la rubrica dedicata alla ricerca di lavoro.

Questo è tutto, african voices nel mondo, sicuri di fare un bel cammino insieme, nel 2017.

Buona fortuna a tutti voi e buon anno.

Marco Pugliese
Amministratore African Voices.

UN LIETO FINE PER UNA STORIA PIENA DI AMORE E ATTESA!

23 Giu

Dopo una lunga, estenuante e difficile lotta per terminare l’adozione di nostro figlio, a causa di un blocco delle stesse imposto dal suo paese di origine, il Mali, finalmente il 6 gennaio 2015, proprio nella giornata dell’Epifania, abbiamo potuto abbracciare il nostro piccolo cioccolatino. Il sogno si è compiuto, anche se in alcuni terribili momenti sembrava fosse diventato impossibile realizzarlo. Nel novembre del 2012, il paese era immerso in una islamizzazione profonda e questo aveva portato alla chiusura delle adozioni dei bimbi maliani da parte di cittadini stranieri e quindi, anche le famiglie che come noi avevamo il dossier già approvato dall’autorità centrale maliana, si sono viste coinvolte in un insopportabile incubo, durato più di due anni. Due anni di battaglie, due anni di ansia, vissuti nel timore di non poter abbracciare un bimbo che era già a noi destinato e che sarebbe dovuto arrivare proprio quando il blocco è stato imposto dal nuovo direttore dell’autorità centrale maliana per le adozioni. Personalmente ho condotto una “guerra” insieme a qualche altra famiglia francese e spagnola, in rappresentanza di tutte le famiglie europee nella stessa situazione, per poter arrivare alla conclusione positiva dei dossier di adozione che erano rimasti bloccati senza ragione. Tempo prima avevamo avuto l’accettazione della stessa autorità maliana per il proseguimento della procedura di adozione nel loro paese, ciò implica l’abbinamento con uno dei minori abbandonati ospiti nelle diverse strutture del Mali. Il nostro piccolo era lì, era stato già proposto in abbinamento per noi, ma quell’abbinamento non è stato firmato per un soffio a causa del blocco, e lui, peggio di noi, ha dovuto attendere più di due anni per trovare una famiglia che lo accogliesse e amasse.

Sono stati i peggiori due anni della mia vita; ho vissuto sempre, ogni ora di ogni giorno, pensando a lui, pensando a come fare per poter sollecitare questo agognato sblocco, privando il mondo di un’ennesima ingiustizia; due anni di sogni e speranze che però si spegnevano con il trascorrere di giorni, mesi, anni. Anni di lotta e lacrime, lacrime di sofferenza, di agonia, di paura per non poter mai abbracciare quello che nel mio cuore era già mio figlio. Ma proprio la sua esistenza, proprio lui, mi ha dato la forza per poter combattere ogni giorno, per trovare il modo di portarlo finalmente a casa, per poterlo amare non solo a distanza. La forza e la voglia di andare avanti, anche quando tutto sembrava contro di noi, sono state sostenute proprio grazie a quegli occhi spenti e tristi, quel bimbo che non sorrideva e del quale era sufficiente il solo sguardo per comprendere il grande bisogno di amore che solo una mamma e un papà possono dare.

Finalmente però, proprio il 6 gennaio, il giorno dell’Epifania abbiamo visto compiuto quel sogno. E’ stata una notte magica, dopo un lungo viaggio dall’Italia al Mali, una notte di speranza e felicità attendendo il gran momento. Come ci avrebbe accolto il nostro piccolo? Sarebbe stato spaventato come sempre quando conosceva qualcuno? Si sarebbe fatto avvinare? Avrebbe pianto? Povero bimbo, gli avevano raccontato poche settimane prima che arrivassimo, che sarebbero venuti la sua mamma e il suo papà, gli avevano mostrato le nostre foto perché l’incontro con noi non fosse così impattante e i nostri volti gli fossero più familiari. I dieci minuti in taxi fino all’orfanotrofio sembrarono eterni ma quando arrivammo all’ingresso, di fronte a quella porta che tante volte avevo visto nelle foto, l’emozione salì e gli occhi si riempirono di lacrime… ora ci separava solo quella porta da lui!

Non mi sembrava vero. Entrai e vidi due occhi meravigliosi che mi osservavano profondamente, era il nostro bimbo e lui aveva già capito che eravamo la sua mamma e il suo papà. Salimmo nella camera del primo piano e attendemmo che lui arrivasse, furono minuti di grande commozione e quando vedemmo quel piccolo cioccolatino camminare verso di noi dalla mano del direttore dell’orfanotrofio non potevamo credere che davvero fosse arrivato quel momento così tanto desiderato. Lui non pianse, si avvicinò molto cauto, spaventato e sembrava tristissimo e rassegnato a stare con noi. Ma si fece abbracciare, prendere in braccio, osservava tutto quasi impassibile e ogni tanto il suo dolce viso si bagnava di grandi lacrime che scorrevano in silenzio. Dopo due giorni insieme in orfanotrofio, finalmente lo portammo con noi a casa, la casa del nostro caro amico Karl che ci ospitò tutto il mese che trascorremmo in Mali insieme a nostro figlio. Pian piano, giorno dopo giorno la relazione tra noi e lui diventò sempre più intensa, imparò ad affidarsi a noi e il suo sguardo e il suo volto cambiarono completamente, finalmente vedevamo dei bei sorrisi e uno sguardo sereno e felice. Così il giorno della partenza in aereo fino a casa, fu tutto più facile. Il 1 febbraio arrivammo a casa e d’allora la storia con nostro figlio è ogni giorno più bella! Il sogno si ha avverato e sentir dire da lui stesso che ormai è felice con mamma e papà è il regalo più grande possibile e immaginabile. Ormai siamo una famiglia!

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Durante questi due anni di blocco delle adozioni e mentre aspettavamo, ho creato un progetto di aiuto e sostegno per le strutture che accolgono questi bambini abbandonati. Il progetto si chiama MALIDENÙ (i figli del Mali) e offre agli orfanotrofi aiuti sotto forma di alimenti, medicinali, prodotti per l’igiene, ma si occupa anche di organizzare delle piccole feste e/o merende con pomeriggi di cartoni sullo schermo gigante, così come laboratori di pittura (con la collaborazione di un giovane artista maliano) e altre attività per dare a questi bambini una vita migliore con gli stimoli adeguati per la loro età. Il progetto l’ho creato io stessa e lo seguo e gestisco personalmente, con l’ONG Bambini nel Deserto. Il contatto con le strutture è diretto, senza intermediari e così gli aiuti arrivano sempre e in modo sicuro. Ci sono tanti modi per poter collaborare, si possono effettuare sia donazioni annuali, sia sporadiche. Inoltre ho scritto due libri, i cui proventi della loro vendita sono totalmente devoluti a Malidenù. Si possono acquistare entrambi sul sito di Amazon, anche in versione e-book.

Il primo, Aspettandoti. A 3883km da te parla proprio della nostra terribile attesa, e racconta sia le sensazioni e i sentimenti che ho vissuto durante questi anni, rivolgendo uno sguardo attento e critico alla situazione socio-politica del Mali che ha portato il paese non solo al blocco delle adozioni, ma anche a una guerra contro le forze estremiste islamiche che volevano prendere il potere in un paese in cui fino ad allora avevano convissuto popolazioni di religioni diverse, grazie alla grande tolleranza e rispetto che caratterizza il popolo maliano. Potete acquistarlo QUI

L’altro libro, Io e Podo racconta la meravigliosa storia del nostro amato gatto, una storia che racconta come l’amore possa compiere miracoli anche quando sembra che la vita stia per scivolare via; la storia di Podo vi commuoverà e vi farà innamorare di questo dolce e meraviglioso protagonista. Potete acquistarlo QUI

Per le donazioni al progetto Malidenù è possibile fare un bonifico su questo conto:
ONG Bambini nel Deserto Onlus – IBAN: IT24G0103012900000001500048 – Causale: «Erogazione liberale – Sostegno Malidenù».

Berta Martin

Luci e ombre a Kabalagala: vite dietro un sipario.

29 Ott

Posso resistere a tutto tranne che alle tentazioni”.  – Una frase di Oscar Wilde che riassume l’anima del libertino, amante della vita, che sa cogliere l’essenza del piacere consapevole che “dove c’è piacere non c’è peccato. In Uganda, la potenza economica e militare della regione dei Grandi Laghi, la tentazione per eccellenza, dove piacere non è peccato, si incarna in un luogo fisico, reale, fatto di odori, luci, sudore e umanità viva: il quartiere di Kabalagala (Banana dolce) il termine in lingua Luganda da cui prende nome il quartiere, precedentemente noto come “Kisugu”.

Un quartiere dove gli scrittori maledetti: Oscar Wild, Edgard Alan Poe, Emilio Praga, Vittorio Imbriani, Paul Verlaine, Arthur Rimbaud, Alejandra Pizarnik, Jacqeues Prevel, e Jack Kerouac, si troverebbero a loro agio tra prostitute, ladri, rasta e faccendieri che, in fondo, credetemi, sono la parte più sincera e umana di ogni società. Svilupperebbero un amore viscerale per Kabalagala e sceglierebbero di viverci e viverla come spesso ho fatto io.

Il gusto primordiale di vivere Kabalagala è rappresentato dalla prostituzione, senza costrizioni, libera e senza pudori. I bianchi per bene, quelli delle ONG e delle rappresentanze diplomatiche, inorridiscono al nome di Kabalagala ed etichettano i loro pari che lo frequentano come squallidi puttanieri. I primi appartengono alla categoria dei grandi uomini che sfornano montagne di migliori intenzioni e spesso producono le opere peggiori. I secondi appartengono giustappunto alle anime maledette che per generare opere secolari hanno necessità atavica di immergersi nell’umanità e nel peccato.

Il fotoreporter Damiano Rossi, che da anni vive in Uganda, e vero outsider della fotografia d’autore, ci racconta con estrema lucidità, attraverso la magia della pellicola, un universo di Kabalagala sconosciuto anche al sottoscritto. Quello relegato nello slum nascosto dalla via principale piena di gioia, musica e dove tutto odora di bello e sessualmente attraente. È il cono d’ombra di Kabalagala che ha colto l’interesse di Damiano libero dal richiamo delle sirene.

Attraverso volti di puttane disperate, sieropositive, le ultime della società ugandese appartenenti al quarto livello della prostituzione, ci racconta storie di un mondo, lo slum nascosto di Kabalagala, dove l’ingiustizia prevale e niente è distribuito equamente tranne il dolore. Un mondo dimenticato da tutti e che non troverà mai posto nei progetti di sviluppo del Presidente Yoweri Museveni.

Ma non continuano lo sproloquo oltre e lasciamo parlare Damiano, l’outsider della fotografia che, con noi poeti maledetti condivide non il piacere della carne ma il piacere di vivere tra la vera umanità. Damiano ci ricorda senza ombre di dubbi che dietro ogni realtà piacevole c’è sempre qualcosa di tragico.

Fulvio Beltrami
Kampala, Uganda

Eccovi il racconto di Damiano.

Chiunque sia stato a Kampala ha sentito parlare o si è recato, almeno una volta, a Kabalagala, la via “a luci rosse” della città, la via del piacere, sempre trafficatissima e in piena attività, ventiquattro ore al giorno, con locali, pub, negozietti e, soprattutto, con il più alto numero di prostitute della capitale, che qui si aggirano, soprattutto di notte, alla ricerca di clienti. Attraverso le storie e le immagini di dodici donne e delle loro vite tra prostituzione e l’essere madri, si è cercato di capire cosa realmente accade dietro a questo scintillante sipario che è Kabalagala, cosa davvero si nasconde in uno dei peggiori e difficili slum della capitale.

Per i “bianchi” (bazungu in lingua swahili, muzungu al singolare) che vivono in Uganda, Kabalagala è sinonimo di prostituzione, di quella più misera e a buon prezzo. Per questo motivo dire tra gli espatriati di Kampala che si va a Kabalagala, significa dire che si va “a puttane” e quindi si è guardati male. Dopo quasi tre anni basato a Kampala e dopo aver girato parecchio per locali, sono giunto alla conclusione che qui ci sono quattro livelli di prostituzione. Il primo riguarda quella di classe, le escort che in pochi si possono permettere, per cifre che raggiungono le diverse centinaia di dollari.

Il secondo è la prostituzione che ha come clientela la borghesia ugandese e i “bianchi” delle varie ONG (Organizzazioni Non Governative), associazioni, agenzie umanitarie, privati, turisti, etc…, localizzata nei locali più alla moda di Kampala, situati nella parte opposta della città rispetto a Kabalagala, con cifre sui 50-100 dollari al massimo; il terzo livello è quello appunto di Kabalagala, dove le prostitute si fanno pagare 10-20 dollari (25.000-50.000 scellini) e la clientela è rappresentata da bianchi un po’ squattrinati e ugandesi che non vogliono spendere troppo.

Tra il secondo e il terzo livello non vi è però quella gran differenza: il 50% delle prostitute, infatti, che durante la settimana sono a Kabalagala e chiedono appunto 10-20 dollari, sono poi le stesse che nel week-end sono dalla parte opposta della città, nei locali più alla moda, a chiedere 50-100 dollari a quei bianchi che si credono furbi, non vanno a Kabalagala perché troppo sporca e mal vista e credono che le loro “prede” siano di classe. Infine vi è l’ultimo livello, quello appunto del reportage in questione. Il livello più misero, quello più nascosto, di cui non si sa neppure l’esistenza. Quando ho raccontato a certi amici (ugandesi e non) del reportage che stavo facendo, stentavano a credere che ci fosse questo tipo di prostituzione.

Credevano che già Kabalagala fosse l’ultimo stadio. Invece no. Quella trovata all’interno dello slum appena dietro Kabalagala è una situazione tristissima: sembra di essere in un mondo a se stante, misero, dove il degrado ambientale va di pari passo con un tessuto sociale inesistente, dove tutta la miseria si concentra, il punto di arrivo e di non ritorno per i più poveri dei poveri. La miseria urbana è ben peggiore di quella rurale, non vi sono più legami, rapporti d’amicizia, regole.

Grazie a Mark, ugandese di quarant’anni e fondatore della associazione locale “Needy Children Organisation – NCO” (Organizzazione dei Ragazzi Bisognosi), e che si prende cura di circa 300 bambini dello slum, il 90% dei quali figli delle stesse prostitute, sono riuscito a incontrare e fotografare dodici donne che, per sopravvivere in questa miseria, per non sprofondare nel fango dello slum, devono vendere il proprio corpo a cifre che vanno dai 3.000 scellini (1.2 dollari) ai 10.000 scellini ugandesi (4 dollari). La concorrenza è talmente alta che è il cliente che decide le regole, l’offerta supera la domanda e i prezzi sono quindi bassissimi. In questo slum vi sono all’incirca 300 prostitute che lavorano ventiquattro ore al giorno.

Naturalmente la clientela è tutta costituita dagli stessi abitanti dello slum, da uomini che cercano anche loro di sopravvivere con lavori saltuari, alla giornata, che non potrebbero mai permettersi nemmeno una prostituta dei bar di Kabalagala. Vi starete chiedendo: ma perché queste donne non vanno a Kabalagala o altrove, nei locali alla moda, a prostituirsi, di modo che possano guadagnare di più? Perché hanno cominciato a prostituirsi ormai “vecchie” (qui già a ventisei anni una donna è considerata vecchia) dopo essere state abbandonate dal compagno o dal marito, oppure perché loro hanno già passato quegli anni, sono già state in quei locali e sono ormai passate, sciupate.

Negli anni in cui potevano ancora permetterselo, non sono riuscite a trovare quella persona che si innamorasse di loro e le sposasse togliendole così dal giro. Sera dopo sera, birra dopo birra, cliente dopo cliente, gli anni migliori per loro sono passati e ora devono lasciare il posto a ragazzine dai 18 (così dicono loro) ai 22-23 anni, abbigliate alla moda, che hanno qualche soldo per prendersi una o due birre, fare qualche partita a biliardo, nell’attesa che arrivi il cliente; ragazzine che a volte possono permettersi pure di andare in bianco. Chissà che per le nuove “leve” vada meglio. Altrimenti, tra un po’ di anni, sarà la stessa storia, non più i pub e i bar di Kabalagala, ma le squallide stanze in legno di uno slum, dove svendere il proprio corpo a 3.000 scellini e dove non ci si può più permettere di andare in bianco.

La storia raccontata è spesso la stessa: la maggior parte di loro, verso i 15-16 anni, quando ancora vivevano in famiglia e andavano a scuola, sono state messe incinta da chi allora era il loro fidanzato e quindi sono state scacciate dalla famiglia e, naturalmente, abbandonate anche dal compagno. Non sapendo che fare, hanno cercato un alloggio a basso prezzo nello slum e per sopravvivere e crescere il loro figlio hanno così cominciato a prostituirsi.

Sono arrivata a Kampala a sedici anni, da Hoima (ovest Uganda), perché scacciata dalla famiglia quando hanno scoperto che ero incinta. Ora ne ho venticinque e oltre al primo figlio, che il padre non ha mai riconosciuto, ne ho poi avuto un altro da uno dei clienti, anche se non so chi, visto che ho una media di nove clienti il giorno. Chiedo 3.000 scellini con preservativo e 6.000 scellini senza”, così mi racconta S.B, grande tifosa dell’Inter, come dimostra la maglietta che indossa.

C’è da dire che trovare un lavoro a Kampala è difficilissimo, il tasso di disoccupazione è elevatissimo e anche chi trova un impiego, tipo cameriera, commessa o simili, alla fine del mese riesce a portare a casa circa 200.000 scellini (80 dollari), un nulla se considerato che solo l’affitto di una stanza costa 130.000-150.000 scellini al mese (52-60 dollari). Queste donne non sono neppure riuscite a trovare un lavoro simile e quindi hanno cominciato a prostituirsi, alcune da subito all’interno dello slum, altre dapprima (come già raccontato) nei bar e pub di Kabalagala o altrove e poi come ultima spiaggia nello slum.

Ho avuto i primi due figli da un “bianco”, quando frequentavo i locali alla moda. Poi lui mi ha abbandonata e mi sono ritrovata improvvisamente senza alcun aiuto economico. Ormai ho già 33 anni e ora i figli sono 8. Non chiedermi chi siano i padri”, mi racconta C.N. mentre allatta l’ultimo nato.

All’interno dello slum hanno la loro stanza in cui vivono con i figli e poi affittano una cameretta (4.000-5.000 scellini al giorno, 1.6-2 dollari al giorno) in cui ricevono i clienti, stanzette fatiscenti che si trovano sul retro dei berettini dello slum o sul retro di altre misere case, fatte di assi di legno, una fianco all’altra, con appena il posto per un letto singolo e una luce al neon o una lampadina (quando ci sono) che penzolano dalla trave di legno soprastante.

Quindi, al mese, tra affitto casa e affitto stanza, spendono sui 300.000 scellini (120 dollari), più i soldi per comprare il mangiare e prendersi cura dei figli alla meglio possibile. La cifra raddoppia quindi a 600.000 scellini (240 dollari). Ecco spiegato il motivo per il quale ogni giorno devono avere come minimo cinque o sei clienti, con cifre dai 3.000 scellini ai 10.000 scellini; ecco spiegato il motivo per il quale per 6.000 scellini arrivano a prostituirsi senza l’utilizzo del preservativo: la fame è fame, soddisfare i bisogni primari, quando non sono garantiti, ti porta a questo. Una situazione disperata.

Ho cominciato a prostituirmi due anni fa, quando mio marito mi ha abbandonata e dovevo in qualche modo prendermi cura dei miei due figli di sette e dieci anni. Ricevo una media di quattro o cinque clienti il giorno, per cifre che vanno dai 3.000 scellini ai 10.000 scellini”, mi dice C.Z. di ventinove anni, che non vuole mostrare il proprio volto in quanto ha da poco scoperto di essere sieropositiva.
Purtroppo, su dodici donne incontrate, cinque sono appunto sieropositive.

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Ho cominciato a prostituirmi tre anni fa alla nascita del primo figlio e dopo essere stata abbandonata dal compagno. Ho una media di cinque clienti al giorno con cifre dai 5.000 ai 10.000 scellini. Sono sieropositiva e lo dico sempre ai miei clienti. Nonostante ciò, alcuni pretendono ugualmente di avere il rapporto senza preservativo, perché loro stessi sieropositivi o perché credono di non poter essere infettati in quanto circoncisi”, sussurra I.N. di ventotto anni, avvolta in una coperta.

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Sono a Kampala, come prostituta, da due anni e ho un bimbo di 10 mesi avuto dal compagno che mi ha abbandonata e che ho scoperto mi ha pure trasmesso il HIV. Il bambino però sta bene. Ricevo tre o quattro clienti al giorno per cifre dai 7.000 scellini ai 10.000 scellini. Nonostante sia sieropositiva e lo dico sempre ai clienti, alcuni di loro non se ne curano per niente e vogliono farlo senza preservativo”, S.H, di Arua (nord Uganda), diciotto anni, la più giovane del gruppo.

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L’unica speranza, l’unica luce per queste donne e, soprattutto, per i loro figli è quindi rappresentata da Mark e la sua organizzazione, fondata nel 1993. Attualmente la NCO (supportata dalla ONG italiana “Insieme si può per L’Africa” di Belluno, rappresentata qui in Uganda da Davide Franzi) fornisce un’educazione informale a circa 300 bambini e garantisce l’accesso al sistema scolastico per altri 120, pagandone la retta e comprando i materiali necessari.

Per quanto riguarda le attività ricreative sono state create due squadre di calcio (la Kabalagala Rangers FC e la Belluno Kabalagala FC) che partecipano a due differenti campionati locali ed è stata creata un’accademia per la danza e la musica, la SOSOLYA UNDUGU DANCE ACADEMY, che partecipa a diversi festival musicali nell’Africa dell’est e l’anno prossimo sarà impegnata addirittura in un tour tra Germania e Austria.

Damiano Rossi.

Mi unisco a Damiano in una mia rara occasione di promozione di opere umanitarie.

In questo universo virulento che genera solo miseria per sopravvivere, come in ogni realtà, esistono eccezioni. In questo caso: la associazione ugandese Needy Children Organisation e la ONLUS Italiana Insieme si puó Africa, di cui pragmatismo e risultati concreti ho già avuto modo di raccontare in precedenti miei articoli.

Con cuore sincero testimonio che ne vale la pena aderire all’appello di Damiano in aiuto non di queste due associazioni, ma delle ragazze Mbaraka e dei loro bambini, concordando con la frase: “Insieme possiamo fare la differenza”. Mbaraka è il termine Swahili per definire le prostitute dell’ultimo girone dell’inferno dantesco di cui quelle che vivono nel cono d’ombra di Kabalagala ne rientrano, purtroppo, a pieno titolo.

Puoi fare la tua donazione a “Insieme si può…” con bollettino postale o bonifico bancario alle seguenti coordinate:

ASSOCIAZIONE GRUPPI “INSIEME SI PUO’…” ONLUS-ONG

Conto corrente postale: 13737325 – IBAN: IT 05 L 07601 11900 000013737325

Banca Etica: IT 66 F 05018 12000 00000 0512110

Causale: progetto NCO-erogazione liberale

Davide Franzi (direttore della sede Insieme Si Può Africa) e Damiano Rossi, garantiscono che i fondi saranno gestiti al meglio prendendo l’impegno di tenere seriamente aggiornati i finanziatori che, oltre ad inviare i contributi, invieranno anche un messaggio privato su Facebook a Damiano o un email a Davide: Franzidvd@yahoo.it . Conoscendo Damiano la promessa sará certamente mantenuta.

Il reportage completo si può visionare sul sito artistico di Damiano Rossi o ridettamene al link

L’AFRIQUE C’EST CHIC! UNA BELLA AFRICA A ROMA

12 Ott

Dal 13 al 18 ottobre 2014, a Roma in via Margutta la mostra itinerante L’Afrique c’est chic! porta in Italia l’arte e la fantasia dei giovani africani. Un progetto di sostegno rivolto a ragazze in difficoltà perché ritrovino, attraverso l’arte e la creatività, una vita lontano dalla violenza e dallo sfruttamento.

(Roma, 10 ottobre 2014) La Mostra, organizzata da “Missione Giovani Fma Onlus” delle Figlie di Maria Ausiliatrice presenta i prodotti di 6 atelier d’arte realizzati in Congo Brazzaville, Costa d’Avorio, Gabon, Mozambico, Repubblica Democratica del Congo e Togo e che ha impegnato, come formatori, giovani artisti emergenti locali.
Pitture, ceramiche, stoffe, abiti, giochi… Un percorso di colori che parla delle vitalità dell’Africa, della storia di 250 giovani ragazze e donne, che per la prima volta si avvicinano all’arte e attraverso di essa parlano della loro vita e delle loro speranze. L’obiettivo del progetto è presentare il continente africano, condividere e raccontare la sua bellezza, abbattendo stereotipi e preconcetti e mettendo in evidenza, una volta tanto, il positivo, la sua ricchezza artistica, la vitalità dei colori e l’anima dei giovani, la sua risorsa più grande.

Le opere saranno esposte in Via Margutta 51/a, la via degli artisti, con una esposizione nel Palazzo che ospitò le riprese di alcune scene del famoso film “Vacanze Romane” e in alcune botteghe degli artisti.
Il 18 ottobre, dalle ore 18.00, presso il cortile di Via Margutta 51/A un’Asta di Beneficienza, con una madrina e ospiti d’eccezione, intrattenimento musicale e letture di brani con l’attrice Carla Chiarelli, concluderà il percorso espositivo. (Con il Patrocino della Regione Lazio e in collaborazione: Centro Regionale Sant’Alessio, Associazione Internazionale Via Margutta, Ottobre Africano,LWB Project).

La mostra itinerante ha già avuto una prima tappa a Roma (19-23 marzo 2014), presso la Libreria “Fandango Incontro”, in collaborazione con “Progetto ABC” della Regione Lazio. Ha poi proseguito il percorso a Gallipoli (18-22 giugno 2014), presso “Libera l’arte”, in collaborazione con “LWB Project”, “Associazione Emys”, “Fondazione con il Sud”. È stata presentata a Torino, presso la Sala Mostre del Palazzo della Regione Piemonte (13-21 settembre 2014) con un’interessante introduzione dell’etnologa e antropologa Cecilia Pennacini, e presso “InGenio” Bottega d’arti e antichi mestieri del Comune di Torino.

I 6 Centri giovanili, animati dalle Figlie di Maria Ausiliatrice, coinvolti nel Progetto L’Afrique c’est chic! si trovano a:
* Abidjan (Costa d’Avorio), nel quartiere popolare di Koumassi, il Centro giovanile raggiunge 300 bambini e giovani e si è espresso nella pittura ad olio e su tessuto, nella realizzazioni di acquerelli e biglietti e nella ceramica;
* Lubumbashi nell’est della Repubblica del Congo, concentrato di ricchezze minerali e di sfruttamento del lavoro minorile, in un centro di ricupero di bambine della strada, un laboratorio realizza cartoline con paglia di mais e foglie di banane seccate e stirate;
* Lomè, in Togo, il Centro professionale esprime la fantasia in creazioni di moda: stoffe, abiti, magliette, tracolle e infradito;
* Oyem, in Gabon, nel cuore della foresta equatoriale, le bambine e i bambini inventano i loro giochi e i gadget riciclando quello che trovano;
* Pointe Noire delle artiste e artisti in erba del Centro giovanile nato durante la guerra civile del Congo Brazzaville, si sono prodotti nella pittura ad olio;
* Maputo, in Mozambico, un centro nato per recuperare i ragazzi di strada durante la guerra civile si è specializzato in articoli regalo di cancelleria e in sculture di pietra di Mbigù combinate con rafia.

Per maggiori informazioni:
Missione Giovani Fma Onlus
Via dell’Ateneo Salesiano 81 – 00139 Roma
Rif. Sr Cristina Camia – cristina.camia@cgfma.org – cell. 3336220412

www.missionegiovanifma.org
www.facebook.com/MissioneGiovaniFMA
www.flickr.com/photos/missionegiovanifma

La Nigeria vista da Enza Guccione, la suora italiana molto ‘speciale’.

3 Set

Villaggio Igbedor Da circa 2 anni assistiamo ai molti cambiamenti che scuotono la Nigeria, a volte positivi, ma più spesso negativi che ci inducono a pensare che sia uno Stato allo sbando tra diritti violati, una politica fantasma, una guerra senza fine con i Boko Haram e infine l’Ebola che sta cominciando a seminare paura tra le popolazioni nigeriane.

Ho pensato che sarebbe stato interessante parlarne con una donna italiana che vive e conosce molto bene il tessuto della Nigeria ed è nata questa chiacchierata con Enza Guccione, la suora italiana speciale che vive nel sud della Nigeria da 18 anni.
Suor Enza si trasferì in Nigeria nel 1996 e attualmente è responsabile della comunitá di Igbedor, un’isolata cittadina collocato su una isola fluviale tra lo Stato di Kogi e quello di Amambra.

D: Suor Enza, non conosco profondamente ogni realtà della Nigeria sia per le dimensioni del paese che per il numero elevatissimo di abitanti. Il messaggio che ho percepito riguardo Goodluck Jonathan è che sia una persona incapace di governare il paese e allo stesso tempo sia molto scaltro nell’usare un evento negativo per coprirne un altro già esistente. La stampa internazionale solo delle cose più eclatanti ma non parla ad esempio della condizione dei bambini. Molti di loro spariscono, è un dato che coinvolge tutto il paese? Chi li rapisce? Qual’é la loro sorte? Perché nessuno ne parla? Il governo quanto è coinvolto nel non fermare questo traffico?

R: La Nigeria e’ un paese vastissimo non solo come estensione geografica e di popolazione. Le etnie sono tante e altrettante le lingue locali. Il problema fondamentale (enorme, a mio parere) è il tribalismo che crea lotte interne continue portando corruzione, ingovernabilità e incrementa povertà e violenza. La corruzione politica poi distrugge il progresso e la crescita del paese. I Boko Haram erano stati pagati e chiamati da politici corrotti (oppositori di Goodluck) per destabilizzare il governo di Jonathan, il quale è stato fatto apparire come un incapace. Dietro a tutto questo sono convinta ci siano le grandi Multinazionali. Guarda gli Usa, per esempio. Sono venuti in Nigeria con lo scopo di scovare i Boko Haram e liberare le ragazze. In realtà è ben noto che gli americani sono andati a circondare e proteggere le loro basi petrolifere in Cameroon e i loro interessi. Specie da quando la Nigeria ha deciso di orientarsi verso la Cina, lasciando gli Usa, Jonathan è entrato nel bersaglio degli interessi multinazionali, di coloro che non accettano il cambiamento con il calo degli interessi economici. Occorrono presidenti che stiano al gioco ‘tanto antico‘ degli Usa, della Francia…… Sono convinta che se Jonathan avesse avuto dei veri politici collaboratori, le sorti della Nigeria sarebbero state ben diverse e il progresso e lo sviluppo sarebbero oggi migliori. Siamo prossimi alle elezioni presidenziali. Boko Haram è stato un pretesto di destabilizzazione proprio in vista delle votazioni. Ricordo bene le carneficine che ci furono prima dell’elezione di Obasanjo e come Yara’dua misteriosamente si ammalò, lasciò la Nigeria e poi si seppe che morì di malattia…. Il Tribalismo è ancora molto forte, ma le Multinazionali creano ancora schiavi.

La questione bambini rientra nel giro della corruzione internazionale e mondiale. La mafia mondiale ha le sue cellule ovunque,saluto soprattutto dove c’è povertà. I bambini purtroppo sono nel mirino per via della vendita clandestina di organi. Chi ci sia dietro è difficile da definire, almeno per me.
E’ una matassa talmente aggrovigliata, che trovarne il capo è un’impresa non semplice, anche da spiegare. E’ come la mafia delle prostituzioni, dove governi, malavita e le
multinazionali giocano la loro parte. Una macchina per fare fior di quattrini sfruttando l’ignoranza, l’ingenuità’, la precarietà di chi sogna un futuro migliore… non sapendo che dietro l’angolo c’è purtroppo molto spesso la morte. A mio parere le multinazionali,
le grandi potenze, hanno una enorme parte di responsabilità in tutto questo, specie quando si nascondono dietro le ‘bandiere’ con la scritta ‘Pace‘ o ‘Diritti Umani dei Bambini‘…

Credo che i Media in questo campo potrebbero fare molto scrivendone, parlandone, destando le conoscenze e scuotendo le coscienze, ma purtroppo anche i Media sono asserviti alla politica e l’informazione è di parte, filtrata, guidata, corrotta e piegata alle convenienze politiche, che sono poi quelle economiche e di potere… e non parlo solo dei Media Nigeriani!

Da che sono in Nigeria (1996) non mi pare di aver mai sentito parlare del traffico di bambini, intendo dire da stampa nigeriana o da notiziari locali. Si è incominciato a parlare di traffico di giovani ragazze da avviare alla prostituzione, per l’iniziativa delle suore Missionarie della Consolata che si battono in prima fila a Benin City, dove sembra esserci il cuore del traffico della prostituzione. Proprio in quella città so che stanno lavorando a tappeto per creare informazione proprio su questo campo, nelle scuole e nei villaggi.

D: Ci sono ancora più di 100 ragazze che risultano rapite da Boko Haram, credi che torneranno mai alle loro famiglie? La stampa internazionale se ne occupata il tempo necessario di cavalcare la moda del #BringBackOurGirls, poi se ne sono dimenticati (African Voices no), cosa è necessario fare per scuotere le coscienze?

R: La campagna ‘#BringBackOurGirls‘ è stata un’onda da cavalcare, uno scoop da rimbalzare, secondo me, che ha avuto solo il tempo che è servito per fare e sfruttare la notizia. I Media: dai più grandi ai più piccoli, i VIPs e chiunque facesse informazione, l’hanno sfruttata per mettersi in mostra, per incrementare le vendite, per comparire una volta di più in uno scenario globale che fa dell’immagine una priorità, e non delle priorità un’evidenza. E se da una parte era necessario far sapere al mondo, dall’altra parte è servito solo a creare l’immagine negativa del presidente Jonathan, che serviva ai politici avversi, per destabilizzare il governo. La gente comune pensa che le ragazze che si dicono essere state “rapite”, siano in realtà parte di una macchinazione per la destabilizzazione del governo. Di queste ragazze infatti le famiglie non hanno rivelato Nome e Foto. Potrebbe anche essere che le famiglie abbiano ricevuto danaro per una storia inventata del rapimento e che proprio perché non circolano foto e nomi, quelle stesse ragazze si muovano liberamente. Insomma, falsi rapimenti. Adesso che però Boko Haram sta prendendo una forma diversa da quella iniziale, la situazione è cambiata: i politici stessi non parlano più di ‘patteggiamenti’ con Boko Haram.

D: Quando in Nigeria è uscita la legge che prevede l’ergastolo per gli omosessuali nigeriani ci sono giunte storie molto brutte di brutali pestaggi e denunce tra gli abitanti. La situazione è ancora la stessa? Perché c’è tanta paura della sessualità in Nigeria e in Africa in generale?

R: La sessualità, come la famiglia, sono ritenuti sacri e inviolabili nella cultura e nella profonda religiosità insita nei nigeriani e africani in genere. Violare questi principi è ritenuto abominevole. Per questo non se ne parla, non si insegna nelle scuole… L’omosessualità è ritenuta una realtà contraria a questo principio di sacralità, una realtà ‘diversa‘ dalla normalità. Dopo le prime reazioni furiose contro gli omosessuali di cui si è parlato, oggi sembra, almeno per quel che ne so, che le reazioni verso gli omosessuali stiano cambiando. C’è un approccio di dialogo e di rispetto per la persona, maggiore che nei mesi scorsi, anche se resta, di fatto, la disapprovazione per l’omosessualità. Del resto anche in Italia ed in Europa ci son voluti anni prima di avere un’idea e una visione diversa circa l’omosessualità. Pretendere dagli Africani un salto immediato o fare gli scandalizzati di fronte alle loro concezioni della vita, della sessualità e dell’omosessualità,¬ mi sembra un pò fuori luogo. Sono certa che il tempo trasformerà anche loro, fermo restando il fatto che ogni persona ha diritto di esistere e va rispettata al di là della sua ideologia, sessualità, cultura, condizione sociale o altro.

D: Seppure ancora con numeri molto bassi, l’Ebola è arrivata in Nigeria anche se il paese non confina con nessuno degli Stati colpiti duramente dal virus; che collegamento ci può essere con quanto sta accadendo in Guinea, Liberia e Sierra Leone? Credi che ci possa essere un estensione del virus su larga scala?

R: Quando ho cominciato a leggere notizie circa le stragi provocate dall’Ebola in Liberia dove tra l’altro ho dei carissimi amici, mi sono detta che purtroppo piove sempre sul bagnato… L’Ebola è un Virus come lo è l’HIV. Non è apparso dal nulla ultimamente, è da parecchi anni che semina stragi in Africa, ma come sempre non se ne è parlato se non in modo superficiale. La cosa che mi irrita è leggere che si spendono miliardi di dollari a cercare acqua su Marte, a costruire aerei da guerra, manipolare geni in laboratorio, a creare un essere vivente computerizzato, ma in tutti questi anni non si è riusciti a trovare per l’Ebola una cura adeguata. Doveva colpire un Occidentale perché medici e scienziati improvvisamente scoprissero vaccini e possibili ‘cure da testare‘ e naturalmente sugli africani… Credo che l’Ebola si diffonda per contagio e a meno che non ci siano condizioni igienico-sanitarie adeguate, sarà destinato a diffondersi. In Nigeria se ne parla, si crea conoscenza, si informa su certi comportamenti importanti per evitare il contagio.

Prego solo che chi è interessato unicamente alle risorse naturali della Nigeria, si metta una mano sulla Coscienza e si renda conto che la prima risorsa naturale importante sono gli esseri viventi verso i quali non si può e non si deve speculare. Sono più che convinta che esiste già una cura medica capace di fermare questa strage. Le multinazionali farmaceutiche dovrebbero smettere di manovrare l’intero mondo solo a proprio profitto.

D: Suor Enza, dove vivi e qual’è la missione che svolgi in Nigeria?

R: Dal 2009 vivo in un’isola fluviale, Igbedor, nel fiume Niger nel Sud-Ovest della Nigeria. Cerco di prendermi cura più che posso dei bambini (circa 5000 da 0 a 12 anni) e delle donne in gravidanza. In Igbedor non esistono strade carrabili a motore, non c’e’ corrente elettrica, non c’è acqua potabile, non c’è un ospedale ( il più vicino è a 5 ore di barca a motore) non ci sono scuole funzionanti. La popolazione vive di agricoltura e pesca, e spesso si muore di colera, febbre gialla, dissenteria, (i bambini sono i più colpiti) e le donne in gravidanza, molto spesso, partoriscono o muoiono nei barconi mentre si recano all’ospedale più vicino. A Igbedor siamo perennemente in stato di emergenza, e le tante porte a cui ho bussato fino ad ora, sembrano restare chiuse e sorde.
Villaggio Igbedor 053Abbiamo bisogno di fondi per costruire una scuola, pannelli solari per generare corrente, un impianto di potabilizzazione d’acqua, una barca a motore coperta che faciliti il trasporto in ospedale e una bettolina per il trasporto di materiale, medici volontari e/o infermieri, un sistema di comunicazione satellitare (e fondi per i relativi consumi) che ci aiuti a comunicare col mondo per farci conoscere, perché le vie di comunicazione canoniche, cellulare e Internet, sono talmente scadenti, da impedire una comunicazione costante ed efficace.
Saremmo felici se AfricanVoices ci facesse conoscere, ci aiutasse ad aprire finalmente qualche porta.

Grazie a Suor Enza, una suora e una donna speciale.
Per seguire le iniziative della missione di Suor Enza clicca QUI
Guarda il sito e contatta Suor Enza, clicca QUI

 

Marco Pugliese
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Cuneo, 18 Luglio “Cena degli Avanzi. Tutti a tavola … senza sprechi”.

16 Lug

Seconda edizione di questo importante appuntamento che l’Associazione LVIA e alcune importanti realtàdell’associazionismo cuneese Pro Natura, Confcommercio, Coldiretti, Confcooperative, Caritas Diocesana, Commissione Nuovi stili di Vita (Diocesi di Cuneo e Fossano), Centro Migranti,  ACLI – organizzano con il duplice obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’inquietante fenomeno degli sprechi alimentari e di raccogliere fondi a sostegno dei progetti di sicurezza alimentare che LVIA promuove nel Sahel, in particolare in Burkina Faso.

 

L’evento rientra nelle azioni promosse dalla Campagna “Una sola famiglia umana, cibo per tutti: è compito nostro” promosso da Caritas italiana e Focsiv – Volontari nel Mondo.

Per partecipare alla cena è preferibile prenotarsi entro il 17 luglio, ma è anche possibile presentarsi direttamente in piazza il giorno dell’evento. Il costo è di 18 euro (10 euro per i bambini sotto i 10 anni) e parte del ricavato sosterrà appunto i progetti di LVIA.

 

E’ possibile consultare la pagina del sito LVIA dedicata all’evento per maggiori informazioni e diffondere l’iniziativa anche attraverso l’evento facebook..

Comunicato Stampa:

A Cuneo il 18 luglio LVIA organizza la
“Cena degli Avanzi: tutti a tavola…senza sprechi”

Venerdì 18 Luglio alle ore 19.30 in piazza Europa (lato Ippogrifo) a Cuneo, l’associazione LVIA organizza la Cena degli Avanzi, all’insegna della solidarietà e della lotta allo spreco alimentare.
L’iniziativa, dal nome “Cena degli avanzi: tutti a tavola…senza sprechi” è organizzata in collaborazione con diverse associazioni del territorio: Pro Natura, Confcommercio, Coldiretti, Confcooperative, Caritas Diocesana, Commissione Nuovi stili di Vita – Diocesi di Cuneo e Fossano, Centro Migranti, ACLI. Il contributo è di 18 euro (10 euro per i bambini sotto i dieci anni) che sarà destinato al sostegno dei progetti di sicurezza alimentare che LVIA promuove nella regione africana del Sahel.

Una persona su otto nel mondo non riesce a fare un pasto tutti i giorni: 842 milioni di persone, in totale, soffrono la fame. Di questi, 36 milioni di bambini, che sono i più vulnerabili, muoiono ogni anno di malattie legate alla malnutrizione (dati FAO).
Per contro, 1 miliardo e mezzo di persone mangiano troppo e 1,3 miliardi di tonnellate di cibo vanno sprecate ogni anno: quantità corrispondente ad un terzo della produzione mondiale di alimenti. L’Italia fa purtroppo la sua parte: secondo Coldiretti oltre 10 milioni di tonnellate di cibo vanno sprecate ogni anno nel nostro Paese.

La sfida della lotta allo spreco alimentare diventa strategica per ricondurre in un’ottica di giustizia il rapporto che l’umanità ha con il cibo: la Cena degli Avanzi vuole condividere con il territorio la necessità di ridurre gli sprechi quotidiani per un consumo responsabile. Necessità raccolta dalla Campagna nazionale “Una sola famiglia umana, cibo per tutti: è compito nostro”, lanciata da Caritas Italiana e da FOCSIV – Volontari nel Mondo a fine febbraio (www.cibopertutti.it), e all’interno della quale questo evento rientra, come azione concreta di informazione e sensibilizzazione sulle tematiche promosse. La Campagna raccoglie l’appello di Papa Francesco che ha pronunciato parole chiare sulla necessità di rimuovere le cause della fame e gli ostacoli posti da una finanza senza controllo e dai modelli prevalenti di sviluppo economico.

Con la partecipazione alla cena si contribuirà anche a sostenere un progetto che l’Associazione LVIA promuove in Burkina Faso, nella regione del Sahel africano, dove opera per rafforzare le organizzazioni contadine e rurali che operano per affermare il proprio diritto a partecipare alla grande sfida di nutrire il pianeta. Tale azione è una risposta concreta all’appello che le Nazioni Unite hanno lanciato in questo 2014, Anno Internazionale dell’Agricoltura Familiare, come strumento di lotta alla povertà e salvaguardia ambientale.

L’evento vedrà il coinvolgimento dell’Associazione “MangiArti – Ristoratori artigiani di Cuneo” che raggruppa alcuni dei migliori cuochi dei ristoranti cuneesi e che proporrà un menù con ingredienti offerti in gran parte da aziende del territorio: due antipasti (milanesine di pollo e zucchine novelle in carpione e insalatina di orzo perlato con verdurine, pomodori datterini e basilico), un primo (pasta pasticciata al ragù), un secondo (Bocconcini di vitello in umido con erbe aromatiche e piselli) e un dolce (Torta di nocciole con crema di cioccolato), il tutto accompagnato da vino e acqua.

Per ridurre al minimo la produzione di rifiuti, ogni partecipante è invitato a provvedere autonomamente portando le stoviglie da casa (piatti, bicchiere e posate). Saranno comunque disponibili sul posto kit completi di stoviglie usa e getta, ottenibili con un contributo aggiuntivo di 2 euro).

Si ricorda che per partecipare alla cena è gradita la prenotazione entro il 17 luglio presso uno dei seguenti negozi/esercizi:

■ Libreria Ippogrifo P.za Europa, 3; ■ Renzo Abbigliamento P.za Europa, 9; ■ Cuba Relais Du Chocolat P.za Europa, 14; ■ Original Marines P.za Europa, 26; ■ 012 Benetton P.za Europa, 26; ■ Erboristeria Ginko Biloba C.so G. Ferraris, 25; ■ Spaccio del Parmigiano C.so G. Ferraris, 28; ■ Videocenter Expert C.so Nizza, 72; ■ Ristorante Torrismondi Via M. Coppin,o 33; ■ Votre Maison C.so Nizza, 56; ■ Pizzeria Tramonti C.so G. Ferraris, 11; ■ Chiapella C.so G. Ferraris, 19■ LVIA Via S. Grandis, 38; ■ Agenzia Viaggi Bramardi Via C. Emanuele III, 43

L’evento è patrocinato dalla Provincia e dal Comune di Cuneo e può contare sulla collaborazione di: Associazione Autonoma Panificatori della Provincia di Cuneo, Eco Tecnologie, Coop Cuneo, Pier H2O, Ovostura, Bar Corso, Bar Haiti, ASTEC, Linea carta srl, UnipolSai Assicurazioni -Nuova MAA, Marolo Guglielmo Azienda Vitivinicola, MEC spa, Caseificio cooperativo Valle Josina, Giordano Dario Autotrasporti, Castelmar impianti elettrici;

Per informazioni è possibile contattare la segreteria organizzativa della manifestazione, presso LVIA: referente Cristina Baudino – Corso IV Novembre 28 – tel 0171 696975 email:
azionilocali@lvia.it

 

Libro: “Le mamme di tutti i bambini e altre storie dal Kenya.”

1 Lug

Il testo: un reportage di viaggio che esce dalle solite rotte turistiche del Kenya. È un viaggio nell’umanità di questo paese, un’esperienza durata tre mesi in un villaggio a 120 km a nord est di Nairobi. Spiega l’autrice: “Non credevo che potessero succedere così tante cose in una piccola missione sperduta in Africa, come a Ndithini. Cercherò di dare il mio aiuto alla congregazione delle Piccole figlie di San Giuseppe di Verona che operano qui da vent’anni. E a questa gente che vive in villaggi sperduti sugli altopiani kenioti, in questa terra rossa che ti entra nella pelle, terra calpestate da greggi di pecore e bambini a piedi nudi, terra dove gli uomini abbandonano donne e figli, dove la vita media non arriva a cinquanta anni, dove la promiscuità sessuale e l’AIDS uccidono lasciando ferite indelebili a generazioni innocenti che di colpa hanno solo quella di essere venuti al mondo. Se un buon musulmano almeno una volta nella vita deve recarsi alla Mecca, un buon cattolico, o meglio ancora un buon ‘essere umano’, almeno una volta nella vita dovrebbe venire a vedere con i suoi occhi cosa succede in questi luoghi.”
Segue, alla fine del reportage, una serie di lettere scritte dalla missione durante un successivo soggiorno di sei mesi. Un periodo di tempo che ha dato vita a un progetto. Alla costruzione di un centro per bambini disabili che abitano nei dintorni di Ndithini con una sala per la fisioterapia. Il progetto Rafiki Centre è sostenuto da Domus Onlus e da tante persone che hanno deciso di aiutarmi perché mi hanno dato fiducia e perché credono in quello che sto facendo”.

L’autore: Paola Pedrini, classe ’76, vive a Fiorenzuola d’Arda (PC). Giornalista e scrittrice, lavora nel mondo della comunicazione da diversi anni. Instancabile viaggiatrice, si dedica negli ultimi anni alla scoperta dell’Asia, visitando Cambogia, Vietnam, Indonesia, Thailandia, prima che la grande passione per l’India la porti a visitare cinque volte il paese delle contraddizioni, quel paese che ti entra nell’anima per non uscirne mai più. Dalla passione per i viaggi e per la scrittura nascono i suoi reportage. Con la casa editrice Polaris ha pubblicato “La mia India, pensieri in viaggio” (2011) e “Gli angeli di Calcutta, sguardi sulla città e sul volontariato” (2012). Dopo diverse esperienze di volontariato in Italia e all’estero, a Calcutta in un centro fondato da Madre Teresa e in Kenya con l’associazione Domus Onlus, decide di frequentare un corso professionale per Operatore Socio Sanitario per lavorare e scrivere per il sociale.

CASA EDITRICE POLARIS

LA NAZIONALE TANZANIA DI HOCKEY FEMMINILE CE L’HA FATTA: INIZIA LA COPPA D’AFRICA.

15 Nov

Dar Es Salaam, 15 novembre.Sono partite ieri, di nuovo, verso il Kenya, di nuovo per la Coppa d’Africa di hockey, di nuovo per realizzare il nostro sogno. Di nuovo perché dopo l’attentato di settembre al centro commerciale Westgate di Nairobi, la competizione è stata rinviata. Le ragazze sono dovute tornare indietro e riprendere gli allenamenti nel campo di Dar Es Salaam. Come dice Valentina “Tutta la tensione è calata, riprendere gli allenamenti non è stato semplice, non tutte sono ritornate al campo subito, riprendere il ritmo, ritrovare la motivazione, dentro di me e trasmetterla alle ragazze, rimettere in piedi un obiettivo, senza sapere di preciso il limite temporale dell’inizio del torneo(a un certo punto ho avuto la paura che il torneo non si sarebbe giocato)… non è stato facile”.

hok1Già, non è stato facile. Così come non è stato facile creare questa squadra, raccogliere i fondi (noi di Tulime insieme a Cope e tanti amici che hanno sostenuto questa iniziativa), per dare fiducia a queste ragazze che oggi, di nuovo, tentano di realizzare questo sogno.
Gli allenamenti al campo iniziano la mattina presto: già alle 6 Valentina è sul campo di Dar Es Salaam, vicino alla fermata dell’autobus, a preparare gli attrezzi dell’allenamento. Valentina che ha pensato che gli attrezzi possono essere anche bottiglie di plastica riempite di terra e legate a un bastone di legno, una corda, il sedere della compagna di squadra come fosse una pressa per rafforzare i quadricipiti. Valentina che ha giocato in nazionale e con la squadra di Bra e che in quest’avventura ci si è trovata proprio grazie a quella fermata di dalla-dalla e aver fatto il servizio civile a Dar. Valentina che adesso porterà Magan, Flora, Salome, Happy, Leah, Hawa, Mariamu, Shbae, Eudia, Alice, Joyce e Kidawa alla coppa d’Africa di hockey femminile. E per noi hanno già vinto.

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IL PROGETTO.

L’hockey su prato è uno sport semi-sconosciuto ovunque nel mondo, pur essendo giocato da migliaia di persone nei cinque continenti. In Tanzania pochi sanno dell’esistenza di questo gioco “strano”, in swahili lo chiamano “mpira ya magongo”, ovvero il gioco dei bastoni.

In Tanzania esistono poche squadre di hockey, e tutte sono maschili. Negli scorsi anni c’era anche una squadra femminile, che però nel corso del tempo si è dissolta per mancanza di fondi e competizioni a livello nazionale.

Nel 1980 la squadra maschile di hockey della Tanzania ha partecipato alle olimpiadi di Mosca, classificandosi ultima. Da allora la squadra maschile ha partecipato ai giochi dell’Africa in Malawi, Zambia e Dubai, mentre la squadra femminile non ha mai partecipato ad una competizione internazionale ufficiale a causa della mancanza di fondi.

LA NOSTRA SFIDA

A maggio 2013 la Federazione Tanzaniana di Hockey, con l’autorizzazione del Ministero della Cultura, dello sport e della gioventù della Tanzania, ha chiesto alla volontaria del CO.P.E che attualmente lavora a Dar es Salaam in Tanzania, Valentina Quaranta, ex giocatrice di hockey della Lorenzoni Bra e della Nazionale Italiana di hockey, di rimettere in piedi la squadra femminile, raccogliendo le ex giocatrici e di essere la loro allenatrice.

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PERCHE’ LO FACCIAMO?

Perché amiamo lo sport, perché sembra una cosa quasi impossibile da fare, perché è uno stimolo a crescere. Ma soprattutto perché attraverso lo sport si possono trasmettere tante cose, non si tratta solamente di un esercizio fisico. E questo vale soprattutto per le donne, che in questa società sono lasciate molto spesso indietro, oltre il ruolo di madre e moglie, spesso non si va oltre. Negli anni passati, molte volte le ragazze si sono allenate con la speranza di giocare una competizione internazionale, ma sempre all’ultimo la Federazione ha dovuto rinunciare per mancanza di denaro. Per questo molte hanno perso la motivazione e hanno smesso di giocare. Ed è per questo che questa volta ci proviamo davvero a riformare la squadra femminile e mettere insieme i soldi per andare a Nairobi ed è per questo che il CO.P.E. e Tulime hanno deciso di sostenere la causa di Valentina e dell’Hockey, per fare in modo che la storia di questi ragazzi e ragazze arrivi a tutti, hockeisti e non, e permettere a chiunque voglia, di sostenere la squadra nazionale maschile e femminile della Tanzania di hockey su prato. Ma non solo loro, sostenere lo sport e lo sviluppo sociale.

Video  La squadra femminile di hockey tanzaniana alla Coppa d’Africa http://www.youtube.com/watch?v=nw6-0QmGp40

di Andrea Cardoni
@andrecardoni

Tulime onlus è un’associazione italiana di persone che cooperano con altre persone che vivono in paesi in via di sviluppo. Tulime, che in lingua swahili vuol dire “coltiviamo”, promuove la cultura dell’incontro e del miglioramento della vita quotidiana, dell’ecologia e del rispetto dei diritti umani. Tulime coltiva da 12 anni in 12 villaggi dell’altopiano di Iringa (Tanzania), un villaggio in Uganda e un villaggio in Nepal. Nel 2010 l’associazione ha ricevuto, in Tanzania, il Premio del Presidente per la conservazione delle fonti d’acqua, piantumazione e cura degli alberi.

Mission: “Non è un reality ma progetto di social TV per dare voce ai rifugiati”

4 Set

Ennesino Comunicato Stampa di Intersos per giustificare il reality show Mission in Africa che loro chiamano “Social Tv”.  Ma per dare voce ai rifugiati davvero credono di aver bisogno di Al Bano? Intersos, a quando risposte alle precise accuse di Carlo Cattaneo? E poi, Paola Amicucci dell’ufficio stampa non si era licenziata? Quante falsità Intersos ha in serbo per noi, ancora, prima di arrivare alla verità!

Comunicato Stampa:
La RAI, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) e INTERSOS hanno seguito con molta attenzione il dibattito sviluppatosi sui media relativo al programma Mission e ritengono importante fare alcune precisazioni in merito alla trasmissione e alle sue finalità.

Per quanto concerne la trasmissione televisiva, riteniamo necessario ribadire che non si tratta in alcun modo di un “reality” ma di un progetto di social TV nel quale alcuni volti noti, che non saranno remunerati salvo un rimborso spese, per un periodo di tempo limitato ma significativo affiancheranno gli operatori umanitari di UNHCR e INTERSOS nel loro lavoro quotidano di protezione e assistenza ai rifugiati.

Il grande pubblico avrà la possibilità di vedere – senza finzioni sceniche – come realmente si svolge la giornata tipo in un campo rifugiati e di conoscere da vicino i problemi di chi vive e lavora nel campo, ovvero i rifugiati e gli operatori umanitari. Le attività di cooperazione portate avanti in crisi umanitarie dimenticate come nella Repubblica Democratica del Congo sono estremamente complesse e abbracciano una moltitudine di aspetti umanitari, tecnici, logistici, economici, culturali, sociali, politici, ecc. L’obiettivo di Mission è di provare a raccontare tutto questo con un linguaggio non tecnico, semplice e accessibile a tutti attraverso la partecipazione di personaggi popolari familiari al pubblico di RAI 1.

La collaborazione al programma dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) e di INTERSOS, coerentemente con il mandato e l’esperienza delle due organizzazioni, rappresenta una garanzia per la tutela della dignità dei rifugiati ed il rispetto dei loro diritti. In piena sintonia con la RAI, le organizzazioni si sono impegnate a tutelare chi non ha voluto essere ripreso dalle telecamere, per proteggere l’identità delle persone a rischio e per dare una possibilità a tutti coloro i quali hanno espresso invece il desiderio di poter raccontare la loro storia e di essere finalmente ascoltati, mettendo fine al silenzio e all’indifferenza. Mission rappresenta quindi un’importante novità che non solo darà voce a chi ha deciso di raccontare la propria storia ma anche la possibilità a molte persone di ascoltare e di sapere, contribuendo a ridurre la marginalità mediatica dell’umanitario.

Nel mondo le persone costrette ad abbandonare le proprie case a causa di guerre, violenze e persecuzioni sono oltre 45milioni. “Le loro storie troppo spesso sono taciute, ignorate, dimenticate e per questo abbiamo deciso di accettare la proposta della RAI di partecipare a questo progetto“ dichiara Laurens Jolles, Delegato UNHCR per il Sud Europa. “Per la prima volta, il lavoro umanitario – che per definizione non fa “notizia” e che quasi mai guadagna l’attenzione dei media – verrà raccontato attraverso la testimonianze dei personaggi scelti dalla RAI. Si tratta di persone  che hanno grande familiarità con il pubblico delle prime serate di RAI 1, capaci di avvicinare le famiglie italiane al dramma dei rifugiati”.

INTERSOS da sempre lavora in prima linea per difendere e aiutare le persone in fuga dalle guerre e dai disastri naturali contribuendo a garantirne dignità e sicurezza” – sottolinea Marco Rotelli, segretario generale INTERSOS – “Quando RAI ha deciso di portare al grande pubblico questo difficile tema, abbiamo apprezzato che si sia rivolta a noi e UNHCR per tutelare al massimo la sicurezza e la dignità dei rifugiati, in piena sintonia con i nostri mandati di organizzazioni umanitarie”.

Ufficio Stampa RAI
www.ufficiostampa.rai.it
06 36865420

Ufficio Stampa UNHCR
ITAROPI@unhcr.org
06 80213318/33

Ufficio Stampa INTERSOS
Candida Lobes
comunicazione@intersos.org
06 85374332
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Castiglione Olona inaugura l’esposizione “Regine ed Eroine dʼAfrica”

20 Apr

Una mostra storica che ripercorre la storia africana attraverso le esperienze delle sue protagoniste.

Dopo il successo e la grande partecipazione di pubblico ottenuti a Vedano Olona e Varano Borghi, l’ Associazione “Solidarité Nord-Sud” ONLUS ripropone la mostra itinerante  “Regine ed Eroine dʼAfrica. Un percorso nella storia d’Africa attraverso le sue grandi Regine ed Eroine” a Castiglione Olona (Varese), nella splendida cornice del Castello di Monteruzzo.

Promossa con l’intento di divulgare la conoscenza della storia, ancora poco nota, del continente africano, è la prima mostra in Italia a percorrere la storia d’Africa con un taglio del tutto particolare, ossia attraverso le sue grandi figure femminili a cominciare dalla Grande Madre di tutto l’Universo fino alle grandi Regine che hanno fatto la storia del Continente per secoli, alle grandi combattenti contro lo schiavismo prima e contro l’occupazione coloniale poi, fino alle Donne dei nostri giorni. L’esposizione vuole invitare ad una riflessione sulla necessità di un approccio diverso alla storia dell’Africa ed alla sua cultura, lontano da stereotipi più o meno imposti che ne rimandano un’immagine immobile e immutabile da cui poter attingere risorse all’infinito. L’Africa è infatti un grande continente ricco di cultura degno di essere considerato con pari dignità nel novero delle componenti del nostro pianeta ed anzi, forse, capace di indicarci – di nuovo – la strada per uno sviluppo più equilibrato, pacifico e non autolesionista del Pianeta Terra di cui fa parte una sola razza: la razza umana.

Numerose e sentite le dimostrazioni di interesse e di sostegno che l’iniziativa ha raccolto nel corso delle ultime settimane; anche l’Associazione Culturale Teatrale Decervellati ha deciso di aderire al progetto elaborando un’originale performance che arricchirà il programma castiglionese. Al Castello di Monteruzzo saranno infatti presenti gli attori della Compagnia Decervellati (Laura Filieri, Marika Giustizieri, Hilary Basso, Gabriele Grilli, Cecilia Castelli, Laura Palazzo) che, con letture di poesie, racconti e fiabe d’Africa, condurranno per mano i presenti alla scoperta dell’aspetto più poetico di questo straordinario e affascinante continente. La performance teatrale sarà proposta sia in sede inaugurale, mercoledì 25 aprile, sia sabato 28.

La mostra è proposta dall’Associazione “Solidarité Nord-Sud” ONLUS che ha come obiettivo prioritario quello di far conoscere la cultura e la storia d’Africa quale strumento di relazione tra i popoli per superare ogni barriera in un alveo interculturale e di solidarietà. L’Associazione, a tal fine, lavora in partnariato con studiosi africani di lingua francese e, tra questi, il gruppo che ha portato alla ribalta le Regine ed Eroine d’Africa in altri paesi europei (il libro “Reines et Heroines dʼAfrique” ed il magazine RHA-Magazine).

L’Associazione ha in cantiere anche una mostra sulla storia e cultura del Mali con particolare riguardo al popolo Dogon. Essa infatti opera anche in Mali dove sostiene e realizza alcuni progetti di sviluppo sostenibile. Tra questi il progetto di formazione ed inserimento lavorativo rivolto a dieci ragazze-madri per la realizzazione di un atelier del pagne (cotone).

Il ricavato della vendita del libro “Regine ed Eroine d’Africa. Un percorso nella storia d’Africa attraverso le sue grandi Regine ed Eroine” andrà a sostegno di questo specifico progetto.

Associazione “Solidarité Nord-Sud” ONLUS
infosolidarit@yahoo.it

“Regine ed Eroine dʼAfrica. Un percorso nella storia dʼAfrica attraverso le sue grandi Regine ed Eroine” – Mostra storica

25 aprile – 1 maggio 2012 a cura dell’Associazione Solidarité Nord-Sud Onlus con il Patrocinio del Comune e dell’Ufficio Cultura di Castiglione Olona (VA)

Castello di Monteruzzo, Via Monteruzzo, 1 – CASTIGLIONE OLONA (VA)

 

MERCOLEDI’ 25 APRILE – Programma della serata inaugurale:
Ore 18.30
– Inaugurazione della mostra “Regine ed Eroine d’Africa” e presentazione del libro e del progetto dell’Associazione Solidarité Nord-Sud Onlus
Ore 19.00
– Performance del gruppo teatrale Decervellati con letture di fiabe, racconti e poesie ispirati all’Africa
Ore 19.00
– Aperitivo curato dall’Associazione Sir Jhon, accompagnato da musica con percussioni e kora

 

SABATO 28 APRILE
Ore 16.00
– Performance del gruppo teatrale Decervellati

Orari:
Da Lunedì a Venerdì: 10.00-12.00 / 15.00-18.00
Sabato, Domenica e 1 maggio: 15.00-18.00

INGRESSO LIBERO

 

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