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African Voices cambia nome e mission

5 Ott

Quando 7 anni fa ho aperto la vecchia pagina AFRICAN VOICES, ormai persa perchè rubata da un ladro, il mio obiettivo era quello di imparare tutto quello che ancora non sapevo sull’Africa, sul territorio, i popoli e la cultura attraverso la conoscenza e l’informazione di altri.
Quel progetto mi ha fatto ottenere buone soddisfazioni e quasi 300 mila followers. Ho ottenuto la stima di diversi blogger e giornalisti africani, di attivisti per i diritti di molte categorie e per la pace. Molti musicisti, poeti, scrittori, pittori, politici africani ed editori e tanta, tanta gente comune hanno simpatizzato per quella pagina e per il mio modo di operare.
Opera che poi, negli ultimi due anni mi ha visto affiancato da validi collaboratori africani e non di grande valore che ancora oggi sono al mio fianco.

Ed è proprio con loro, in special modo con Cornelia Toelgyes, amica e attivista da molti anni a favore dei diritti umani, esperta di Africa e giornalista divide con me come  amministratrice questa nuova avventura.
Abbandonare il nome AfricanVoices cambiando con Voices 5 Continents e allargare la nostra mission non più solo all’Africa, ma anche agli altri 4 continenti, non è stata una decisione semplice, ma ormai dopo anni di solo Africa e con decine di migliaia di articoli, video, immagini e discussioni condivise e con la ‘morte digitale’ della pagina originale, il cambio è diventato un obbligo e non poteva che essere verso un impegno maggiore verso gli altri quattro continenti mantenendo nella stessa misura anche le info sul nostro principale continente, l’Africa appunto.

Oggi, gli equilibri si sono spostati e sopratutto il mondo è cambiato molto. Terrorismo, razzismo, omofobia, xenofobia, cancellazione dei diritti umani, diritti civili, repressione della stampa internazionale, migrazioni, cambiamento climatico e molto altro, sono aumentati in via esponenziale ovunque ed ecco allora la nostra decisione di spostare la l’attenzione anche sugli altri 4 continenti per capire, imparare e ottenere un confronto più ampio.

Non mancheranno le fotografie, i racconti attraverso le immagini di grandi fotografi internazionali, video, musica e cercando attraverso le tradizioni locali dei 5 continenti di ampliare le nostre conoscenze personali sperando di coinvolgere anche il Vostro interesse.

Allora… , benvenuti nella nostra pagina VOICES 5 CONTINENTS.

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Tunisia Oggi – Intervista a Giada Frana, Giornalista Freelance in Tunisia.

27 Dic

Era il 17 Dicembre 2010 quando Mohammed Bouazizi, un giovane venditore ambulante di frutta e verdura, si diede fuoco davanti la sede del governatorato di Sidi Bouzid dopo aver visto confiscare il suo carretto di prodotti, grazie al quale riusciva a sopravvivere.
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Un gesto estremo, disperato, che accese nel popolo del giovane tunisino la miccia della rabbia e della rivolta che, a macchia d’olio, si espanse in altri Paesi arabi dove allora, come in maggioranza oggi, vige la dittatura.

Mohammed mori’ il 4 Gennaio del 2011, a causa delle ustioni che avevano ricoperto il 90% del suo corpo, ma egli rimane il simbolo di una Rivoluzione che dalla Tunisia alla Siria, ha mosso intere generazioni di intellettuali, disoccupati ed analfabeti che hanno combattuto ed ancora combattono per la conquista di quello che dovrebbe essere un diritto universale: la liberta’.

La Tunisia di oggi e’ il ritratto di un Paese che prova a rialzarsi, piu’ volte colpito all’interno da attentati, dove ancora una larga fetta del Popolo chiede ugualianza-liberta’-giustizia sociale, ma non riesce ad ottenerla.
Per capire meglio ed in maniera profonda la situazione tunisina avevamo bisogno di un occhio critico e non di parte, che ci facesse capire il Paese 5 anni dopo l’inizio delle proteste che portarono alla fuga di Zine El-Abidine Ben Ali, l’allora presidente al trono da ben 23 anni.

Giada Frana, giornalista freelance, collabora con L’Eco di Bergamo, il mensile Vita, il blog del CorriereLa città nuova” e il quotidiano online Lettera43, vive a Tunisi da aprile 2014 e ci vive da “tunisina”.

Sposata con un ragazzo tunisino, frequenta mercati, artigiani, famiglie, e tutto cio’ che gira intorno alla vera e reale societa’ del Paese in cui vive al momento. Le sue esperienze giornaliere vengono riportate in una bellissima pagina facebook “Un’Italiana a Tunisi

Giada ci ha aiutato a capire meglio la Tunisia di oggi.

D: Pochi giorni fa si e’ celebrato il 5 anniversario della Rivoluzione Tunisina. Che aria si respirava?

R: Non ci sono state celebrazioni, la Tunisia istituzionalmente come data simbolo della rivoluzione ha preso in considerazione il 14 gennaio, giorno in cui Ben Ali’ ha lasciato la Tunisia. il 14 gennaio é festa nazionale, mentre il 17 dicembre no. La maggior parte della popolazione ritiene che la data da festeggiare sia invece il 17 dicembre, perché é stato proprio il gesto di Bouazizi a dare il via al tutto e ad innescare la serie di rivolte prima nel Paese e poi negli altri paesi arabi. A Sidi Bouzid, la città di Mohamed Bouazizi, l’anniversario é davvero sentito: si organizza un vero e proprio Festival della rivoluzione. Purtroppo non sono riuscita a parteciparvi, quindi non so dirti nei dettagli l’atmosfera che si respira, anche se pure a Sidi Bouzid é un anniversario dal gusto amaro. Col gesto di Bouazizi si sperava che il governo si interessasse alle regioni interne e svantaggiate economicamente e socialmente, regioni che sin dai tempi dell’indipendenza sono state ignorate, ma cio’ non é avvenuto e per cui per chi abita in quelle zone la situazione non é cambiata. Vista la disoccupazione, la miseria e la minaccia terroristica, le festa anche li’ é stata piccola. c’é stato uno show equestre e la visita del ministro della cultura Latifa Lakhdhar, che ha annunciato che sarà costruito un museo della rivoluzione e saranno inaugurati un istituto regionale della musica e una biblioteca pubblica. il centro di Sidi Bouzid era fortemente controllato e un blindato é stato posizionato davanti alla sede del governorato, secondo quanto riportato da un giornalista dell’AFP presente. Purtroppo c’é molta rassegnazione e pessimismo in questo periodo nell’aria: la Tunisia non sta vivendo un bel momento, sotto diversi aspetti.

D: E’ stato differente dall’anniversario dell’anno scorso?

R: Anche l’anno scorso l’anniversario é passato in sordina, per i motivi di cui ti spiegavo prima; inoltre in quei giorni ci si stava preparando per il ballottaggio delle presidenziali, quindi l’attenzione era più concentrata sulle elezioni.

D: Come ricorda il Popolo la Rivoluzione? O meglio, essa viene ricordata solo in occasione dell’anniversario oppure la si respira ancora tra la gente?

R: Proprio in questi giorni sta circolando su facebook la notizia che la famiglia di Bouazizi si é trasferita in Canada con status di rifugiati politici, per una serie di minacce ricevute, a loro dire, anche se non é ben chiaro da chi siano stati minacciati. i commenti degli internauti tunisini a questa notizia sono molto negativi: alcuni maledicevano la famiglia dicendo che é colpa loro se la Tunisia si trova ora in una situazione difficile, altri commenti del genere “se volete emigrare in Canada immolatevi e fate finta che la polizia vi perseguiti“, indubbiamente verso questa famiglia c’é molta rabbia repressa e c’é chi pensa che abbia sfruttato la propria situazione a suo vantaggio. No, non si respira più la rivoluzione: verso di essa c’é più un sentimento ambiguo, proprio perché il popolo non ha ottenuto cio’ che sperava, si sta assistendo a una nostalgia verso ben Ali, fenomeno sociale che é stato indagato da Amine Boufaied, realizzatore e Lilia Blaise, giornalista franco-tunisina, con il loro documentario 7 vite, girato durante l’estate 2014. la gente comune intervistata afferma che “tutto andava meglio sotto Ben Ali'”. Io credo che abbiano dimenticato i soprusi subiti, e che idealizzino quel periodo, soprattutto dal punto di vista della sicurezza. Già dopo i due attentati al bardo e a sousse, su fb vedevo molte persone affermare che con lui tutto cio’ non sarebbe successo.

D: Secondo te le richieste della Rivoluzione, ad oggi, si possono definire rispettate?

R: No, per nulla: il popolo era sceso in piazza scandendo ad alta voce “libertà, lavoro, dignità“. La libertà negli ultimi mesi é sul filo del rasoio: a seguito dell’ultimo attentato del 24 novembre, Amnesty International ha sottolineato il ritorno a misure repressive e abusive delle forze di sicurezza tunisine, come con il raid operato nel quartiere della Goulette di Tunisi il 27 novembre, in cui la polizia ha arrestato tra 50 e 70 persone, in una notte che i residenti hanno definito “di terrore”. Gli abitanti hanno infatti denunciato l’uso delle armi, gli insulti e le minacce ricevute, che hanno avuto un impatto negativo soprattutto tra le persone anziane malate di diabete o ipertensione. la nuova legge anti terrorismo adottata a luglio prevede inoltre che una persona sospettata di terrorismo possa essere tenuta in detenzione provvisoria per 15 giorni, senza contatti né con un avvocato, né con persone esterne, cosa che, sempre secondo Amnesty, non fa che aumentare il rischio di torture o maltrattamenti.

La libertà di parola che é spesso ritenuta l’unico vero guadagno della rivoluzione, anche questa sta facendo passi indietro. Inoltre vengono applicati leggi e articoli del codice penale che vanno in constrasto con la nuova costituzione: come l’articolo 230 del codice penale, che punisce con il carcere la sodomia e per il quale di recente sono stati arrestati sei studenti di Kairouan, condannati a tre anni di prigione e cinque anni di esilio dalla città in quanto omosessuali, dopo aver accertato la loro omosessualità attraverso un test anale. In realtà la legge sull`omosessualità è stata introdotta nel 1913 dai francesi. la costituzione tunisina negli articoli 21 e 24 afferma “i cittadini sono uguali davanti alla legge senza nessuna discriminazione” e ” lo stato protegge la vita privata e l`inviolabilità del domicilio“. Contestata in questi giorni anche la legge 52, secondo il quale chi viene trovato in possesso di stupefacenti (parliamo di zatla, ossia di cannabis, che viene importata da marocco ed algeria) viene arrestato e deve pagare una multa. questa legge é stata usata come scusante ai tempi di Ben Ali’ per arrestare persone scomode, e la sensazione é che si stia ritornando a quelle pratiche, come ha dimostrato l’arresto di tre artisti, noti perché hanno contribuito nel post rivoluzione alla libertà di parola, artisti che poi sono stati scarcerati per “non luogo”, ossia il fatto in sé non sussisteva. Il problema é che un terzo dei carceri tunisini é formato proprio da persone arrestate per questo motivo, magari spesso ragazzini che per uno sbaglio rischiano di vedersi rovinata la vita. il carcere tunisino non é uno scherzo, il rischio é che una volta usciti da li diventino davvero criminali – come sarà accolto dalla società un giovane che é stato in prigione? potrà riprendere gli studi, trovare lavoro facilmente? no – o nel carcere si radicalizzino.

Per quanto riguarda il lavoro, la situazione economica tunisina é in stallo: la disoccupazione é arrivata al 15% a livello nazionale, sono sempre di più i giovani laureati disoccupati, e nelle regioni interne e svantaggiate, come appunto Sidi Bouzid, arriva ben oltre il 50%. la Tunisia ha inoltre un triste record: é il paese che più fornisce foreign fighters (in rapporto alla sua popolazione), secondo un recente studio del Ftdes, il Forum tunisino per i diritti economici e sociali, più che motivazioni ideologiche dietro ci stanno motivazioni economiche. sempre il Ftdes spiegava che la situazione economica tunisina attuale porta a tre possibili reazioni: immigrazione clandestina, jihadismo o suicidio. dal 2011 ad oggi si sono registrati 1.520 suicidi o tentativi di suicidio; quest’anno il numero é più alto rispetto ai precednti, finora 466 suicidi o tentativi, 36 nel mese scorso, si tratta di persone soprattutto nella fascia d’età 26/35 anni, ma ci sono stati suicidi anche di giovanissimi, minorenni.

Dignità: come puo’ esserci dignità quando il popolo vive in condizioni tali? quando famiglie hanno difficoltà ad arrivare a fine mese, quando hanno perso la speranza in quella rivoluzione tanto acclamata? quando lo stato non fa nulla dal punto di vista sociale ed economico per cercare di risollevare la situazione? Capisco che il terrorismo sia diventata la priorità, ma é tutto un circolo vizioso. Il giorno dell’attentato di Parigi un giovane pastore 16enne, Mabrouk Soltani, di Jbel Mghila, vicino a Jelma, nel governorato di Sidi Bouzid, é stato decapitato dai terroristi. tuni2

Pare che alla fonte di questo orribile gesto ci sia stato il sospetto, da parte degli estremisti, che il giovane fosse una spia, notizia poi smentita dallo stesso governo tunisino. La vicenda ha suscitato molto scalpore in Tunisia, non solo per il gesto efferato, ma anche per il non intervento immediato del governo. M. Nessim Soltani, cugino del giovane, è stato invitato in una trasmissione dell’emittente tunisina Nessma, dove ha denunciato la drammatica situazione vissuta dalla popolazione di quella zona, priva di acqua potabile, dove si può morire di parto per la lontananza dall’ospedale, senza infrastrutture vere e proprie, una zona dimenticata dallo Stato come il resto della regione. “Sarebbero capaci di comprarci, di comprare tutti noi giovani marginalizzati della regione, analfabeti e disoccupati – ha riferito -. Viviamo in una tale povertà. Ma faremo di tutto per fare in modo che ciò non accada, non lasceremo proliferare i terroristi. Sono pronto a sacrificare la mia vita.
Non è grave se un milione di tunisini muore per sbarazzarsi del terrorismo: siamo undici milioni, almeno gli altri dieci vivranno meglio».

Questo giovane é stato coraggioso, ma quanti lo saranno? non é semplice non farsi abbagliare da promesse di soldi quando si vive in condizioni tali. Finché lo stato non capisce cio’, finché lo stato non cerca di intervenire a livello economico e sociale per i suoi giovani, dubito che sradicherà il problema del terrorismo. bisogna dare loro delle valide alternative, partendo dai luoghi educativi e culturali.
In definitiva parlerei più di involuzione che rivoluzione… e come mi ha detto un’amica, sconsolata: “ho sempre più l’impressione di vivere in una prigione a cielo aperto“.

D: Di cosa ha bisogno davvero il Popolo Tunisino?

R: Ha bisogno che il paese si riprenda economicamente, che gli stipendi siano adeguati al costo della vita, che le scuole preparino davvero bene i giovani – ultimamente il livello é calato molto e chi puo’ iscrive i figli alle private, senza contare che nelle zone rurali ci sono scuole in condizioni disastrose -, che la sanità sia alla portata di tutti – é di questi giorni la notizia che a tataouine due donne incinte sono morte perché non si trovava un medico per la rianimazione -. Ha bisogno di tornare a vivere, non sopravvivere.

D: Politicamente parlando invece, come definiresti in poche parole la situazione attuale?

R: Un punto interrogativo. Mohsen Marzouk, segretario di Nidaa Tounes, ha annunciato in questi giorni la sua volontà di separarsi dal partito e a gennaio presenterà un nuovo progetto politico. C’é una crisi quindi all’interno del partito stesso, ci sono lamentele da parte del popolo verso chi ha effettuato il cosiddetto “voto utile” votando Nidaa Tounes, perché sostengono che non abbia fatto nulla per risolvere la situazione del paese e che anzi, stia andando sempre più verso uno stato di polizia. Staremo a vedere nei prossimi mesi che succerà…

D: Giada, in un anno di vita in Tunisia, sei stata testimone di attentati terribili, il primo al Museo Nazionale del Bardo (28 Marzo 2015, che ha causato la morte di 24 persone), seguito da quello sulla spiaggia di Susa nel Resort Imperial Marhaba (26 Giugno 2015, che ha causato la morte di 39 persone) e per finire l’ultimo al pulman delle Guardie Presidenziali (24 Novembre 2015, che ha causato la morte di 13 persone). Il Popolo come vive il terrore e la paura? Come effetti collaterali della Rivoluzione o solamente come atti di terrorismo?

R: Io direi entrambi: c’é chi pensa che questi attentati, se ben ali’ fosse ancora al potere, non ci sarebbero stati; chi afferma che la Tunisia é l’unico paese interessato dalle cosiddette primavere arabe che ce l’ha fatta e quindi viene colpito perché scomodo, chi pensa che il terrorismo sia ormai internazionale e possa colpire ovunque

D: Cosa pensi che debbano sapere “gli occidentali” a proposito della Tunisia? Credi che in qualche modo la situazione da fuori sembri diversa da quella che e’ realmente?

R: La Tunisia viene spesso indicata come paese laico, invece a mio avviso non lo é, é un paese musulmano, tanto che il primo articolo della nuova Costituzione afferma chiaramente che l’islam é la sua religione. E’vero che sia Bourguiba che Ben Ali’ hanno intrapreso questa strada, ma é anche vero che la religione occupa un posto importante nella quotidianità del popolo. Se fosse laico, non ci sarebbero ad esempio difficoltà a non fare il digiuno di ramadan – ristoranti e bar aperti ci sono, ma pochi e spesso chi non pratica si vergogna comunque ad ammetterlo, per quello che la gente potrebbe pensare -, una coppia seppur non sposata potrebbe prendere una camera d’albergo insieme – invece i cittadini tunisini devono dimostrare di essere sposati, anche se si trova sempre un modo per raggirare la legge – e cosi’ via. Certo, come mi ha detto un tunisino, “é l’islam che si é adattato al popolo, non il contrario“, e come ogni paese musulmano, l’islam si declina in modi diversi.

Si’, la situazione da fuori sembra diversa, più rosea secondo me. Ad esempio si é enfatizzato molto il fatto che abbia ricevuto il premio Nobel e viene spesso indicata come esempio di democrazia riuscita, quando é una democrazia ancora in formazione, che trova molti ostacoli interni ed esterni sul suo cammino e presenta non pochi problemi, di cui invece si parla raramente. Gli argomenti che di solito interessano di più sono terrorismo, foreign fighters, estremisti, situazione donne, quando invece ci sarebbero molte altre tematiche su cui indagare e che permetterebbero di avere una visione più completa del paese; senza contare che spesso i media quando prendono come riferimento certe persone diventate quasi dei simboli – come Amina delle femen -, magari poi intervistano sempre e solo esclusivamente quelle, quando nel panorama ce ne potrebbero essere altre che potrebbero apportare un punto di vista più interessante e nuovo.

D: Cosa auguri alla Tunisia di oggi?

R: Mi auguro che la Tunisia riesca a sconfiggere il terrorismo ma che non avvengano più violazioni dei diritti umani in nome della lotta contro di esso. Mi auguro che la Tunisia riesca a risollevarsi dal punto di vista economico e sociale, e che ritorni ad essere un paese in cui i giovani vogliono stare, non da cui sognano di emigrare.

Intervista di Raja
African Voices staff

Attentato terroristico a Parigi. La diretta conseguenza della politica coloniale.

15 Nov

La notte del 14 novembre sarà ricordata come l’incubo di Parigi. Attacchi simultanei in vari punti strategici della capitale francese molto frequentati hanno provocato la perdita di 128 persone, secondo le informazioni fornite, purtroppo ancora parziali. I terroristi hanno scelto posti famosi per la vita notturna, posti turistici estremamente affollati. Hanno scelto il venerdì sera dove la gente esce alla fine di una settimana lavorativa per divertirsi e rilassarsi. Anche le 128 vittime erano uscite per divertirsi ma non sono mai ritornate a casa. Giacciono in un sacco nero nel obitorio in attesa di essere riconosciute dai loro familiari. Lo stesso presidente Francois Hollande è scappato alla morte e portato subito al riparo. La nazione intera è sotto shock. Il governo francese ha dimostrato di essere vulnerabile agli attacchi terroristici. La stessa vulnerabilità che gli esperti francesi hanno sempre criticato al governo keniota incapace di difendersi dagli attacchi del gruppo islamico somalo Al-Shabaab

I terroristi potevano scegliere attentati dinamitardi provocando molte più vittime. Al contrario hanno scelto di far assaporare alla Francia la guerra urbana, la stessa guerra che si assapora da anni in Siria, Libia, Mali, Repubblica Centrafricana, tutti paesi di cui le interferenze francesi sono evidenti. Hanno costretto la potenza coloniale a dichiarare lo stato di emergenza nazionale, chiudere le frontiere, sospendere tutti i voli. Misure estreme che nemmeno gli Stati Uniti presero dopo l’attacco del 11 settembre. Misure che svelano l’estrema vulnerabilità della Francia. A massacro compiuto assisteremo nei prossimi giorni al solito teatrino, vero e proprio insulto alle vittime e ai loro famigliari. Gli esperti ci spiegheranno il pericolo del islam. Onesti mussulmani saranno costretti a differenziarsi dal terrorismo del ISIL. Una ennesima umiliazione in quanto dovrebbe essere ormai chiaro per ogni essere intelligente che il ISIL o Al-Qaeda non hanno nulla a che vedere con la religione islamica. La destra ne approfitterà per aumentare la islamofobia e il governo francese giurerà di aumentare gli sforzi nella guerra contro il terrorismo, magari cercando di distruggere il regime di Assad in Siria, storico baluardo anti terroristico nella regione…

Assisteremo a mille ricostruzioni degli attacchi e le teorie del complotto compariranno come funghi aggiungendo confusione alla confusione e trasformando la verità in una interpretazione. Nessuno e sottolineo nessuno, però farà notare ai cittadini francesi che l’attacco di Parigi è la diretta conseguenza della politica imperiale del loro governo. Una politica in cui le 128 vittime di Parigi sono moltiplicate per mille. Dalla caduta del Muro la Francia ha intrapreso una politica estera aggressiva e criminale mirata a difendere l’economia francese che per il 48% si basa sulla rapina delle sue colonie africane. Visto lo stato di servitù in cui i paesi africani francofoni versano nei confronti della Francia il termine “ex colonie” risulta un insopportabile eufemismo e il suo utilizzo una mistificazione della realtà. Nel 1994 Parigi aiutò ad organizzare e a realizzare il genocidio in Rwanda. Quando gli avvenimenti preso una piega inaspettata, la vittoria del Fronte Patriottico Rwandese, Parigi inviò addirittura i suoi soldati. L’operazione Tourqoise, camuffata da operazione umanitaria, aveva il compito di salvare l’esercito genocidario per riorganizzarlo nel vicino Zaire (ora Congo) e lanciare la riconquista del Rwanda.

Questo salvataggio pose le basi per la prima guerra pan africana in Congo. Da quel maledetto 12 settembre 1996 quando le truppe ruandesi e ugandesi invasero lo Zaire per porre fine ai genocidari ruandesi sostenuti dalla Francia, il paese più ricco del mondo abitato da brava gente non si è più ripreso condannando 52 milioni di persone a vivere in un eterno incubo fatto di guerre a bassa intensità, miseria, corruzione, dittature, e violazione sistematica dei diritti umani. La Repubblica Centrafricana fu destabilizzata dalla Francia nel 2003 per mettere al potere un governo “amico” guidato dal Generale Francois Bozize.

Ahimè anche Bozize divenne inaffidabile e nel 2012 la Francia appoggiò la coalizione ribelle denominata Seleka per contrapporla al governo Bozize. Trattasi di un’accozzaglia di estremisti islamici che dimostrarono la loro incapacità di governare il paese con il presidente Michel Djotodia. Di nuovo gli strateghi francesi furono costretti a trovare altra mano d’opera: gli estremisti cristiani Anti Balaka che hanno compiuto una terribile pulizia etnica contro la minoranza mussulmana del paese. Ora la Repubblica Centrafricana è guidata da un governo fantoccio con a capo un presidente mai eletto: Charterine Samba-Panza e un caos di morte perenne. Tutte gravi responsabilità accuratamente nascoste dal governo francese.

In Mali la Francia ha finanziato i ribelli islamici del nord per abbattere un altro presidente africano non più di loro gradimento, facendo sprofondare il paese in una guerra civile che dura dal 2012. In Costa d’Avorio hanno addirittura attuato un colpo di stato contro un presidente che aveva veramente vinto le elezioni: Laurent Gagbo sostituendolo con un loro uomo, Alassane Ouattara. Un rispettabile ex funzionario del FMI. In realtà un signore della guerra leader delle “Forze Nuove” con troppi crimini contro l’umanità accuratamente nascosti da lui e i complici parigini. In Burkina Faso non hanno gradito la rivoluzione democratica che ha abbattuto il regime del loro amico Campaorè che gli aveva fatto un gran piacere trent’anni prima: quello di assassinare Thomas Sankara. Per fortuna il colpo di stato organizzato dalla Francia in Burkina Faso lo scorso settembre è fallito e il processo democratico nel paese africano continua malgrado Parigi.

Al est del Congo, Goma, capitale del Nord Kivu, istruttori militari francesi dal 2013 stanno addestrando il gruppo terroristico ruandese FDLR, quello che ora ha preso il potere in Burundi. La Francia, attraverso tenta FDLR, tenta da ventun anni di riconquistare il Rwanda. Non hanno mai perdonato due cose a Paul Kagame: quello di aver terminato il dominio francese e quello di aver ricostruito il Rwanda. La lista dei crimini compiuti in Africa dal governo francese è talmente lunga che occorrerebbe scrivere un saggio. Le sue multinazionali controllano interi Stati come la multinazionale nucleare AREVA che è il vero governo nel Niger. I suo servizi segreti nel 2014 hanno fornito armi al gruppo terroristico nigeriano Boko Haram per indebolire la Nigeria, potenza economica regionale. I Raffalle hanno contribuito ad abbattere il regime di Geddafi in Libia, regalando al popolo libico un medio evo fatto di sangue e di estremismo islamico.

La Francia dietro agli ideali della rivoluzione, traditi già in epoca napoleonica, nasconde un imperialismo basato sul concetto di superiorità e sul profondo disprezzo delle popolazione e della vita umana. La storia del suo colonialismo non è la civiltà portata ai lontani popoli primitivi, come la storiografia ufficiale insegna. È una storia di sterminio, genocidio, schiavitù. L’esempio meno conosciuto ma più eloquente fu la sorte riservata ad Haiti quando conquistò l’indipendenza nel 1803. La Francia domandò 150 milioni di franchi come indennizzo al governo e ai latifondisti francesi per aver perso le terre e i loro schiavi. Dopo aver constato l’impossibilità del neonato governo haitiano di pagare il ricatto la Francia diminuì l’assurda pretesa di risarcimento a 90 milioni pagabili in trenta anni. Quando nel 1915 il rifiuto di Haiti di pagare tale debito era divenuto palese, la Francia chiese agli Stati Uniti di invadere l’isola per costringerla ad onorarlo. Lo stesso anno in cui gli Stati Uniti entrarono in guerra contro la Germania in difesa della libertà dei popoli europei dall’oppressione del Kaiser. I Marine restarono ad Haiti fino al 1934 costringendo il governo a saldare il debito.

La piccola nazione dei Caraibi non si riprese più e ogni possibilità di sviluppo furono negate.
In Siria l’obiettivo è lo stesso. Il regime di Bashar Al-Assad ha sempre ricoperto il ruolo di freno al estremismo islamico nella regione ma da cinque anni la Francia è in prima linea a fomentare il suo collasso. La iniziale opposizione siriana è stata ben presto sostituita da una miriade di gruppi terroristici islamici fino ad arrivare ai giorni nostri in cui tra le fila dei ribelli si conta il 72% di mercenari stranieri trasformando la guerra di liberazione di un popolo in una guerra di invasione. Nonostante che l’esempio di cosa è successo in Libia dopo la caduta di Gheddafi sia recente, la Francia è in prima linea nel continuare ad alimentare il conflitto siriano senza nemmeno riflettere cosa sarà la Siria e l’intero Medio Oriente dopo la caduta di Assad.

I Jihadisti francesi che si uniscono al ISLI DAESH appartengono al sottoproletariato urbano di origine magrebina di cui ogni governo francese ha impedito sempre lavoro e dignità. Varie indagini hanno dimostrato che questi giovani disperati sono incoraggiati dai servizi segreti francesi ad unirsi al ISIL. Si calcola che circa 1.500 giovani francesi di origine magrebina si sono uniti al DAESH dopo un periodo di tre mesi di addestramento militare in Turchia. Dimostrate anche le triangolazioni di armi per i ribelli siriani che, ahimè, sono per la maggioranza estremisti islamici.

L’attacco terroristico di Parigi è la diretta conseguenza di questa politica estera di morte e distruzione. Una politica di cui gli occidentali rifiutano di riconoscerla come tale ma che Africani e Arabi pagano ogni santo giorno il pesante tributo di sangue. L’attacco a Parigi ha dimostrato la velleitaria convinzione del governo francese di poter dispensare terrore nel mondo per supremazie politiche ed economiche senza pagarne le conseguenze. Il governo francese non ha compreso evidentemente che non si può esportare guerre, violenza, morte e distruzione in tutto il mondo e sperare che il proprio paese rimanga immune dalla cieca violenza e dallo spirito di vendetta.

La politica francese in Medio Oriente ha contribuito all’espansione del terrorismo e l’attacco di Parigi ne è la diretta conseguenza. La Francia ha conosciuto ieri quello che in Siria viviamo da cinque anni.” afferma il presidente siriano in un comunicato alla agenzia di stampa Sana. “Le nostre scelte di guerra ci stanno presentando il conto di anni di violenza e di distruzione. Vediamo accadere in Europa quello che da anni accade in Afghanistan, in Iraq, in Siria. Diritti, democrazia e libertà sono l’unico modo di spezzare il cerchio della violenza e del terrore” Questo è il riassunto del pensiero del fondatore di Emergency, Gino Strada in un suo commento su Facebook.

L’attacco terroristico è frutto anche di una politica schizofrenica del governo francese nei riguardi del Islam (seconda religione nel paese) e della comunità mussulmana in Francia. La maggior parte dei francesi di origine magrebina sono cittadini di serie “D” sospettati di essere tutti potenziali terroristi. Tremila cittadini francesi sono in carcere a causa di questi sospetti. Cinquanta rifugiati politici di origine araba sono agli arresti domiciliari da oltre sette anni senza che la giustizia francese abbia mai avviato serie inchieste per verificare se sono realmente dei terroristi o se sono innocenti, contravvenendo ai più elementari diritti civici. Spesso i sospetti sono originati da denunce anonime come illustra un reportage trasmesso una settimana su TV5 Monde: “Perseguitati per la loro fede”.

Contemporaneamente a questa repressione cieca si assiste ad una tolleranza incomprensibile del Islam radicale in Francia. Negli ultimi tre anni si è permesso l’istallazione in territorio francese di 5000 Imam provenienti dal Qatar e dall’Arabia Saudita, paesi noti per finanziare il terrorismo internazionale. Tramite ingenti finanziamenti sauditi questi Imam creano in Francia dei focolari di terrorismo sottomettendo alle loro ideologie estremiste le comunità povere ed emarginate. Questo estremismo religioso si sta progressivamente sostituendo al Islam rendendo vani gli sforzi di guide religiose che intendono insegnare ai giovani i veri valori islamici quali Hassen Chalghoumi. Di origine tunisina è il presidente dell’associazione culturale dei mussulmani de Drancy e promuove tra le varie attività il dialogo tra mussulmani ed ebrei.

Per vincere il terrorismo e le barbarie occorre voltare pagina e fermare l’ideologia di dominio assoluto del Occidente. Stati Uniti, Francia, Germania e altre potenze occidentali devono comprendere che è più umano, intelligente ed economico collaborare con le potenze emergenti e gli altri paesi per garantire pace, stabilità e convivenza a livello mondiale. Occorre interrompere l’odiosa propaganda contro l’Islam associandolo ad un terrorismo islamico che è alieno alla religione mussulmana. Un terrorismo che abbiamo inventato noi, quando i signori della guerra americani decisero di creare Al Qaida per combattere i sovietici in Afganistan negli anni Ottanta. Anche il ISIL DAESH è stato creato da noi. Prima che questo gruppo fosse identificato come ottima arma contro il regime di Assad, era pressoché insignificante. Ora detiene un califfato tra Siria e Irak divenendo una minaccia per l’Africa e l’Europa. Urgente si rende un ripensamento della politica occidentale in Medio Oriente.

Occorre un diverso atteggiamento che veda il contenimento della politica aggressiva israeliana e riconosciuta la necessità di dissociarsi dalle monarchie arabe principali finanziatori del terrorismo internazionale promuovendo al contrario una processo di democratizzazione e liberazione della Penisola Araba. Questo atteggiamento non è auspicabile ma tappa obbligatoria per garantire la sicurezza in Europa. In ultima analisi occorre superare la colpevole ambiguità dell’Occidente nei rapporti con i paesi mussulmani e l’Africa in generale. Una ambiguità che è la vera causa dei queste tragedie. Inviare la portaerei “Charles de Gaule” in Medio Oriente per combattere lo Stato Islamico non servirà che a peggiorare la situazione. La portaerei partirà il 18 novembre e si nutrono seri dubbi che non sarà utilizzata contro i terroristi di DAESH ma contro il regime di Assad, con gravi rischi per la pace mondiale visto la presenza militare russa in Siria.

Un diverso approccio occidentale verso il mondo è obbligatorio in quanto la guerra al terrorismo non può essere vinta per una semplice e drammatica ragione: il terrorismo islamico è ancora considerato da alcune potenze occidentali come la miglior arma per destabilizzare paesi “nemici” che questi siano Siria o Nigeria, poco importa. Ma questa arma è incontrollabile, come la bomba atomica. Ammazza il nemico ma anche gli amici. Accetta di fare il lavoro sporco per noi ma matura una propria agenda politica che inevitabilmente porta a ribellarsi ai suoi padrini. Sono due anni che vari esperti occidentali avvertono del pericolo dei mercenari che inviamo ad ingrossare le file del ISIL contro Assad. Per due anni questi esperti, bollati da Cassandre maledette, ci hanno detto: “attenzione quelli li, formati sui campi di battaglia medio orientali, ritorneranno da noi per seminare la morte” I governi ridevano di loro. Ora sono costretti a imporre lo stato di emergenza su tutto il territorio nazionale…

Purtroppo questo cambiamento non si intravvede a breve termine. Si intravvede solo una spirale di violenza dove ad ogni attacco terroristico si risponde con attacchi di droni e la criminalizzazione del Islam. Le vittime francesi verranno vendicate uccidendo altre vittime arabe. Entrambi civili, entrambi innocenti. I governi ci spingono alle barbarie intellettuali e morali, fino ad arrivare a creare una giusta indignazione pubblica sulle vittime occidentali e una terrificante e disumana indifferenza verso le migliaia di vittime arabe o africane di una politica imperiale di governi occidentali che di democrazia odorano ben poco in questo periodo storico.

L’Islam è il nemico numero uno per l’Occidente ci ripetono. Eppure questa religione demonizzata non ha mai accettato o giustificato orribili atti come quelli compiuti quotidianamente dal ISIL DAESH una nostra creatura (ripeto) che ha superato per ferocia e barbarie anche Al-Qaida. Pochi ci ricordano che il 95% delle vittime dei terroristi islamicisono mussulmani che non la pensano come loro, musulmani che si oppongono alla pazzia di questi individui pagando delle volte con la propria vita.” come ricorda alle nostre coscienze assopite Soufiane Malouni, attivista arabo che vive a Roma.

Al contrario i governi occidentali fermano gli occhi sulla propaganda di odio religioso e razziale che vari media ed associazioni di ultra destra si permettono di fare aggravando la situazione. Una propaganda rozza, demenziale, identica a quella di Radio Mille Colline o del quotidiano Kangura durante il genocidio in Rwanda del 1994. Vietiamo l’Islam rivendica il sito di ultra destra francese Resistence Republicaine di cui motto è “ll fascismo islamico non passeràBastardi islamici. Questo è il titolo di prima pagina del quotidiano Libero. “Siamo tutti in pericolo, perché il terrorismo islamico non fa distinzione tra uomini e donne, fra combattenti e innocenti. Il terrorismo islamico vuole non solo uccidere, terrorizzare, ma colpire chiunque sia ritenuto un infedele.” Esclama urlando Maurizio Belpietro nel editoriale pubblicato su Libero on line tra la pubblicità della bambolina Barbie e quella di DASH il detersivo che regala lo sconto di 5 euro. No caro Belpietro. Non è l’Islam il pericolo ma persone come te che consapevolmente diffondono odio razziale con il sogno di vedere scorrere altro sangue. Non ti chiamo collega poiché c’è una netta differenza tra un giornalista e un propagandista di morte.

E che dire del direttore dell’Ansa che fa appello ai valori occidentali? Ma di quali valori parla questo? Democrazia, giustizia, diritti umani? Sono decenni che questi valori sono ignorati dinnanzi al unico valore occidentale imperante: il dio denaro. Quel dio che ci spinge a considerare l’Arabia Saudita come il nostro migliore alleato e ad offrirgli la presidenza annuale della Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite. Un paese governato da una feroce e medioevale dinastia dove le donne sono lapidate e i gay decapitati in pubblica piazza. Uno stato terroristico fucina dei peggiori gruppi islamici, ISIL compreso.

Il direttore dell’Ansa forse crede che l’Occidente e l’uomo bianco siano stati inventati. La nostra stirpe discende dalla razza umana che ha una sola origine: l’Africa. La nostra cultura è contaminata in gran parte da quella islamica che durante il medio evo ha offerto all’Europa le miglior civiltà esistenti. La nostra stessa religione cattolica non è una religione europea. Noi credevano nelle divinità: Zeus, Giove, Odino. La religione cattolica ha lo stesso ceppo abramitico di quella Islamica ed ebraica. Tre religioni nate nel medio oriente, non certo in Europa.

L’attacco terroristico di Parigi ha nuovamente evidenziato la nostra immonda ipocrisia. Un’ora dopo il presidente Obama ha dichiarato tutta la sua solidarietà e condannato l’atto. Lo stesso presidente che ci ha messo otto mesi per condannare i piani genocidari in atto nel Burundi. Otto mesi in cui migliaia di civili burundesi sono stati massacrati barbaramente sotto l’indifferenza della Comunità Internazionale. Ci sono voluti i chiari propositi di genocidio pronunciati dal regime per far comprendere il pericolo. Quando l’ISIL ha abbattuto l’aereo russo nel Sinai i media sono stati tranquilli e i governi occidentali forse compiaciuti. Le vittime palestinesi sono ormai diventate una noia da evitare così some quelle siriane. È questa la cultura occidentale da accettare? Una cultura che crea differenze razziali sulle vittime, odio etnico e promesse di nuove violenze? Se questa è la cultura occidentale va abiurata con netta determinazione.

Purtroppo non ci sarà nessun cambiamento all’orizzonte. “È in corso una guerra e quando c’è una guerra bisogna organizzarsi per vincerlaafferma Massimo D’Alema il leader di una “sinistra” di remota memoria che vive nel lusso e privilegi, fanatico amante delle barche a vela e delle regate… Quindi il suggerimento è che anche l’Italia si deve avventurare nella crociata contro l’Islam non avendo nemmeno i mezzi per farlo? D’Alema è consapevole della preparazione delle nostre forze di sicurezza per fronteggiare l’ondata di terrorismo che si potrebbe abbattere in Italia?

Assisteremo ad altri lutti in occidente perché non siamo capaci di comprendere il male da noi generato e come fermarlo. Una incapacità che ci divora dall’interno assieme alla nostra decadente società avviata al tramonto. Mentre le 128 vittime parigine saranno sepolte nei cimiteri risulta ancora vivo l’insulto paradossale del loro presidente ripreso in una foto lo scorso maggio a brandire la scimitarra della conquista in Arabia Saudita, lo stato per eccellenza sponsor del terrorismo internazionale. Durante la sua visita, l’industria militare francese ha concluso ottimi affari. Cosi sembra…

Fulvio Beltrami
Giornalista Freelance
Uganda, Kampala
@Fulviobeltrami

SULLE STRAGI, NOI MUSULMANI DOBBIAMO FARE AUTOCRITICA.

3 Lug

«Con la Tunisia, si colpisce l’economia dell’unico Paese laico dell’intera regione. Dobbiamo isolare i fanatici»

L’immigrato. Un’immagine di Abdelmajid Daoudagh che, negli anni, ha continuato a studiare e a promuovere una «riforma laica e plurale dell’islam»

Di origine marocchina, Abdelmajid Daoudagh, vive in Italia da 27 anni, dopo un periodo in Francia dove ha studiato all’Università. La traduzione dall’arabo del suo nome significa «servo» (abdel) «maestoso» (majid). «Servo maestoso nei confronti di Dio, che ci ha creato tutti diversi e che ci vorrebbe tutti in pace» dichiara. La società civile musulmana in Occidente deve preservare la propria identità dalle derive fondamentaliste.

Anna Della Moretta
a.dellamoretta@giornaledibrescia.it

Non è trascorsa nemmeno una settimana da quel venerdì di sangue in cui persone innocenti sono state massacrate su una spiaggia della Tunisia. Nemmeno una settimana, e l’eco della tragedia si è fatto già flebile, sovrastato da altri e impellenti rumori e frastuoni che tengono in bilico l’Europa. L’Unione che è, e quella che dovrebbe essere, nell’affrontare una crisi greca che va ben al di là della questione economica. Una crisi così profonda, anche perché è stata letta ed affrontata con il metro degli interessi di parte, e non della visione politica che abbia come missione il «bene comune».

Termine che, proprio mentre lo scriviamo, ci accorgiamo essere desueto. Ce ne accorgiamo durante la chiacchierata con Abdelmajid Daoudagh, immigrato storico dal Maghreb, che si interroga con noi sulla tragedia del Bardo e di Sousse. Sul fuoco che non risparmia i popoli del Nord Africa e del vicino Oriente. In una situazione in cui l’Europa, così come per la crisi greca, è la grande pre¬sente e la grande assente. Tunisia ferita. «Colpendo Sousse e la Tunisia i terroristi hanno voluto colpire l’unico Paese che, dopo le primavere arabe, è riuscito a portare avanti un processo democratico – sostiene Daoudagh -. Con Sousse vogliono mettere in ginocchio l’economia della Tunisia, fortemente basata sul turismo, e costringere il Paese ad indebitarsi con i grandi finanziatori del terrorismo internazionale. Perché? Semplice: in questo modo, anche la Tunisia diventa “figlia” di quel capitalismo islamico che, almeno formalmente, si contrappone all’Occidente. Formalmente, perché, di fatto, con gli stessi Paesi del Golfo che finanziano e sostengono i terroristi un certo Occidente non disdegna di fare affari». Il disegno del Califfo.

Ed aggiunge: «La Costituzione tunisina è laica e questo non è certo un buon segnale per il Califfato che vuole fare del Maghreb la piazza di un grande conflitto». Daoudagh è da poco tornato dal Marocco, da cui mancava da anni, e racconta di aver “letto” anche in quella terra i segnali di una insofferenza nelle persone, quella su cui hanno facile gioco i manovratori del terrore. E racconta lo sgomento provato nell’udire che in alcuni ambienti islamici si «plauda» all’azione terroristica che è costata la vita a decine e decine di persone in Tunisia: «Per me l’Isis venerdì scorso ha decapitato l’Islam e l’umanità, proprio perché ha insanguinato la sacralità di un giorno e di un mese, il Ramadan, importanti per chi professa la nostra religione». E ripete la sua posizione, maturata in anni di vita vissuta in Europa, dapprima in Francia per ragioni di studio ed ora in Italia, dove vive e lavora. «Noi musulmani europei continuiamo a vivere in autodifesa, dopo le tragedie cui stiamo assistendo nel mondo arabo e in Europa, compiute in nome dell’Islam. Dobbiamo avere il coraggio, innanzitutto, di una condanna durissima, cosa che non sempre sento nelle pieghe dei discorsi. Poi, di una altrettanto forte autocritica. Dobbiamo avere il coraggio di riconoscere, apertamente, di essere prigionieri di una lettura medievale dei testi sacri e della loro declinazione nella realtà. Non a caso, stiamo assistendo ad una islamizzazione delle nostre società, ma in forma esibizionistica, quasi si dovessero segnare i confini».

Continua, tornando alla strage di Sousse: «Chi uccide è un criminale e basta, non ha alcuna religione. Per questo, ritengo che la società civile musulmana europea debba fare di tutto, dico di tutto, per preservare la propria identità da contaminazioni fondamentaliste. Si devono censurare e condannare i discorsi dei fanatici, siano essi pronunciati per strada, nelle moschee o sui social network, perché è forte il rischio che vengano scambiati per identità comune. Per questo, anche i nostri luoghi di culto devono aprirsi a tutti e sfuggire alla deriva della ghettizzazione».

L’Europa.
Per Daoudagh «solo risolvendo i problemi sociali si argina il terrorismo, si supera l’identità culturale che ancora equivale a quella religiosa, si diventa musulmani universali: nessuno può pensare di professare la propria fede, qualsiasi essa sia, in uno Stato islamico». Sottolineando che, purtroppo, «l’Occidente, per me fonte di libertà e di democrazia, non lo è di pacificazione per quei Paesi, sostenendo governanti inadeguati. Le persone, così, si rifugiano nel radicalismo, diventando facili prede e strumenti di terrore».

Non sono Charlie Hebdo. Sono Nigeriano e Musulmano.

17 Gen

La scorsa settimana un gruppo terroristico ha fatto irruzione nella sede del settimanale satirico francese Charlie Hebdo, a Parigi massacrando 12 persone tra cui il suo editore: Stèphane Charb Charbonnier. Il deplorevole attacco, che ha coinvolto anche un negozio ebreo, è stato rivendicato da Al Qaeda dallo Yemen. Il massacro di Parigi ha scatenato immediatamente la propaganda del governo francese che, sfruttando abilmente la strage e proclamandosi paladino della libertà di espressione, ha in poche ore costruito una rete di solidarietà nazionale ed internazionale culminata nella marcia di Parigi: un milione di persone, strumentalizzando i sentimenti di libertà nutriti in Europa.

Gli obiettivi politici sono evidenti: porre in secondo piano il ruolo sovversivo e terroristico giocato dalla politica estera francese e creare una solidarietà politica verso il Governo Hollande, chiaramente fallimentare sul piano socio economico che ha trasformato una società basata sui valori rivoluzionari in una società post moderna fondata sull’odio e l’esclusione. Il ruolo terroristico della politica estera francese è stato storicamente dimostrato in Africa dalla guerra in Algeria al genocidio in Rwanda del 1994. Una politica caparbiamente e ostentatamente continuata dalla Cellula Africana del Eliseo (nota come: France-Afrique) che ha progettato ed attuato nuove drammatiche destabilizzazioni in Repubblica Centroafricana, Libia e Mali.

Il settimanale satirico francese, con una tiratura di 60.000 copie, e il suo redattore sono diventati improvvisamente il simbolo della libertà Occidentale che si contrappone all’estremismo e al fanatismo prodotto dal Islam. Charlie Hebdo, dopo il massacro ha pubblicato un numero commemorativo con la caricatura in prima pagina del Profeta Maometto in lacrime che regge il cartello: “Je Suis Charlie” lo slogan divenuto il simbolo di unità e di difesa dei valori Occidentali. Sotto l’immagine del Profeta vi è scritto: “Tutto è perdonato”. Tre milioni di copie sono state vendute in Francia ed in Europa fruttando al settimanale cinque milioni di euro.

Una inaspettata manna finanziaria per Charlie Hebdo che, prima dell’attacco, soffriva di una grave crisi finanziaria che lo stava costringendo ad una drastica riduzione del personale e delle attività editoriali. La multinazionale del Web: Google ha annunciato l’intenzione di finanziare il settimanale satirico francese. In Inghilterra una copia commemorativa di Charlie Hebdo è stata venduta a 1.000 sterline su eBay. Charlie Hebdo, come simbolo di un Occidente sotto attacco dell’Islam, ha superato quello americano delle torri gemelle. Nella storia il 07 gennaio sarà commemorato assieme al 11 settembre. Due date cruciali per l’umanità, secondo il nostro pensiero eurocentrico che storicamente tende ad imporre al mondo intero verità assolute ed indiscutibili, escludendo altre date importanti come il luglio 2014: il mese dell’Olocausto a Gaza.

Superando lo shock emotivo e l’orrore provocato dal vile massacro, occorre domandarci che cosa rappresenta il settimanale satirico francese Charlie Hebdo, divenuto l’icona della libertà e dei valori occidentali. Charlie Hebdo appartiene alla corrente di pensiero della destra francese. Il suo staff è rigorosamente “bianco” ed “occidentale” e la sua satira si è sempre basata sull’ideologia xenofobica e razzista della destra francese. Nonostante che il defunto redattore abbia in passato dichiarato che la satira di Charlie Hebdo prendeva di mira chiunque, la maggioranza delle vignette pubblicate propongono sentimenti anti-Islam, sessisti, xenofobici, razzisti e omofobici.

Da anni il principale target di Hebdo è la comunità musulmana in Francia, sia essa composta da cittadini francesi o da immigrati. Una comunità già largamente marginalizzata dalle istituzioni e dalla società francese. Prendendo vantaggio dalla libertà di stampa e dai valori secolari garantiti dalla Costituzione francese, Charlie Hebdo ha pubblicato diverse discutibili satire anti religiose incluse una orgia della Santa Trinità cattolica (Dio, Gesù e Spirito Santo), rabbini ebrei raffigurati come subdoli usurai (come sostenevano le Camice Brune tedesche negli anni Trenta prima di prendere il potere) e il Profeta Maometto trasformato in una libidinosa porno star. Da ateo convinto, quale io sono, non posso condannare una satira tesa a criticare istituzioni religiose se queste promuovono ideologie oscurantiste anche se non vedo il motivo di criticarle ridicolizzando dei simboli religiosi cari a milioni di persone.

La condanna però è doverosa quando la satira anti religiosa veicola messaggi di odio verso una comunità (nel caso di Charlie, quella musulmana) alimentando il pubblico disprezzo e la stigmatizzazione generalizzata. Il settimanale satirico francese è sempre stato cosciente che la satira anti-Islam, costantemente e maniacalmente promossa, rafforzava l’odio sociale, la contrapposizione tra occidente e mondo musulmano. Una satira che gratuitamente offriva validi argomenti ai vari gruppi della estrema destra europea e ai gruppi terroristici islamici, indebolendo l’Islam (quello che noi definiamo “Islam moderato”). Nel 2011 la sede di Charlie Hebdo è stata vittima di un attentato terroristico islamico che ha rafforzato la propaganda anti-islamica, al posto di aprire una seria riflessione interna sul significato di etica editoriale.

All’epoca Charb, noto per i suoi sentimenti profondamente razzisti, difese la linea editoriale anti islamica da lui imposta pur essendo consapevole che essa contribuiva ad alimentare odio e a rafforzare la propaganda anti occidentale dei gruppi terroristici. L’edizione commemorativa di Charlie Hebdo è stata interpretata dal mondo musulmano come l’ennesimo insulto religioso e ha creato seri problemi a molti governi, dal Pakistan al Sudan, concentrati a contenere manifestazioni anti occidentali. Un comportamento stupido quello di Charlie Hebdo, afferma l’editoriale pubblicato sul Financial Times che ha sottolineato la “stupidità editoriale”, accusando il settimanale satirico francese di provocare insulti gratuiti e di non essere “Il più convincente campione della libertà di espressione”.

L’opinionista Tony Barber, afferma sul Financial Times, che non si possono giustificare gli assassini ma sarebbe più utile applicare un po’ di buon senso nelle scelte editoriali che pretendono di sostenere i valori universali quando invece sono solo volgari provocazioni contro i musulmani. L’edizione commemorativa non è stata pubblicata in Australia in quanto viola la legge sulle discriminazioni razziali e religiose. Vari giornali americani ed inglesi hanno deciso di non pubblicare la prima pagina dell’edizione commemorativa di Charlie Hebdo in quanto considerata una esplicita provocazione contro l’Islam capace di aumentare il baratro di incomprensione e odio, favorendo il terrorismo islamico. Stessa decisione è stata presa da Associated Press e dal The Guardian che hanno duramente condannato la redazione di Charlie Hebdo per aver pubblicato immagini tese a provocare odio religioso e sociale. Queste scelte editoriali non possono essere etichettate come atti di censura ma come atti di buon senso, contro un giornale profondamente ancorato ai distruttivi valori della destra europea che produce sottocultura puerile ed offensiva.

Una cultura che non riconosce i limiti della libertà di espressione a cui ogni giornalista si deve attenere quando una vignetta o un articolo possono alimentare odio etnico, religioso e conflitti. Dopo la perdita di 12 dipendenti perché pubblicare una vignetta offensiva per milioni di musulmani sapendo che essi sono estremamente sensibili ad ogni raffigurazione del loro dio o del Profeta? Non si rischia di aumentare l’odio contro la comunità mussulmana in Francia, da decenni vittima di repressione, stigmatizzazione e discriminazione socio economica e parallelamente i sentimenti anti occidentali nel mondo arabo? Questa provocazione equivale a pisciare in una chiesa. Atto che non passerebbe per la mente nemmeno al più convinto ateo ed anarchico esistente al mondo.

Julien Casters, editore marocchino, ricorda in un Tweet che i mussulmani sono le prime vittime del fanatismo religioso islamico. Una dichiarazione che racchiude una aghiacciante ed insostenibile verità occultata a noi, cittadini dell’Occidente. Il martirio di Charlie Hebdo ha contribuito ad ignorare un ben più orribile massacro avvenuto quasi in contemporanea: quello di Baga, una cittadina della Nigeria situata nello Stato del Borno ai confini con il Ciad, il Niger e il Camerun. Duemila persone sono state massacrate dai terroristi islamici di Boko Haram in poche ore, donne e bambini compresi.La maggioranza delle vittime era di fede musulmana.

Il massacro è stato il preludio di una serie di attentati terroristici dove i cosiddetti “combattenti di Allah” hanno utilizzato bambine di dieci anni, compiendo il più grande crimine contro l’Islam e l’umanità in generale: utilizzare degli innocenti per sopprimere vite umane. Nemmeno le mosche sono state risparmiate come dimostra l’ultimo attentato di pochi giorni fa nella città di Gombe dove due persone sono state uccise e 14 ferite da un attentato davanti alla principale moschea. Con questi atti rivolti contro i mussulmani, Boko Haram ha dimostrato di non aver nulla a che fare con la fede islamica blasfemamente da loro utilizzata. Al contrario Boko Haram, come Al-Qaeda, il ISIS, Al Shabaab e il gruppo terroristico islamico ugandese ADF, sono delle organizzazioni criminali spazzatura, motivate da interessi politici ed economici che rappresentano la più evidente antitesi agli insegnamenti coranici. Charlie Hebdo, involontariamente o meno, ha contribuito ad offuscare questa strage avvenuta in Nigeria ponendosi come unica vittima del fanatismo islamico.

La macroscopica discrepanza tra le vite umane perse a Parigi e quelle perse a Baga dimostra che le prime vittime di questo fanatismo sono i musulmani che muoiono per mano terroristica e vengono colpevolizzati in massa ad ogni cittadino occidentale ucciso da questi psicopatici serial killers, sospettati da anni di avere stretti contatti con vari governi europei americani e con le monarchie arabe. Nella guerra scatenata dal ISIS in Iraq e Siria per la creazione del Califfato Islamico o negli attentati di Al-Shabaab in varie città della Somalia chi muore è innocente e mussulmano. Questo non è un parere ma una incontestabile quanto drammatica realtà.

In un suo editoriale il quotidiano inglese The Guardian, condanna apertamente l’Occidente ponendo questa semplice quanto terribile domanda: “Perché il mondo ha ignorato la strage di Baga?”. Una condanna che coinvolge anche la maggioranza dei media africani ancora legati alla sudditanza culturale eurocentrica, al servile rispetto verso i loro ex padroni bianchi e alla sindrome di inferiorità razziale di coloniale memoria. La maggioranza dei media africani ha sprecato fumi di inchiostro per il massacro di Parigi quasi ignorando quello di Baga, dando priorità alle vite occidentali rispetto a quelle africane.

Ironicamente sul governo Hollande, che ha creato il mito di Charlie Hebdo, grava il sospetto di non aver protetto la redazione del settimanale satirico, obiettivo prevedibile del furore cieco degli estremisti islamici. Secondo le indagini svolte dal quotidiano Le Figaró fino a poche settimane prime dell’attentato la sede del settimanale satirico era sorvegliata 24 ore su 24 da una camionetta delle forze speciali della polizia. Misura revocata tre giorni prima del massacro nonostante che i servizi segreti Algerini avessero informato dell’imminente minaccia a Charlie Hebdo.

Una leggerezza imperdonabile ed inspiegabile che rafforza i dubbi posti da vari autorevoli media occidentali e non che il 7 gennaio francese è stato permesso in quanto capace di risolvere molti problemi, alimentando il necessario mito di un feroce e sanguinario nemico esterno. Una inutile strage che ha rafforzato un governo traballante e una politica estera disumana e guerrafondaia che nel Medio Oriente si traduce nell’appoggio incondizionato ad Israele e al finanziamento dei movimenti armati (ahimè all’epoca anche i miliziani del ISIS) che combattono in Siria contro il governo.

I fratelli Kouachi, autori della strage, erano pregiudicati, appena ritornati dai campi di battaglia della Siria, noti ai servizi segreti francesi, americani ed italiani. Entrambi sono stati uccisi nonostante che fosse evidente che “la loro cattura era altamente preferibile alla loro eliminazione. Vivi i due sarebbero stati interrogati, si sarebbe potuto scoprire la loro rete di contatti, i loro mandanti, approfondire la storia del reclutamento jhadista dalla Francia alla Siria” sottolinea Le Figaró. “Alla luce di queste incongruenze la vignetta pubblicata qualche giorno prima da Charlie Hebdo che presagiva l’attentato appare come una cosa più sinistra di un semplice presentimento. La strage è stata compiuta da terroristi islamici ma persiste una gran puzza di bruciato” fa notare il collega Aldo Giannuli.

Gli orrendi e pericolosi sottoprodotti che la strage di Parigi ha generato sono purtroppo la radicalizzazione dello scontro tra due civiltà, la contrapposizione priva di qualsiasi dialogo tra laicità e religione, l’avanzare della destra europea estremista, violenta e xenofoba, il sospetto ormai rivolto ad ogni musulmano di essere un potenziale terrorista, la spregiovole libertà di lanciare messaggi di odio contro una minoranza religiosa in nome della libertà di espressione e la volontà di ignorare ogni tragedia e crimine contro l’umanità che non coinvolga vittime occidentali e bianche.

Queste sono le ragioni che mi spingono a dichiarare ad alta voce: “Non sono Charlie Hebdo. Sono Nigeriano e Musulmano” in quanto non posso essere solidale con un settimanale storicamente schierato sui valori della xenofobia, razzismo e omofobia. Condannare la morte del redattore e dei giornalisti non deve giustificare l’ignobile scelta editoriale di questo settimanale umoristico francese che, a strage avvenuta, non ha esitato un istante a riconfermare il suo odio contro il mondo musulmano incassando diversi milioni di euro e salvandosi dal fallimento editoriale, una sorte certa prima del massacro di Parigi. Come era prevedibile, nell’edizione commemorativa non vi è alcun accenno al massacro di Baga. Scelta voluta per consolidare una verità unilaterale e falsa: le vittime del terrorismo islamico non possono essere che occidentali e bianche.

Il mio dolore non va a Stèphane Charb Charbonnier e ai suoi colleghi in quanto parte del progetto Charlie Hebdo e dei sotto-valori promossi da questo giornaletto ma in quanto esseri umani uccisi da due identiche cieche violenze: quella prodotta da una matita, e quella prodotta da un Kalasnikov. La mia vergogna in quanto bianco ed europeo, fraternamente accolto in Terra Africana, si erige nel costatare la volontà di ignorare le vittime di Baga in quanto negre e musulmane, cosi come sono state ignorate le decine di aggressioni contro la comunità musulmana avvenute in Francia subito dopo la strage di Parigi.

Una vergogna difficile da sopportare che pesa come un macigno, rafforzata dalla consapevolezza che a Parigi non è morta la libertà di espressione ma i valori laici occidentali. Valori talmente strumentalizzati dai nostri governi con cinica determinazione che sono ora odiati e rigettati da milioni di persone in Africa, Asia, America Latina e Medio Oriente. La stessa subdola strumentalizzazione che questi gruppi terroristici islamici attuano verso una religione di cui affermano di essere i più fedeli servitori. Tra i due nemici giurati del conflitto planetario: i falsi rappresentanti dell’Occidente laico e i falsi rappresentanti del Islam troppe ed inquetanti sono le similitudini che li rendono praticamente uguali ed irriconoscibili se non per la scia di sangue che costantemente ed abbondantemente lasciano lungo il loro psicopatico e criminale cammino verso la vittoria finale.

Fulvio Beltrami per African Voices
Kampala, Uganda
@FulvioBeltrami

Attentato a Parigi. Un’ondata di terrore assai prevedibile.

10 Gen
In ultima analisi Stephane Charb, come gli altri suoi colleghi, sono stati vittime della politica estera francese. A forza di seminare morte e terrore in nome della “democrazia” in Africa, Asia, America Latina e Medio Oriente, era prevedibile che qualcuno pensasse di seminare morte e terrore in nome dell’Islam in Francia, interpetando a fini politici le sacre scritture del Corano. Interpretazione politica di cui la Chiesa Cattolica è esperta da secoli.

Comodo fare la guerra a casa altrui, nascondere all’opinione pubblica le centinaia di migliaia di morti civili (donne e bambini compresi) con la barzelletta delle “bombe intelligenti” e pretendere la pace in casa propria creando muri per impedire non i flussi migratori della finanzia o delle merci, ma degli esseri umani.

Chi ha visto la moglie e i suoi bambini ammazzati dalle bombe intelligenti e chi subisce ogni giorno la totale negazione dei diritti, costretto ad un futuro di povertá estrema e totalmente ingiustificata diventa facile preda dell’odio e dell’estremismo, quindi disponibile ad attentati suicida.

A mio avviso questi attentati (facili da compiere) e molto mediatici, aumenteranno nelle capitali occidentali.

Queste cittá sono vulnerabili in quanto da cinquanta anni (dopo la seconda guerra mondiale) l’Europa Occidentale non è più abituata ad una situazione di conflitto al contrario dei milioni di esseri umani che vivono e spesso muoiono in Libano, Palestina, Iraq, Afganistan, Siria, Grandi Laghi, Repubblica Centroafricana, Mali, Libia, Congo, Nigeria, Colombia, Pakistan. Tutti paesi devastati in nome della nostra democrazia che cela interessi economici ben precisi e rientranti in una lista che sembra destinata ad aumentare parallelamente alla scarsitá di petrolio e alle necessitá di controllo occidentale delle materie prime.

I governi occidentali reagiranno prendendosela con gli immigrati africani e medio orientali di religione mussulmana che abitano in Occidente, facendo cosi’ il gioco dell’estremismo islamico, regalandogli nuove reclute.

Un estremismo che, non dimentichiamoci, è stato creato da Stati Uniti, Francia ed Inghilterra, da Bin Laden in poi…

Nello scontro tra religioni chi ha tutto da perdere e parte da sconfitto in partenza siamo proprio noi occidentali a meno che facciamo comprendere ai nostri governi che è ora di cambiare rotta e ragionare sotto altre ottiche, più umane. Anche se i nostri media lo nascondono, il processo di rifiuto della violenza cieca e’ già iniziato nel mondo mussulmano …

Le mie più sentite condoglianze vanno alle famiglie dei colleghi francesi che hanno pagato con la vita la libertá di ‘libera espressione‘. Alle famiglie delle vittime civili e dei poliziotti che hanno tentato di difenderle. Condoglianze che si associano a quelle che porgo alle famiglie di centinaia di migliaia di vittime dell’imperialismo francese e americano massacrate in sperduti villaggi di montagna in Afganistan dai droni americani o a colpi di machete a Bangui sotto lo sguardo indifferente dei soldati francesi. Vittime che sembrano non avere volto ne’ nomi poichè non ritenute degne di cattuare l’interesse dei nostri media in quanto mussulmani e negri.

Fulvio Beltrami
Kampala, Uganda
@FulvioBeltrami

Boko Haram. La testimonianza di una suora italiana.

2 Lug

È stata veramente una fortuna poter intervistare Enza Guccione, una suora italiana che vive nel sud della Nigeria da 18 anni. Suor Enza si trasferì in Nigeria nel 1996 e attualmente è responsabile della comunitá di Igbedor, una isolata cittadina collocato su una isola fluviale tra lo Stato di Kogi e quello di Amambra. Nel 2009, Suor Enza contribuí alla creazione della prima scuola materna ed elementare nella cittadina: la Emmanuel Childrenlanda Nursery/Primary School of Igbedor, dove circa 400 bambini frequentano oggi regolarmente le lezioni. Nello stesso anno Suor Enza fonda, con l’aiuto del vescovo di Onitsha, l’associazione Emmanuel Family Foundation che si occupa di assistenza umanitaria alla popolazione di Igbedor.

Forte dell’ esperienze acquisite in 18 anni di permanenza in Nigeria, Suor Enza ha accettato di rilasciarci questa intervista in esclusiva che verte sull’emergenza terroristica di Boko Haram. Una finta emergenza creata dalla instabilità politica interna, dall’incapacità di garantire un armonioso sviluppo economico e da interferenze internazionali, in primis Stati Uniti e Unione Europea.

Suor Enza, da quanti anni è in Nigeria e cosa sta facendo?

Sono in Nigeria da 18 anni. Mi dedico come meglio posso alla popolazione di Igbedor, un’isola fluviale nel Niger tra lo Stato del Kogi e del Anambra. Un’isola dimenticata dal governo locale, dagli istituti religiosi ( noi siamo le prime ed uniche suore che vivono nell’isola ). La missione che dirigo si occupa di alleviare le sofferenze tramite concreti aiuti nei settori scolastico e idrico. La popolazione è costituita da circa 5000 bambini da 0. A 12 anni secondo i dati di un censimento fatto nel 2005, senza scuole funzionanti, ospedali, elettricità’ acqua potabile. La città più vicina è a circa 4/5 ore di imbarcazione.

Come vive personalmente la guerra civile al nord scatenata da Boko Haram?

Gli attacchi dei Boko Haram personalmente li vivo con molta amarezza soprattutto per le vittime innocenti che causano, per i disordini di destabilizzazione politica che portano in un paese cosi grande e ricco di risorse naturali da poter porsi ad un livello economico pari agli Stati Occidentali.

La guerra civile innescata da Boko Haram ha come obiettivo scatenare una guerra religiosa come si sta assistendo nella Repubblica Centroafricana. Ci stanno riuscendo? Quale è la posizione della Chiesa Cattolica e delle altre chiese cristiane?

Non credo che stiano tentando o stiano riuscendo a scatenare una guerra religiosa. Non si vedono e sentono musulmani armarsi contro cristiani e viceversa. La maggioranza dei cristiani vive insieme ad una minoranza di musulmani nel sud ovest della Nigeria e tutto qui procede serenamente. Cristiani e musulmani vivono nelle stesse città, frequentano gli stessi mercati, i bambini frequentano le stesse scuole. La Chiesa stessa non vive nessuno stato di allarme o pericolo rivolto ai cristiani. Vive il dolore per una situazione di terrorismo che continua a seminare vittime innocenti, destabilizzazione causata da “forze maggiori” che tentano solo di prenderne il controllo e il dominio. Se fosse una guerra di religione, certamente Boko Haram avrebbe dovuto spostarsi verso il Sud Ovest non restare vicino alle frontiere con il Ciad, Niger e Camerun a prevalenza di religione islamica.

Boko Haram riceve un supporto attivo della popolazione mussulmana?

In Igbedor vivono gruppi musulmani. Dai loro discorsi e reazioni, non approvano affatto gli attentati dei Boko Haram. Li definiscono degli ‘”assassini‘” pagati, senza alcun ideale politico o religioso, come degli “assunti” per un business qualunque. E questa è anche la convinzione dei tanti cristiani che abitano da queste parti, negli stati del Anambra e Kogi.

Come spiega che le principali vittime di Boko Haram sono la popolazione civile mussulmana del nord?

A mio parere è solo un caso che Boko Haram si sia scagliato verso la popolazione musulmana del nord. Penso che se al nord avessero abitato popolazioni cristiane, sarebbe stato lo stesso. Credo invece che si siano scagliati contro la popolazione di quel posto, indistintamente, semplicemente perché è un punto strategico per le loro comparse e fughe. Infatti dopo i loro attacchi si ritirano nelle frontiere con il Ciad, Niger e Camerun dove difficilmente riescono ad essere rintracciati. Ed è sorprendente notare come le loro zone sono abbastanza circoscritte. Anni fa tentarono di raggiungere Bayelsa nel sud, ma i miliziani del Delta li bloccarono. Da allora, le loro zone sono rimaste quelle del Nord Ovest.

Come si svolge la vita quotidiana, in particolare al nord, con la paura di attacchi da parte di Boko Haram?

Vivendo al Sud posso solo immaginare come si vive al Nord con il pensiero di una esplosione in qualsiasi minuto del giorno o della notte, in qualsiasi luogo, specie nelle scuole, nei mercati, per strada e persino nei luoghi di culto. Questa situazione crea panico, diffidenza, tensione costanti, ribellioni e reazioni aggressive tra la popolazione che necessariamente tenterà di proteggersi iniziando a non fidarsi di nessuno.

Quali sono i pericoli dell’associare Boko Haram all’Islam?

Credo che associare i Boko Haram agli islamici crei una sorta di forza ai fondamentalisti, concentrando l’attenzione su di loro incoraggiandoli ad emergere ancora di più rendendoli una sorta di potenza da temere.

Mi conferma che vi è una forte presenza di jihadisti stranieri all’interno di Boko Haram?

Si, sono convinta che i Boko Haram sono jihadisti stranieri reclutati e ben pagati insieme a pochi nigeriani usati come informatori.

Secondo Glen Ford, giornalista americano, Boko Haram non sarebbe altro che una sigla, un marchio, utilizzato da quasi 100 gruppi terroristici islamici e sostenuto da Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, e dalle monarchie arabe per interferire nella vita politica ed economica della Nigeria. Lei concorda con questa analisi?

Boko Haram è stato sconfitto molti anni addietro. Adesso è solo una Sigla dietro la quale si nasconde il terrorismo (islamico o meno) che cerca di destabilizzare il paese, supportato dalle grandi potenze mondiali le quali forniscono armi che diversamente i terroristi non potrebbero permettersi. Sono più che convinta che dietro tutte le guerre in Africa come in altri paesi dell’America Latina, ci siano le super potenze con i loro grandi interessi verso le risorse naturali di questi continenti. È sempre più comodo che gli africani si facciano guerra tra loro mentre l’occidente continua a rubar loro petrolio, diamanti, cobalto…..

Cosa ne pensa del fatto che Jonathan abbia accettato l’aiuto degli Stati Uniti per cercare le oltre 200 ragazze scomparse e che, a distanza di tre mesi, esse non siano state ancora ritrovate e Boko Haram ha attuato un altro rapimento di massa tra giovedì 19 e domenica 22 giugno 2014 in alcuni villaggi del Borno, nord est del paese?

Si parla di 91 persone rapite tra cui molti bambini. Non so cosa abbia spinto Il Presidente ad accettare l’aiuto degli Stati Uniti per il ritrovamento delle 200 ragazze. Certo è che nella situazione di caos in cui si trova al momento la Nigeria, è difficile capire cosa sia meglio fare, soprattutto trovandosi solo. Ciò di cui sono convinta è che gli Stati Uniti nel corso della storia hanno cercato di dominare il mondo intero. Se le loro capacità strategiche, le energie … fossero state messe al servizio del bene e dello sviluppo del mondo, sarebbe stato un grandissimo onore per gli Stati Uniti abbattendo le frontiere e le discriminazioni e contribuendo ad un mondo più eguale. Purtroppo tutte le super potenze mostrano quell’aspetto infantile dei bambini che amano mettersi in mostra dominando i coetanei più deboli. Credo, per quel poco di esperienza che ho, che solo i Nigeriani uniti potranno liberare la loro Nazione da questa situazione in cui si trova il paese, e uscire da queste nuove forme di schiavitù. I nuovi attentati e sequestri a mio parere avranno fine solo nel momento in cui Jonathan non sarà rieletto e al suo posto ci sarà un Presidente che continui a fare gli interessi dell’occidente, dimenticando gli interessi dei suoi connazionali. Questo lo definisco corruzione e chi continuerà a pagarne il prezzo saranno sempre e solo gli innocenti.

Sempre secondo Glen Ford il movimento popolare Bring Backs Our Girls, creato dai genitori delle ragazze rapite, sarebbe stato condannato a restare un fenomeno di protesta locale se non fosse stata attuata un’opera di ampliamento di questa giusta causa dai servizi segreti francesi e americani tramite un sapiente utilizzo dei social network. Lei concorda con questa analisi?

Il movimento popolare Bring Backs Our Girls è stato il fenomeno che ha spinto l’attenzione dei media su un caso che come migliaia di altri sarebbe rimasto soffocato. Anche se credo, di controparte sia stata la scusa ben motivata per far arrivare Francia, UN in Nigeria ad attuare il loro piano strategico, non a favore delle giovani rapite o della Nigeria, ma per salvaguardare la produzione petrolifera che sembra ormai grandemente orientata verso Cina e India.

I piani occidentali nella lotta contro il terrorismo in Nigeria stanno trovando una seria opposizione del presidente Jonathan Goodluck che, pur dimostrando la volontà di collaborare, ha precisato che tale cooperazione può terminare qualora mettesse a repentaglio gli interessi e la sovranità nazionale. Come giudica la presa di posizione del presidente nigeriano?

Personalmente ammiro molto il Presidente Jonathan Goodluck che si trova dentro ad un vespaio, ostacolato e lasciato solo da politici corrotti interessati al proprio bene, non curanti della crescita dello sviluppo e del progresso dei Nigeriani intesi come popolo unitario e non tribù o religioni. Sono in supporto delle decisioni e affermazioni del Presidente. Se gli accordi circa gli aiuti da parte della Francia, UN … ed altri non fossero veramente rivolti al bene della Nazione e compromettessero questa stessa, quei patti e accordi dovranno essere interrotti subito

Secondo lei il governo federale è veramente incapace di proteggere i propri cittadini e sconfiggere Boko Haram?

Il Governo Federale può benissimo sconfiggere I ribelli e i terroristi, come in tutti gli altri paesi del mondo, solo se l’interesse di tutti i governanti è rivolto verso la Nigeria. Purtroppo uno dei fenomeni causa di tutto questo è proprio la corruzione dei politici e che l’occidente usa come buona opportunità per se stesso, approfittandone.

Come giudica le iniziative di gruppi di auto difesa popolare al nord tra i quali anche reparti femminili che collaborano con l’esercito? Sono gruppi formati da mussulmani e cristiani?

Resto convinta che i musulmani e cristiani non c’entrano niente. I gruppi di auto difesa sono formati da Nigeriani che vogliono pace e serenità nelle loro famiglie, nei loro villaggi, nelle loro scuole, nella Nazione. Che poi siano di credenza cristiana o musulmana, non fa alcuna differenza.

Si sta notando una strana coincidenza. Dall’annuncio di Goodluck relativo a privilegiare gli interessi nazionali alla cooperazione con le potenze occidentali per sconfiggere il terrorismo, sono drasticamente aumentati gli attacchi di Boko Haram ormai attuati su tutto il paese. Lei come se lo spiega?

Chi è dietro i Boko ha solo un intento: prendere il dominio. Se Jonathan mostra di andar fuori track, certamente gli attentati aumenteranno per impaurire, creare più confusione, fomentare focolai contro il bene e la serenità’ del paese. L’ex Presidente Obasanjo durante il suo mandato mostrò di saper tenere a bada Boko Haram, perché i suoi rapporti con l’occidente specie UN andavano a gonfie vele. Fu proprio in quel periodo che addirittura il leader di Boko Haram venne ucciso e il gruppo terrorista si disintegrò.

Quali sono le interazioni tra la guerra civile, Boko Haram, la politica nigeriana e la produzione petrolifera?

Secondo le mie impressioni, la politica nigeriana, famosa per la grande corruzione, non ha un interesse mirato verso la crescita del paese. Ha un solo interesse: arricchirsi, sfruttando quella grandissima risorsa naturale che è il petrolio e che si trova solo nel sud ovest della nazione. Da qui la continua lotta per chi deve mettere le mani su questa grande fortuna naturale. Terrorismo e mondo occidentale fanno parte di questa continua lotta di potere.

Secondo lei una maggior collaborazione da parte di Goodluck Jonathan con Boko Haram ( come per esempio il rilascio di alcuni membri imprigionati) aumenterebbe o diminuirebbe gli attacchi?

Secondo me no. La trattativa basata sul rilascio di altri terroristi non risolverebbe il caso, forse calmerebbe momentaneamente le acque e aiuterebbe a pianificare altri attacchi e ricatti. Sono dell’idea che per sconfiggere il terrorismo bisogna innanzitutto impegnarsi a costruire il futuro della Nazione, puntando sull’istruzione per tutti, creando posti di lavoro specie per i giovani e impegnando le risorse per il bene dei Nigeriani senza distinzione, puntando alla difesa dei diritti umani di tutti i cittadini. Il terrorismo generalmente esplode quando le disuguaglianze e gli sfruttamenti sono troppi e continui. I Boko Haram, secondo me, si fermeranno solo quando la corruzione dei politici e delle forze principali della Nazione sarà smantellata.

Secondo lei quante possibilità avrà l’intervento militare occidentale contro Boko Haram? Ci sarà veramente? Non vi é il rischio di un allargamento del conflitto?

Dalle esperienze passate penso che anche qui in Nigeria, l’intervento militare occidentale porterà solo più caos, problemi e confusione senza risolvere niente. Sembra una farsa, il cane che insegue la coda, Le armi chiamano armi, e la guerra in qualsiasi posto in qualsiasi tempo non ha mai portato bene, progresso e crescita.

Quali soluzione alternative lei propone?

La soluzione alternativa secondo me, dovrebbe partire dalla base, creando coscienze diverse che si impegnino a sconfiggere la mentalità del tribalismo che crea divisioni e si cominci a sentirsi e vedersi tutti come un solo popolo di una sola nazione. Questo svilupperà il senso della solidarietà dell’interesse per il bene comune, per lo sviluppo comune dell’intera nazione. Solo così la corruzione politica potrà essere distrutta e la Nigeria e i Nigeriani potranno avere e godere dell’onore, dignità e prestigio che sono loro di diritto.

di Fulvio Beltrami & Ludovica Iaccino.

SUDAN: MERIAM, AMBASCIATA SUDAN CONFERMA REVISIONE PROCESSO. IFD: SEGNALE POSITIVO

23 Mag

“Ci sono ragionevoli possibilità di revisione della sentenza sul caso di Meriam Yahia Ibrahim che ha sollevato
un intenso e serio dibattito in Sudan sull’applicabilità dei reati di apostasia e adulterio sul caso”.

Così l’ambasciatrice sudanese in Italia, Amira Daoud Gornass, in una nota inviata ad Italians for Darfur in risposta all’appello per la donna cristiana, incinta all’ottavo mese, condannata a morte in Sudan.
“L’ambasciatrice ha tenuto a sottolineare che, in accordo con le leggi sudanesi, il verdetto della corte di prima istanza, basatasi sulla sharia, sarà reso esecutivo solo dopo che saranno esaurite tutte le possibilità di appello disponibili – si legge in una nota – Ma il sistema giudiziario è indipendente da qualsiasi forma di influenza o di interferenza da parte del governo del Sudan“.

sudan embassy

 

Anche se l’ambasciata parla di ‘giudizio avviato in seguito alla denuncia di esponenti della famiglia della giovane, e non per iniziativa della Procura o del governo – evidenzia Antonella Napoli, presidente di Italians for Darfur – giustificando in qualche modo la decisione del giudice e precisando che riguardo questa vicenda ci sia stata  disinformazione ‘al fine di orchestrare una campagna contro la magistratura sudanese’, questa risposta è estremamente positiva. Soprattutto quando si rileva che il verdetto ha innescato un dibattito nell’opinione pubblica sudanese che ritiene, in gran maggioranza, che la sentenza sia ingiusta“.
 

 

Infatti la nota si conclude con l’assicurazione dell’ambasciata che ‘l’iter processuale si svolgerà in conformità con la Costituzione ad interim del Sudan e le leggi vigenti del paese’.

Italians For Darfur Onlus
Roma, 23 maggio 2014

Mauritania: Matrimonio di una ragazza di 13 anni annullato dalla giustizia

24 Feb

Si tratta di una piccola vittoria per le ragazze in Mauritania . Da alcuni giorni, il matrimonio di una ragazza di 13 anni con un uomo sulla cinquantina è stato interrotto per decisione del giudice. Raja Mint Abdelkader era stata sposata all’età di 9 anni, venduta da suo padre, in cambio di denaro.

Secondo l’Associazione Femmes Chefs de Famille (AFCF) – Donne Capo Famiglia che ha affrontato il caso, uno o due matrimoni all’anno viene cancellato, ma sono centinaia di altri segnalati ogni anno. Cifra destinata a salire.

Nel 2013 , 728 ragazze mauritan-e di età superiore ai 16 anni sono state obbligate al matrimonio. Quasi il doppio che nel 2012 e questi sono solo i casi elencati dall’Associazione Femmes Chefs de Famille.

Mint El Moctar Aminetou , presidente dell’Associazione, ha diverse spiegazioni, ” la povertà incoraggia le famiglie a vendere i loro figli“.

Poi c’è il discorso islamista che incoraggiano il matrimonio con minori e, infine, l’aumento dei casi di stupro che porta i padri a sposare la loro figlia, il più presto possibile, per salvare il loro onore .

Anche se questi matrimoni sono legalmente proibiti “pochi giudici sono disposti a cancellarli” si rammarica Mint El Moctar Aminetou, aggiungendo che “questi sono i giudici tradizionali che spesso non vogliono verede il problema .”

A volte le procedure risultano più veloci soprattutto quando vi è anche un abuso. Raja Mint Abdelkader, divorziato da lì a pochi giorni, quando è arrivata in ospedale il corpo era  coperto di bruciature di sigaretta. Questo abuso violento ha  chi giocato contro il marito.

Un caso di divorzio precedente,  5 mesi prima. La sposa di 11 anni ha dato veleno a suo marito/padrone di 85 anni che ha dovuto essere ricoverato in ospedale. Oggi la ragazza è tornata a scuola e la prima della sua classe.

Articolo originale in lingua francese QUI
Traduzione a cura di African Voice

Foucauld, un mistico errante in Marocco

1 Apr

Il visconte Charles Eugène de Foucauld de Ponbriand vide la luce a Strasburgo il 15 settembre 1858 da una famiglia nobile che diede santi alla Chiesa e militari alla Francia. Morì assassinato nel suo eremo sahariano il primo  dicembre 1916. Adolescente delicato, effeminato, intelligente e capriccioso, perse la fede all’età di 16 anni quando fece il suo ingresso al liceo di Nancy. Bibliofilo e gastronomo passò alcuni anni nell’Accademia Militare dedicandosi però ai godimenti della vita. Come ufficiale del IV° Cacciatori d’Africa arrivò in Algeria nel 1880 preceduto da una fama di vizioso, ubriacone e immaturo. Tutti quanti erano a conoscenza che il suo diploma fu quasi un obbligo verso la sua nobile famiglia , una delle più ricche di Francia. A Sétif proseguì la sua vita frivola ed ebbe il suo primo contatto con l’Africa e l’Islam, contatto che lo soggiogò al  deserto. In discrepanza con i suoi collegionari volle conoscere la tribù dei ribelli Khumir, che vivevano a sud di Orano, dopo l’ insurrezione voluta dal marabout Bou-Amama. Questo gruppo etnico aveva marcate differenze con gli arabi e, a quel punto, Foucauld prese a studiarli. La ricchezza linguistica, l’organizzazione sociale, i riti e i costumi preislamici, lo affascinarono enormemente. Grazie alla sua condizione di militare potè penetrare nel territorio prendendo nota della loro vita, senza nessun incidente rilevante. Ebbe inizio il suo primo vero lavoro da esploratore in campo. Per la sua indisciplina e la latente maleducazione venne in seguito espulso dall’esercito e tornò in Francia, riammesso poi in servizio sino alla fine del 1881. Chiese poi un permesso per entrare in un territorio inesplorato e gli venne negata l’autorizzazione. A quel punto decise di viaggiare come civile e lasciò  l’esercito. L’incontro con Oscar Mac Carty, custode della biblioteca di Algeri e geografo, aprì la strada ai suoi progetti per il futuro. Il Marocco era una terra poco conosciuta, quindi si preparò ad affontare un Paese impenetrabile e pericoloso, in special modo per un cristiano. Studiò per un anno l’arabo e l’ebreo, la religione islamica e le poche informazioni che aveva a sua disposizione. La famiglia era in ansia ma decise di finanziare al giovane la spedizione, convincendosi della serietà e dell’impegno intrapreso.

Foucauld si autoimpose un processo di purificazione fisica e spirituale, di sacrificio e di conoscenza interiore. La sua preparazione tecnica venne svolta con passione, sin dei minimi particolari. Nel giugno 1883 il viaggio ebbe inizio, accompagnato dalla guida rabbina Mardoché Abi Serur. In undici mesi, all’età di 25 anni, percorse quasi 4.000 Km dei quali 2.500 completamente sconosciuti dai geografi, determinando 45 longitudini e 40 latitudini, arrivando nei suoi percorsi sino a 3.000 mt di altitudine. Il suo apporto alla cartografia del Marocco fu straordinario. Foucauld lasciò il Marocco trasfigurato sia mentalmente che fisicamente e scrisse:” L’Islam ha prodotto in me un profondo cambiamento (…) la vista di questa fede, di queste anime viventi nella continua presenza di Dio, mi ha fatto intravedere qualcosa di più grande e di più vero che le occupazioni mondane.” A febbraio del 1886 prese in affitto un appartamento a Parigi per redigere minuziosamente il libro “Conoscenza del Marocco 1833-1884” (Viaggio in Marocco). Vivrà quel periodo austeramente come un musulmano, leggendo il Corano e molti altri testi islamici, vestendosi e nutrendosi nello stile berbero, in una casa priva di mobili. Cercò Dio in una continua inquietudine spirituale e, a quel punto, la famiglia inviò in suo aiuto un padre spirituale, che lo indusse ad una conversione paolina. L‘ostacolo insormontabile era dato dalla combinazione di preghiere cattoliche con il Corano, pratica che il suo nuovo direttore spirituale gli proibirà immediatamente. Ebbe inizio un cammino ascetico che lo vedrà in Siria, Palestina e nel Sahara. Seguì la luce della Bibbia e dell’Islam ed il Marocco restò sempre presente nella sua vita con un amore immenso verso la sua gente. L’opera di Charles de Foucauld è generalmente conosciuta per il suo aspetto religioso. La trasformazione da ufficiale mondano ad ascetico rigoroso, la fulminante conversione al cattolicesimo con l’eremitismo sino alla morte, hanno prodotto una moltitudine di biografie di tipo “vocazionale“, che hanno deformato la realtà, caricandola solo degli aspetti prettamente spirituali, secondo convenienza, perdendo di vista il valore della sua opera scientifica, come etnologo e linguista. Foucauld è stato utilizzato con passione dai cattolici colonialisti e dai musulmani anticolonialisti grazie alla sua vita singolare di cattolico, calata in un innegabile islamismo. Oltre a “Reconnaisance au Maroc” del 1888, Charles de Foucauld ha lasciato numerosi documenti scientifici che ha pubblicato l’Università di Algeri, e gli ” Scritti spirituali“. Nel 1925, Andrè Basset ha publicato in due tomi distinti le poesie che vennero poi tradotte dopo la sua morte. Nel 1951 la tipografia nazionale di Francia, con il contributo del Governo generale dell’Algeria ha pubblicato il dizionario touaregfrancese completo, in quattro volumi. ”Reconnaisance au Maroc” è un libro splendido, una vera guida che sotto certi aspetti è ancora valida oggi. Tutto il vissuto di quei mesi è meticolosamente descritto, sin dei minimi particolari; usi e costumi dei villaggi che incontrava, paesaggi e meditazioni. Nel libro sono inseriti disegni di montagne e vallate che l’esploratore vide durante il suo percorso, oltre ad alcune fotografie d’epoca. Morì martire, assassinato da un colpo di fucile il 1 dicembre 1916, per volere di alcuni ribelli senoussi davanti all’ingresso del suo eremo, costruito nel 1911 sulla piana di Assekrem, a 2.780 mt di altitudine, nella regione dell’Hoggar, a 80 Km da Tamanrasset, nel sud algerino. Le sue spoglie riposano, dal 26 aprile 1929, a El-Golèa, chiamato oggi El Méniaa.

by Paolo, My Amazighem, Marrakech