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Ritorno in Africa. I flussi migratori si stanno invertendo.

29 Ago

La allarmante e razziale propaganda promossa da vari Media italiani, discretamente tollerata dal governo di sinistra di cui ironicamente i frutti politici vengono raccolti dalla destra populista si basa su un grande inganno informativo. Stanno convincendo gli italiani che il loro Paese è invaso dagli africani disperati e pronti a tutto. Nulla di più falso come hanno sottolineato un pugno di colleghi su L’Indro e altri quotidiani come il Manifesto, Corriere della Sera e Avvenire. Voci fuori dal coro che espongono una cruda realtà: i flussi migratori verso l’Europa sono una percentuale insignificante rispetto ai flussi che avvengono all’interno del Continente africano.

Flussi di natura economica che verranno facilitati con l’abbattimento delle frontiere nazionali e unico passaporto africano, progetto promosso dalla Unione Africana che dovrebbe entrare in vigore entro il 2030. Già ora alcuni blocchi economici stanno costruendo i presupposti per una unica cittadinanza. Il progetto più avanzato è quello della East African Community (Comunità Economica dell’Africa Orientale).

La seconda realtà che i media italiani ed europei occultano è ancora più orribile. L’Europa sta progressivamente rifiutando i visti ai profughi e ai richiedenti di asilo politico rinnegando così i valori europei in difesa dei diritti umani spesso usati come arma di accusa rivolta contro vari governi africani. Migliaia di persone dall’Africa e Medio Oriente ricevono il rifiuto di concedere loro lo statuto di rifugiato in Europa nonostante che fuggano da guerre spesso create dall’Occidente o da repressioni politiche, religiose e sessuali perpetuate da dittature disumane alleate a Stati Uniti e Unione Europea, i casi più lampanti: Arabia Saudita, Turchia, Egitto e ora anche il Sudan.

In Africa vi sono quasi 10 milioni di profughi, gestiti più o meno bene dai governi africani con la collaborazione dell’Alto Commissariato ONU per i Profughi (UNHCR) e ONG occidentali. Uno tra i Paesi africani all’avanguardia per la gestione dei rifugiati e immigrati è l’Uganda dove ogni “straniero” viene aiutato a inserirsi nel tessuto sociale ed economico ugandese, offrendo lavoro, sicurezza e dignità. Eppure qualche giorno fa il quotidiano La Repubblica ha scritto un articolo sulla emergenza profughi dal Sud Sudan che di fatto denigra l’Uganda ignorando che il Paese africano è alla avanguardia delle politiche di accoglienza a livello mondiale e che abbia istituzionalizzato una politica di porte aperte elogiata anche dalle Nazioni Unite. “L’Uganda al collasso: è qui che un milione di sud sudanesi trova rifugio” Un articolo, forse scritto per attirare fondi a favore del florido business umanitario inventato dall’Occidente, che propone i classici cliché di Paesi africani poveri e bisognosi di aiuto. Una tecnica giornalistica per generare pietismo e convincere a stanziare fondi umanitari per le Ong italiane o europee.

L’esempio de La Repubblica non è purtroppo un caso isolato. Da mesi i giornali aprono in prima pagina con titoli xenofobi contro gli immigrati. “Immigrazione, un terzo dell’Italia in mano agli stranieri”, “Immigrati alla stazione di Lido. Disagi e molestie”, “Il contagio islamista infetta l’Europa. Sotto attacco Finlandia e Germania”, “Militari accerchiati dalla gang di extracomunitari”. Spesso queste sono false notizie o notizie che vengono volutamente distorte per creare un clima di paura e terrore. Il prete cattolica Mussie Zerai di origine eritrea e candidato al Premio Nobel è stato indagato dalla Procura di Trapani con l’accusa di favore l’immigrazione clandestina. In realtà Zerai aiuta gli immigrati già in Italia a ricongiungersi con i famigliari o a trovare un lavoro, donando loro dignità.

All’interno di questa facile disinformazione con chiari connotati di terrorismo psicologico che in alcune testate italiane si trasforma in odio razziale, non vi è spazio per le notizie vere. Dal 2014 i flussi migratori Africa Europa si stanno progressivamente invertendo. La diaspora africana in Europa sta rientrando in Africa dopo decenni passati all’estero. Il fenomeno di rimpatrio non è dovuto da fallimenti personali o mancato inserimento nel tessuto socio economico nei Paesi europei ospitanti.

Al contrario riguarda al piccola e media borghesia africana che giunse in Europa nella prima ondata migratoria degli anni Settanta e Ottanta causata da guerre, colpi di Stato e sottosviluppo nei Paesi di origine. Tutti prodotti dalla competizione tra Capitalismo e Comunismo e dalla vorace e insaziabile mania occidentale di controllare e depredare le risorse naturali del Continente.

A rimpatriare sono professori universitari, bancari, manager di industria, commercianti affermati che sono entrati a pieno diritto nella media borghesia europea grazie ai loro sacrifici, intelligenza e onesto lavoro. Un quarto dei bancari algerini che lavorano presso banche francesi sta rientrando nel loro Paese per aprire studi di consulenza finanziaria, contribuendo alla progressiva liberalizzazione dell’economia in Algeria. Il 6% di stimati e iper pagati ingeneri nigeriani e kenioti in Gran Bretagna ritornano in Nigeria e in Kenya per dirigere i lavori nel piano di rilancio delle opere pubbliche tese a rafforzare la rivoluzione industriale.

Il quotidiano britannico The Guardian (di cui professionalità è lontana anni luce dal dilettantismo informativo e scandalistico di vari quotidiani italiani) ha recentemente pubblicato una accurata indagine sul fenomeno di rimpatrio che sta ridisegnando i flussi migratori Africa Europa. L’indagine è concentrata sulla diaspora etiope. I giovani etiopi figli di immigrati, in possesso di diplomi universitari e ottimi lavori stanno ritornando in Etiopia attirati dal boom economico che il loro Paese sta conoscendo dal 2012 con una crescita economica annuale del 10%. Il loro Paese di origine offre migliori condizioni di lavoro e possibilità di carriera professionale rispetto alla Gran Bretagna sopratutto dopo il Brexit. E’ un ritorno radicale a senso unico, con tanto di vendita delle proprietà immobiliari acquistate in Gran Bretagna.

Più completa è l’inchiesta fatta dalla rivista Inspira Afrika in collaborazione con Avako Group e Africa France che riguarda il rimpatrio di immigranti francofoni. Il 38% degli immigranti africani residenti in Francia che decidono di ritornare nei loro Paesi d’origine hanno lavori dirigenziali in importanti aziende pubbliche e private. Il 19% sono alti funzionari presso banche e agenzie di consulenza finanziaria francesi, il 21% alti funzionari di marketing e comunicazione e il 13% dirigenti di compagnie Telecom.

L’inchiesta rivela che il 63% di questi professionisti che rientrano in Africa sono motivati dalla volontà di partecipare al miracolo economico del Continente. Il 49% sono attirati da opportunità professionali più gratificanti e meglio retribuite. In Francia sono sopratutto le donne manager africane a ritornare in Africa. Esse rappresentano il 58% degli immigrati che ritornano nei loro Paesi d’origine.

Il ritorno della diaspora si verifica anche in Paesi ancora in bilico tra guerra e pace, come la Somalia, dove centinaia di migliaia di somali rifugiati in Europa, Stati Uniti e Canada stanno ritornando nonostante che il governo centrale sia ancora debole e che il gruppo terroristico salafista Al Shabaab non sia ancora stato definitivamente annientato dalle coraggiose ed efficaci truppe ugandesi e burundesi che compongono la punta di diamante della forza militare di pace AMISOM che è riuscita a stabilizzare gran parte della Somalia dopo il clamoroso fallimento della missione di pace occidentale UNISOM. Il rientro in Somalia è motivato da spirito patriottico affiancato da opportunismo economico. Il Paese, una volta annientato Al Shabaab, sarà tutto da ricostruire e il tessuto economico ripartirà da zero. La diaspora somala vuole svolgere un ruolo di primo piano a livello politico, sociale ed economico nella ricostruzione della loro Patria.

L’inversione dei flussi migratori ha raggiunto dimensioni interessanti. Su 100 nuovi arrivi di immigrati dall’Africa 20 immigrati di lunga data appartenenti alla media borghesia africana creatasi in Europa ritornano nel Continente. Secondo gli esperti questa percentuale è destinata ad aumentare nei prossimi anni. La spiegazione di questo aumento è semplice. La vecchia Europa sta collassando a livello economico contraendo le possibilità di lavori ben retribuiti non solo per gli immigrati ma anche e sopratutto per i cittadini europei.

Il rafforzarsi dei partiti xenofobi, fascisti e razzisti in Italia, Francia, Belgio, Olanda, Austria, Germania e le politiche reazionarie di molti governi della sinistra europea, in prima fila quello italiano, stanno creando un clima di odio razziale e di insicurezza per centinaia di migliaia di onesti immigrati che si sentono europei ma che vengono ora rigettati dalle società ospitanti in quanto “negri” o per la loro fede mussulmana, sospettati di essere criminali, fiancheggiatori della immigrazione clandestina o peggio ancora dei terroristi islamici.

Il flusso migratorio all’inverso è il primo segnale di quello che il futuro sta riservando alla Vecchia Europa in preda al razzismo e all’intolleranza dove si respira una atmosfera di fine impero. Mentre alcuni nostri quotidiani continuano a latrare su false emergenze migratorie che metterebbero in pericolo la società e la democrazia in Italia, l’attuale flusso migratorio Africa Europa è originato dai Paesi africani a cui è negato il progresso e la pace dalle lobby economiche occidentali che mirano a depredare le risorse naturali. Lobby tra cui si annovera anche la ENI, che di fatto condiziona la politica estera italiana in Africa.

Nei Paesi africani dove maggiore è il controllo della Sovranità economica e il progresso è sinonimo di nazionalismo e collaborazione con potenze economiche meno selvagge e più orientate alla filosofia “Winn Winn” (tutti vincitori), come la Cina, il flusso migratorio Africa Europa si è già interrotto da cinque anni. Perché immigrare nella disastrata Europa quando sviluppo, lavoro e ricchezza si trovano in Kenya, Uganda, Rwanda, Tanzania, Ghana, Congo Brazzaville, Algeria, , Mozambico, Angola, Sudafrica? Qualcuno potrà obiettare che in tutti questi Paesi esistono ancora forti diseguaglianze sociali e larghe sacche di povertà, ma innegabili sono le possibilità di una vita migliore. Spetta ai cittadini di questi Paesi e non a noi occidentali, combattere per una maggior uguaglianza e giustizia sociale con metodologie e soluzioni africane.

L’Europa razzista, populista, fascista e in bancarotta non è più una terra attraente e nei prossimi anni i flussi migratori Europa Africa aumenteranno. I professionisti africani che rientrano nei loro Paesi non solo porteranno maggior progresso, innovazione tecnologica e sviluppo di diritti civili e democrazia ma un maggior sguardo critico verso la predatrice razza bianca che ancora si ostina a voler depredare il mondo intero invece di chiedere aiuto e collaborazione per salvarsi dalla rovina economica e dalla distruzione della sua società.

Questo senso critico, probabilmente accompagnato da giusti rancori verso le ingiustizie inflitte gratuitamente ad onesti immigrati per il solo fatto di essere negri o mussulmani, rafforzerà la sorpresa che l’Africa e la Cina stanno riservando alla razzista Europa. Il progressivo blocco delle esportazioni di materie prime, petrolio e gas che serviranno per la crescita industriale africana sostenuta dalle potenze emergenti del BRICS e dalla Cina.

Alcuni governi e analisti europei più attenti e lungimiranti sono già consapevoli di questo trend destinato a ridisegnare gli equilibri mondiali di potere a favore del Sud del mondo. Questi illuminati sono consci che i moderni eserciti e gli arsenali nucleari detenuti dalle potenze occidentali sono armi spuntate. Lo si vede già nel caso del Iran e della Corea del Nord dove alle continue minacce americane di guerra non seguono atti concreti per il semplice fatto che non conviene all’Occidente far scoppiare guerre perse in partenza, come le disastrose avventure in Afganistan e Iraq dimostrano. In Africa non è più possibile una guerra di conquista e le criminali manovre di destabilizzazione come quelle attuate in Libia, diventano sempre più difficili.

I governi e analisti più attenti sono consapevoli anche di un pericolo ben peggiore a breve termine: l’ondata di terrorismo di ritorno causata dalle stesse potenze europee che hanno favorito se non incitato tra i giovani emarginati europei di origine magrebina l’arruolamento nei gruppi salafisti finanziati dalle monarchie arabe per destabilizzare il Medio Oriente e vari Paesi Africani per meglio controllare le riserve di oro, petrolio e minerali rari.

DAESH sta perdendo su tutti i fronti grazie alle offensive di Russia, Iran, Kurdistan, Siria, Libano, Hezbollah. Sconfitti e umiliati i mercenari stanno rientrando in Europa, con alti livelli di fanatismo e pronti a vendicarsi contro chi li ha inviati a combattere in Siria e Iraq per calcolo di supremazia economica. Un odio che produrrà una ondata di violenza e morte senza precedenti in Europa come dimostra l’ondata di terrorismo in Spagna. Presto anche i mercenari inviati a combattere al fianco di Al Quaeda Magreb, Boko Haram e Al Shabaab ritorneranno in Europa dopo che le forze civili e democratiche africane riusciranno a sconfiggere queste mostruosità salafiste. Inutile dire che anche i mercenari sconfitti in Africa rientreranno in Europa sorretti da un incontrollabile odio e mortale rancore.

E’ giunto il momento storico dove Europa e Stati Uniti necessitano di aiuto internazionale, essenziale per la sopravvivenza delle loro civiltà e la pace mondiale. Per ricevere questo aiuto l’Occidente deve rinunciare a tutti i aggressivi e primitivi sogni di supremazia per creare forti collaborazioni con tutte le ex colonie. L’Africa può aiutare l’Occidente ad uscire da un incubo auto creato ma è necessario un radicale cambiamento di mentalità. Un cambiamento radicale che è possibile in quanto gli Africani sicuramente saranno disponibili a dimenticare i passati crimini e ingiustizie subite per creare un mondo migliore per tutti.

di Fulvio Beltrami
Giornalista Freelance
@Fulviobeltrami

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Fairphone. Telefonino etico o inganno pubblicitario?

27 Mar
La ditta olandese Fairphone ha lanciato il telefonino etico, fatto con il coltan libero dalle zone di conflitto. Dopo il caffe’ etico solidale e i prodotti biologici spunta anche nell’elettronica la fetta del mercato “alternativo”.

La campagna pubblicitaria lanciata dal 2014 sembra non avere avuto grande originalità di idee. Le foto sono quelle classiche da ONG: giovani con le magliette Fairphone, tutti belli e puliti, fotografati assieme a bambini negri sporchi, malvestiti e africani adulti semi pezzenti. Questo nel settore è denifito “Poverty Marketing”, un ramo della pubblicità che sfrutta la povertà del Terzo Mondo per vendere un prodotto.

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La Fairphone afferma di comprare coltan in miniere di nove paesi produttori diversi, ma nel suo sito si accenna solo alla Repubblica Democratica del Congo, senza dare indicazioni di dove sono ubicate queste miniere e chi detiene la proprietà.

In Congo il coltan è presente solo all’est: Nord Kivu, Sud Kivu, Maniema. E’ monopolio della famiglia Kabila, Generali dell’esercito e terroristi ruandesi delle FDLR. Uganda e Rwanda fungono il ruolo di ricettatori certificando il coltan estratto in Congo come prodotto nei rispettivi paesi africani. La missione di pace ONU – MONUSCO conosce nei dettagli il traffico, ma non interviene, limitandosi ad ignorarlo. Questo clima permette alle multinazionali Americane ed Europee di comprare il coltan congolese delle zone di conflitto raggirando la legge americana Franck-Dodd e la recente (quanto blanda) legge europea in materia di minerali provenienti da zone di conflitto.

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Fairphone afferma di comprare il coltan da cooperative minerarie in Congo e da piccoli artigiani, facendo molto attenzione a non spiegare al consumatore la realtà del monopolio mafioso all’est del Congo che controlla il 100% delle produzioni di coltan.

Un nome tanto per fare esempi concreti. Il mediatore unico del coltan per l’est del Congo risiede ed opera a Goma, capoluogo della provincia del Nord Kivu. Non si conosce il suo nome solo il soprannome e la sua nazionalita’. Tutto lo chiamano Barman. Trattasi di un ex pilota militare Iraniano giunto in Congo nel 1996 per intraprendere il business. A conoscerlo sembra una persona affabile, generosa, amante della bella vita e delle belle donne, anche se esagera un po troppo con l’extasy. In realtà è uno spietato criminale che ha la fama di regolare i conti con chiunque osi non passare attraverso il suo canale per la vendita del coltan che sia questo africano o bianco.

Ne’ tanto meno la Fairphone spiega che spesso questi produttori indipendenti estraggono piccole quantità di coltan da miniere clandestine ed illegali, non riconosciute dallo Stato, pagando una tassa ai vari gruppi guerriglieri che infestano il Sud Kivu. Chi osa non pagare il pizzo viene abbattuto come monito ad altri intraprendenti liberi professionisti.

Nel suo sito la Fairphone si preoccupa solo di dare l’impressione di essere una ditta etica e pulita senza troppe spiegazioni. A supportare questa pubblicità una serie di testimonial di varie nazionalità. Si afferma una vendita di 60.000 modelli. Il target e’ il cliente “alternativo di sinistra” e il mondo delle associazioni e ONG.

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Per supportare la sua immagine etica, Fairphone organizza anche visite guidate nelle miniere del Congo, senza spiegare come farebbe ad assicurare la sicurezza dei turisti nelle zone infestate da guerre e bande armate genocidarie. Sul suo sito pubblica anche testimonial di queste visite guidate. Tutti le testimonianze peró non specificano i luoghi di queste miniere. Ci si attiene ad un vago accenno: “miniere al confine tra Rwanda e Congo” “miniere del Nord Kivu”. Maggiori informazioni riguardano le miniere in Rwanda “una vicina a Kigali” (la capitale) e una vicina a Muzanze. Della prima non ho nessuna informazione. Della seconda sì. Trattasi di una miniera di coltan di scarso giacimento utilizzata dal governo ruandese per far passare come produzione locale il coltan che proviene dal Congo. Un segreto di pulcinella sempre negato dal governo ruandese.

Questa serie di incongruenze e informazioni entusiastiche, ma vaghe, di per sè non sono sufficenti per trarre conclusioni.

I rabbiosi attacchi e opera di diffamazione orchestrata alle mie spalle da congolesi e da alcuni rwandesi di cui mi hanno avvertito vari miei lettori dandomi prove concrete, ha fatto scattare il fiuto del giornalista, facendomi comprendere che vale la pena aprire un’inchiesta direttamente sul terreno.

Sono pazzo a rendere noto il mio intento? Non preoccupatevi ho i miei canali collaudati da un decennio. Il rischio è minimo se si precisano date e luoghi solo a missione conclusa. Prima della pubblicazione dell’inchiesta darò l’opportunita’ alla ditta olandese di confutarla o di dare eventuali spiegazioni.

Se risulterà che le affermazioni di Fairphone corrispondono al vero compreró subito un loro modello gettando nel pattume il mio Nokya X.

 

Fulvio Beltrami
Kampala, Uganda
@Fulviobeltrami

Luci e ombre a Kabalagala: vite dietro un sipario.

29 Ott

Posso resistere a tutto tranne che alle tentazioni”.  – Una frase di Oscar Wilde che riassume l’anima del libertino, amante della vita, che sa cogliere l’essenza del piacere consapevole che “dove c’è piacere non c’è peccato. In Uganda, la potenza economica e militare della regione dei Grandi Laghi, la tentazione per eccellenza, dove piacere non è peccato, si incarna in un luogo fisico, reale, fatto di odori, luci, sudore e umanità viva: il quartiere di Kabalagala (Banana dolce) il termine in lingua Luganda da cui prende nome il quartiere, precedentemente noto come “Kisugu”.

Un quartiere dove gli scrittori maledetti: Oscar Wild, Edgard Alan Poe, Emilio Praga, Vittorio Imbriani, Paul Verlaine, Arthur Rimbaud, Alejandra Pizarnik, Jacqeues Prevel, e Jack Kerouac, si troverebbero a loro agio tra prostitute, ladri, rasta e faccendieri che, in fondo, credetemi, sono la parte più sincera e umana di ogni società. Svilupperebbero un amore viscerale per Kabalagala e sceglierebbero di viverci e viverla come spesso ho fatto io.

Il gusto primordiale di vivere Kabalagala è rappresentato dalla prostituzione, senza costrizioni, libera e senza pudori. I bianchi per bene, quelli delle ONG e delle rappresentanze diplomatiche, inorridiscono al nome di Kabalagala ed etichettano i loro pari che lo frequentano come squallidi puttanieri. I primi appartengono alla categoria dei grandi uomini che sfornano montagne di migliori intenzioni e spesso producono le opere peggiori. I secondi appartengono giustappunto alle anime maledette che per generare opere secolari hanno necessità atavica di immergersi nell’umanità e nel peccato.

Il fotoreporter Damiano Rossi, che da anni vive in Uganda, e vero outsider della fotografia d’autore, ci racconta con estrema lucidità, attraverso la magia della pellicola, un universo di Kabalagala sconosciuto anche al sottoscritto. Quello relegato nello slum nascosto dalla via principale piena di gioia, musica e dove tutto odora di bello e sessualmente attraente. È il cono d’ombra di Kabalagala che ha colto l’interesse di Damiano libero dal richiamo delle sirene.

Attraverso volti di puttane disperate, sieropositive, le ultime della società ugandese appartenenti al quarto livello della prostituzione, ci racconta storie di un mondo, lo slum nascosto di Kabalagala, dove l’ingiustizia prevale e niente è distribuito equamente tranne il dolore. Un mondo dimenticato da tutti e che non troverà mai posto nei progetti di sviluppo del Presidente Yoweri Museveni.

Ma non continuano lo sproloquo oltre e lasciamo parlare Damiano, l’outsider della fotografia che, con noi poeti maledetti condivide non il piacere della carne ma il piacere di vivere tra la vera umanità. Damiano ci ricorda senza ombre di dubbi che dietro ogni realtà piacevole c’è sempre qualcosa di tragico.

Fulvio Beltrami
Kampala, Uganda

Eccovi il racconto di Damiano.

Chiunque sia stato a Kampala ha sentito parlare o si è recato, almeno una volta, a Kabalagala, la via “a luci rosse” della città, la via del piacere, sempre trafficatissima e in piena attività, ventiquattro ore al giorno, con locali, pub, negozietti e, soprattutto, con il più alto numero di prostitute della capitale, che qui si aggirano, soprattutto di notte, alla ricerca di clienti. Attraverso le storie e le immagini di dodici donne e delle loro vite tra prostituzione e l’essere madri, si è cercato di capire cosa realmente accade dietro a questo scintillante sipario che è Kabalagala, cosa davvero si nasconde in uno dei peggiori e difficili slum della capitale.

Per i “bianchi” (bazungu in lingua swahili, muzungu al singolare) che vivono in Uganda, Kabalagala è sinonimo di prostituzione, di quella più misera e a buon prezzo. Per questo motivo dire tra gli espatriati di Kampala che si va a Kabalagala, significa dire che si va “a puttane” e quindi si è guardati male. Dopo quasi tre anni basato a Kampala e dopo aver girato parecchio per locali, sono giunto alla conclusione che qui ci sono quattro livelli di prostituzione. Il primo riguarda quella di classe, le escort che in pochi si possono permettere, per cifre che raggiungono le diverse centinaia di dollari.

Il secondo è la prostituzione che ha come clientela la borghesia ugandese e i “bianchi” delle varie ONG (Organizzazioni Non Governative), associazioni, agenzie umanitarie, privati, turisti, etc…, localizzata nei locali più alla moda di Kampala, situati nella parte opposta della città rispetto a Kabalagala, con cifre sui 50-100 dollari al massimo; il terzo livello è quello appunto di Kabalagala, dove le prostitute si fanno pagare 10-20 dollari (25.000-50.000 scellini) e la clientela è rappresentata da bianchi un po’ squattrinati e ugandesi che non vogliono spendere troppo.

Tra il secondo e il terzo livello non vi è però quella gran differenza: il 50% delle prostitute, infatti, che durante la settimana sono a Kabalagala e chiedono appunto 10-20 dollari, sono poi le stesse che nel week-end sono dalla parte opposta della città, nei locali più alla moda, a chiedere 50-100 dollari a quei bianchi che si credono furbi, non vanno a Kabalagala perché troppo sporca e mal vista e credono che le loro “prede” siano di classe. Infine vi è l’ultimo livello, quello appunto del reportage in questione. Il livello più misero, quello più nascosto, di cui non si sa neppure l’esistenza. Quando ho raccontato a certi amici (ugandesi e non) del reportage che stavo facendo, stentavano a credere che ci fosse questo tipo di prostituzione.

Credevano che già Kabalagala fosse l’ultimo stadio. Invece no. Quella trovata all’interno dello slum appena dietro Kabalagala è una situazione tristissima: sembra di essere in un mondo a se stante, misero, dove il degrado ambientale va di pari passo con un tessuto sociale inesistente, dove tutta la miseria si concentra, il punto di arrivo e di non ritorno per i più poveri dei poveri. La miseria urbana è ben peggiore di quella rurale, non vi sono più legami, rapporti d’amicizia, regole.

Grazie a Mark, ugandese di quarant’anni e fondatore della associazione locale “Needy Children Organisation – NCO” (Organizzazione dei Ragazzi Bisognosi), e che si prende cura di circa 300 bambini dello slum, il 90% dei quali figli delle stesse prostitute, sono riuscito a incontrare e fotografare dodici donne che, per sopravvivere in questa miseria, per non sprofondare nel fango dello slum, devono vendere il proprio corpo a cifre che vanno dai 3.000 scellini (1.2 dollari) ai 10.000 scellini ugandesi (4 dollari). La concorrenza è talmente alta che è il cliente che decide le regole, l’offerta supera la domanda e i prezzi sono quindi bassissimi. In questo slum vi sono all’incirca 300 prostitute che lavorano ventiquattro ore al giorno.

Naturalmente la clientela è tutta costituita dagli stessi abitanti dello slum, da uomini che cercano anche loro di sopravvivere con lavori saltuari, alla giornata, che non potrebbero mai permettersi nemmeno una prostituta dei bar di Kabalagala. Vi starete chiedendo: ma perché queste donne non vanno a Kabalagala o altrove, nei locali alla moda, a prostituirsi, di modo che possano guadagnare di più? Perché hanno cominciato a prostituirsi ormai “vecchie” (qui già a ventisei anni una donna è considerata vecchia) dopo essere state abbandonate dal compagno o dal marito, oppure perché loro hanno già passato quegli anni, sono già state in quei locali e sono ormai passate, sciupate.

Negli anni in cui potevano ancora permetterselo, non sono riuscite a trovare quella persona che si innamorasse di loro e le sposasse togliendole così dal giro. Sera dopo sera, birra dopo birra, cliente dopo cliente, gli anni migliori per loro sono passati e ora devono lasciare il posto a ragazzine dai 18 (così dicono loro) ai 22-23 anni, abbigliate alla moda, che hanno qualche soldo per prendersi una o due birre, fare qualche partita a biliardo, nell’attesa che arrivi il cliente; ragazzine che a volte possono permettersi pure di andare in bianco. Chissà che per le nuove “leve” vada meglio. Altrimenti, tra un po’ di anni, sarà la stessa storia, non più i pub e i bar di Kabalagala, ma le squallide stanze in legno di uno slum, dove svendere il proprio corpo a 3.000 scellini e dove non ci si può più permettere di andare in bianco.

La storia raccontata è spesso la stessa: la maggior parte di loro, verso i 15-16 anni, quando ancora vivevano in famiglia e andavano a scuola, sono state messe incinta da chi allora era il loro fidanzato e quindi sono state scacciate dalla famiglia e, naturalmente, abbandonate anche dal compagno. Non sapendo che fare, hanno cercato un alloggio a basso prezzo nello slum e per sopravvivere e crescere il loro figlio hanno così cominciato a prostituirsi.

Sono arrivata a Kampala a sedici anni, da Hoima (ovest Uganda), perché scacciata dalla famiglia quando hanno scoperto che ero incinta. Ora ne ho venticinque e oltre al primo figlio, che il padre non ha mai riconosciuto, ne ho poi avuto un altro da uno dei clienti, anche se non so chi, visto che ho una media di nove clienti il giorno. Chiedo 3.000 scellini con preservativo e 6.000 scellini senza”, così mi racconta S.B, grande tifosa dell’Inter, come dimostra la maglietta che indossa.

C’è da dire che trovare un lavoro a Kampala è difficilissimo, il tasso di disoccupazione è elevatissimo e anche chi trova un impiego, tipo cameriera, commessa o simili, alla fine del mese riesce a portare a casa circa 200.000 scellini (80 dollari), un nulla se considerato che solo l’affitto di una stanza costa 130.000-150.000 scellini al mese (52-60 dollari). Queste donne non sono neppure riuscite a trovare un lavoro simile e quindi hanno cominciato a prostituirsi, alcune da subito all’interno dello slum, altre dapprima (come già raccontato) nei bar e pub di Kabalagala o altrove e poi come ultima spiaggia nello slum.

Ho avuto i primi due figli da un “bianco”, quando frequentavo i locali alla moda. Poi lui mi ha abbandonata e mi sono ritrovata improvvisamente senza alcun aiuto economico. Ormai ho già 33 anni e ora i figli sono 8. Non chiedermi chi siano i padri”, mi racconta C.N. mentre allatta l’ultimo nato.

All’interno dello slum hanno la loro stanza in cui vivono con i figli e poi affittano una cameretta (4.000-5.000 scellini al giorno, 1.6-2 dollari al giorno) in cui ricevono i clienti, stanzette fatiscenti che si trovano sul retro dei berettini dello slum o sul retro di altre misere case, fatte di assi di legno, una fianco all’altra, con appena il posto per un letto singolo e una luce al neon o una lampadina (quando ci sono) che penzolano dalla trave di legno soprastante.

Quindi, al mese, tra affitto casa e affitto stanza, spendono sui 300.000 scellini (120 dollari), più i soldi per comprare il mangiare e prendersi cura dei figli alla meglio possibile. La cifra raddoppia quindi a 600.000 scellini (240 dollari). Ecco spiegato il motivo per il quale ogni giorno devono avere come minimo cinque o sei clienti, con cifre dai 3.000 scellini ai 10.000 scellini; ecco spiegato il motivo per il quale per 6.000 scellini arrivano a prostituirsi senza l’utilizzo del preservativo: la fame è fame, soddisfare i bisogni primari, quando non sono garantiti, ti porta a questo. Una situazione disperata.

Ho cominciato a prostituirmi due anni fa, quando mio marito mi ha abbandonata e dovevo in qualche modo prendermi cura dei miei due figli di sette e dieci anni. Ricevo una media di quattro o cinque clienti il giorno, per cifre che vanno dai 3.000 scellini ai 10.000 scellini”, mi dice C.Z. di ventinove anni, che non vuole mostrare il proprio volto in quanto ha da poco scoperto di essere sieropositiva.
Purtroppo, su dodici donne incontrate, cinque sono appunto sieropositive.

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Ho cominciato a prostituirmi tre anni fa alla nascita del primo figlio e dopo essere stata abbandonata dal compagno. Ho una media di cinque clienti al giorno con cifre dai 5.000 ai 10.000 scellini. Sono sieropositiva e lo dico sempre ai miei clienti. Nonostante ciò, alcuni pretendono ugualmente di avere il rapporto senza preservativo, perché loro stessi sieropositivi o perché credono di non poter essere infettati in quanto circoncisi”, sussurra I.N. di ventotto anni, avvolta in una coperta.

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Sono a Kampala, come prostituta, da due anni e ho un bimbo di 10 mesi avuto dal compagno che mi ha abbandonata e che ho scoperto mi ha pure trasmesso il HIV. Il bambino però sta bene. Ricevo tre o quattro clienti al giorno per cifre dai 7.000 scellini ai 10.000 scellini. Nonostante sia sieropositiva e lo dico sempre ai clienti, alcuni di loro non se ne curano per niente e vogliono farlo senza preservativo”, S.H, di Arua (nord Uganda), diciotto anni, la più giovane del gruppo.

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L’unica speranza, l’unica luce per queste donne e, soprattutto, per i loro figli è quindi rappresentata da Mark e la sua organizzazione, fondata nel 1993. Attualmente la NCO (supportata dalla ONG italiana “Insieme si può per L’Africa” di Belluno, rappresentata qui in Uganda da Davide Franzi) fornisce un’educazione informale a circa 300 bambini e garantisce l’accesso al sistema scolastico per altri 120, pagandone la retta e comprando i materiali necessari.

Per quanto riguarda le attività ricreative sono state create due squadre di calcio (la Kabalagala Rangers FC e la Belluno Kabalagala FC) che partecipano a due differenti campionati locali ed è stata creata un’accademia per la danza e la musica, la SOSOLYA UNDUGU DANCE ACADEMY, che partecipa a diversi festival musicali nell’Africa dell’est e l’anno prossimo sarà impegnata addirittura in un tour tra Germania e Austria.

Damiano Rossi.

Mi unisco a Damiano in una mia rara occasione di promozione di opere umanitarie.

In questo universo virulento che genera solo miseria per sopravvivere, come in ogni realtà, esistono eccezioni. In questo caso: la associazione ugandese Needy Children Organisation e la ONLUS Italiana Insieme si puó Africa, di cui pragmatismo e risultati concreti ho già avuto modo di raccontare in precedenti miei articoli.

Con cuore sincero testimonio che ne vale la pena aderire all’appello di Damiano in aiuto non di queste due associazioni, ma delle ragazze Mbaraka e dei loro bambini, concordando con la frase: “Insieme possiamo fare la differenza”. Mbaraka è il termine Swahili per definire le prostitute dell’ultimo girone dell’inferno dantesco di cui quelle che vivono nel cono d’ombra di Kabalagala ne rientrano, purtroppo, a pieno titolo.

Puoi fare la tua donazione a “Insieme si può…” con bollettino postale o bonifico bancario alle seguenti coordinate:

ASSOCIAZIONE GRUPPI “INSIEME SI PUO’…” ONLUS-ONG

Conto corrente postale: 13737325 – IBAN: IT 05 L 07601 11900 000013737325

Banca Etica: IT 66 F 05018 12000 00000 0512110

Causale: progetto NCO-erogazione liberale

Davide Franzi (direttore della sede Insieme Si Può Africa) e Damiano Rossi, garantiscono che i fondi saranno gestiti al meglio prendendo l’impegno di tenere seriamente aggiornati i finanziatori che, oltre ad inviare i contributi, invieranno anche un messaggio privato su Facebook a Damiano o un email a Davide: Franzidvd@yahoo.it . Conoscendo Damiano la promessa sará certamente mantenuta.

Il reportage completo si può visionare sul sito artistico di Damiano Rossi o ridettamene al link

Cuneo, 18 Luglio “Cena degli Avanzi. Tutti a tavola … senza sprechi”.

16 Lug

Seconda edizione di questo importante appuntamento che l’Associazione LVIA e alcune importanti realtàdell’associazionismo cuneese Pro Natura, Confcommercio, Coldiretti, Confcooperative, Caritas Diocesana, Commissione Nuovi stili di Vita (Diocesi di Cuneo e Fossano), Centro Migranti,  ACLI – organizzano con il duplice obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’inquietante fenomeno degli sprechi alimentari e di raccogliere fondi a sostegno dei progetti di sicurezza alimentare che LVIA promuove nel Sahel, in particolare in Burkina Faso.

 

L’evento rientra nelle azioni promosse dalla Campagna “Una sola famiglia umana, cibo per tutti: è compito nostro” promosso da Caritas italiana e Focsiv – Volontari nel Mondo.

Per partecipare alla cena è preferibile prenotarsi entro il 17 luglio, ma è anche possibile presentarsi direttamente in piazza il giorno dell’evento. Il costo è di 18 euro (10 euro per i bambini sotto i 10 anni) e parte del ricavato sosterrà appunto i progetti di LVIA.

 

E’ possibile consultare la pagina del sito LVIA dedicata all’evento per maggiori informazioni e diffondere l’iniziativa anche attraverso l’evento facebook..

Comunicato Stampa:

A Cuneo il 18 luglio LVIA organizza la
“Cena degli Avanzi: tutti a tavola…senza sprechi”

Venerdì 18 Luglio alle ore 19.30 in piazza Europa (lato Ippogrifo) a Cuneo, l’associazione LVIA organizza la Cena degli Avanzi, all’insegna della solidarietà e della lotta allo spreco alimentare.
L’iniziativa, dal nome “Cena degli avanzi: tutti a tavola…senza sprechi” è organizzata in collaborazione con diverse associazioni del territorio: Pro Natura, Confcommercio, Coldiretti, Confcooperative, Caritas Diocesana, Commissione Nuovi stili di Vita – Diocesi di Cuneo e Fossano, Centro Migranti, ACLI. Il contributo è di 18 euro (10 euro per i bambini sotto i dieci anni) che sarà destinato al sostegno dei progetti di sicurezza alimentare che LVIA promuove nella regione africana del Sahel.

Una persona su otto nel mondo non riesce a fare un pasto tutti i giorni: 842 milioni di persone, in totale, soffrono la fame. Di questi, 36 milioni di bambini, che sono i più vulnerabili, muoiono ogni anno di malattie legate alla malnutrizione (dati FAO).
Per contro, 1 miliardo e mezzo di persone mangiano troppo e 1,3 miliardi di tonnellate di cibo vanno sprecate ogni anno: quantità corrispondente ad un terzo della produzione mondiale di alimenti. L’Italia fa purtroppo la sua parte: secondo Coldiretti oltre 10 milioni di tonnellate di cibo vanno sprecate ogni anno nel nostro Paese.

La sfida della lotta allo spreco alimentare diventa strategica per ricondurre in un’ottica di giustizia il rapporto che l’umanità ha con il cibo: la Cena degli Avanzi vuole condividere con il territorio la necessità di ridurre gli sprechi quotidiani per un consumo responsabile. Necessità raccolta dalla Campagna nazionale “Una sola famiglia umana, cibo per tutti: è compito nostro”, lanciata da Caritas Italiana e da FOCSIV – Volontari nel Mondo a fine febbraio (www.cibopertutti.it), e all’interno della quale questo evento rientra, come azione concreta di informazione e sensibilizzazione sulle tematiche promosse. La Campagna raccoglie l’appello di Papa Francesco che ha pronunciato parole chiare sulla necessità di rimuovere le cause della fame e gli ostacoli posti da una finanza senza controllo e dai modelli prevalenti di sviluppo economico.

Con la partecipazione alla cena si contribuirà anche a sostenere un progetto che l’Associazione LVIA promuove in Burkina Faso, nella regione del Sahel africano, dove opera per rafforzare le organizzazioni contadine e rurali che operano per affermare il proprio diritto a partecipare alla grande sfida di nutrire il pianeta. Tale azione è una risposta concreta all’appello che le Nazioni Unite hanno lanciato in questo 2014, Anno Internazionale dell’Agricoltura Familiare, come strumento di lotta alla povertà e salvaguardia ambientale.

L’evento vedrà il coinvolgimento dell’Associazione “MangiArti – Ristoratori artigiani di Cuneo” che raggruppa alcuni dei migliori cuochi dei ristoranti cuneesi e che proporrà un menù con ingredienti offerti in gran parte da aziende del territorio: due antipasti (milanesine di pollo e zucchine novelle in carpione e insalatina di orzo perlato con verdurine, pomodori datterini e basilico), un primo (pasta pasticciata al ragù), un secondo (Bocconcini di vitello in umido con erbe aromatiche e piselli) e un dolce (Torta di nocciole con crema di cioccolato), il tutto accompagnato da vino e acqua.

Per ridurre al minimo la produzione di rifiuti, ogni partecipante è invitato a provvedere autonomamente portando le stoviglie da casa (piatti, bicchiere e posate). Saranno comunque disponibili sul posto kit completi di stoviglie usa e getta, ottenibili con un contributo aggiuntivo di 2 euro).

Si ricorda che per partecipare alla cena è gradita la prenotazione entro il 17 luglio presso uno dei seguenti negozi/esercizi:

■ Libreria Ippogrifo P.za Europa, 3; ■ Renzo Abbigliamento P.za Europa, 9; ■ Cuba Relais Du Chocolat P.za Europa, 14; ■ Original Marines P.za Europa, 26; ■ 012 Benetton P.za Europa, 26; ■ Erboristeria Ginko Biloba C.so G. Ferraris, 25; ■ Spaccio del Parmigiano C.so G. Ferraris, 28; ■ Videocenter Expert C.so Nizza, 72; ■ Ristorante Torrismondi Via M. Coppin,o 33; ■ Votre Maison C.so Nizza, 56; ■ Pizzeria Tramonti C.so G. Ferraris, 11; ■ Chiapella C.so G. Ferraris, 19■ LVIA Via S. Grandis, 38; ■ Agenzia Viaggi Bramardi Via C. Emanuele III, 43

L’evento è patrocinato dalla Provincia e dal Comune di Cuneo e può contare sulla collaborazione di: Associazione Autonoma Panificatori della Provincia di Cuneo, Eco Tecnologie, Coop Cuneo, Pier H2O, Ovostura, Bar Corso, Bar Haiti, ASTEC, Linea carta srl, UnipolSai Assicurazioni -Nuova MAA, Marolo Guglielmo Azienda Vitivinicola, MEC spa, Caseificio cooperativo Valle Josina, Giordano Dario Autotrasporti, Castelmar impianti elettrici;

Per informazioni è possibile contattare la segreteria organizzativa della manifestazione, presso LVIA: referente Cristina Baudino – Corso IV Novembre 28 – tel 0171 696975 email:
azionilocali@lvia.it

 

Rwanda 1994. Un genocidio senza fine.

7 Apr

Nella notte tra il 05 e il 06 aprile 1994 l’aereo presidenziale che trasportava il Presidente Ruandese Juvenal Habyariamana e quello Burundese: Cyprien Ntaryamira fu abbattuto durante la fase di atterraggio presso l’aeroporto internazionale di Kigali, capitale del Rwanda. L’attentato diede il via a 100 orribili giorni in cui centinaia di migliaia di cittadini furono brutalmente massacrati dalle Forze Armate Ruandese (FAR) e dalle milizie para militari Interahamwe.

Sul totale delle vittime vi sono dati contrastanti. Le Nazioni Unite stimano i morti a 800.000, il Governo Ruandese 1.071.000.

I media internazionali, ignoranti o politicamente allineati, ci offrirono notizie parziali ed alterate degli avvenimenti. Il genocidio fu raffigurato come una fenomeno di follia omicida collettiva che spinse i due gruppi sociali: hutu e tutsi a massacrarsi tra di loro, proprio come ora leggiamo al riguardo della Repubblica Centroafricana: mussulmani contro cristiani. Il miglior metodo per confondere vittime e carnefici ed occultare ogni responsabilità.

L’Olocausto ruandese nasce contemporaneamente alla sua mistificazione ed é il primo esempio di revisionismo storico e falsificazione della realtà non effettuati dopo ma durante un genocidio per coprire le responsabilità dell’Europa e in prima linea quelle della Francia.

Il Genocidio del 1994 é l’epilogo più brutale di un regime politico, quello di Juvenal Habyariamana, basato sul predominio razziale e nazista non degli hutu ma di un preciso clan hutu del nord, minoranza assoluta all’interno di questo ceto sociale che conquistò il potere grazie all’aiuto del Vaticano, Francia e Belgio.

Questo regime é stato creato ideologicamente dalla Chiesa Cattolica tramite il Manifesto Bahutu del 1957 e organizzato per oltre venti anni dagli “esperti” francesi fautori della dottrina della Guerra Rivoluzionaria.

Il genocidio non fu una reazione di follia collettiva a seguito dell’assassinio del Presidente Habyariamana. La sua morte fu il pretesto, non la causa, per lanciare un piano di sterminio razziale strutturato e studiato nei minimi particolari almeno tre anni prima.

Le commemorazioni del Ventesimo anniversario del Genocidio: Kwibuka20 sono già iniziate venerdì scorso, 4 aprile 2016 con un forum internazionale organizzato a Kigali sul tema: “Dopo il Genocidio. Esaminare la legalità parlando di responsabilità”.

Oggi, lunedì 07 aprile 2014 presso il Memoriale del Genocidio a Kigali é stata accesa la Fiamma Eterna del Ricordo e il Presidente Paul Kagame ha tenuto un discorso alla nazione presso lo stadio Amahoro teatro di uno dei più terribili massacri avvenuti durante i 100 giorni in cui l’inferno regnò sulla terra.

Il periodo di commemorazioni durerà fino al 4 luglio quando il Rwanda celebrerà il Giorno della Liberazione. Il 4 luglio 1994 il Fronte Patriottico Ruandese (FPR), aiutato da reparti dell’esercito ugandese e consiglieri militari americani, prese il controllo del Paese, ponendo fine al genocidio.

L’Olocausto ruota attorno ad un problema irrisolto della società ruandese: la mistificazione etnica di hutu e tutsi.

Fin dal periodo coloniale belga, hutu e tutsi (che condividono la stessa lingua, credi religiosi e culturali) furono trasformati da due classi sociali a due etnie diverse: una di origini bantu (gli hutu) e l’altra di origini nilotiche.

A fasi alterne, secondo le esigenze coloniali del momento, i tutsi furono dipinti come l’etnia più intelligente ed affidabile o come spietati Signori Feudali che avevano schiavizzato l’etnia maggioritaria. Gli hutu subirono la stessa sorte. Da grezzi e violenti contadini dalla mentalità primitiva e selvaggia, vennero successivamente dipinti come vittime innocenti del sistema schiavista feudale istallato dai regni tutsi. Così la propaganda occidentale contribuiva al mantenimento del dominio coloniale nel Paese, con beneplacito e benedizione della Santa Chiesa e dei Pontefici che rappresentarono la Divinità durante il periodo.

In realtà, nella storia africana pre-coloniale, hutu e tusti erano delle classi sociali: i primi contadini e i secondi allevatori guerrieri. Un complicato e machiavellico sistema di equilibrio di classe era la base dei Regni Ruandesi. Il Re (tusti) era controbilanciato dal Comandante Supremo della Guerra (hutu) e da un Consiglio di Ministri composto al 50% da hutu e 50% da tutsi. Il Re aveva anche l’obbligo di scegliere almeno una delle quattro mogli tra la classe sociale hutu. Alcuni Re si spinsero oltre scegliendo due o tre mogli hutu per calcoli politici o per semplice amore.

Lo statuto di hutu (contadino che serviva la nobiltà) poteva essere trasformato in tutsi (allevatore e guerriero) se l’individuo riusciva a possedere oltre 4 capi di bovini. Viceversa ogni tutsi che perdeva il suo bestiame diventava automaticamente hutu, retrocedendo nella gerarchia sociale. La nobiltà era mista e i matrimoni tra hutu e tutsi non solo frequenti ma incoraggiati dal Re e dal Consiglio con l’obiettivo di rafforzare i legami tra le due classi sociali ed evitare conflittualità.

La mistificazione storica delle due etnie eternamente antagoniste, fu la base ideologica del Hutu Power, del conseguente genocidio e di venti anni di destabilizzazione e guerre nel est della Repubblica Democratica del Congo dove altre popolazioni Banyarwanda furono coinvolte.

Esaminando attentamente gli avvenimenti dei drammatici 100 giorni del Olocausto e quelli dei primi anni del post carneficina, possiamo affermare che le vittime del genocidio furono hutu e tutsi.

Tra il 7 e il 15 aprile 1994 la maggioranza dei membri dell’opposizione hutu furono le prime vittime, compresa Agathe Uwilingiyiamana, Primo Ministro del Governo di coalizione, barbaramente massacrata presso la sua residenza. Stessa sorte per il Presidente della Corte Suprema, decine di Parlamentari, leader delle associazioni dei diritti umani e giornalisti tutti rigorosamente hutu.

Le intenzioni degli ideatori del Olocausto: il Governo di Juvenal Habyariamana e successivamente la Coalizione per la Difesa della Repubblica (CDR) organo di contro potere creato dalla First Lady Agathe Habyariamana , avevano si l’obiettivo di sterminare tutti i tutsi ruandesi ma, contemporaneamente, di eliminare tutti gli oppositori hutu normalmente appartenenti ai clan del sud del Paese. I principali partiti di opposizione hutu, accusati di favorire la ribellione del Fronte Patriottico Ruandese, furono eliminati attraverso l’omicidio dei loro leader e militanti.

Allo sterminio non furono risparmiati miglia di hutu sospettati di simpatizzare per il programma politico e sociale del FPR o più semplicemente accusati di non voler compiere il “dovere di ogni buon cittadino di sterminare gli scarafaggi”. Altre migliaia di hutu furono abbattuti per aver nascosto tutsi o facilitato la loro fuga.

Seppur la maggioranza delle vittime é tutsi, almeno 100.000 hutu trovarono la morte durante i 100 giorni dell’Inferno a causa del loro rifiuto di divenire carnefici o per la loro opposizione al regime razziale, secondo le ricerche condotte da Alan J. Kuperman e pubblicate nel gennaio 2000 sul bimensile Foreign Affairs nel sua opera: “Genocide in Rwanda and the limits of Humanitarian Military Intervention” (Genocidio in Rwanda e i limiti degli interventi militari umanitari).

Altre centinaia di migliaia di hutu furono costretti a partecipare al genocidio contro la loro volontà. Divennero serial killer per sopravvivere. Il loro rifiuto corrispondeva ad una automatica sentenza di morte. Essi dovettero trucidare le proprie mogli, i propri figli, parenti, amici e vicini. Uccisero per spirito di soppravivenza identico a quello che costrinse varie madri tutsi ad abbandonare i propri figli per aumentare le possibilitá di sopravvivere.

Ufficialmente il genocidio ruandese termina il 4 luglio 1994 con la liberazione del Paese da parte del Fronte Patriottico Ruandese. Questa la data accettata dalla storiografia ufficiale.

In realtà il genocidio ruandese termina nel settembre 1996 e i 100 giorni del 1994 rappresentano l’apice del dramma che continuerà oltrepassando le frontiere nazionali.

Tra il luglio e il agosto 1994 quattro milioni di hutu furono letteralmente costretti ad abbandonare il Paese dal esercito ruandese e milizie genocidarie in fuga causa le vittorie militari del FPR di Paul Kagame. Il governo razziale nazista, sconfitto, fu autore del ultimo suo crimine contro il Rwanda: la creazione del più grande esodo forzato della storia del Continente.

Questi milioni di hutu furono disseminati in vari campi profughi nei paesi vicini, soprattutto nello Zaire (dove furono convogliati circa 3 milioni di hutu ruandesi), divenendo ostaggi delle forze genocidarie per oltre 2 anni con la complicità del Alto Commissariato ONU per i Rifugiati (UNHCR) e di centinaia di Ong Internazionali.

Tra il luglio 1994 e il settembre 1996 (data dell’invasione burundese, ruandese e ugandese dello Zaire) almeno quattro mila hutu furono uccisi dalle milizie genocidarie all’interno dei campi profughi secondo i dati forniti da John Eriksson, della Ong americana: Risposta Internazionale ai Conflitti e ai Genocidi in un rapporto pubblicato nel 1996: “Lezioni dall’esperienza ruandese”.

Individui o intere famiglie che esprimevano il desiderio di beneficiare del programma di rientro del UNHCR venivano considerati nemici della patria, minacciati e uccisi. Altri furono giustiziati per il semplice sospetto di essere spie o simpatizzanti del nuovo Governo di Kigali. Corpi di civili hutu venivano quotidianamente ritrovati nelle latrine e nella spazzatura dei campi profughi collocati nei pressi di Goma (Nord Kivu) e Bukavu (Sud Kivu) senza che gli operatori umanitari denunciassero queste esecuzioni extra giudiziarie escluso Medici Senza Frontiere che decise di ritirarsi dall’assistenza ai profughi ruandesi nello Zaire.

Théodore Sindikubwabo e Jean Kambanda, Presidente e Primo Ministro del Governo Ruandese in esilio, Callixte Kalimanzira, Ministro degli Affari Sociali e dei Rifugiati e Athanase Gasake, Ministro della Difesa, costrinsero 4 milioni di ruandesi a divenire ostaggio per permettere di continuare il loro sogno di riconquista del potere in patria e accedere a oltre 2.5 milioni di dollari degli aiuti umanitari che servirono per acquistare armi e crearsi fortune personali all’estero. Questi criminali di guerra erano considerati dalle Nazioni Unite e dalla Ong Internazionali come i soli legittimi interlocutori e rappresentanti dei rifugiati ruandesi nello Zaire.

Tutto ampiamente e rigorosamente documentato dalla Direttrice delle Ricerche di Medici Senza Frontiere a Parigi: Fiona Terry, autrice del libro: “Condemned to Repeat?” (Condannati a ripetere?), Edizioni Cornell Papebacks 2002 Londra.

Altro pesante contributo di sangue pagato dai profughi hutu ruandesi é quello di essere stati costretti ad accettare l’arruolamento forzato dei propri figli presso le forze genocidarie. Un arruolamento che avveniva nei campi sotto gli occhi indifferenti dei alti responsabili del UNHCR. Queste centinaia di giovani ruandesi perirono inutilmente durante gli attacchi terroristici perpetuati in Rwanda dal 1994 e il 1996. Furono consapevolmente condannati alla morte inviandoli a combattere un moderno esercito determinato ideologicamente a difendere il Paese. Un esercito dove ogni soldato combatteva per evitare lo sterminio della sua famiglia.

Durante il periodo di “protezione” delle forze genocidarie da parte della Francia e delle Nazioni Unite, (1994 – 1996) circa 6.000 tutsi ruandesi perirono durante gli attacchi terroristici condotti nelle Prefetture del Rwanda vicino al confine con lo Zaire.

Nel 1995 il piano di sterminio razziale si estese nelle regioni est dello Zaire: Nord e Sud Kivu. Questa volta il target furono la tribù Banyamulenge del altopiano di Mulenge (Sud Kivu) e le popolazioni Banyarwanda dei distretti del Ituri e Rutshuru (Nord Kivu).

Seppur non vi sia mai stato un bilancio ufficiale si calcola che diverse migliaia di cittadini congolesi di origine tutsi perirono durante i vari massacri avvenuti tra il 1995 e il 1996 e nei due pogrom attuati a Kinshasa (capitale dello Zaire). Oltre 150.000 di essi sono attualmente profughi in Burundi e Uganda. Questi massacri furono attuati dalle forze genocidarie ruandesi presenti al est del Congo in collaborazione con l’esercito zairese e la complicità delle Agenzie Umanitarie e Nazioni Unite. All’epoca rare furono le denunce di questi massacri da parte degli umanitari presenti nella regione.

I massacri di Banyamulenge e Banyarwanda associati al rifiuto del Dittatore Mobutu Sese Seko di riconoscere loro la cittadinanza, furono le principali cause che portarono alla nascita della ribellione Alleanza delle Forze Democratice per la Liberazione del Congo-Zaire (AFDL) guidata da un vecchio guerrigliero marxista zairese e trafficante d’oro: Laurent Désiré Kabila. In realtà il AFDL (composto prevalentemente da ribelli Banyamulenge) fu lo specchietto per le allodole utilizzato da Rwanda e Uganda per invadere lo Zaire, metter fine al regime di Mobutu ed istallare un “loro uomo” al potere, che tradì gli accordi di alleanza un anno dopo, provocando la seconda guerra in Congo.

Durante l’invasione dello Zaire, denominata anche “guerra di liberazione congolese” e “Prima Guerra Pan Africana”, i rifugiati hutu del est Congo furono trasformati in scudi umani dalle forze genocidarie che organizzarono la difesa dei campi profughi presi d’assalto dai soldati ruandesi. Almeno 5.000 di essi perirono sotto i bombardamenti e le battaglie tra i genocidari e l’esercito regolare ruandese. Altri 300.000 riuscirono a fuggire nelle vicine foreste e montagne. Almeno 14.000 di essi perirono di stenti, fame e malattie. Ai giorni nostri molti di questi sopravvissuti sono ritornati in Rwanda o si sono integrati nel Congo acquisendo la nazionalità, ancora negata ai cittadini congolesi di origine tutsi.

Se il genocidio termina realmente nel settembre 1996 con la smantellamento dei campi profughi all’est del Congo, trasformati in vere e proprie basi militari per le forze genocidarie del ex regime, i veleni dell’odio etnico continuano ad essere disseminati nella regione.

Il primo veleno fu la teoria del doppio genocidio, propagandata dal governo in esilio con l’attivo supporto del clero cattolico tra cui molti missionari italiani che vivevano all’epoca nel est dello Zaire.

Questa teoria imputa al Fronte Patriottico Ruandese almeno 250.000 morti hutu durante la presa del potere e 400.000 morti tra i rifugiati hutu durante l’invasione dello Zaire.

Questi dati, non verificabili, si basano su labili testimonianze di “sopravvissuti” al genocidio tutsi contro gli hutu. La maggior parte di questi testimoni militavano nei ranghi delle milizie Interahamwe e del ex esercito ruandese FAR.

Negli annuali militari del Fronte Patriottico Ruandese sono registrati alcuni episodi di crimini di guerra commessi durante la guerra di liberazione dal movimento ribelle FPR e dai soldati ugandesi che lo sostenevano: esecuzioni sommarie di sospetti genocidari, rastrellamenti e qualche fossa comune. Occorre però far notare che questi episodi sono stati per la maggior parte severamente puniti dalla catena di comando del FPR che non ha mai accettato come scusa la reazione psicologica e lo spirito di vendetta dei suoi soldati dinnanzi al genocidio compiuto.

Fin dall’inizio il nuovo governo ha tentato di costruire un Nuovo Rwanda basato sull’eliminazione delle distinzioni hutu tutsi e sulla riconciliazione nazionale.

Il presunto genocidio di 400.000 rifugiati hutu imputato all’esercito ruandese durante l’invasione dello Zaire del settembre 1996 non é supportato da nessuna prova concreta. I dati a disposizione parlano di circa 20.000 rifugiati morti nei combattimenti o di stenti durante la fuga nelle foreste circostanti.

La responsabilità finale di questi morti ricade storicamente sul governo Hutu Power in esilio e sulla Comunità Internazionale che ha tollerato la riorganizzazione militare dei genocidari nei campi profughi.

Il Governo di Kigali dal 1995 aveva richiesto a varie riprese lo smantellamento dell’apparato militare terroristico nei campi profughi dello Zaire minacciando in caso contrario di invadere il Paese confinante.

L’invasione fu determinata dalla inettitudine delle Nazioni Unite e dalla complicità della Francia che stava ancora supportando finanziariamente e militarmente le forze genocidarie nella speranza di riprendere il controllo del Paese.

La teoria del doppio genocidio ha subito anche un aggiornamento nel 2004 ad opera di qualche Ong Internazionale operante nel est del Congo che accusarono l’esercito ruandese di aver ucciso 5 milioni di congolesi durante il periodo delle due guerre Pan Africane (1996 – 2003). Una cifra anch’essa non supportata da prove che subì in meno di sei anni varie fluttuazioni sul totale delle vittime di guerra congolesi. Nel 2006 si parlava di 6 milioni, nel 2009 di 8 milioni. La cifra attuale sembra essersi attestata nuovamente sui 5 milioni di vittime. La prova più evidente di una strumentalizzazione politica di questi dati é il fatto che la responsabilità delle vittime congolesi del periodo bellico viene esclusivamente imputata al Rwanda quando, all’epoca nel Congo operavano 8 eserciti africani e almeno 12 movimenti guerriglieri.

I veleni del odio etnico hanno continuato ad offrire le loro nefaste conseguenze anche dopo il conflitto congolese. Due ribellioni Banyarwanda si sono succedute dal 2009 ad oggi: quella del CNDP di Laurent Nkunda e quella recente del M23 di Sultani Makenga.

Le ribellioni sono il frutto diretto del problema etnico rimasto irrisolto, del continuo appoggio delle forze genocidarie ruandesi del Fronte Democratico per la Liberazione del Rwanda (FDLR), delle discriminazioni rivolte alle minoranze Banyarwanda congolesi, vittime di numerosi massacri e pulizie etniche dal 2004 ai giorni nostri.

Il genocidio ruandese continua a creare instabilità regionale a distanza di vent’anni.

Il Rwanda celebra il Ventesimo anniversario sotto la minaccia di una invasione del gruppo terroristico ruandese FLDR operante nel est del Congo. Le FDLR dal agosto 2013 stanno ultimando i preparativi per una invasione del Rwanda con il supporto della Francia, del Governo di Kinshasa e con la complicità dei caschi blu della MONUSCO, contrariamente alla propaganda di false vittorie promossa dalle Nazioni Unite con l’obiettivo di far credere che vi sia in atto un serio tentativo di distruggere questo gruppo terroristico da parte dell’esercito congolese e dei caschi blu.

Le relazioni con la Tanzania sono estremamente tese e hanno causato nel luglio 2013 l’espulsione in massa di oltre 50.000 cittadini Tanzaniani di origine ruandese. Alcuni reparti delle FDLR sono presenti in Tanzania e il Governo del Presidente Kikwete ha stretto forti legami con questo gruppo terroristico.

Il Presidente ugandese Yoweri Museveni sta tentando di riconciliare Rwanda e Sud Africa dopo la crisi diplomatica causata dagli omicidi e tentati omicidi di oppositori politici ruandesi in esilio nel Sud Africa.

Vi é il rischio che la storia si ripeti. Nonostante gli sforzi compiuti per la riconciliazione e per assicurare uno sviluppo economico a tutti i cittadini ruandesi, nel Paese si assiste ad una pericolosa polarizzazione sociale creata dai continui tentativi di riconquistare il potere da parte delle forze genocidarie e da errori commessi dal Governo Ruandese.

Gli errori politici commessi dal Presidente Paul Kagame e dal attuale Governo sono fondamentalmente tre: la gestione dell’ultima fase del processo di riconciliazione denominata: Ndi Umunyarwanda, dedicare il ventesimo anniversario esclusivamente alle vittime tutsi e l’incapacità di abbandonare la Sindrome Israeliana che costringe perennemente il Rwanda ad una politica militare aggressiva contro i paesi confinanti.

Dedicare le commemorazioni del ventesimo anniversario esclusivamente alle vittime tutsi é un errore che offre il fianco a risentimenti e rancori da parte degli hutu, al rafforzamento della propaganda dei movimenti politici e armati Hutupower all’estero.

Questo errore strategico trova le origini nel giugno 2013 quando il Presidente Kagame lanciò il programma Ndi Umunyarwanda durante il Convegno della Gioventù. Negli intenti originali il programma doveva essere l’ultima tappa della riconciliazione nazionale dopo i processi presso il Tribunale Speciale contro i Crimini in Rwanda ad Arusha (Tanzania), i processi popolari denominati Gacaca, l’eliminazione culturale e sociale dell’identificazione di un cittadino ruandese in hutu o tusti e al cammino di progresso economico e sociale di cui l’intera nazione é beneficiaria.

Il Ndi Umunyarwanda, nella realtà si é trasformato nel odioso obbligo di ogni hutu ruandese di chiedere perdono ai tutsi dei crimini commessi da lui personalmente o dai suoi genitori.

La Sindrome Israeliana tutt’ora presente costringe la popolazione tutsi ruandese a sentirsi circondata da orde barbariche hutu e bantu desiderose dell’annientamento totale.

In risposta il Rwanda, dal settembre 1996 ha applicato una aggressiva politica estera basata su attacchi militari preventivi, il supporto delle varie ribellioni Banyarwanda al est del Congo e operazioni segrete di assassinio di pericolosi oppositori militari in esilio.

Negli anni la Sindrome Israeliana si é radicata nella mentalità del Governo ruandese intrecciandosi con gli evidenti interessi economici provenienti dalla rapina delle risorse naturali presenti all’est del Congo, principale motore del boom economico e sviluppo sociale che il Rwanda conosce dal 2000. Coltan, oro, diamanti e altri minerali preziosi congolesi continuano a giungere sul mercato di Kigali come quello di Kampala, grazie ad un complicato intreccio di interessi traversali che coinvolge i due paesi anglofoni così come la stessa Famiglia Presidenziale del Congo: i Kabila.

La via di uscita da questo incubo passa necessariamente per un rafforzamento della riconciliazione nazionale all’interno del Rwanda dove non si ponga una delle due classi sociali sul piedistallo del martirio e l’altra nel ruolo unilaterale di carnefici, umiliandoli a chiedere un eterno perdono. L’umiliazione crea rancore, la base emotiva ideale per giustificare un secondo genocidio.

L’attuale politica militare estera ruandese deve essere trasformata in una politica di integrazione sociale ed economica a livello regionale, capace di creare mercati, stabilità e pace. Il processo di integrazione economica recentemente intrapreso dal Rwanda non si deve limitare al Kenya e Uganda ma deve essere estesa a Congo e Tanzania.

La responsabilità non risiede unicamente nel Governo ruandese. Uganda, Congo, Tanzania, Sud Africa, Nazioni Unite, Francia e Stati Uniti sono chiamati in causa per supportare questo doloroso ma necessario processo per evitare il ripetersi del genocidio. In gioco vi é la sopravvivenza dei tutsi non solo ruandesi, ma burundesi, congolesi, kenioti, tanzaniani e ugandesi.

Purtroppo esistono forze centrifughe che contribuiscono a creare maggior polarizzazione etnica regionale. Il Burundi si sta avviando verso una pericolosa fase di scontro etnico hutu tutsi che può essere evitata solo da una matura opposizione inter sociale contro il Governo del Presidente Pierre Nkurunziza.

La Francia continua la sua anacronistica e criminale conflittualità con il Rwanda. Una settimana fa il Ministro degli Affari Esteri Romain Nadal ha minacciato di boicottare la celebrazione del ventesimo anniversario del genocidio a seguito di una dichiarazione del Presidente Kagame fatta al mensile Jeune Afrique dove si denuncia il comprovato ruolo diretto di Belgio e Francia nella preparazione politica e militare del Olocausto.

La reazione di Parigi é stata il lancio di una contro accusa rivolta a Governo di Kigali di compromettere gli sforzi di riconciliazione tra i due Paesi.

La riconciliazione (e gli interessi economici collaterali) agognata dalla Francia non può essere attuata attraverso la negazione delle responsabilità storiche e dalla indiretta richiesta al Rwanda di ignorare il sostegno alle forze terroristiche presenti al est del Congo che intendono invadere il Paese e “terminare il lavoro”.

Come allora anche oggi i media internazionali non aiutano ad uscire da questo incubo. Al Jazeera, per esempio, nei servizi trasmessi in occasione del Ventesimo anniversario ha attuato una revisione storica diminuendo sia il numero delle vittime che quello dei ruandesi costretti con la forza a divenire rifugiati nei paesi vicini. Un’abile operazione per diminuire la portata del orribile evento.

Fulvio Beltrami
Kampala, Uganda.

Traffico umano, torture e corruzione da funzionari eritrei ed egiziani. – Storia di Awet.

13 Feb

Da quando aveva lasciato il Sudan è stato quattro giorni nascosto sotto le coperte nel retro di un pick-up. Prima per cinque giorni da era stato  incatenato con altri sotto un albero nel deserto. Per otto giorni in arresto da poliziotti e soldati che lo avevano arrestato mentre entrava in Sudan dall’Eritrea, e lo hanno venduto ai trafficanti. La notte precedente hanno dormito vicino al Nilo, e poi di nuovo in movimento, da qualche parte in Egitto. Per sicurezza non citeremeo il suo vero nome ma lo chiameremo Awet.

I due camion stavano trasportando 17 prigionieri e guidando velocemente, ma come hanno passato il checkpoint Awet ha sollevato la coperta un pò la sua coperta. Vide una divisa di un ufficiale egiziano con la mano alzata faceva cenno al convoglio dei trafficanti di passare velocemente. Erano già stati sequestrati, incatenati, picchiati e affamati, ma il peggio doveva ancora venire.

Il convoglio che trasporta Awet ha raggiunto la costa orientale d’Egitto nel buio. Ancora incatenati alle caviglie, i prigionieri sono stati messi in modo da guadare il mare in attesa di una barca in attesa. Una bambina era troppo piccola da gestire, e sua madre era troppo debole per portare con lei, così Awet se la mise sulle spalle.

Dopo sei ore in mare, hanno raggiunto il Sinai, scaricati a mezzo chilometro ancora con le loro catene fino a riva, dove sono stati caricati sui camion pick-up. Sono stati poi guidati in una casa, dove sono stati venduti ancora a diversi acquirenti. Awet e altri cinque sono stati portati in un’altra casa, bendati, ammanettati e costretti ad ascoltare voci di sofferenza intorno a loro. C’erano già altri otto prigionieri .

Questo non è un caso isolato, secondo una stima in un rapporto da Tilburg University, più di 25.000 persone sono state rapite dai trafficanti in Sudan e Eritrea dal 2010, prima di essere portato alla penisola del Sinai e torturati per estorcere un riscatto ai loro parenti all’estero. La tortura avviene spesso, mentre i parenti ascoltano al telefono, una tecnica utilizzata per garantire che il denaro sia pagato in fretta. Si tratta di un commercio lucroso, la stima è che £ 365.000.000 di riscatti, secondo il rapporto, siano stati pagati negli ultimi tre anni.

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Ho intervistato Awet nel mese di dicembre per conto di Human Rights Watch, che ha pubblicato ieri un rapporto basato su 37 interviste con le vittime delle bande di traffico. Undici degli intervistati raccontato 19 casi di collusione da parte della polizia egiziana o soldati. Molti hanno anche raccontato il coinvolgimento delle guardie di frontiera sudanesi, che sono noti per arrestare i profughi dall’Eritrea prima di venderli alle bande.

Prima che il rapporto fosse pubblicato, si è sospettato che un vasto commercio che tale non poteva avvenire senza che funzionari chiudessero un occhio. E di recente, infatti, un trafficante chiamato con il nome di Abu Faris, senza mezzi termini ha detto ad un giornalista del Sinai di aver corrotto agenti di sicurezza per far sì che guardassero dall’altra parte.
“Abbiamo contrabbandato immigrati dai confini egiziani, sudanesi al confine Peace Bridge e al tunnel di Shahid Ahmed Hamdy in Suez, pagando grosse tangenti lungo la strada“, ha riferito. “Poi li abbiamo messi in un magazzino, offrendo loro cibo in cambio di altri fondi che avevamo già pagato come tangenti al fine di facilitare il loro accesso al punto di frontiera.”
Lunedì,in un’intervista telefonica, un portavoce del ministero degli esteri egiziano ha negato che i funzionari egiziani siano coinvolti nel permettere la tratta di esseri umani. Ha riferito che questa pratica si era drasticamente ridotta dal luglio del 2013, quando il governo ha sostenuto un massiccio intervento militare assicurando maggiore presenza e sicurezza nel Sinai e sui confini della nazione che è stata successivamente rafforzata. Perché le rotte di contrabbando sono utilizzati anche per armi e droga, ha detto, sono un rischio per la sicurezza e devono essere sorvegliati.
Tuttavia, secondo l’attivista Meron Estafanos , che controlla il commercio dalla sua base in Svezia, dal novembre del 2013, il flusso di telefonate disperate ha lentamente cominciato ad aumentare.
Secondo diverse testimonianza, prima ai servizi di sicurezza erano a conosceva delle posizioni di alcune delle case di tortura, ma nessuno è mai riuscito ad agire. Nel 2012, per esempio, una ONG con sede al Cairo e abitanti si oppongono al commercio  e hanno dato dettagli delle case di tortura alla polizia, che non ha fatto nulla. “Non c’è modo non possiamo farci niente. Quella zona è conosciuta per essere sotto il controllo di gruppi ben armati. La polizia non può entrare“, ha detto un ufficiale. Il General Intelligence Services, equivalente della CIA o MI6, ha detto che avevano “altre priorità”.
Nel giugno del 2013, alcuni abitanti del luogo frustrati hanno cominciato a prendere provvedimenti personali, organizzando proprie incursioni armate in poche case di tortura. Da allora, le autorità insistono che sono stati presi provvedimenti.
Durante la sua prigionia, Awet è stato svegliato alle 5:00 ogni mattina per essere picchiato. Ma lui è stato fortunato. Un uomo socievole e amico, aveva molti amici e una famiglia con collegamenti all’estero. Nel giro di un mese hanno alzato il $ 33.000 20.000) i suoi rapitori li hanno trasferiti a un intermediario in Arabia Saudita. I più sfortunati non potevano pagare, e spesso sono deceduti alle loro torture.
Di notte ci hanno portato un cadavere coperto con una coperta e ce lo mostrarono,” ha detto Awet. “Ed essi dissero: Guardate, questo ragazzo è stato ucciso perché non ha pagato.” Loro ci dissero di seppellirlo in modo che il cadavere non marcisce “.
Altre vittime ricordano di aver condiviso le loro celle con i corpi dei morti per giorni o costretti ad abbracciare i cadaveri.
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Leggendo le testimonianze dei sopravvissuti, emergono temi comuni: le elettrochoc, gli stupri, bruciature con il fuoco e la plastica fusa, le frustate e percosse. Diverse vittime denunciano di essere stati appesi per i polsi al soffitto con le braccia legate dietro la schiena.“Mi hanno appeso tre volte e le mie braccia hanno fatto molto male. Ora non le posso più usare. È difficile fare le cose senza le braccia“, ha detto un uomo.
Awet alla fine ha fatto base al Cairo, dove sta aspettando l’UNHCR per elaborare la sua richiesta per il reinsediamento. Egli è in grado di lavorare e vive con altri sopravvissuti facendo volantinaggio a £ 35 al mese. Molti hanno profonde difficoltà psicologiche e vivono nella paura di essere ripresi da parte delle bande, che hanno informatori nella comunità eritrea e minacciano chiunque scoprono abbia parlato alla stampa.
Anche se è svolta da bande criminali comuni, il commercio si basa su funzionari statali in ogni punto, e ad ogni livello. Come altri rifugiati, Awet è fuggito dall’Eritrea dopo essere stato sottoposto a 16 anni di servizio militare forzato in una delle più povere nazioni più militarizzate del mondo. I funzionari eritrei sono profondamente implicati nel commercio. Secondo il gruppo di monitoraggio del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per la Somalia e l’Eritrea, per esempio, in alcuni casi le commissioni di riscatto vengono trasferiti ai diplomatici eritrei all’estero.
Il rapporto 2013 afferma: “Il Gruppo di monitoraggio ha anche ricevuto una testimonianza per quanto riguarda le tasse di riscatto che sono stati versati direttamente ai funzionari eritrei. In un caso, un cittadino eritreo con sede in Germania, è stato costretto a raccogliere circa 9.000 € da amici e parenti per liberare due suoi cugini che erano stati rapiti nel Sinai, in Egitto, nel 2011, dopo che erano fuggiti dall’ Eritrea e si erano in una carovana di tratta di esseri umani in Sudan. I fondi sono stati trasferiti a un membro della famiglia in Eritrea che ha consegnato in contanti all’ufficio per la sicurezza del governo di Asmara.
Repressione dell’Egitto nel Sinai potrebbe aver frenato i sistemi di tortura, per ora, anche se i ricercatori temono che riappariranno altrove, o nello stesso luogo, una volta che la campagna contro i militanti è finita. Alcuni abitanti del luogo dicono che è routine danneggiando i civili nel perseguimento di radicali ribelli islamici .
Ma per le vittime della tratta in salvo dalle autorità, il calvario è tutt’altro che finito. Una volta che sono stati raccolti, vengono poi imprigionati nelle stazioni di polizia egiziane. Al momento, non solo all’UNHCR viene negato il diritto di visitare le vittime, ma le autorità esigono che i prigionieri raccogano fondi per il proprio volo per Etiopia (che accetta profughi eritrei), quale condizione del rilascio, una domanda raccapricciante e costosa  in cambio della richiesta fatta dai trafficanti.
Ho detto al portavoce del ministero degli esteri che l’Egitto dovrebbe almeno prontamente permettere a queste persone di andare in Etiopia, se questo è ciò che vogliono. Ha risposto chiedendo alle agenzie internazionali e governi stranieri di contribuire a pagare per il processo. Bisogna essere in due per ballare il tango“, ha detto.Awet è forte. Ho la sensazione che  lui riescirà a costruire una nuova vita, una volta fuori dall’Egitto. Ma il volto angosciato di un giovane suo amico, che è stato torturato molto più duramente e per molto più tempo, resta con me. Più di un anno dopo la sua fuga sembrava malato e profondamente a disagio, sempre spaventato, sempre preoccupato, anche se in un luogo sicuro.
Articolo originale QUI
Traduzione a cura di African Voices

Costa d’Avorio: Bambini sfruttati nel Paese del cacao

5 Dic

(Duékoué , Costa d’Avorio ) Quasi 200.000 bambini lavorano nei campi di cacao del più grande produttore mondiale del prodotto popolare , la Costa d’Avorio . Tra questi, migliaia di vittime della tratta . Indagine sulle   piccole mani che producono cioccolato , fissando un problema di funzionamento di portata globale.

Al capolinea di Duékoué, crocevia storico di produzione di cacao , tre adolescenti emergono dal bus fatiscente . Ragazzi visibilmente stremati dalle 30 ore su strade sconnesse, sembrano persi. “Veniamo da parte di nostro zio“, dice Ouedraogo, uno dei ragazzi. Ha detto di avere 16 anni. ma gliene avrei dati almeno 3 in meno. Un uomo, rapidamente, lo prende. “Questo è mio figlio.”

Questo non è un freddo momento di ritrovo, ma sono molti minori vittime della tratta . Marie GbE è una venditrice di arance, non è sorpresa. “Ne vedo spesso. Sono disponibili a lavorare nei campi di cacao. Questo è il raccolto. ”

Yao Bi Gohi , dell’assistenza ai bambini poveri ivoriani, lotta contro una legge governativa per il lavoro minorile e lo sfruttamento dei bambini, conferma che non è una riunione di famiglia . “I bambini provengono dal Burkina Faso, Mali, Niger. Sono accompagnati da un conoscente. Quando gli agricoltori si confrontano, si dice che sono loro figli “, dice un lavoratore della comune. In una regione in cui più di metà delle nascite non sono dichiarate , è difficile dimostrare il contrario .

Il consenso dei genitori

Il numero elevato di bambini di bambini coinvolti nel traffico è imprecisato. Ma ciò che è certo è che i genitori acconsentono. “C’è una forte rete dietro. Il bambino viene assoldato con “contratto“. Noi paghiamo il suo viaggio e lui lavora ” , dice Gohi . ” I genitori sono troppo poveri per sostenere le loro famiglie. Gli dicono che in Costa d’ Avorio ci sono i soldi e che i bambini gli li invieranno“.

Ousmane Ouattara è alto e muscoloso. Non ha più il corpo di un bambino. Ma a 15 anni, rimane per sua volontà. “Sono venuto a lavorare nei campi da un anno,” dice con calma . Originario di Ouahigouya nel nord del Burkina Faso, è sotto di un ” genitore “, uno di Duékoué . ” Il contadino ha rifiutato di pagarmi . Mi ha dato appena sufficiente per mangiare.” Adolescente, testardo, ha preso 5.000 CFA ( $ 10) per prendere l’autobus dove ha incontrato un giornalista. Spera di trovare un nuovo lavoro in un’altra città .

Sulla strada, un mlilitare controlla l’identità dei passeggeri sul bus . Ousmane non ha documenti di identità . “Sei straniero, perchè sei nel nostro paese senza documenti ? ” I militari lo portano fuori . Ousmane ha dovuto pagare 500 CFA ( circa $ 1) per continuare il suo viaggio. I militari non si chiedono perché un adolescente straniero viaggia da solo.

Isolamento e insicurezza

In una regione che ha sperimentato episodi tra i più violenti della crisi ivoriana 2010-2011, sono molteplici posti di blocco e militari hanno altre preoccupazioni che combattere contro il traffico di bambini.

“Il fenomeno della tratta è cresciuta dopo la crisi. ” , dice Clemente Dago responsabile per la protezione dei bambini per la missione delle Nazioni Unite in Costa d’Avorio, UNOCI .

Village Blenimehouin è a soli 25 km da Duékoué , ma ci vogliono più di tre ore per arrivarci, la strada è brutta. Qui, tutti hanno preso l’autobus. La loro destinazione : Mount Peko , dove il leader della milizia Amade Ouérémi distrusse una piantagione di cacao nella  foresta . Il governo ivoriano ha inviato l’ esercito per completare la ristrutturazione e fermare Ouérémi lo scorso giugno . In attesa di una soluzione, ha permesso 27.045 persone di  restare. La metà di queste persone sono bambini e il 95 % sarebbero burkinabé .

Alcuni bambini sono nel bosco fin dal loro arrivo . Lavorano gratis fino a quando non viene assegnato loro un campo da sfruttare ” , dice Dago UNOCI . Il fenomeno non è unico . L’isolamento dalle altre foreste , in particolare nel Parco Nazionale di Tai , dove è stato girato il film della Disney, ha permesso agli agricoltori di sfruttare illegalmente la terra e con uno sforzo minore.

Al Centro sociale Duékoué , responsabile per la protezione dei bambini nella regione , il problema viene gestito come si può. Nel mese di giugno , cinque bambini dal Benin sono stati intercettati. Da allora, due fuggirono. Dopo cinque mes, le autorità si stanno ancora chiedendo che cosa fare con tre ragazzi di 13 , 15 e 17 anni , in assenza di un accordo di rimpatrio . Il personale del Centro si rifiuta di parlare per proteggere i bambini . Ma questo silenzio sottolinea in particolare il disagio delle autorità , con un fenomeno in crescita .

Ousmane , lui non vuole tornare . “In Burkina Faso , non c’è lavoro . Almeno qui , sto facendo qualcosa . Dobbiamo lavorare “, ha detto prima di scomparire .

Condizioni ‘orribili ‘

Nei campi , senza elettricità, senza acqua potabile . I bambini che dormono in rifugi di fortuna , coperte di fogliame, in una regione in cui la malaria è endemica e i morsi di serpente sono fatali . “Loro vivono in condizioni orribili e non hanno assistenza sanitaria. devono fruttare 100.000 CFA o 150.000 CFA ( circa $ 200 o $ 300) per un raccolto . Ma valgono soldi usando tattiche diverse . Molti si ritrovano senza denaro ” , dice Yao Bi Gohi , l’assistenza ai poveri e bambiniivoriani, una ONG che lotta contro il lavoro e lo sfruttamento dei bambini.

Quali sono le soluzioni ?

La Costa d’Avorio e le multinazionali del cioccolato non stanno a guardare il problema della tratta e del lavoro minorile. I grandi esportatori tra cui Nestlé , Hershey e Cargill,  fondarono la International Cocoa Initiative che gestisce più di $ 3 milioni in progetti all’anno . La Costa d’Avorio ha moltiplicato gli strumenti: accordi di rimpatrio con il Burkina Faso, campagne pubblicitarie e leggi più severe.

C’è un desiderio sincero di cambiare le cose , ” dice il giudice Louis Vigneault – Dubois , responsabile della comunicazione presso l’UNICEF .

Tuttavia è praticamente impossibile garantire che i 600.000 produttori che forniscono l’industria non sfruttino il lavoro minorile, tanto più che il numero di intermediari tra produttori ed esportatori coprono la loro tracce.

La lotta è un processo lungo . “Abbiamo bisogno di cambiare gli atteggiamenti . Ci vuole tempo, soprattutto per la popolazione povera e vulnerabile “, dice Vigneault – Dubois . L’ agricoltore medio guadagna circa 1.500 dollari all’anno, una somma con la quale deve provvedere alla sua famiglia e ai suoi campi. Difficile chiedergli di non sfruttare il lavoro dei bambini stranieri, mentre è necessario per la propria sopravvivenza .

E il problema non è limitato al cacao . ” Il traffico di bambini è anche lo sfruttamento sessuale , i mercati del lavoro, domestiche nelle case . Questi bambini non hanno la stessa attenzione perché non sono coinvolti nel fare una barretta di cioccolato che sarà nelle mani dei consumatori canadesi. ”

Onnipresente ma invisibile

Lungi dal diminuire, il numero di paesi in cui i bambini lavorano nel mondo è aumentato del 10 % lo scorso anno su 76 delle 197 nazioni esaminate dal gruppo di ricerca britannico Maplecroft .

L’organizzazione che analizza l’ ambientale , sociale e politico” influenza il mondo degli affari, classifica i paesi in base al rischio di aziende internazionali si trovano ad affrontare il lavoro minorile , con i loro sub-appaltatori , per esempio. Ci sono quattro livelli di rischio : estremo , alto, medio e basso .

Violare le leggi che proibiscono il lavoro minorile impone restrizioni al diritto dei bambini ad avere un’istruzione, per avere un’infanzia , di giocare e di essere sani “, dice Jason McGeown intervista , il portavoce Maplecroft vicino a Bristol , UK .

La cosa peggiore al mondo per il lavoro minorile sono la Birmania , Corea del Nord , Somalia , Sudan e Repubblica Democratica del Congo .

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro ( ILO ) stima che 215 milioni è il numero di bambini che lavorano in tutto il mondo .

In Etiopia , il rapporto dell’OIL , dice che il 60 % dei bambini lavorano principalmente nelle fattorie e miniere d’oro in condizioni estremamente difficili . “Guadagnano circa $ 1 al mese, che contribuisce al reddito familiare “, afferma l’organizzazione .

In Birmania, i bambini fino a 12 anni vengono reclutati dall’esercito e sottoposti a trattamento talmente terrificante che molti si suicidano“, dice l’ ILO .

L’organizzazione rileva che 22 milioni di bambini muoiono ogni anno a causa di condizioni di lavoro insicure .

Per la natura illecita del lavoro minorile è difficile da analizzare e quantificare , ma è possibile usare i modi diretti e indiretti per capire“, dice McGeown

Per effettuare la nostra analisi , usiamo una serie di indizi , comprese azioni da parte dei paesi per combattere il problema del lavoro minorile, compresa l’istruzione gratuita e obbligatoria per tutti, e come gli stati rispondono alle problematiche legate al lavoro minorile “, ha detto .

Utilizzando la rete di epoche diverse , l’UNICEF stima che il numero dei bambini nel mondo di età compresa tra 5-14 anni nel mondo del lavoro sia di 158 milioni .

I bambini lavoratori sono onnipresenti , ma invisibili , lavorando duramente come domestici , dietro le mura di officine, nascosti alla vista in piantagioni “, afferma l’organizzazione .

Articolo di Marc-André Boisvert
Articolo Originale in lingua francese di LAPRESSE:CA

 

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MISSION, LA TRASMISSIONE CHE L’ITALIA NON VUOLE VEDERE

4 Dic

Mission italia non vuole vedere

DINAMO COMUNICATION CENSURA AFRICAN VOICES!

3 Dic

Pole pole, che in lingua swahili significa “piano piano“, prendersela con calma, dev’ essere l’unico termine che alla Dinamo hanno imparato con velocità, in Congo, girando quelle immagini di cui tutto il web ormai ha visto e scaricato sui propri computer.

Eh si, perchè il video è uscito ormai una settimana fa ed è stato visto da più di 14 mila persone, è stato scaricato in chissà quali e quanti formati da blogger, giornalisti e dalle migliori testate nazionali italiane eppure, solo dopo una settimana, Dinamo Comunication per mano del suo Ufficio legale e lettera firmata niente meno che dall’Amministratore Unico Dott. Roberto Baratta, giusto per un tentativo di intimidazione dei soggetti in causa, decide di minacciare African Voices con un comunicato di diffida e non per danneggiamento di immagine e patrimoniale!

dinamo

Tutto questo mi fa pensare  a due cose: la prima è che African Voices, grazie all’Anonimo di Intersos che ci ha inviato il video e molte altre informazioni utili, ha centrato uno degli obiettivi di boicottaggio della trasmisssione Mission. L’altro è l’incongruenza continua dei tre pricipali attori di questa messa in scena in Africa detta Mission. Vi ricordate l’Ansa che la Dott.ssa Iucci dell’ufficio stampa UNHCR Italia e il Presidente della Intersos, Nino Sergi, fecero a 24 ore dall’uscita del video? La Iucci, disse che era chiaramente un videoclip montato, ma tenendosi lontana dal dire che fosse un falso. Invece Nino Sergi disse a chiare lettere che era falso. E adesso Dinamo che, chiedendone la censura e minaccia, “ci vedremo costretti a rivolgerci al giudice competente per tutelare i nostri diritti“, dichiara tra le righe che il video è loro ed è VERO! Una grande conferma che nessuno di noi si aspettava e ci fa molto piacere anche a nome di  tutti coloro che l’hanno visto e dei pochissimi che ne avevano dubitato.

A noi di African Voices che siamo piccoli in questo mondo di giganti, armati solo di buona volontà e passione per i diritti umani e civili in Africa, che lavoriamo in forma di volontariato insieme a giornalisti e blogger che decidono di farlo con noi per amore dell’Africa e che abbiamo a cuore il quotidiano degli africani, cosa che non posso certo dire per DINAMO COMUNICATION, RAIUNO, UNHCR ITALIA e INTERSOS alle prese con MISSION, non ci resta che sottostare a tale indegna richiesta di censura che mette nuovamente a dura prova in italia la libertà di informazione, consci che una battaglia legale ci costerebbe troppi €uro che, siamo sicuri, Dinamo non avrebbe problemi ad avere a disposizione anche se siamo altresì sicuri che ci portebbe ad una vittoria sopratutto perchè si andrebbe a parlare in un tribunale di come realmente la DINAMO e INTERSOS hanno ottenuto i permessi per girare i filmati in RD Congo, avuti aggirando le leggi congolesi che non avrebbero mai dato il permesso per girare Mission, un reality show, nelle loro terre dove da molti anni perdurano guerre tra ribelli e truppe regolari.

Ad African Voices, prima della censura sul suo canale di YOU TUBE che avverrà nelle prossime ore, non rimane che promettere il video a tutti coloro che necessitano di ottenerlo, che siano media o privati, basta che ci inviate una email con scritto:
Voglio il video della vergogna umanitaria” e noi ve lo invieremo.

Marco Pugliese
African Voices
redazione@africanvoices.it
africanvoices@hotmail.it

Mission. Sollevare il velo per comprendere

2 Dic

Mercoledì 4 dicembre 2013 su RAI Uno sarà trasmessa in prima serata la prima puntata della trasmissione Mission un programma educativo illustrante il dramma dei profughi nel mondo, per alcuni un Reality Show, Pornografia Umanitaria per altri.

Dal luglio 2013 in Italia si é acceso un forte dibattito su questa trasmissione che ha creato nel mondo dell’associazionismo e delle ONG italiane due campi nettamente contrapposti impegnati in una guerra di principi e valori che ruota su una questione di estrema importanza: Mission é un mezzo adeguato per far comprendere al grande pubblico la complessa realtà dei profughi sparsi nel mondo?
Dopo un periodo di tregua estiva, il confronto si é riacceso a fine novembre con la pubblicazione da parte di African Voices dell’inchiesta giornalistica effettuata nella Repubblica Democratica del Congo e nella Repubblica del Sud Sudan dove vengono evidenziati i metodi poco ortodossi, ma molto pratici, per poter registrare le puntate di Mission nei due paesi africani. La pubblicazione in anteprima del video della Barale e del principe Filiberto girato a Doruma o Goma, ha avuto come obiettivo quello di mostrare l’inconsistenza di un programma centrato sulle esperienze dei personaggi famosi del degradato universo dello spettacolo italiano, voluto da una televisione nazionale che ha perso il ruolo educativo da quando la violenta e volgare cultura di Mediaset ha ristrutturato alla radice la RAI, trasformandola in una TV spazzatura che interrompe trasmissioni di alto livello come C’era una volta per privilegiare varie trasmissioni trash. Questo conflitto é stato voluto dall’intransigenza dei realizzatori di Mission che progressivamente hanno scelto la via dello scontro, preferendo la logica del nemico da costringere al silenzio rispetto il dialogo e la riflessione comune. Dopo le critiche iniziali e una petizione che ha raccolto oltre 98.000 firme per fermare la trasmissione, il mondo dell’associazionismo italiano ha offerto ai promotori di Mission la possibilità di aprire un dialogo e un confronto sereno sul tema con l’obiettivo di esaminare la trasmissione ed eventualmente trasformarla, migliorandola.
Proposta nettamente rifiutata per una semplice ragione: gli interessi economici che sono alla base di Mission rendono la trasmissione non transformabile. Cancellare la programmazione é impossibile. I milioni di euro giá spesi creerebbero alla RAI un deficit difficile da spiegare. L’orientamento bellico ha avuto uno sviluppo progressivo. Nel luglio scorso era stato adottato solo dalla Ong Intersos. RAI e UNHCR Italia avevano scelto un prudente distacco limitandosi a comunicati ufficiali sobri in difesa della trasmissione. La pubblicazione del video ha costretto anche UNHCR Italia ad emulare l’atteggiamento inappropriato della Ong di Roma. I promotori si sono sentiti sotto assedio e hanno deciso di proteggere l’obiettivo ultimo della trasmissione: il puro guadagno, generato dalla vendita dei spazi pubblicitari (180.000 euro per 28 secondi) e la raccolta fondi che sarà spartita tra UNHCR e Intesos.

La loro posizione di trincea a difesa dell’indifendibile danneggia il mondo del volontariato italiano, rivelando il vero volto della “Aiuti Umanitari SPA” dove impera una totale mancanza di trasparenza dei fondi pubblici e privati, inefficacia degli interventi e stretto indirizzo economico in grado di creare vere e proprie Holding dove milioni di euro devono essere necessariamente spesi durante l’arco dell’anno per riceverne altrettanti l’anno successivo.
Mission non é altro che una operazione di marketing tesa a donare informazioni unilaterali, superficiali e ricreate sui set cinematografici di vari paesi. Gli obiettivi sono essenzialmente due. Creare un’immagine positiva di queste industrie dell’umanitario per offrire una impressione di trasparenza e di forte impatto sulle vite di centinaia di migliaia di persone.
Creare, come conseguenza nella maggior parte possibile della opinione pubblica, l’idea che si stia veramente aiutando i poveri sparsi nel mondo e le popolazione afflitte da catastrofi naturali, conflitti e guerre civili. Questa idea genera il bisogno, abilmente indotto, di partecipare all’aiuto verso i più deboli con un contributo economico. I modesti contributi economici, solitamente non superiori ai 10 euro, rappresentano un’ inaspettata e preziosa fonte di finanziamento privato che può far entrare nelle casse della agenzia umanitaria milioni di €uro a seguito di una campagna di marketing ben fatta.

Secondo vari esperti del settore questi fondi possono facilmente sfuggire a controlli sul loro utilizzo. Mission, come la maggior parte delle campagne pubblicitarie umanitarie, si basa su un unico e semplice concetto: lo sfruttamento dell’immagine de beneficiari. La loro sofferenza e il loro stato di bisogno (entrambe causate da fattori politici ed economici indipendenti dalla volontà delle popolazioni), sono schiaffate davanti agli occhi dell’opinione pubblica occidentale. Questa forma di prostituzione indotta é abbinata ad un vecchio concetto del colonialismo che distorge il concetto di solidarietà Cristiana: si fa appello agli occidentali (bianchi) ad aiutare i più bisognosi del pianeta.
Nel 84% dei casi i soggetti delle operazioni di marketing umanitario sono totalmente ignari di essere al centro della campagna pubblicitaria che fará entrare sperati milioni di euro. Nessun sfollato congolese o sud sudanese vedrá la trasmissione Mission. Nemmeno saprá della sua esistenza. A garanzia della dignitá dei soggetti deboli si sono crerati codici deotologici, purtroppo elaborati e decisi dagli stessi organismi che costantemente li violano, giusto per aumentare la coltre di fumo necessaria ad evitare critiche.

Dinnanzi alla povertà culturale e al cinismo volutamente adottato sembra doveroso togliere il velo che da decenni in Italia ripara da occhi indiscreti il volto di certe agenzie multilaterali.
African Voices in collaborazione con il giornalista freelance Fulvio Beltrami, completano la prima fase di inchiesta su Mission, svolta nel mondo reale, con una serie di indagini per informare i lettori di alcune realtà nascoste in Italia, ma conosciute nel resto del mondo. Si renderanno noti studi di Istituti Accademici internazionali ed inchieste di famosi giornalisti americani e francesi, spesso volutamente occultate al grande pubblico, che per molte agenzie multilaterali é solo fonte di donazione da non turbare. Queste ricerche universitarie ed inchieste giornalistiche ci aiuteranno a comprendere se i fondi derivanti dalle donazioni private vengono realmente spesi per i beneficiari, nel pieno rispetto della trasparenza. Ci faranno conoscere una realtà diversa dei profughi e sfollati della Repubblica Democratica del Congo e il progressivo conflitto sociale tra i beneficiari e agenzie umanitarie che si é drammaticamente sviluppato proprio durante il periodo di realizzazione di Mission. Ci faranno scoprire gli effetti collaterali dei campi profughi e dell’aiuto umanitario: contributo all’economia di guerra, protezione di gruppi armati e prolungamento dei conflitti.

Non ci resta che darvi appuntamento per il primo articolo: “Quanto é trasparente UNHCR?”

Ai lettori di African Voices che ne faranno richiesta verrà concesso l’opportunità di scaricare gratuitamente le opere citate (open sources) in lingua originale, formato PDF.

Fulvio Beltrami
Giornalista Freelance
Kampala Uganda