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Ritorno in Africa. I flussi migratori si stanno invertendo.

29 Ago

La allarmante e razziale propaganda promossa da vari Media italiani, discretamente tollerata dal governo di sinistra di cui ironicamente i frutti politici vengono raccolti dalla destra populista si basa su un grande inganno informativo. Stanno convincendo gli italiani che il loro Paese è invaso dagli africani disperati e pronti a tutto. Nulla di più falso come hanno sottolineato un pugno di colleghi su L’Indro e altri quotidiani come il Manifesto, Corriere della Sera e Avvenire. Voci fuori dal coro che espongono una cruda realtà: i flussi migratori verso l’Europa sono una percentuale insignificante rispetto ai flussi che avvengono all’interno del Continente africano.

Flussi di natura economica che verranno facilitati con l’abbattimento delle frontiere nazionali e unico passaporto africano, progetto promosso dalla Unione Africana che dovrebbe entrare in vigore entro il 2030. Già ora alcuni blocchi economici stanno costruendo i presupposti per una unica cittadinanza. Il progetto più avanzato è quello della East African Community (Comunità Economica dell’Africa Orientale).

La seconda realtà che i media italiani ed europei occultano è ancora più orribile. L’Europa sta progressivamente rifiutando i visti ai profughi e ai richiedenti di asilo politico rinnegando così i valori europei in difesa dei diritti umani spesso usati come arma di accusa rivolta contro vari governi africani. Migliaia di persone dall’Africa e Medio Oriente ricevono il rifiuto di concedere loro lo statuto di rifugiato in Europa nonostante che fuggano da guerre spesso create dall’Occidente o da repressioni politiche, religiose e sessuali perpetuate da dittature disumane alleate a Stati Uniti e Unione Europea, i casi più lampanti: Arabia Saudita, Turchia, Egitto e ora anche il Sudan.

In Africa vi sono quasi 10 milioni di profughi, gestiti più o meno bene dai governi africani con la collaborazione dell’Alto Commissariato ONU per i Profughi (UNHCR) e ONG occidentali. Uno tra i Paesi africani all’avanguardia per la gestione dei rifugiati e immigrati è l’Uganda dove ogni “straniero” viene aiutato a inserirsi nel tessuto sociale ed economico ugandese, offrendo lavoro, sicurezza e dignità. Eppure qualche giorno fa il quotidiano La Repubblica ha scritto un articolo sulla emergenza profughi dal Sud Sudan che di fatto denigra l’Uganda ignorando che il Paese africano è alla avanguardia delle politiche di accoglienza a livello mondiale e che abbia istituzionalizzato una politica di porte aperte elogiata anche dalle Nazioni Unite. “L’Uganda al collasso: è qui che un milione di sud sudanesi trova rifugio” Un articolo, forse scritto per attirare fondi a favore del florido business umanitario inventato dall’Occidente, che propone i classici cliché di Paesi africani poveri e bisognosi di aiuto. Una tecnica giornalistica per generare pietismo e convincere a stanziare fondi umanitari per le Ong italiane o europee.

L’esempio de La Repubblica non è purtroppo un caso isolato. Da mesi i giornali aprono in prima pagina con titoli xenofobi contro gli immigrati. “Immigrazione, un terzo dell’Italia in mano agli stranieri”, “Immigrati alla stazione di Lido. Disagi e molestie”, “Il contagio islamista infetta l’Europa. Sotto attacco Finlandia e Germania”, “Militari accerchiati dalla gang di extracomunitari”. Spesso queste sono false notizie o notizie che vengono volutamente distorte per creare un clima di paura e terrore. Il prete cattolica Mussie Zerai di origine eritrea e candidato al Premio Nobel è stato indagato dalla Procura di Trapani con l’accusa di favore l’immigrazione clandestina. In realtà Zerai aiuta gli immigrati già in Italia a ricongiungersi con i famigliari o a trovare un lavoro, donando loro dignità.

All’interno di questa facile disinformazione con chiari connotati di terrorismo psicologico che in alcune testate italiane si trasforma in odio razziale, non vi è spazio per le notizie vere. Dal 2014 i flussi migratori Africa Europa si stanno progressivamente invertendo. La diaspora africana in Europa sta rientrando in Africa dopo decenni passati all’estero. Il fenomeno di rimpatrio non è dovuto da fallimenti personali o mancato inserimento nel tessuto socio economico nei Paesi europei ospitanti.

Al contrario riguarda al piccola e media borghesia africana che giunse in Europa nella prima ondata migratoria degli anni Settanta e Ottanta causata da guerre, colpi di Stato e sottosviluppo nei Paesi di origine. Tutti prodotti dalla competizione tra Capitalismo e Comunismo e dalla vorace e insaziabile mania occidentale di controllare e depredare le risorse naturali del Continente.

A rimpatriare sono professori universitari, bancari, manager di industria, commercianti affermati che sono entrati a pieno diritto nella media borghesia europea grazie ai loro sacrifici, intelligenza e onesto lavoro. Un quarto dei bancari algerini che lavorano presso banche francesi sta rientrando nel loro Paese per aprire studi di consulenza finanziaria, contribuendo alla progressiva liberalizzazione dell’economia in Algeria. Il 6% di stimati e iper pagati ingeneri nigeriani e kenioti in Gran Bretagna ritornano in Nigeria e in Kenya per dirigere i lavori nel piano di rilancio delle opere pubbliche tese a rafforzare la rivoluzione industriale.

Il quotidiano britannico The Guardian (di cui professionalità è lontana anni luce dal dilettantismo informativo e scandalistico di vari quotidiani italiani) ha recentemente pubblicato una accurata indagine sul fenomeno di rimpatrio che sta ridisegnando i flussi migratori Africa Europa. L’indagine è concentrata sulla diaspora etiope. I giovani etiopi figli di immigrati, in possesso di diplomi universitari e ottimi lavori stanno ritornando in Etiopia attirati dal boom economico che il loro Paese sta conoscendo dal 2012 con una crescita economica annuale del 10%. Il loro Paese di origine offre migliori condizioni di lavoro e possibilità di carriera professionale rispetto alla Gran Bretagna sopratutto dopo il Brexit. E’ un ritorno radicale a senso unico, con tanto di vendita delle proprietà immobiliari acquistate in Gran Bretagna.

Più completa è l’inchiesta fatta dalla rivista Inspira Afrika in collaborazione con Avako Group e Africa France che riguarda il rimpatrio di immigranti francofoni. Il 38% degli immigranti africani residenti in Francia che decidono di ritornare nei loro Paesi d’origine hanno lavori dirigenziali in importanti aziende pubbliche e private. Il 19% sono alti funzionari presso banche e agenzie di consulenza finanziaria francesi, il 21% alti funzionari di marketing e comunicazione e il 13% dirigenti di compagnie Telecom.

L’inchiesta rivela che il 63% di questi professionisti che rientrano in Africa sono motivati dalla volontà di partecipare al miracolo economico del Continente. Il 49% sono attirati da opportunità professionali più gratificanti e meglio retribuite. In Francia sono sopratutto le donne manager africane a ritornare in Africa. Esse rappresentano il 58% degli immigrati che ritornano nei loro Paesi d’origine.

Il ritorno della diaspora si verifica anche in Paesi ancora in bilico tra guerra e pace, come la Somalia, dove centinaia di migliaia di somali rifugiati in Europa, Stati Uniti e Canada stanno ritornando nonostante che il governo centrale sia ancora debole e che il gruppo terroristico salafista Al Shabaab non sia ancora stato definitivamente annientato dalle coraggiose ed efficaci truppe ugandesi e burundesi che compongono la punta di diamante della forza militare di pace AMISOM che è riuscita a stabilizzare gran parte della Somalia dopo il clamoroso fallimento della missione di pace occidentale UNISOM. Il rientro in Somalia è motivato da spirito patriottico affiancato da opportunismo economico. Il Paese, una volta annientato Al Shabaab, sarà tutto da ricostruire e il tessuto economico ripartirà da zero. La diaspora somala vuole svolgere un ruolo di primo piano a livello politico, sociale ed economico nella ricostruzione della loro Patria.

L’inversione dei flussi migratori ha raggiunto dimensioni interessanti. Su 100 nuovi arrivi di immigrati dall’Africa 20 immigrati di lunga data appartenenti alla media borghesia africana creatasi in Europa ritornano nel Continente. Secondo gli esperti questa percentuale è destinata ad aumentare nei prossimi anni. La spiegazione di questo aumento è semplice. La vecchia Europa sta collassando a livello economico contraendo le possibilità di lavori ben retribuiti non solo per gli immigrati ma anche e sopratutto per i cittadini europei.

Il rafforzarsi dei partiti xenofobi, fascisti e razzisti in Italia, Francia, Belgio, Olanda, Austria, Germania e le politiche reazionarie di molti governi della sinistra europea, in prima fila quello italiano, stanno creando un clima di odio razziale e di insicurezza per centinaia di migliaia di onesti immigrati che si sentono europei ma che vengono ora rigettati dalle società ospitanti in quanto “negri” o per la loro fede mussulmana, sospettati di essere criminali, fiancheggiatori della immigrazione clandestina o peggio ancora dei terroristi islamici.

Il flusso migratorio all’inverso è il primo segnale di quello che il futuro sta riservando alla Vecchia Europa in preda al razzismo e all’intolleranza dove si respira una atmosfera di fine impero. Mentre alcuni nostri quotidiani continuano a latrare su false emergenze migratorie che metterebbero in pericolo la società e la democrazia in Italia, l’attuale flusso migratorio Africa Europa è originato dai Paesi africani a cui è negato il progresso e la pace dalle lobby economiche occidentali che mirano a depredare le risorse naturali. Lobby tra cui si annovera anche la ENI, che di fatto condiziona la politica estera italiana in Africa.

Nei Paesi africani dove maggiore è il controllo della Sovranità economica e il progresso è sinonimo di nazionalismo e collaborazione con potenze economiche meno selvagge e più orientate alla filosofia “Winn Winn” (tutti vincitori), come la Cina, il flusso migratorio Africa Europa si è già interrotto da cinque anni. Perché immigrare nella disastrata Europa quando sviluppo, lavoro e ricchezza si trovano in Kenya, Uganda, Rwanda, Tanzania, Ghana, Congo Brazzaville, Algeria, , Mozambico, Angola, Sudafrica? Qualcuno potrà obiettare che in tutti questi Paesi esistono ancora forti diseguaglianze sociali e larghe sacche di povertà, ma innegabili sono le possibilità di una vita migliore. Spetta ai cittadini di questi Paesi e non a noi occidentali, combattere per una maggior uguaglianza e giustizia sociale con metodologie e soluzioni africane.

L’Europa razzista, populista, fascista e in bancarotta non è più una terra attraente e nei prossimi anni i flussi migratori Europa Africa aumenteranno. I professionisti africani che rientrano nei loro Paesi non solo porteranno maggior progresso, innovazione tecnologica e sviluppo di diritti civili e democrazia ma un maggior sguardo critico verso la predatrice razza bianca che ancora si ostina a voler depredare il mondo intero invece di chiedere aiuto e collaborazione per salvarsi dalla rovina economica e dalla distruzione della sua società.

Questo senso critico, probabilmente accompagnato da giusti rancori verso le ingiustizie inflitte gratuitamente ad onesti immigrati per il solo fatto di essere negri o mussulmani, rafforzerà la sorpresa che l’Africa e la Cina stanno riservando alla razzista Europa. Il progressivo blocco delle esportazioni di materie prime, petrolio e gas che serviranno per la crescita industriale africana sostenuta dalle potenze emergenti del BRICS e dalla Cina.

Alcuni governi e analisti europei più attenti e lungimiranti sono già consapevoli di questo trend destinato a ridisegnare gli equilibri mondiali di potere a favore del Sud del mondo. Questi illuminati sono consci che i moderni eserciti e gli arsenali nucleari detenuti dalle potenze occidentali sono armi spuntate. Lo si vede già nel caso del Iran e della Corea del Nord dove alle continue minacce americane di guerra non seguono atti concreti per il semplice fatto che non conviene all’Occidente far scoppiare guerre perse in partenza, come le disastrose avventure in Afganistan e Iraq dimostrano. In Africa non è più possibile una guerra di conquista e le criminali manovre di destabilizzazione come quelle attuate in Libia, diventano sempre più difficili.

I governi e analisti più attenti sono consapevoli anche di un pericolo ben peggiore a breve termine: l’ondata di terrorismo di ritorno causata dalle stesse potenze europee che hanno favorito se non incitato tra i giovani emarginati europei di origine magrebina l’arruolamento nei gruppi salafisti finanziati dalle monarchie arabe per destabilizzare il Medio Oriente e vari Paesi Africani per meglio controllare le riserve di oro, petrolio e minerali rari.

DAESH sta perdendo su tutti i fronti grazie alle offensive di Russia, Iran, Kurdistan, Siria, Libano, Hezbollah. Sconfitti e umiliati i mercenari stanno rientrando in Europa, con alti livelli di fanatismo e pronti a vendicarsi contro chi li ha inviati a combattere in Siria e Iraq per calcolo di supremazia economica. Un odio che produrrà una ondata di violenza e morte senza precedenti in Europa come dimostra l’ondata di terrorismo in Spagna. Presto anche i mercenari inviati a combattere al fianco di Al Quaeda Magreb, Boko Haram e Al Shabaab ritorneranno in Europa dopo che le forze civili e democratiche africane riusciranno a sconfiggere queste mostruosità salafiste. Inutile dire che anche i mercenari sconfitti in Africa rientreranno in Europa sorretti da un incontrollabile odio e mortale rancore.

E’ giunto il momento storico dove Europa e Stati Uniti necessitano di aiuto internazionale, essenziale per la sopravvivenza delle loro civiltà e la pace mondiale. Per ricevere questo aiuto l’Occidente deve rinunciare a tutti i aggressivi e primitivi sogni di supremazia per creare forti collaborazioni con tutte le ex colonie. L’Africa può aiutare l’Occidente ad uscire da un incubo auto creato ma è necessario un radicale cambiamento di mentalità. Un cambiamento radicale che è possibile in quanto gli Africani sicuramente saranno disponibili a dimenticare i passati crimini e ingiustizie subite per creare un mondo migliore per tutti.

di Fulvio Beltrami
Giornalista Freelance
@Fulviobeltrami

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Les medias, la rhétorique du génocide et les prophètes du conflit ethnique au Burundi

3 Dic

Tous ceux qui s’intéressent aux dynamiques socio-politiques des pays d’Afrique centrale connaissent – ou sont supposés connaitre – le rôle néfaste que peuvent jouer certains medias dans les pays en conflit, comme au Rwanda, au Burundi, ou en ex-Yougoslavie, où ils ont nourri la haine et les divisions et ils ont servi d’outil de propagande des groupes antagonistes et d’instrument d’incitation à la violence de masse.

“Les medias de la haine(1)”– voici comment ont été étiquetés ces moyens d’information qui, manipulés par des groupes liés au pouvoir et au service d’intérêt personnels, sont devenus des vecteurs de guerre et ont contribué à l’escalade de crises sanglantes.

«D’une façon générale, on constate aujourd’hui que l’issue des guerres et des conflits dépend plus que jamais de la maîtrise de l’information et de la communication»(2) – estime Renaud de la Brosse.

Les medias sont des instruments puissants qui peuvent être créés, utilisés et manipulés pour orienter l’opinion publique et façonner la perception d’une crise ou d’un conflit. Les radios, en particulier, recouvrent un rôle primaire comme instrument d’information et, par conséquent, comme instrument de manipulation et désinformation, surtout dans des pays où la presse écrite n’est pas encore largement répandue.

«En faisant appel aux “bons vieux procédés” – notamment en réveillant les instincts les plus primaires et en véhiculant des archétypes culturels ou “clichés” – des médias préparent et contribuent parfois au déclenchement de guerres sanglantes : les récents exemples de l’ex-Yougoslavie et du Rwanda, pour ne prendre que les cas les plus extrêmes, sont là pour nous rappeler que les médias peuvent être des vecteurs de guerre et que, bien souvent, la guerre médiatique précède la “vraie guerre”(3)» – ajoute encore de la Brosse.

L’exemple du Burundi
Au Burundi, avant et pendant la guerre de 1993, les medias ont été au cœur de la crise politique. Crées et manipulés par des hommes politiques et des groupes liés au pouvoir, ils ont attisé la haine et la peur, ils ont nourri l’écart entre « nous » et « les autres », incitant ainsi à la violence.

La diffusion d’alarmismes, menaces, prémonitions, adressés à la population et utilisés à des fins politiques ou de visibilité médiatique peut avoir des conséquences plus graves de ce que l’on peut imaginer, et la plume d’un journaliste peut facilement se tacher de sang. Cela ne concerne pas seulement les medias locaux, mais aussi la presse internationale qui souvent, lorsqu’il s’agit de questions « ethniques », subit l’influence de clichés et préjugés ayant du mal à sortir des ornières de l’exotisme. Les journalistes courent le risque d’adopter – consciemment ou inconsciemment – les d’idéologies propagées par des lobbies internationaux, par l’un ou l’autre groupe antagoniste, sympathisant ainsi pour l’un des acteurs en jeu en fonction de la manière dans laquelle les informations sont « sélectionnées ». Et voilà comment un reportage peut forger et modifier la réalité sur le terrain, manipulant ainsi l’information.

L’historien et expert du Burundi Jean-Pierre Chrétien reporte(4) à ce propos un exemple éloquent : au cours des mois de mars et avril 1995 à l’occasion du premier anniversaire du génocide rwandais des journalistes débarquaient au Burundi pour filmer ce qui, pour eux, allait bientôt s’avérer : un « deuxième génocide » après celui du Rwanda. Mais le Burundi n’était pas et il n’est pas le Rwanda, et en 1993 il y a eu une guerre civile et pas un génocide. Néanmoins, une telle attitude a été malsaine dans la mesure où les mots ont un impact sur la réalité, comme le témoigne A. Ould Abdallah(5) qui, durant la première partie de la guerre civile burundaise, était le Représentant spécial du Secrétaire général des Nations unies Boutros Ghali au Burundi:

«En disant et en répétant sur toutes les antennes du monde que le Burundi allait “exploser”, qu’il fallait “faire quelque chose”, que le “compte à rebours” avait commencé, que le pays était au “bord du gouffre”, qu’on s’apprêtait à y commettre un “second génocide”, qu’un génocide au “compte-gouttes” était déjà en cours. Toutes ces prises de parole, irresponsables ma crédibilisé par le génocide de 1994 au Rwanda, et surtout par la légitimité du bon humanitaire à laquelle les medias succombent si facilement, ont énormément nui au Burundi en le déstabilisant chaque jour en peu plus (…). En jouant les Cassandres, alors qu’une blouse blanche ne faisait d’eux ni des prophètes ni des analystes politiques avisés, ils ont accrédité l’idée que le pire était certain. Le monde extérieur a renvoyé au Burundi une image haineuse d’eux-mêmes, au risque qu’ils d’y conforment».

De cet extrait nous pouvons en tirer plusieurs réflexions. Tout d’abord, la tendance à comparer le Burundi au Rwanda, deux pays très différents dans leur structure politique et sociale mais qui continuent, à tort, d’être considérés comme des pays « jumeaux ». Ensuite la facilité par laquelle journalistes, bloggeurs, etc., donnent des analyses et des prévisions d’un pays dont ils s’intéressent essentiellement lorsque une crise est en cours, ou un « exotique » massacre ethnique est supposé imminent, et où probablement ils n’ont pas mis les pieds auparavant. Enfin, certains narrateurs, en donnant crédit à la thèse qu’un génocide et/ou un massacre ethnique est sur le point d’avoir lieu, renvoient aux populations intéressées une image néfaste d’elles-mêmes. Dans un contexte proie de l’instabilité, de la peur, de la frustration et de la violence, les évocations et les rappels à des éventuels génocides et massacres inter-ethniques finissent par créer un faux ennemi, un bouc-émissaire, alimentant la méfiance et la suspicion à l’égard de l’ « autre ». Dans un contexte déjà empoisonné, la manipulation de l’information et l’évocation médiatique du même scénario produisent une mise en scène de la narration et contribuent à la création de la réalité, avec le risque que les populations intéressées s’y identifient et s’y conforment.

Les politiciens créent des prototypes afin de garder ou de conquérir le pouvoir, et lorsqu’ils ont le contrôle des moyens d’information, ils les utilisent en tant qu’instruments de lutte. Les medias locaux deviennent ainsi des instruments de violence. Les medias internationaux, de leur côté, peuvent devenir inconsciemment un outil des acteurs en conflit, s’interdisant une analyse lucide et objective. Il arrive parfois qu’ils reprennent la propagande d’une des parties en lutte, participant à la reproduction du conflit et nourrissant l’instrumentalisation politique.

Tous ceux qui écrivent sur des contextes sensibles portent sur leurs épaules le poids d’une grande responsabilité, avec laquelle ils doivent faire les comptes. Il s’avère alors nécessaire de soupeser consciemment les mots:

 Tzeu lou dit : Si le prince de Wei vous attendait pour régler avec vous les affaires publiques, à quoi donneriez-vous votre premier soin ? – A rendre à chaque chose son vrai nom – répondit le Maître. Vraiment ? – répliqua Tzeu lou. Maître, vous vous égarez loin du but. A quoi bon cette rectification des noms ? Le Maître répondit : Que tu es rustre ! Un homme honorable se garde de se prononcer sur ce qu’il ignore(6)» .

Les medias burundais et les medias internationaux
En 1993 les medias burundais étaient très politisés. Comme le dit de la Brosse, ils ont commencé la guerre avant la “vraie guerre”, alimentant le conflit et exacerbant les antagonismes politiques. Le scenario médiatique du Burundi de l’ « après-guerre », par contre, a était très diffèrent, et a vu une prolifération de medias privés jouissants d’une certaine autonomie du pouvoir central. Radios et journaux ont embrassés le pluralisme, défendu le droit à s’exprimer librement, propagé une idéologie pacifiste et contribué largement à la diffusion de valeurs démocratiques.

Aujourd’hui, malgré la fermeture des medias privés à cause de la crise politique en cours, les journalistes résistent, et font recours à d’autres canaux d’informations, comme les réseaux sociaux, devenant ainsi l’emblème d’un Burundi libre et libéré, le rempart de la parole publique, du droit à critiquer, du droit à dénoncer et à s’informer. Le travail des journalistes burundais, hutu et tutsi, a favorisé la réconciliation ethnique, et les medias se sont dressés pour la défense de la citoyenneté contre l’ethnicité, de l’unité des burundais contre les tentatives de divisions et manipulations(7) .

«Les radios ont donc œuvré à développer l’esprit critique et les réflexes citoyens en confrontant la population à des positions diversifiées et parfois contradictoires sur les ondes. Dénonçant les abus, posant des questions audacieuses aux responsables politiques, rompant le silence autour de certains sujets tabous, elles ont remporté la confiance des auditeurs et changé la face de ce pays en renforçant le processus démocratique» – écrit Eva Palmas(8).

Si on déplace le regard sur les medias internationaux en général, et plus particulièrement sur ceux italiens, on constate des dynamiques différentes de celles décrites plus haut et, parfois, contrastés. Certains medias, en fait, sont encore imbibés d’anciens clichés et continuent à confondre et comparer encore trop souvent le Burundi et le Rwanda.

D’un côté, on a l’impression que la majorité des medias internationaux les plus connus qui suivent la crise burundaise gardent une certaine prudence quant à l’usage d’un langage médiatique excessivement ethnicisant, qui peut donner lieu à des grossières généralisations. Des medias comme Jeunes Afrique(9) , RFI(10) , VOA(11) , Libération(12) demeurent prudents quand il s’agit d’employer le mot « génocide » ou de traiter des questions concernant les rivalités ethniques et l’ethnicité. Si on donne un aperçu rapide aux principaux articles parus sur les sites internet de ces medias (voire les liens dans les notes en bas de page) on peut remarquer qu’aucun d’eux ne se fait tenter par des lectures ethnistes de la crise burundaise actuelle. Néanmoins, on peut parfois repérer des rappels à l’ethnicité dans quelques articles qui font référence à un éventuel danger de massacre ethnique à grande échelle(13), ou qui reportent les déclarations de quelques burundais de la diaspora(14), comme celles excessivement alarmistes de David Gakunzi(15) . Heureusement, ce genre de références restent plutôt circonscrites, et elles ont émergées suite aux déclarations « incendiaires » du Président du Senat burundais(16). Mais la crainte du « spectre rwandais » a vite été estompée par des chercheurs et des journalistes européens et burundais (ainsi que par des simples citoyens burundais qui sont très actifs sur les réseaux sociaux) qui se sont opposés à un usage trop superficiel du mot « génocide ».

L’historienne et experte du Burundi, Christine Deslaurier estime que:

«les éléments verbaux font effectivement référence au génocide, mais il n’y a pas de préparation à un tel crime de masse. La rhétorique ethnique ne prend pas auprès de la population. Les Burundais sont méfiants de se voir montés les uns contre les autres en fonction de leur appartenance»(17).

D’après Thierry Vircoulon, chercheur à International Crisis Group, ces discours sont

«révélateurs d’une mentalité passéiste, plus du tout en phase avec ce que pense la population»(18).

Le chercheur burundais, Nicolas Hajayandi estime:

«The spread of such alarmist rhetoric can undermine the chances for a diplomatic resolution to Burundi’s current political problems, and further instigate tension in an already volatile situation. A more careful and nuanced approach is necessary, if we refer to the rhetoric of an incipient genocide (…).International actors declaring the launch of a genocide, when the realities on the ground speak to a low intensity conflict, could become complicit in adding flames to situation that can still be contained. The political maturity of Burundians is evident in their resistance to political manipulation»(19) .

Mais déjà quelque mois avant, en avril 2014, le journaliste burundais Roland Rugero, appelé à ce

«que l’on cesse donc de jouer sur les mots, sur les peurs, en présentant le Burundi comme un pays où une milice hutu est armée par un pouvoir hutu … pour s’en prendre à la minorité tutsi».

Et écrivait:

«Quand on parle de génocide au Burundi (comme partout ailleurs), ce n’est pas un gouvernement qui est humilié, ni un parti, encore moins une ethnie. C’est ce peuple entier, lui qui se prépare par exemple à commémorer pour la 42ème année, un autre génocide. C’est comme si, après tous ces temps, les Burundais n’avaient rien appri ».

Les medias italiens
En Italie, par contre, où la couverture médiatique de la crise burundaise est faible, hormis peu d’analyses(20) la plupart des journaux et sites d’information continuent d’utiliser la rhétorique ethnique comme la principale clé de compréhension des dynamiques politiques du Burundi. Non seulement des titres alarmistes propagent l’idée de l’imminence du génocide(21), d’une planification du génocide(22) (dont on arrive même à dire qu’on est en train d’assister à des « répétitions générales »), là où la majorité des journaux internationaux se limitent à l’usage plus approprié de
« guerre civile », mais certains journalistes arrivent même à déclarer que le génocide serait déjà en marche(23) , que des «bandes armés de paysans hutu circulent déjà à l’intérieur du pays(24)». La comparaison avec le voisin rwandais est à l’ordre du jour(25), alors que plusieurs chercheurs ont toujours mis en garde sur le risque de «confondre le Burundi et le Rwanda(26)». Par ailleurs, l’évocation sans arrêt d’une menace présumé des FDLR(27) (Front de Libération Rwandais) est en train de déboucher sur une véritable «invention médiatique»: le Président Nkurunziza aurait été défenestré et le pouvoir serait dans les mains des FDLR, alors que lui, le pauvre ex-Président nagerait en plein délire sous l’emprise de substances psychoactives et loin de la capitale(28).

Ces déclarations sont le produit d’un esprit plein d’imagination, et prennent de l’ampleur à cause du manque d’une contre-information fiable, vue la faible attention portée sur les pays d’Afrique sub-saharienne par les medias italiens. Le risque est que une telle désinformation circule rapidement, se reproduit, rebondit, nourrissant l’image d’une Afrique en proie de luttes tribales, une image stéréotypée qui continue d’être évoqué par des « analystes » dissociés des réalités africaines. Si faisant les medias au lieu d’avoir un rôle neutre, deviennent acteurs du conflit en cours.

La responsabilité des medias et l’importance d’appeler chaque chose par son nom. 
Le 29 octobre, Reverien Ndikuriyo, Président du Senat avait « exhorté les élus locaux à travailler en synergie avec les forces de sécurité dans leurs quartiers afin de traquer sans répit les insurgés », empruntant un registre lexical très proche du langage des medias rwandais qui avaient incité au génocide des tutsi au Rwanda(29) . Peu après, le 2 novembre, Pierre Nkurunziza, le chef de l’Etat, exhortait les forces de l’ordre «à utiliser tous les moyens disponibles» afin de traquer tout détenteur d’armes, considérés comme «des criminels, passibles de la loi antiterroriste, [qui] seront combattus en tant qu’ennemis du pays»(30) .

Ces déclarations ont rappelé les fantômes des années 1990 et mis en alerte la communauté internationale sur le risque réelle d’une guerre civile. Un risque qui, en réalité, était évident dès le déclenchement des premières manifestations anti-troisième mandat (31) et avant même celles-ci.
Afin de comprendre ce qui se passe au Burundi il faudrait interroger d’un côté le langage utilisé par le pouvoir et la stratégie politique adoptée, de l’autre ce qui se passe réellement entre les forces politiques sur le terrain, où l’extermination d’une ethnie n’est pas la réalité étant donné que les arrestations, les déportations arbitraires, les meurtres concernent tout opposant politique, sans distinctions ethniques. Ceci est d’autant vraie que des personnalités tutsi influentes font partie et supportent le régime de Nkurunziza, et occupent des places importantes. En s’interrogeant sur cette divergence entre mots et actions du régime on pourra mieux comprendre la stratégie politique du Cndd-Fdd et montrer comment tous ceux qui se prêtent à un usage médiatique de l’ethnicité ne font que participer au jeu du régime burundais.

Ces aspects seront analysés plus tard dans un prochain article qui s’occupera plus dans les détails de la crise burundaise.

L’usage inopportun du terme “génocide” peut donc se révéler dangereux, et ceux qui en paient le prix ce sont les milliers de citoyens innocents qui vivent à la merci des déclarations des politiciens, des rumeurs, des (des-)informations qui rebondissent ici et là, avec le risque qu’à la peur d’un régime sanguinaire s’ajoute la méfiance et la paranoïa pour le voisin de maison, le camarade à l’école, le collègue au travail, etc.
Il peut aussi s’avérer que l’idéologie du pouvoir soit rattrapée et réutilisé par l’opposition au service d’objectifs différents. Un cas emblématique est celui de Charles Nditije, président du parti Uprona (aile non reconnue par le pouvoir) qui, suite aux déclarations incendiaires du gouvernement burundais a déclaré publiquement qu’un génocide est en cours au Burundi(32). Il faisait référence aux assassinats des membres de l’opposition, mais il a instrumentalisé un concept sans interroger sa portée.

Le résultat de tout cela est que les gens s’inquiètent et se sentent déroutées. Voici ce que un jeune habitant de l’un des quartiers contestataires de Bujumbura m’a écrit à ce propos:

«avec les Accords d’Arusha et la fin de la guerre civile nous les burundais vivions en symbiose et en parfaite entente. Mais avec cette crise le régime a, dès le début, toujours voulu en faire une question d’ordre ethnique, mais sans succès, en disant que la société civile et les medias sont à la tête des manifestations et que le mouvement anti-troisième mandat est guidé par les tutsi contre le régime hutu. Ce qui fait peur c’est que comme il n’y a plus de medias privés et société civile forte pour tempérer les choses maintenant j’ai peur que ce discours de haine du gouvernement puissent avoir un écho favorable dans les campagnes à cause de l’analphabétisme».

Il y a quelques semaines, un ami qui a récemment quitté le Burundi m’a avoué:

«Maintenant nous avons peur. Le régime fait de plus en plus usage d’un discours ethnique, il est dans la provocation. Je sais que dans la rébellion il y a tout le monde, et que ceux qui meurent sont des tutsi comme des hutu, mais jusqu’à quand les burundais vont résister à ça ? Les blessures de la guerre sont encore là il ne faut pas qu’on se trompe, et la peur a le dessus.

Et il y a peu de temps le journaliste Roland Rugero écrivait sur facebook que

«la rhétorique du génocide en vue nourrit l’ethnicisation du conflit».

Voilà les dynamiques qui s’avèrent au sien d’une société frappé par plusieurs vagues de violence. Voilà pourquoi les medias ont un rôle important et portent une énorme responsabilité.

Avant d’utiliser l’ethnicité comme la clé explicative de toute crise en Afrique sub-saharienne il faut y réfléchir à maintes reprises. La globalisation de l’information a à la fois des effets positifs et négatifs, comme toute chose. Les journalistes ont le devoir d’être prudents, de vérifier et de croiser leurs sources. Les lecteurs sont inondés de toute sorte de données, et se trouvent face à l’exigence de devoir attentivement sélectionner les sources d’informations.

Valeria Alfieri
phd Sorbonne, Paris

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1 http://www.editionsladecouverte.fr/catalogue/index-Les_m__dias_de_la_haine-9782707124517.html
http://www.courrierinternational.com/article/2003/12/11/les-medias-de-la-haine-enfin-condamnes

2 http://archiv2.medienhilfe.ch/topics/delabrosse/RSFHaine.pdf

3 Ibidem

4 CHRETIEN, J-P., Burundi, la fracture identitaire. Logiques de violence et certitudes « ethniques », Karthala, Paris, 2002.

5 De 1968 à 1985, il a occupé plusieurs postes au niveau ministériel au sein du gouvernement mauritanien, y compris celui de ministre des affaires étrangères. Il a également été ambassadeur de la Mauritanie en Belgique, au Luxembourg, aux Pays-Bas, auprès de l’Union européenne et aux États-Unis. Entre 1985 et 1993, Ould-Abdallah il a travaillé comme conseiller auprès du Secrétaire général des Nations unies sur les questions liées à l’énergie et sur les questions africaines. De 1993 à 1995, il a travaillé comme Représentant spécial du Secrétaire général Boutros Boutros-Ghali au Burundi. En 2002, après avoir été Directeur exécutif de la Coalition Mondiale pour l’Afrique, un forum intergouvernemental, il est nommé par le Secrétaire général Kofi Annan, Représentant Spécial pour l’Afrique de l’Ouest. Cet extrait, reporté par Jean-Pierre Chrétien (op.cit.), est tiré de son ouvrage La Diplomatie Pyromane : Burundi, Rwanda, Somalie, Bosnie… : Entretiens avec Stephen Smith, Calmann-Levy, Paris, 1997.

6 Extrait des Entretiens, une compilation de discours de Confucio.
7 Lire les travaux de Eva Palmas e Marie-Soleil Frère.
8 PALMAS, E. “Les medias face au traumatisme électorale au Burundi”, in Politique Africaine, vol.1, n.97, 2005
9  http://www.jeuneafrique.com/pays/burundi/
10 http://www.rfi.fr/recherche/?Search%5Bterm%5D=burundi&Search%5Bpage%5D=1&Search%5Bfilters%5D%5B0%5D=TypeArticle%3Bdoctype%3Barticle%3BArticle
11 http://m.voaafrique.com/s?k=burundi&pi=2
12 http://www.liberation.fr/recherche/?q=burundi

13 http://www.lemonde.fr/afrique/article/2015/11/09/burundi-plusieurs-morts-lors-des-operations-de-ratissage-ordonnees-par-le-pouvoir_4805794_3212.html
http://www.lefigaro.fr/vox/monde/2015/11/10/31002-20151110ARTFIG00126-le-risque-croissant-d-un-genocide-au-burundi.php
http://www.lemonde.fr/afrique/article/2015/11/08/burundi-les-opposants-fuient-la-capitale-sept-personnes-tuees_4805309_3212.html?xtmc=burundi&xtcr=10

14 http://www.liberation.fr/planete/2015/11/04/au-burundi-c-est-un-genocide-qui-a-commence_1411086
15 http://www.opinion-internationale.com/2015/06/17/un-genocide-se-prepare-entretien-avec-david-gakunzi_35509.html
16 http://www.internazionale.it/opinione//2015/11/11/burundi-violenze
17 http://www.lepopulaire.fr/france-monde/actualites/a-la-une/on-en-parle/2015/11/13/burundi-le-spectre-du-genocide_11661722.html
18 http://www.lepopulaire.fr/france-monde/actualites/a-la-une/on-en-parle/2015/11/13/burundi-le-spectre-du-genocide_11661722.html

19 http://www.dailymaverick.co.za/article/2015-11-15-op-ed-dealing-with-increasing-insecurity-in-burundi/#.VlizwHYvfIW
20 Voir les réflexions de l’anthropologue Marta Mosca, mettant en évidence la complexité du contexte socio-politique burundais: http://www.qcodemag.it/2015/09/20/la-complessita-sociale-del-burundi/ ; la contribution originale de l’anthropologue Giovanni Gugg: http://frontierenews.it/2015/06/costruire-la-democrazia-in-burundi-una-lezione-anche-per-leuropa/ ; et les articles très équilibrés publiés sur le site Il Post: http://www.ilpost.it/2015/11/12/burundi-ruanda-genocidio/
21 “milizie FDLR e Imbonerakure, coadiuvate da forze di polizia e bassa manovalanza hutu arruolata nelle scorse settimane nelle campagne con fiumi di birra e magnifiche promesse, starebbero preparando in queste ore l’attacco definitivo ad alcuni quartieri della capitale del Burundi Bujumbura (Nyagabiga, Murakura, Cibitoke, Ngagara), alla ricerca selettiva di cittadini burundesi di etnia tutsi” (trad : les milices FDLR et les Imbonerakure, ensemble avec la police et des paysans hutu recrutés dans les campagnes et attirés par des litres de bière et beaucoup de promesses, sont en train de préparer l’attaque définitif à certains quartiers de la capitale du Burundi (Nyagabiga, Murakura, Cibitoke, Ngagara), où ils cherchent de manière sélective tout citoyen d’ethnie tutsi) – Andrea Spinelli Barrile sur Africa-express: http://www.africa-express.info/2015/11/07/burundi-sullorlo-del-baratro-si-rischia-un-nuovo-genocidio-africano/; “Le violenze che nelle ultime settimane stanno attraversando il Burundi potrebbero essere il preludio del ripetersi del peggior misfatto della storia africana recente. Parliamo del genocidio nel vicino Ruanda, che, nel 1994, provocò nell’arco di tre mesi lo sterminio di 800mila tra tutsi e hutu moderati” (trad: Les violences qui frappent le Burundi dernièrement pourraient être le prelude à l’un des pires tragédies de l’histoire africaine contemporaine. C’est-à-dire le génocide rwandais de 1994, qui a donné la mort à plus de 800mille personnes, tutsi et hutu modérés) – Marco Cochi su http://www.eastonline.eu/it/opinioni/sub-saharan-monitor/sulla-crisi-in-burundi-si-allunga-lo-spettro-del-genocidio

22 “La necessità di mantenere il potere viene identificata ormai chiaramente nella necessità di eliminare tutti i tutsi, considerati -a torto- l’unica fonte di resistenza popolare. Anche se più rozza e meno organizzata di quella ruandese la preparazione della ‘Soluzione Finale‘ non è stata improvvisata. Durante i primi due mandati come Presidente, Nkurunziza ha segretamente pianificato l’orribile evento” (trad: la nécessité de garder le pouvoir s’identifie avec celle d’éliminer tous les tutsi considérés, à tort, comme les seuls opposants au pouvoir. Bien que moins organisée de celle rwandaise la « solution finale » n’a pas été improvisée. Pendant ses deux mandats le Président Nkurunziza a secrètement planifié ce terrible événement) – da Fulvio Beltrami su L’Indro: http://www.lindro.it/burundi-kora-kora-prove-generali-del-genocidio/

23 “Da ieri sera è scattato il piano di genocidio in alcune zone del Burundi, nella fattispecie nella capitale, mentre non sono certe le informazioni relative a massacri che vi sarebbero state nel resto del Paese. Gli ordini sono chiari: sterminare tutti i tutsi e gli oppositori hutu assieme alle loro famiglie” (Trad: Depuis hier soir a commencé le plan de génocide dans certains zones du Burundi, en particulier dans la capitale. Les informations sur les massacres à l’intérieur du pays, par contre, ne sont pas encore vérifiables. Les ordres sont clairs : exterminer tous les tutsi et les opposants hutu avec leurs familles) – Fulvio Beltrami sur L’Indro: http://www.lindro.it/burundi-iniziato-il-genocidio/
24 Fulvio Beltrami su L’indro: http://www.lindro.it/burundi-kora-kora-prove-generali-del-genocidio/6/

25 Déjà au début de la crise, au mois de mai 2015, une journaliste italienne comparait la situation du Burundi au génocide rwandais: “Burundi violence has worrying similarities to 1994 Rwanda genocide”, Ludovica Iaccino su ibtimes: http://www.ibtimes.co.uk/focus-burundi-violence-has-worrying-similarities-1994-rwanda-genocide-1501318.
26  http://www.jeuneafrique.com/277672/politique/jean-pierre-chretien-ne-pas-tomber-dans-le-piege-dun-amalgame-entre-burundi-et-rwanda/ 27 http://www.lindro.it/chi-comanda-in-burundi/
28 www.lindro.it/burundi-nkurunziza-controlla-ancora-il-paese/#sthash.UFNG7aSE.dpuf 28
http://www.jeuneafrique.com/277636/politique/burundi-appels-a-la-haine-et-ultimatum-a-hauts-risques/
29 http://www.jeuneafrique.com/277636/politique/burundi-appels-a-la-haine-et-ultimatum-a-hauts-risques/
30 http://www.jeuneafrique.com/277636/politique/burundi-appels-a-la-haine-et-ultimatum-a-hauts-risques/
31 http://frontierenews.it/2015/05/il-burundi-tra-speranze-democratiche-e-il-rischio-di-una-nuova-guerra-civile/ https://africanvoicess.wordpress.com/2015/05/11/violenza-e-democrazia-il-paradosso-dellemancipazione-socio-politica-dei-giovani-burundesi/
32 Charles Nditije: « La priorité, c’est que la communauté internationale se mobilise pour envoyer rapidement des forces pour [stopper] ce génocide qui est en cours »,
http://www.rfi.fr/afrique/20151116-burundi-pouvoir-opposition-division-declaration-obama-nditije-nyamitwe?ns_campaign=reseaux_sociaux&ns_source=FB&ns_mchannel=social&ns_linkname=editorial&aef_campaign_ref=partage_aef&aef_campaign_date=2015-11-16

 

U.N. peacekeeping in deep financial crisis

14 Giu

U.N. peacekeeping operation are suffering of a deep financial crisis that avoid to send additional troops to manage civil wars in African countries like: Central Africa Republic or South Sudan. The news has been confirmed by Professor Katerina Coleman of British Columbia University in Canada, author of a new report published by the International Peace Institute: “The Political and Economy of UN Peacekeeping”. “The UN’s system for financing state contributions to peacekeeping operation is not keep pace with its growing peacekeeping ambitions and commitments” Professor Coleman said. UN financial crisis consequences are evident. The Security Concil in December 2013 approved a surge in peacekeeping troops for South Sudan. An additional 5,500 soldiers were to be mobilized to augment the 7,700 UN personnel already in the country. Six months later only 2,000 of those added forces have sent in South Sudan.

During this period South Sudan has been witness of several dramatic escalations: military, human rights violation, ethnic cleaning inside a dramatic humanitarian crisis and lack of political willing to respect peace and ceasefire agreements. On April 2014 Security Council has approved 12,000 soldiers for UN mission in CAR. This number is estimated necessary to stop Séléka Muslim militias and Anti Balakas Christian militias. Unlucky CAR peacekeeping mission extension will not take place until September 2014. In Central Africa Republic Christian militias has responsible of 700,000 Muslim refugees in neighbor countries and 180,000 Muslim victims according data publish by CAR diaspora in Uganda. Before the civil war Muslims represented the 15 per cent of total population, now 4 per cent. In order to full fill its obligations U.N. is thinking to utilize for South Sudan and CAR peacekeeping troops already deployed in other crisis like Darfur with the joy of Islamic militias ally of Khartoum regime.

UN financial crisis seem very deep and the principal donors from industrialized countries are willing to reduce peacekeeping intervention capacities. U.S. and U.E. are speaking about “financial constraints” linked to world recession that force to postdate the annual contribution. Japan seem more interested to finance its Army than UN peacekeeping mission. All major donors are late on payment or are thinking to reduce the contribution. U.S. has the highest assessment rate for the financing of peacekeeping operation at 28,4 per cent. U.E. and Japan pay a combined 40 per cent of the cost of peacekeeping operations. As all financial crisis the U.N. ones is not born yesterday. First signal of this financial crisis has been registered on 2005. At that time U.N has dramatically reduce peacekeeping operation costs in Africa that are 52 per cent of worldwide U.N. peacekeeping operations. The cost reduction has been obtained with the utilization of African troops, normally less expensive than West troops.

This decision has been supported by an intense West media campaign on Africa capacity to resolve its own crisis, taken as example AMISOM peacekeeping operation in Somalia transformed in a success story. Another way to reduce the cost was to engage mercenary companies. The experiment has been done in Somalia on 2010. After one year U.N. has not renewed the contract because the cost of these companies were superior than West troops utilization. The mercenary companies beneficiary of this financial experiment were linked to Rwandan dissident General Faustin Kayumba Nyamwasa, leader of Rwandan party in exile Rwanda National Congress known by its links with Rwandan terrorist group FDLR with whom share the project to overthrow Kigali regime with the use of the force.

In all U.N. cost reduction plans has never review the balance between military personnel and support personnel. United Nation Peacekeeping official website reveals that on 97,438 staff members, 17,002 are civilians (17.5 per cent of total labor force) Of these support staff 5,245 are expatriates and 11,527 nationals. Expatriate staff annual average cost is $ 102,000 and national staff $ 15,000. Annual total costs are incredibles: $ 534.9 million for expatriate staff and $ 176.3 million for national staff.

The employment of African troops has been successful only in Somalia, where Burundi, Dijbouti, Kenya, Sierra Leon and Uganda military contingents are operating in full autonomy. In all other U.N. peacekeeping missions African troops are under West command and receive a treatment that remember the ones designated by English and French “colonial troops”. Mali and Central Africa Republic are the clearest examples. African countries involved in U.N. missions have mostly push by economic motivations, attract by financial incomes guarantee by U.N. Participating to AMISOM mission Uganda has modernize its Army (UPDF) with U.S. and U.E. funds. UDPF it’s now utilized in South Sudan for defend Ugandan and China oil interests. Political motivation of some countries like Rwanda are concentrated on the need of improve their international image but not to propose African solution to the Continent crisis. The role of don’t utilize neighbor countries with clear interests in the crisis has never been respected.

In DRC Tanzania and South Africa, both involved in combat operation on the behalf of MONUSCO, have huge interest on natural resources in east DRC. Same for South Sudan for the future Kenyan and Ethiopian contingents. Some country like Uganda and Burundi have well exploited their U.N. peacekeeping participation for strategic and political interests. Uganda is utilizing U.N. peacekeeping missions to infiltrate UPDF in all African countries considered strategic for President Museveni imperialist policy on Africa. Burundi is utilizing U.N. peacekeeping missions to offer jobs to former CNDD-FDD guerrillas that between 1993 and 2004 has been responsible of several war crimes, ethnic cleansing and genocide attempts. This “soldiers” are suppose to stop Somali terrorist or ethnic cleansing in CAR.

The utilization of African troops hid two racist factors. The first one concerning combat operations. The second one concerning the financial treatment. Normally African soldiers are utilized for combat operation on frontline meantime West soldiers are far away in safe areas to coordinate, assure logistic support, aerial surveillance and Intelligence. African soldiers are paid 69,7 per cent less that West ones. Same for Asiatic and Latin-Americans soldiers. Montly salary rate is $ 1,210. On May 5, 2014 Bolivian U.N. delegate argued on behalf of 77 developing countries thate the General Assembly must increase soldier salaries rate in line with the salaries received by West soldiers. U.N. General Secretary is thinking to increase the salary to $ 1,536. This will correspond to 61,6 per cent of West soldiers salary: $ 4,000. Even in insurance treatment in case of death of permanent invalidity there are huge differences, justify by the different live standard of each country.

An easy excuse to avoid to guarantee equal salary and insurance treatment for all peacekeeping employed. Some countries like Bolivia and Uganda are speaking about “colonial exploitation”. Mysteriously U.N. crisis doesn’t affect DRC peacekeeping mission MONUSCO well known for its incapacity. In 13 years MONUC before and now MONUSCO has received $ 1,4 billion per year in order to full fill its mandate to protect civilians and stabilize the country. DRC situation nowadays show a failure of the mission that pose heavy doubts on its cost-efficacy. Inside of U.N. peacekeeping financial crisis is coming China that is augmenting its troops and its financial engagement (6.64 per cent of total annual budget). The objective is obvious. Remplace gradually U.S. and U.E. leadership. Every day is increasing between African political analysts the doubts that U.N. peacekeeping mission are contributing to increase the duration of African crisis. The one in Darfur is reaching 20 yars. The one in DRC 18 years.

 

by Fulvio Beltrami
African Voices, Kampala, Uganda
@FulvioBeltrami

L’inadeguata copertura mediatica dei conflitti in Africa

18 Feb

Il numero di morti, rifugiati e sfollati interni a causa di conflitti e guerre civili in Africa è stupefacente. Se le stesse statistiche e proporzioni si fosserro verificati in Europa, la situazione dai media sarebbe chiamata III Guerra Mondiale. Il resto del mondo si affretterebbe a mediare la situazione e media occidentali tradizionali fornirebbe una copertura approfondita. In termini di numero di persone che sono state sfollate e uccise in Africa sono largamente ignorati dai media rispetto alla copertura sulle tensioni e crisi di altre aree afflitte come la Palestina e Israele, Iraq e Kosovo.

In uno studio, è stato dimostrato che il 88 per cento dei decessi legati ai conflitti si verificano in Africa, la copertura mediatica non arriva mai al 10 per cento dai principali media occidentali. Autore dello studio, Virgil Hawkins, è un ex lavoratore di ONG  in Asia e in Africa e un professore presso Osaka School of International Public Policy, così come anche ricercatore associato presso l’Università dello Stato Libero, Sud Africa. Nel libro Conflitti Invisibili, Hawkins scrive: Come peggiore violenza del mondo è ignorare, dichiarando che la sua missione è “far luce sui meccanismi che stanno dietro all’emarginazione dei conflitti.

Il libro presenta una serie di mappe chiamate New World Maps che sono disegnate per dare ai lettori una nuova prospettiva su come stanno le cose, e il modo in cui ci vengono mostrati “. Usano il numero dei decessi legati al conflitto come parametro per le dimensioni. Altre mappe raffigurano vari modi dei media (CNN, BBC, New York Times, Le Monde, Yomiuri) di percepire il mondo. Hawkins osserva che lo scopo di queste mappe è “non vuol dire che i livelli di copertura mediatica devono essere proporzionate alla vastità di un conflitto (numero di morti),” anche se dice che dovrebbero certamente costituire un fattore.

Perché la copertura mediatica, per esempio, dei conflitti in Nigeria e Repubblica Centrafricana non sembrano importanti per paesi occidentali che non ne sono coinvolti? Anup Shah, autore e proprietario del sito Global Issues, offre alcune risposte a questa domanda. Shah sottolinea che le opinioni semplicistiche, nel peggiore dei casi, sono razzisti, intenzionale o meno, e nella migliore delle ipotesi, non offrono alcuna piattaforma su come procedere.

Hawkins dice che la sua ricerca lo ha portato al semplice fatto ovvio che quei conflitti che hanno dominato le agende di persone in grado di rispondere, come i politici, il pubblico, i media, e il mondo accademico, sono spesso di piccole dimensioni in confronto a molti di quelli che hanno sempre fallito per attirare l’attenzione. Questioni che devono essere messe a confronto, come dice Hawkins, “a persone in grado di rispondere.” Paesi come quelli Occidentali hanno influenza diretta e indiretta quando si tratta di affari internazionali. E, infine, l’opposto è altrettanto vero, tutti i paesi hanno effetti diretti e indiretti su tutti gli altri paesi. Per capire meglio questo, Shah fornisce una citazione di J. Brian Atwood, l’ex capo della politica degli aiuti estera degli Stati Uniti: “Stati falliti minacciano la nostra nazione. Ci costano troppo … Destabilizzano altre nazioni. Loro ci negano opportunità economiche nel grande nuovo mercato – il mondo in via di sviluppo .

I media tendono ad ignorare i conflitti in Africa o semplificano troppo. Immagini provocatorie abbondano, ma l’analisi dei conflitti è carente. C’è poca comprensione di come l’aiuto monetario aiuta e ostacola l’Africa, e il problema non è stato affrontato a sufficienza dai media occidentali tradizionali, non sono ragioni per esportare culture dell’Africa nonostante la sua persistente carestia e la fame. Come dice Hawkins, La marginalizzazione di questi conflitti è il risultato di una serie di scelte deliberate da parte di coloro che sono in grado di rispondere.” I media, in gran parte, scelgono di rispondere adeguatamente al conflitto in Africa. A sua volta, la risposta influenza il presente e il futuro di questi conflitti.

Articolo Originale di Donna WestlundTraduzione a cura di African Voices