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Obiettivi di African Voices, nel 2017

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African Voices è arrivato al suo sesto anno di vita ed io sono contento dello sviluppo e del successo, seppure lento, che ha avuto e sta continuando ad ottenere. Vedere che questa pagina è seguita da ogni angolo del mondo e da molti africani, mi rende orgoglioso.

Io non ho mai voluto investire sullo sviluppo della pagina, ma credo che nel 2017 sarà una spesa che dovrò affrontare, per quello che sono le mie idee di condivisione delle notizie.

Infatti, sono almeno 6 mesi che mi sto preparando, conoscendo, ottenendo rapporti interpersonali per dare un’informazione più attiva sul popolo nero, non solo in Africa, ma in tutto il mondo, ricercando vecchie comunità Afro che vivono nel mondo e della diaspora, passando anche attraverso i diritti umani e le oppressioni dei popoli e delle minoranze.

Insomma, molto altro lavoro attende me e i collaboratori che direttamente stanno lavorando senza percepire nulla in cambio, persone e attivisti come Huno Djibouti per Djibouti e il Corno d’Africa; Henry Mworia per i Kenya; Adrian Arena per gli Afro Messicani, Fulvio Beltrami per il Burundi e l’area dei Grandi Laghi e Cornelia Toelgyes per l’Africa sub sahariana e i diritti umani, amica da sempre e amministratrice del gruppo Per la Liberazione dei Prigionieri del Sinai. Ma anche molti altri che girano attorno ad African Voices che sono fonte di ispirazione sulle aree più difficili dell’Africa.

Uno degli obiettivi principali di African Voices per il 2017 è quello di aiutare le piccole e medie ONLUS in Africa, quelle che non possono godere degli aiuti dei governi europei o della UE, ma con grandi sacrifici sul campo e grazie alla buona volontà di volontari, ricercano fondi e beneficenza sempre più rari e difficili da reperire.

Per ottenere questo obiettivo, ho cominciato da alcuni mesi a collaborare con una multinazionale leader nel sistema del Cashback che si chiama Lyoness ed è presente in 48 Paesi nel mondo con la sua sede in Austria, a Graz.
Lyoness è una formula interessante e utile a tutti coloro che fanno shopping nelle centinaia di migliaia di aziende di ogni genere, affiliate. L’utente che usa questo sistema di shopping, guadagna una percentuale media e immediata direttamente sul suo conto corrente e African Voices, in questo caso, incassa lo 0,5 % ad ogni vostro acquisto. Percentuale che, African Voices, devolve alle onlus chiedere donazioni che spesso possono diventare pesanti per l’utente che invece,  facendo shopping, guadagna e porta un incasso minimo dello 0,5% a African Voices che devolve alle onlus in Africa. Trovo in questo, un sistema bello, utile, geniale, che accontenta tutti. Se sei interessato a partecipare, puoi scrivere ad African Voices admin alla email africanvoiceseditor@gmail.com

Altro obiettivo che ci poniamo è quello di trovare lavoro agli africani in Africa che hanno necessità di lavorare e su questo, io ho bisogno del vostro aiuto.

Non voglio prendere il posto delle aziende di ricerca lavoro, loro fanno un lavoro diverso da quello che possiamo fare noi di African Voices.

Noi possiamo rivolgerci a piccole aziende, privati che cercano lavoratori in ogni settore, serio. Ricevendo le richieste su africanvoiceseditor@gmail.com con oggetto Lavoro indicando il paese e lo Stato, noi possiamo pubblicare e in questo modo, aiutare la ricerca di personale visto che molte sono le persone che stanno seguendo African Voices sopratutto attraverso Ffacebook, ma le nostre pubblicazioni sono viste anche su altri social come Twitter, Linkedin, Tumblr, attraverso il nostro blog seguito da decine di migliaia di lettori e attiveremo, nel 2017, il nostro canale YouTube con la rassegna stampa settimanale e la rubrica dedicata alla ricerca di lavoro.

Questo è tutto, african voices nel mondo, sicuri di fare un bel cammino insieme, nel 2017.

Buona fortuna a tutti voi e buon anno.

Marco Pugliese
Amministratore African Voices.

Immagini e racconto del massacro dei contadini Suri in Ethiopia, commissionato dalla multinazionale italiana.

21 Ago eth

147 membri della tribù Suri – la maggior parte dei quali erano donne e bambini – sono stati massacrati dai soldati governativi etiopi cercando di evacuarli dalla loro terra.
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La gente Suri vivono nel sud dell’Etiopia, nella zona Maji Zone. I Suri sono divisi in tre gruppi noti come Chai, Tirmaga e Balessa, Suri è un nome che unisce questi tre gruppi. Queste tribù sono simili ai Mursi dall’altro lato, nella sponda orientale del fiume Omo. Queste quattro tribù hanno culture simili e condividono la stessa lingua e costumi. Praticano il combattimento con il bastone, pesanti piercing alle labbra e alle orecchie,  praticano pastoriziadelle mandrie di bovini, coltivano saggina e mais e sono attraenti per i turisti. Oggi questo popolo è devastato dal land grabbing da investitori stranieri, alcuni governi occidentali, e donatori fake come DFID, USAID, Italia Cina, India, Unione Europea e Arabia Saudita; le loro azioni stanno portando al disastro.
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Questa è la  ragione dei i massacri che avvengono ora è i piani di reinsediamento.
Alla gente Suri è stato detto di lasciare il loro posto e andare in un nuovo sito di reinsediamento prescelto dal governo etiope, perché l’area sarebbe stata affittata a una società di estrazione dell’oro. Solo dopo, quando questa storia è venuta casualmente di dominio comune, si è saputo che le terre confiscate erano destinate alla multinazionale Salini  e agli investimenti del governo italiano per la costruzione della diga Gibe III.

Questi Suri hanno invece resistito al trasferimento al di fuori di questa zona e le persone che avevano investito su quelle terre stavano avendo difficoltà.

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Uno dei sette testimoni sopravissuto ha riferito:”Al mattino, l’esercito etiope è venuto al villaggio Balessa Suri chiamato Beyahola (che significa roccia bianca) e circondato gli abitanti del villaggio. L’esercito ha arrestato tutte le persone del villaggio, uomini, donne e bambini, e hanno legato le mani di tutti gli abitanti del villaggio insieme e li spinse in profondità nella foresta Dibdib e sparato uccidendoli tutti, tranne sette persone giovani che sono riusciti a fuggire. Era solo un piccolo villaggio di 154 persone

Il governo ha cercato di uccidere tutte le persone per fare in modo che questa strage rimanesse segreta, ma grazie a Dio la notizia venne fuori. Si tratta di violazioni dei diritti umani, nel sud-ovest dell’Etiopia. Perché il governo americano e il governo del Regno Unito sostiengono il governo dell’Etiopia? Non dovrebbero partecipare alla lotta al terrorismo e ai diritti umani?
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I cadaveri sono sepolti in fosse comuni nel profondo della foresta di Dibdib e alcuni corpi sono stati trasportati in vecchi buchi di miniere abbandonate dell’ estrazione dell’oro non lontano dalla foresta Dibdib. Alcuni corpi sono stati lasciati all’aperto e mangiati dagli avvoltoi e predatori. La maggior parte dei bambini sono stati gettati nel fiume Akobo. Dopo il massacro, l’esercito ha inviato avvisi di minacce in tutta la zona avvisando che se  qualcuno avesse parlato riguardo quanto accaduto, l’esercito avrebbe fatto la stessa cosa a a loro. Alcuni giornalisti etiopi che hanno osato parlare di questo fatto sono tutt’ora in prigione in attesa di processo che probabilmente non avverrà mai.
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Quanto accaduto risale al 2012, ma i massacri delle tribu Suri, sia prima che dopo continuano senza sosta ancora oggi e sono in crescita, sempre peggio ogni mese, ma nessuno riporta queste storie. In occidente, se alcune persone vengono uccise i media fanno titoli a caratteri cubitali, ma per gli esseri umani che vivono nel sud-ovest dell’Etiopia nessuno ne parla. Quello che il governo etiope fa al popolo contadino nel sud-ovest dell’Etiopia, ancora non è diventato noto.

Dal nostro giornalista etiope, African Voices

Intervista a Mariam Yassin, membro di spicco del governo della Somalia per i diritti dei bambini, dei migranti e in prima linea nella lotta ai trafficanti di essere umani.

30 Apr mariam

Marco Pugliese, editor di African Voices, ha intervistato in chat Mariam Yassin, originaria della Somalia che dopo anni di militanza nella società civile italiana e somala, ha deciso di far parte del Governo Somalo per portare il cambiamento dall’interno. Circa 9 mesi fa è stata nominata Inviata Speciale del Governo per i diritti dei bambini e dei migranti.
Il principale ruolo di
Mariam Yassin è uello di consigliare il Primo Ministro sulle tematiche dei diritti dei bambini e dei migranti, policy making, lavorare con i ministri che si occupano di queste tematiche, fare lobby al livello internazionale per la garanzia dei diritti dei bambini e dei migranti. Mariam Yassin è la persona che segue personalmente il Processo di Khartoum per il Governo Somalo.

AV: ciao Mariam, benvenuta in chat con African Voices

Mariam Yassin HY: Un caro saluto a te e al Team di African Voices
AV: Grazie per essere qui, sapendo bene che il tuo tempo e ritagliato tra mille impegni…
Mariam, tu sei una persona che cerca di riportare la pace e il buon vivere in Somalia, un lavoro duro?

AV: Bene Mariam, facciamo un passo alla volta. Tu ovviamente conosci molto bene Mogadiscio, città che io non ho mai visto e come me credo molte persone che ci leggono
a parte qualche fotografia e qualche breve documentario: Come appare Mogadiscio oggi, distrutta, in ricostruzione … ?

Mariam Yassin HY: Direi distrutta in molte parti, ma in ricostruzione. Mogadiscio è una citta’ dinamica e sempre in movimento.

Mariam Yassin HY: Dipende. In alcune parti della città non puoi andare tanto veloce per via del traffico! Ma in altre bisogna andare veloce per motivi di sicurezza. Mogadiscio e’ piena di hotel, negozi, ristoranti…. imprenditori della diaspora e stranieri che continuano ad investire nella capitale, ma non solo.

Mariam Yassin HY: Sono diversi, Turchi e Cinesi in prima linea. L’ambasciata turca più grande al mondo si trova proprio a Mogadiscio!

AV: Il tuo impegno nel processo di Khartoum, non è cosa da poco visto che si tratta di creare centri di accoglienza nel Corno d’Africa per chi scappa e di lottare contro il traffico di esseri umani; è possibile lottare contro forze di quel tipo e sconfiggerle? La lotta è anche contro i dittatori che causano le fughe da paesi come Eritrea, Etiopia, Gibuti, è una lotta contro mulini a vento?
AV: Una domanda che vorrei porti e che spero tu possa rispondere con chiarezza: cosa ha fatto la Somalia dopo il Vertice di Valletta?
Mariam Yassin HY: Dico con orgoglio che la Somalia ha avuto una ruolo attivo nella preparazione del Vertice di Valletta e una delegazione guidata dal Primo Ministro Omar A. A. Sharmarke ha partecipato al Vertice. Dopo il Vertice il Primo Ministro mi ha dato l’incarico di preparare la Strategia SomalaPost Valletta“. Una strategia nazionale che, pur basandosi sul piano d’azione adottato al Vertice della Valletta, si basa sulla realtà somala e sui bisogni particolari del nostro paese. Vogliamo prevenire la migrazione di massa, rischiosa ed illegale, risolvendo i problemi che stanno alla base (di cui ho parlato prima)
AV: E questo compito ovviamente è già iniziato.. quanto tempo credi possa passare per godere dei primi risultati
Mariam Yassin HY: E’ difficile fare una previsione senza aver risolto il problema della sicurezza.
Comunque, si tratta di un documento di sviluppo per il paese dal momento che tocca tanti aspetti quali l’istruzione, riconciliazione, peace building, creazione di posti di lavoro, ecc. Il National Somali Strategy on Migration “Post Valletta” sara’ parte integrale del capitolo sulle migrazioni del Piano di Sviluppo Nazionale che il Ministero della Pianificazione sta sviluppando. Anche qui sono io la referente. Ce la metto tutta, speruma! (speriamo in dialetto torinese ndr). Sempre Torino nel cuore!!

AV: Mariam, sai bene che starei ore a chattare con te, ma so che hai il tuo bel da fare… E allora ultime due domande. La prima a proposito del “Valletta”: Ti risulta che altri paesi del Corno d’Africa abbiano in essere o in progetto azioni di prevenzione per la migrazione di massa?

Mariam Yassin HY: Si. C’e’ una buona collaborazione tra i paesi del Corno d’Africa perché questo e’ un problema comune!

AV: Possiamo sperare che presto potremo metttere piede in Somalia con tranquillità godendo quanto meno della capitale e dintorni azzardando ad un iniizio di turismo?

Mariam Yassin HY: Certo! Ti aspetto!!

AV: Mariam Yassin, ti ringrazio con tutto il cuore per essere stata a questa chat con me, sono davvero onorato. Spero che ci saranno altre occasioni in futuro, aggiornamenti da parte tua sulla situazione, sui miglioramenti e progressi che questo grande paese merita, magari in video la prossima volta.

Mariam Yassin HY: Certamente! Grazie a te e ad African Voices!

Tunisia Oggi – Intervista a Giada Frana, Giornalista Freelance in Tunisia.

27 Dic tuni

Era il 17 Dicembre 2010 quando Mohammed Bouazizi, un giovane venditore ambulante di frutta e verdura, si diede fuoco davanti la sede del governatorato di Sidi Bouzid dopo aver visto confiscare il suo carretto di prodotti, grazie al quale riusciva a sopravvivere.
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Un gesto estremo, disperato, che accese nel popolo del giovane tunisino la miccia della rabbia e della rivolta che, a macchia d’olio, si espanse in altri Paesi arabi dove allora, come in maggioranza oggi, vige la dittatura.

Mohammed mori’ il 4 Gennaio del 2011, a causa delle ustioni che avevano ricoperto il 90% del suo corpo, ma egli rimane il simbolo di una Rivoluzione che dalla Tunisia alla Siria, ha mosso intere generazioni di intellettuali, disoccupati ed analfabeti che hanno combattuto ed ancora combattono per la conquista di quello che dovrebbe essere un diritto universale: la liberta’.

La Tunisia di oggi e’ il ritratto di un Paese che prova a rialzarsi, piu’ volte colpito all’interno da attentati, dove ancora una larga fetta del Popolo chiede ugualianza-liberta’-giustizia sociale, ma non riesce ad ottenerla.
Per capire meglio ed in maniera profonda la situazione tunisina avevamo bisogno di un occhio critico e non di parte, che ci facesse capire il Paese 5 anni dopo l’inizio delle proteste che portarono alla fuga di Zine El-Abidine Ben Ali, l’allora presidente al trono da ben 23 anni.

Giada Frana, giornalista freelance, collabora con L’Eco di Bergamo, il mensile Vita, il blog del CorriereLa città nuova” e il quotidiano online Lettera43, vive a Tunisi da aprile 2014 e ci vive da “tunisina”.

Sposata con un ragazzo tunisino, frequenta mercati, artigiani, famiglie, e tutto cio’ che gira intorno alla vera e reale societa’ del Paese in cui vive al momento. Le sue esperienze giornaliere vengono riportate in una bellissima pagina facebook “Un’Italiana a Tunisi

Giada ci ha aiutato a capire meglio la Tunisia di oggi.

D: Pochi giorni fa si e’ celebrato il 5 anniversario della Rivoluzione Tunisina. Che aria si respirava?

R: Non ci sono state celebrazioni, la Tunisia istituzionalmente come data simbolo della rivoluzione ha preso in considerazione il 14 gennaio, giorno in cui Ben Ali’ ha lasciato la Tunisia. il 14 gennaio é festa nazionale, mentre il 17 dicembre no. La maggior parte della popolazione ritiene che la data da festeggiare sia invece il 17 dicembre, perché é stato proprio il gesto di Bouazizi a dare il via al tutto e ad innescare la serie di rivolte prima nel Paese e poi negli altri paesi arabi. A Sidi Bouzid, la città di Mohamed Bouazizi, l’anniversario é davvero sentito: si organizza un vero e proprio Festival della rivoluzione. Purtroppo non sono riuscita a parteciparvi, quindi non so dirti nei dettagli l’atmosfera che si respira, anche se pure a Sidi Bouzid é un anniversario dal gusto amaro. Col gesto di Bouazizi si sperava che il governo si interessasse alle regioni interne e svantaggiate economicamente e socialmente, regioni che sin dai tempi dell’indipendenza sono state ignorate, ma cio’ non é avvenuto e per cui per chi abita in quelle zone la situazione non é cambiata. Vista la disoccupazione, la miseria e la minaccia terroristica, le festa anche li’ é stata piccola. c’é stato uno show equestre e la visita del ministro della cultura Latifa Lakhdhar, che ha annunciato che sarà costruito un museo della rivoluzione e saranno inaugurati un istituto regionale della musica e una biblioteca pubblica. il centro di Sidi Bouzid era fortemente controllato e un blindato é stato posizionato davanti alla sede del governorato, secondo quanto riportato da un giornalista dell’AFP presente. Purtroppo c’é molta rassegnazione e pessimismo in questo periodo nell’aria: la Tunisia non sta vivendo un bel momento, sotto diversi aspetti.

D: E’ stato differente dall’anniversario dell’anno scorso?

R: Anche l’anno scorso l’anniversario é passato in sordina, per i motivi di cui ti spiegavo prima; inoltre in quei giorni ci si stava preparando per il ballottaggio delle presidenziali, quindi l’attenzione era più concentrata sulle elezioni.

D: Come ricorda il Popolo la Rivoluzione? O meglio, essa viene ricordata solo in occasione dell’anniversario oppure la si respira ancora tra la gente?

R: Proprio in questi giorni sta circolando su facebook la notizia che la famiglia di Bouazizi si é trasferita in Canada con status di rifugiati politici, per una serie di minacce ricevute, a loro dire, anche se non é ben chiaro da chi siano stati minacciati. i commenti degli internauti tunisini a questa notizia sono molto negativi: alcuni maledicevano la famiglia dicendo che é colpa loro se la Tunisia si trova ora in una situazione difficile, altri commenti del genere “se volete emigrare in Canada immolatevi e fate finta che la polizia vi perseguiti“, indubbiamente verso questa famiglia c’é molta rabbia repressa e c’é chi pensa che abbia sfruttato la propria situazione a suo vantaggio. No, non si respira più la rivoluzione: verso di essa c’é più un sentimento ambiguo, proprio perché il popolo non ha ottenuto cio’ che sperava, si sta assistendo a una nostalgia verso ben Ali, fenomeno sociale che é stato indagato da Amine Boufaied, realizzatore e Lilia Blaise, giornalista franco-tunisina, con il loro documentario 7 vite, girato durante l’estate 2014. la gente comune intervistata afferma che “tutto andava meglio sotto Ben Ali'”. Io credo che abbiano dimenticato i soprusi subiti, e che idealizzino quel periodo, soprattutto dal punto di vista della sicurezza. Già dopo i due attentati al bardo e a sousse, su fb vedevo molte persone affermare che con lui tutto cio’ non sarebbe successo.

D: Secondo te le richieste della Rivoluzione, ad oggi, si possono definire rispettate?

R: No, per nulla: il popolo era sceso in piazza scandendo ad alta voce “libertà, lavoro, dignità“. La libertà negli ultimi mesi é sul filo del rasoio: a seguito dell’ultimo attentato del 24 novembre, Amnesty International ha sottolineato il ritorno a misure repressive e abusive delle forze di sicurezza tunisine, come con il raid operato nel quartiere della Goulette di Tunisi il 27 novembre, in cui la polizia ha arrestato tra 50 e 70 persone, in una notte che i residenti hanno definito “di terrore”. Gli abitanti hanno infatti denunciato l’uso delle armi, gli insulti e le minacce ricevute, che hanno avuto un impatto negativo soprattutto tra le persone anziane malate di diabete o ipertensione. la nuova legge anti terrorismo adottata a luglio prevede inoltre che una persona sospettata di terrorismo possa essere tenuta in detenzione provvisoria per 15 giorni, senza contatti né con un avvocato, né con persone esterne, cosa che, sempre secondo Amnesty, non fa che aumentare il rischio di torture o maltrattamenti.

La libertà di parola che é spesso ritenuta l’unico vero guadagno della rivoluzione, anche questa sta facendo passi indietro. Inoltre vengono applicati leggi e articoli del codice penale che vanno in constrasto con la nuova costituzione: come l’articolo 230 del codice penale, che punisce con il carcere la sodomia e per il quale di recente sono stati arrestati sei studenti di Kairouan, condannati a tre anni di prigione e cinque anni di esilio dalla città in quanto omosessuali, dopo aver accertato la loro omosessualità attraverso un test anale. In realtà la legge sull`omosessualità è stata introdotta nel 1913 dai francesi. la costituzione tunisina negli articoli 21 e 24 afferma “i cittadini sono uguali davanti alla legge senza nessuna discriminazione” e ” lo stato protegge la vita privata e l`inviolabilità del domicilio“. Contestata in questi giorni anche la legge 52, secondo il quale chi viene trovato in possesso di stupefacenti (parliamo di zatla, ossia di cannabis, che viene importata da marocco ed algeria) viene arrestato e deve pagare una multa. questa legge é stata usata come scusante ai tempi di Ben Ali’ per arrestare persone scomode, e la sensazione é che si stia ritornando a quelle pratiche, come ha dimostrato l’arresto di tre artisti, noti perché hanno contribuito nel post rivoluzione alla libertà di parola, artisti che poi sono stati scarcerati per “non luogo”, ossia il fatto in sé non sussisteva. Il problema é che un terzo dei carceri tunisini é formato proprio da persone arrestate per questo motivo, magari spesso ragazzini che per uno sbaglio rischiano di vedersi rovinata la vita. il carcere tunisino non é uno scherzo, il rischio é che una volta usciti da li diventino davvero criminali – come sarà accolto dalla società un giovane che é stato in prigione? potrà riprendere gli studi, trovare lavoro facilmente? no – o nel carcere si radicalizzino.

Per quanto riguarda il lavoro, la situazione economica tunisina é in stallo: la disoccupazione é arrivata al 15% a livello nazionale, sono sempre di più i giovani laureati disoccupati, e nelle regioni interne e svantaggiate, come appunto Sidi Bouzid, arriva ben oltre il 50%. la Tunisia ha inoltre un triste record: é il paese che più fornisce foreign fighters (in rapporto alla sua popolazione), secondo un recente studio del Ftdes, il Forum tunisino per i diritti economici e sociali, più che motivazioni ideologiche dietro ci stanno motivazioni economiche. sempre il Ftdes spiegava che la situazione economica tunisina attuale porta a tre possibili reazioni: immigrazione clandestina, jihadismo o suicidio. dal 2011 ad oggi si sono registrati 1.520 suicidi o tentativi di suicidio; quest’anno il numero é più alto rispetto ai precednti, finora 466 suicidi o tentativi, 36 nel mese scorso, si tratta di persone soprattutto nella fascia d’età 26/35 anni, ma ci sono stati suicidi anche di giovanissimi, minorenni.

Dignità: come puo’ esserci dignità quando il popolo vive in condizioni tali? quando famiglie hanno difficoltà ad arrivare a fine mese, quando hanno perso la speranza in quella rivoluzione tanto acclamata? quando lo stato non fa nulla dal punto di vista sociale ed economico per cercare di risollevare la situazione? Capisco che il terrorismo sia diventata la priorità, ma é tutto un circolo vizioso. Il giorno dell’attentato di Parigi un giovane pastore 16enne, Mabrouk Soltani, di Jbel Mghila, vicino a Jelma, nel governorato di Sidi Bouzid, é stato decapitato dai terroristi. tuni2

Pare che alla fonte di questo orribile gesto ci sia stato il sospetto, da parte degli estremisti, che il giovane fosse una spia, notizia poi smentita dallo stesso governo tunisino. La vicenda ha suscitato molto scalpore in Tunisia, non solo per il gesto efferato, ma anche per il non intervento immediato del governo. M. Nessim Soltani, cugino del giovane, è stato invitato in una trasmissione dell’emittente tunisina Nessma, dove ha denunciato la drammatica situazione vissuta dalla popolazione di quella zona, priva di acqua potabile, dove si può morire di parto per la lontananza dall’ospedale, senza infrastrutture vere e proprie, una zona dimenticata dallo Stato come il resto della regione. “Sarebbero capaci di comprarci, di comprare tutti noi giovani marginalizzati della regione, analfabeti e disoccupati – ha riferito -. Viviamo in una tale povertà. Ma faremo di tutto per fare in modo che ciò non accada, non lasceremo proliferare i terroristi. Sono pronto a sacrificare la mia vita.
Non è grave se un milione di tunisini muore per sbarazzarsi del terrorismo: siamo undici milioni, almeno gli altri dieci vivranno meglio».

Questo giovane é stato coraggioso, ma quanti lo saranno? non é semplice non farsi abbagliare da promesse di soldi quando si vive in condizioni tali. Finché lo stato non capisce cio’, finché lo stato non cerca di intervenire a livello economico e sociale per i suoi giovani, dubito che sradicherà il problema del terrorismo. bisogna dare loro delle valide alternative, partendo dai luoghi educativi e culturali.
In definitiva parlerei più di involuzione che rivoluzione… e come mi ha detto un’amica, sconsolata: “ho sempre più l’impressione di vivere in una prigione a cielo aperto“.

D: Di cosa ha bisogno davvero il Popolo Tunisino?

R: Ha bisogno che il paese si riprenda economicamente, che gli stipendi siano adeguati al costo della vita, che le scuole preparino davvero bene i giovani – ultimamente il livello é calato molto e chi puo’ iscrive i figli alle private, senza contare che nelle zone rurali ci sono scuole in condizioni disastrose -, che la sanità sia alla portata di tutti – é di questi giorni la notizia che a tataouine due donne incinte sono morte perché non si trovava un medico per la rianimazione -. Ha bisogno di tornare a vivere, non sopravvivere.

D: Politicamente parlando invece, come definiresti in poche parole la situazione attuale?

R: Un punto interrogativo. Mohsen Marzouk, segretario di Nidaa Tounes, ha annunciato in questi giorni la sua volontà di separarsi dal partito e a gennaio presenterà un nuovo progetto politico. C’é una crisi quindi all’interno del partito stesso, ci sono lamentele da parte del popolo verso chi ha effettuato il cosiddetto “voto utile” votando Nidaa Tounes, perché sostengono che non abbia fatto nulla per risolvere la situazione del paese e che anzi, stia andando sempre più verso uno stato di polizia. Staremo a vedere nei prossimi mesi che succerà…

D: Giada, in un anno di vita in Tunisia, sei stata testimone di attentati terribili, il primo al Museo Nazionale del Bardo (28 Marzo 2015, che ha causato la morte di 24 persone), seguito da quello sulla spiaggia di Susa nel Resort Imperial Marhaba (26 Giugno 2015, che ha causato la morte di 39 persone) e per finire l’ultimo al pulman delle Guardie Presidenziali (24 Novembre 2015, che ha causato la morte di 13 persone). Il Popolo come vive il terrore e la paura? Come effetti collaterali della Rivoluzione o solamente come atti di terrorismo?

R: Io direi entrambi: c’é chi pensa che questi attentati, se ben ali’ fosse ancora al potere, non ci sarebbero stati; chi afferma che la Tunisia é l’unico paese interessato dalle cosiddette primavere arabe che ce l’ha fatta e quindi viene colpito perché scomodo, chi pensa che il terrorismo sia ormai internazionale e possa colpire ovunque

D: Cosa pensi che debbano sapere “gli occidentali” a proposito della Tunisia? Credi che in qualche modo la situazione da fuori sembri diversa da quella che e’ realmente?

R: La Tunisia viene spesso indicata come paese laico, invece a mio avviso non lo é, é un paese musulmano, tanto che il primo articolo della nuova Costituzione afferma chiaramente che l’islam é la sua religione. E’vero che sia Bourguiba che Ben Ali’ hanno intrapreso questa strada, ma é anche vero che la religione occupa un posto importante nella quotidianità del popolo. Se fosse laico, non ci sarebbero ad esempio difficoltà a non fare il digiuno di ramadan – ristoranti e bar aperti ci sono, ma pochi e spesso chi non pratica si vergogna comunque ad ammetterlo, per quello che la gente potrebbe pensare -, una coppia seppur non sposata potrebbe prendere una camera d’albergo insieme – invece i cittadini tunisini devono dimostrare di essere sposati, anche se si trova sempre un modo per raggirare la legge – e cosi’ via. Certo, come mi ha detto un tunisino, “é l’islam che si é adattato al popolo, non il contrario“, e come ogni paese musulmano, l’islam si declina in modi diversi.

Si’, la situazione da fuori sembra diversa, più rosea secondo me. Ad esempio si é enfatizzato molto il fatto che abbia ricevuto il premio Nobel e viene spesso indicata come esempio di democrazia riuscita, quando é una democrazia ancora in formazione, che trova molti ostacoli interni ed esterni sul suo cammino e presenta non pochi problemi, di cui invece si parla raramente. Gli argomenti che di solito interessano di più sono terrorismo, foreign fighters, estremisti, situazione donne, quando invece ci sarebbero molte altre tematiche su cui indagare e che permetterebbero di avere una visione più completa del paese; senza contare che spesso i media quando prendono come riferimento certe persone diventate quasi dei simboli – come Amina delle femen -, magari poi intervistano sempre e solo esclusivamente quelle, quando nel panorama ce ne potrebbero essere altre che potrebbero apportare un punto di vista più interessante e nuovo.

D: Cosa auguri alla Tunisia di oggi?

R: Mi auguro che la Tunisia riesca a sconfiggere il terrorismo ma che non avvengano più violazioni dei diritti umani in nome della lotta contro di esso. Mi auguro che la Tunisia riesca a risollevarsi dal punto di vista economico e sociale, e che ritorni ad essere un paese in cui i giovani vogliono stare, non da cui sognano di emigrare.

Intervista di Raja
African Voices staff

La realtà soffoca il reality.

26 Nov yambio

Nella Repubblica Democratica del Congo la situazione continua ad essere molto precaria. Nonostante che l’esercito regolare congolese, con il supporto del contingente ONU Monusco e del gruppo genocidario ruandese FDLR, sia apparentemente riuscito a sconfiggere i ribelli del M23, la pace nella regione del Nord Kivu resta un miraggio. I segni dei recenti scontri con le altre 40 milizie attive all’est del paese sono evidenti su un territorio martoriato da decenni di  guerre a bassa intensità, come si usa dire, che hanno provocato centinaia di migliaia di morti e un milione  di sfollati interni che rivendicano ad alta voce il diritto di vivere una vita normale in un clima di pace, giustizia e sviluppo economico esigendo il rispetto della loro dignità.

Ed è in questo contesto di grande instabilità caratterizzato, come in tutte le zone di guerra, da dolore e sofferenza, che si è deciso di registrare una puntata del nuovo reality show intitolato “Mission”, dove hanno partecipato due noti personaggi del mondo dello spettacolo: Emanuele Filiberto Di Savoia e Paola Barale.

La delicata realizzazione di questa trasmissione in Congo, é stata affidata da RAI e UNHCR Italia alla Dinamo Srl per gli aspetti tecnici e alla Ong Intersos di Roma, per gli aspetti logistici e burocratici.

I tecnici della Dinamo Srl, esperti in riprese di alta qualità, ma totalmente ignari delle problematiche e difficoltà logistiche e amministrative in questi lontani paesi africani, si sono affidati ad Intersos per una professionale ed adeguata assistenza logistica alle riprese e gestione delle necessarie pratiche burocratiche. Compito facilitato dalla presenza sul terreno di personale espatriato della Ong e da un collaboratore di lunga data: Mauro Celledin, pensionato di Padova con una approfondita  conoscenza dell’ est della Repubblica Democratica del Congo e della Repubblica del Sud Sudan. Mauro Celledin sembra l’uomo ideale per il compito assegnatogli ad Intersos, avendo già partecipato all’assistenza logistica per la realizzazione della puntata pilota di Mission girata nel 2012 a Yambio, Stato del Western Equatoria, Sud Sudan dove parteciparono Michele Cucuzza e Barbara Di Rossi.

Il primo ostacolo, che viene risolto con senso pratico e realistico, sono le necessarie autorizzazioni ministeriali per girare le riprese di Mission in Congo. Il 4 luglio 2013,  prima dell’arrivo della equipe televisiva e dei VIP coinvolti, si ottiene  una rapida  e comoda autorizzazione a girare Mission rilasciata da un responsabile del ufficio distrettuale delle Arti e Riforma Culturale della città di Bunia, (est del Congo): Florente Mahamba. In realtà si tratta di una generica autorizzazione annuale ad esercitare non specificate attività cinematografiche, rilasciata non alla Dinamo Srl o a UNHCR Italia ma al Capo Missione di Intersos: Jens Shumaker, che impedisce al Governo congolese a Kinshasa (lontano migliaia di km) di venire a conoscenza della presenza di una equipe televisiva con mandato RAI e delle riprese di Mission sul suo territorio.

Intersos, alla pubblicazione di tale notizia su African Voices il 08 agosto 2013 “Dietro le quinte di Mission”, garantisce che questa procedura effettuata é conforme a  quella prevista dalla legge congolese. Otteniamo la stessa rassicurazione dal Ufficio Stampa di UNHCR Italia, recentemente contattato per delucidazioni su alcuni punti di questo articolo: “Gentile Dott. Beltrami, le confermiamo di aver seguito la corretta procedura di accredito e permesso di girare la puntata Mission presso le competenti autorità della Repubblica Democratica del Congo”.

Di diverso avviso l’Ambasciata Francese a Kinshasa che fa  riferimento ad una nota pubblicata il 07 marzo 2013 sul suo sito ufficiale (procedura di accredito dei giornalisti stranieri). “I giornalisti stranieri che desiderano effettuare un reportage (stampa scritta, radio e televisione) nella Repubblica Democratica del Congo devono ottenere una autorizzazione presso il Ministero congolese della Comunicazione e dei Media. Una lettera di spiegazioni sul soggetto del loro reportage dovrà essere sottoposta all’attenzione della autorità e l’ottenimento di tale autorizzazione é a pagamento”. Nella nota informativa dell’Ambasciata Francese non si fa accenno al ufficio distrettuale delle Arti e Riforma Culturale della città di Bunia.

Il secondo ostacolo é come girare le riprese di Mission salvaguardando la sicurezza dei due VIP e del resto dell’equipe (quasi 20 persone tra tecnici televisivi, personale UNHCR e Intersos) in una regione infestata da bande armate che controllano le zone ricche di minerali e con rari voli di collegamento con Goma (capoluogo della Provincia del Nord Kivu).

Durante l’inchiesta e la visione del video consegnatoci da un cooperante Intersos anonimo, é sorto il dubbio che le riprese in Congo non siano state veramente girate in un campo profughi, ma in altri luoghi, allestendo dei set cinematografici.

Con certezza si può affermare che la puntata del 2012 in Sud Sudan sia stata girata in un campo, ma non di profughi, bensì di sfollati.

Seri dubbi invece sorgono sul luogo delle riprese della puntata del Congo.  Dubbi a cui UNHCR Italia, nella sua risposta alle richieste di delucidazioni inviate prima della pubblicazione degli articoli, prudentemente cerca di gestire, mettendo le mani avanti e chiarendo: “In Congo le riprese non sono state realizzate in un campo profughi come da lei indicato, bensì nella località di Doruma dove sono presenti, come siamo certi lei saprà, circa 17.000 sfollati interni”.

Questa precisazione ci ha aiutato a superare la nostra sorpresa quando siamo venuti a conoscenza dalle autorità locali congolesi che il campo sfollati di Doruma non esiste più da anni e molte delle persone che vi erano accampate, sono state trasferite nei campi di Mugunga 1 e di Kanyarychinya, rispettivamente nelle zone ovest e nord di Goma, città capoluogo del Nord Kivu.

Il video delle riprese Mission in Congo sembra chiarire come mai UNHCR Italia, nella sua gentile risposta alle nostre richieste di delucidazioni abbia voluto specificare che non si trattava di un campo profughi. Le immagini del video ricevuto mostrano scene di un tipico villaggio congolese che non ha nulla a che condividere con un campo di rifugiati o sfollati.

Al dubbio che le riprese siano state effettuate in un villaggio, trasformato per l’occasione in un set cinematografico, si aggiunge addirittura il dubbio sulla località: Doruma, (Distretto del Haut-Uele, Territorio di Dungu) alla frontiera con il Sud Sudan dove Intersos é presente dal novembre 2010.

Le immagini del video sono state sottoposte all’esame di vari esponenti della comunità congolese in Uganda, molti di loro  originari del  Nord Kivu e della regione del Ituri, nella speranza che riconoscessero i luoghi. A loro avviso vi sono forti probabilità che  si tratti di un villaggio congolese nelle strette vicinanze di Goma, nella zona non occupata dalla ribellione del M23.  I congolesi interpellati ci hanno fatto notare un interessante particolare presente nella scena della Barale che prepara un piatto tradizionale all’interno di una capanna. Il focolare su cui allegramente bolle la pignatta é composto da pietre vulcaniche che si possono trovare solo nella zona di Goma sovrastata dal vulcano Nyaragongo che nel 2002 distrusse quasi metà della città. Queste pietre vulcaniche non sono presenti nelle altre zone del Nord Kivu né tanto meno nel Ituri o nel distretto del Haut-Uele. Inoltre, sempre la scena iniziale con la Barale che aiuta in cucina ha alte probabilità di essere stata girata in una abitazione privata.

I pareri riportati sembrano avvalorare una indiscrezione raccolta da varie fonti in Congo che Mission sia stata girata in un villaggio vicino a Goma per motivi di privacy per le riprese e per la sicurezza dei partecipanti VIP. All’epoca non si era posta troppo attenzione a queste informazioni, ma la visione del video, la mancanza di un permesso giornalistico appropriato e la mancanza di sicurezza della regione sono tutti elementi che sembrano confermare il sospetto. Difficile credere che personaggi famosi abituati ad una vita occidentale tranquilla, comoda e piena di sfarzi possano accettare rischi in zone dove pullano decine di bande ribelli e Signori della Guerra ricercati dalla Corte Penale Internazionale per i crimini contro l’umanitá commessi sulla popolazione.

Personale MONUSCO ha affermato, a titolo personale, che non era a conoscenza di questa operazione cinematografica che difficilmente sarebbe stata tollerata all’interno dei campi profughi dal Governo congolese poco propenso a permettere le riprese di una situazione drammatica di cui é corresponsabile o ad avere “intrusi” in zone considerate pericolose e pattugliate dall’esercito regolare.

Se il sospetto che le riprese di Mission siano state girate in un tranquillo villaggio congolese fosse definitivamente confermato ci viene da sottoporre la domanda se le persone congolesi che vediamo nel video sono dei rifugiati, dei sfollati o dei semplici cittadini congolesi. Secondo i loro compatrioti residenti in Uganda le persone riprese difficilmente possono essere dei rifugiati o dei sfollati, ma semplici paesani certamente non traumatizzati dalla guerra. Se cosí fosse sarebbero allora delle semplici comparse probabilemente pagate poiché, come sottolinea un caro amico congolese di Kampala: “Con la povertá che c’é in Congo, nesssuno fa nulla per nulla”.

Altri elementi sembrano emergere nelle riprese della scuola in fase di riabilitazione come sostiene il responsabile della logistica Mauro Celledin, improvvisato per l’occasione a capo cantiere. La scuola non é situata in un campo profughi, ma in un villaggio, pulito e dignitoso con anche costruzioni in muratura. Al limite del paradossale i coreografi in questa scena hanno fatto indossare i caschi protettivi al personale edile, privo peró delle scarpe protettive che le ditte edili serie, africane comprese, fanno indossare ai loro dipendenti.

Ma le sorprese di Mission in terra Africana iniziano prima dell’arrivo dei nostri eroi in Congo. Il piano originale ideato dai promotori era quello di far raggiungere l’equipe al completo e i due VIP passando per il Sud Sudan e attraversando la frontiera  di Yambio – Ezo, Stato del Equatoria, affrontando non si sa per quali ragioni un lungo viaggio su strade non asfaltate in piena stagione delle piogge.

Documenti in nostro possesso dimostrano un netto rifiuto delle autorità di immigrazione del Sud Sudan a concedere i visti al troupe televisiva RAI, al Di Savoia e alla Barale. Il rifiuto viene comunicato il 17 luglio 2013 dopo intense attività di negoziazione che causarono un forte ritardo sulla tabella di marcia prevista dalla Dinamo Srl per la missione in Africa.

Il documento parla di un netto rifiuto dell’ufficio immigrazione di Kololo. Un responsabile: Majak Makaig, informa Intersos che i visti sono stati negati a causa di dissidi tra il governo e gli organizzatori della puntata zero registrata nel 2012 a Yambio, Stato del Equatoria con la partecipazione di Michele Cucuzza e Barbara De Rossi. Il Governo Sud Sudanese avrebbe accusato gli organizzatori di Mission di non aver rispettato le regole concordate per le riprese di Mission nel 2012 non avendo consegnato copia delle riprese per essere visionata dalle autorità predisposte al fine di assicurarsi che il contenuto non danneggiasse la dignità dei cittadini sud sudanesi sfollati e la reputazione del giovane paese africano che ha ottenuto l’indipendenza dagli Arabi del Nord Sudan nel 2011 dopo oltre vent’anni di guerra civile.

Il rifiuto delle autorità Sudanesi a concedere i visti avrebbero obbligato la troupe della Dinamo Srl e i due VIP a raggiungere il Congo via Entebbe, Uganda arrivando a Goma mentre Mauro Celledin, Paola Amicucci, Allessandra Filocano, Laura Iucci e Alonzo Vittorio avrebbero raggiunto il Congo (Doruma) via terra attraverso il Sud Sudan come da progetto originale, in quanto dotati di regolare visto sud sudanese. Qui si pone la domanda. Chi ha raggiunto chi? La trouppe della Dinamo, la Barale e il Di Savoia hanno raggiunto Celledin e i responsabili UNHCR Italia a Doruma prendendo un volo umanitario da Goma o viceversa?

Il principale obiettivo di questo “innovativo programma di prima serata” era quello di presentare il tema dei rifugiati, “facendolo in modo piacevole ma anche con la massima attenzione e il massimo rispetto per le persone, la loro sofferenza, la loro dignità, rendendole protagoniste nel raccontarsi”.  I promotori hanno voluto valorizzare personaggi “famosi” inserendoli in questo programma convinti che, con la loro capacità comunicativa, potessero trasmettere al pubblico televisivo le sensazioni, forti e intense, vissute nei giorni di rapporto umano con i rifugiati, i bambini soldato, le donne schiavizzate da miliziani, rimanendo in contatto con queste realtà e vivendoci per una quindicina di giorni; periodo di tempo che, per quanto riguarda il Congo, comprende anche i viaggi e la preparazione. Secondo nostre informazioni Celledin e i rappresentanti UNHCR Italia ritornarono a Juba, capitale del Sud Sudan, dieci giorni dopo la loro partenza per il Congo. Tempo record visto che entrambi i viaggi (andata e ritorno) furono fatti su piste costantemente battute dalle piogge tropicali.

Il video inviatoci da un cooperante Intersos anonimo e le informazioni raccolte sul terreno sembrano rivelare un’altra realtà, anzi una Non-Realtá.  Lo stesso cooperante una settimana prima di inviare il video spiegava in una sua email che la puntata girata in Congo con la Barale e il Di Savoia aveva una marcata dimensione di finto-reality basato su loro impiego in pseudo-lavori manuali preparati ad hoc sul set cinematografico che trasformano la professione dell’operatore umanitario in un lavoro banale che chiunque potrebbe improvvisare senza alcune professionalità richiesta, persino  Paola e Filiberto.

In questa dimensione di finto-reality, i video saranno montati e mostrati in studio con un taglio a metà strada tra gioco, fiction, isola dei famosi-style. I protagonisti saranno i VIP, raramente si vedranno gli operatori umanitari. I rifugiati resteranno sullo sfondo.”, scrive il cooperante Intersos.  La visione del video, anche se di breve durata, mostra fedelmente  quanto da lui/lei descritto.

La puntata di Mission girata in Congo non sembra altro che un reality show, incentrato sui VIP, tenendo ai margini non solo cooperanti e rifugiati ma le stesse autorità dei due paesi africani: Repubblica Democratica del Congo e Repubblica del Sud Sudan dove sono state registrate le riprese di Mission in Africa. La scelta di sottofondi musicali accattivanti e totalmente fuori contesto aumenta la sensazione della fiction.

Abbiamo ragione di credere che la puntata girata in Congo non sia un’eccezione. I cooperanti Intersos in Sud Sudan che hanno avuto la possibilitá di vedere il montaggio delle riprese di Mission girate nel 2012 a Yambio, Western Equatoria State, Republica del Sud Sudan, garantiscono che é peggiore di quella registrata a Doruma o Goma. La puntata di Mission Sud Sudan fu consegnata a titolo personale a Laura Marchesini Project Manager Progetto Intersos Sfollati (IDPs) Yambio Western Equatoria da Mauro Celledin e mostrata solo ai volontari e cooperanti presenti, tenendola lontana da occhi indiscreti e non consegnandola alle autoritá sud sudanesi contravenendo palesemente agli accordi presi nel 2012 con il Governo Sud Sudanese che permisero di girare Mission nel Sud Sudan. Secondo il parere di cooperanti Intersos la puntata con Cocuzza e la De Rossi é semplicemente impresentabile. La Marchesini probabilmente era presente durante le riprese di Mission a Yambio nel 2012.

Prima della pubblicazione della nostra inchiesta, dal 18 ottobre 2013 abbiamo tentato a più riprese il coinvolgimento di Dinamo Srl, UNHCR Italia e Intersos al fine di garantire un corretto approfondimento su questo innovativo sperimento di comunicazione umanitaria, permettendo ai promotori di partecipare e integrare l’articolo relativo alle indagini sulle trasmissioni effettuate in Africa.

La Dinamo Srl si é trincerata in un prudente silenzio. Solo UNHCR Italia e Intersos ci hanno risposto. La prima, tramite il suo ufficio stampa ci ha inviato una risposta dettagliata sulle domande sottomesse riprodotta a fine articolo. Intersos, tramite il suo Presidente: Nino Sergi, spiega la volontà di non rispondere a seguito della decisione presa “di stare lontano dalle polemiche sul caso Mission, considerate per lo più smodate, fuorvianti e poco produttive in termini di approfondimento e di riflessione su un tema che tocca vari aspetti che meritano maggior ponderatezza senza strumentalizzazioni”.  Nino Sergi attua una sola eccezione alla scelta di non rispondere: “Posso confermare che Intersos destinerà i fondi raccolti alle realtà che i telespettatori vedranno, privilegiando l’una o l’altra di esse sulla base dei bisogni e della quantità dei fondi che saranno raccolti.”

L’esito dell’inchiesta pone dubbi  su  qualità  e autenticità della trasmissione che rischia di essere simile al Grande Fratello e concentrata su una vera e propria fiction recitata dai VIP italiani.

Non ci rimane che seguire le due puntate di Mission che dovrebbero essere messe in onda tra le 21:00 e le 23:00 di mercoledì 4 dicembre e giovedì 12 dicembre per assicurarci che il taglio della trasmissione e le riprese sul campo siano nettamente diverse da quelle viste nel video inviatoci e pubblicato.

Siamo sicuri che video e articolo scateneranno una serie di accuse  contro African Voices e accurate smentite, aprendo cosí un polemico ciclo di risposte e contro risposte a cui non parteciperemo, avendo offerto la possibilitá di intervenire prima della pubblicazione.

Sicuramente il reality Mission è destinato a far parlare di sé ancora a lungo. Non solo per il suo infelice mix di voyeurismo-gossip-solidarietà, ma anche per suoi numerosi lati oscuri organizzativi.Fulvio Beltrami e E.Z.

Si riproduce l’email di risposta inviato dal ufficio stampa di UNHCR Italia, ringraziando l’Organizzazione per essere stato l’unico ideatore di Mission a collaborare in pieno con la stesura degli articoli, fornendo una propria versione dei fatti, opposta da quella raccolta nella inchiesta, ma pur sempre un evidente e maturo segno di disponibilitá al dialogo e al confronto.

da Fulvio Beltrami

Giornalista Freelance
Kampala, Uganda

Gmail

Fulvio Beltrami <fulviobeltramilindro@gmail.com>


Richiesta informazioni relative alle registrazioni puntate trasmissione Mission in Repubblica Democratica del Congo e Sud Sudan


Rome, Italy ITARO Public Information <ITAROPI@unhcr.org>

22 novembre 2013 19:33

A: Fulvio Beltrami <fulviobeltramilindro@gmail.com>

Cc: Ufficio Stampa Cipsi <ufficiostampa@cipsi.it>, africanvoafricanvoices <africanvoices@hotmail.it>, Eugenio Melandri <eugenio.melandri@teletu.it>

Gentile Dott. Beltrami,

 

non confermiamo l’esistenza di dissidi tra il Governo del Sud Sudan e l’organizzazione della missione.

Al contrario le confermiamo di aver seguito la corretta procedura di accredito e permesso di girare la puntata Mission presso le competenti autorità della Repubblica Democratica del Congo.

 

Le confermiamo il coinvolgimento di UNHCR CONGO nell’effettuazione delle riprese che si sono svolte in un clima di totale collaborazione.

In Congo le riprese non sono state realizzate in un campo profughi come da lei indicato, bensì nella località di Doruma dove sono presenti, come siamo certi lei saprà, circa 17.000 sfollati interni.

 

Si conferma che si effettuerà una raccolta fondi durante la messa in onda della trasmissione, ma contrariamente a quanto da lei indicato i fondi raccolti verranno destinati ai paesi (e non ai campi visto che non si tratta sempre di campi) oggetto delle riprese come da accordi con la RAI e con le compagnie telefoniche.

 

Per quanto concerne infine l’utilizzo di personaggi noti, la RAI ha deciso di coinvolgere dei volti noti del mondo della tv in quanto sono persone che hanno grande familiarità con il pubblico delle prime serate di RAI 1, quindi ritenuti capaci di avvicinare le famiglie italiane al dramma dei rifugiati.

 

Ci auguriamo che le informazioni fornite possano aiutarla nella corretta realizzazione del suo articolo.

 

Cordialmente,

 

Ufficio Stampa UNHCR Italia

 We believe 1 family torn apart by war is too many. Tell the world you do too: http://www.unhcr.org/1family

 

Costa d’Avorio: Licenziamenti abusivi e di massa: Continua l’epurazione etnica e politica di Ouattara

5 Nov ne pas

Una dittatura non puo’ contare sul consenso del popolo, solo reprimerlo: torture, massacri di civili , oppositori in prigione e costretti al silenzio  e … LICENZIAMENTI ABUSIVI E DI MASSA!

 

COMUNICATO STAMPA DELLA FIDHOP (Federazione Ivoriana per la Difesa dei Diritti Umani e della Vita Politica in Costa d’Avorio)

 

La FIDHOP condanna vigorosamente i licenziamenti abusivi e di massa ad opera del Governo Ouattara, in un Paese in cui la popolazione, vittima di una crisi economica senza precedenti, è ormai allo stremo.

 

Questi licenziamenti, pur venendo presentati come un mezzo necessario per il risanamento dell’economia attraverso il taglio della massa salariale, lasciano a dir poco perplessi: sia per i criteri di scelta delle persone vittime dei licenziamenti ma, soprattutto, osservando le nuove assunzioni in sostituzione delle persone licenziate.

 

La FIDHOP, visto l’inquietante numero di licenziamenti effettuati prevalentemente da strutture pubbliche, avvenuti nella totale mancanza di rispetto del codice dei dritti dei lavoratori e senza alcuna misura di accompagnamento sociale:

 

RICORDA al Governo Ouattara il suo ruolo di garante per il rispetto degli impegni stabiliti dell’Accordo Internazionale Dei Diritti Economici Sociali e Culturali;

 

CHIEDE di porre fine ai licenziamenti sistematici e collettivi e l’applicazione delle norme previste per la salvaguardia dei diritti socio-culturali, in particolare del diritto al lavoro (come previsto dall’art. 23 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani), come già fatto tra l’altro, da numerose società privati esistenti.

 

Nessun pretesto potrà essere invocato dal governo Ouattara per potersi permettere di sottrarsi al suo dovere di proteggere i cittadini dalla disoccupazione e di salvaguardarne il loro diritto al lavoro.

Pubblicata da Gahié Kuidé Bosow

Desmond Tutu supports human rights and free Love ! [ENG – ITA]

13 Lug Desmond Tutu

“Gay, lesbian, bisexual and transgendered people are part of so many families. They are part of the human family. They are part of God’s family. And of course they are part of the African family. But a wave of hate is spreading across my beloved continent. People are again being denied their fundamental rights and freedoms. Men have been falsely charged and imprisoned in Senegal, and health services for these men and their community have suffered. In Malawi, men have been jailed and humiliated for expressing their partnerships with other men. Just this month, mobs in Mtwapa Township, Kenya, attacked men they suspected of being gay. Kenyan religious leaders, I am ashamed to say, threatened an HIV clinic there for providing counseling services to all members of that community, because the clerics wanted gay men excluded.

Uganda’s parliament is debating legislation that would make homosexuality punishable by life imprisonment, and more discriminatory legislation has been debated in Rwanda and Burundi.

These are terrible backward steps for human rights in Africa.

The wave of hate must stop. Politicians who profit from exploiting this hate, from fanning it, must not be tempted by this easy way to profit from fear and misunderstanding. And my fellow clerics, of all faiths, must stand up for the principles of universal dignity and fellowship. Exclusion is never the way forward on our shared paths to freedom and justice.”

Nobel Peace Prize Winner Desmond Tutu had to respond publically on Friday March 12, 2010

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Desmond Tutu sostiene i diritti umani e il libero Amore

“Le persone gay, lesbiche, bisessuali e transessuali sono parte di tante famiglie. Fanno parte della famiglia umana. Fanno parte della famiglia di Dio. E, naturalmente, fanno parte della famiglia africana. Ma un’ondata di odio si sta diffondendo in tutto il mio amato continente. Alle persone sono ancora negati i loro diritti e i fondamentali della libertà.
Gli uomini sono stati falsamente accusati e imprigionati in Senegal, negati i servizi sanitari per questi uomini e la loro comunità hanno sofferto. In Malawi, gli uomini sono stati incarcerati e umiliati per aver espresso il proprio partenariato con gli altri uomini. Proprio questo mese, folli della Township di Mtwapa, Kenya, hanno attaccato  uomini sospettati di essere gay. Il  leader dei religiosi del Kenya, mi vergogno di dirlo, ha minacciato una clinica HIV, lì per fornire servizi di consulenza a tutti i membri di quella comunità, perché i chierici volevano che gli uomini gayfossero esclusi.

Il Parlamento dell’Uganda sta discutendo una legislazione che faccia dell’omosessualità un atto punibile con l’ergastolo, e in più la legislazione discriminatoria è stata discussa in Ruanda e Burundi.

Questi sono terribili passi indietro per i diritti umani in Africa.

L’ondata di odio deve cessare. I politici che traggono profitto dallo sfruttare questo odio, sventolandolo, non devono essere tentati da questo modo semplice di trarre profitto dalla paura e incomprensione. E i miei compagni chierici, di tutte le fedi, devono difendere i principi di dignità e di fraternità universale.
L’esclusione non è mai la via da seguire per i nostri percorsi condivisi per la libertà e la giustizia “.

Il Nobel per la Pace Desmond Tutu, rispondendo pubblicamente Venerdì 12 Marzo 2010

 

Mauritania: Biram in prigione soffre di ipertensione, la moglie Leila in rianimazione

19 Giu birame_madame

L’attivista Birame Ould Dah Ould Abeid, detenuto nella prigione di Dar Naim soffre da qualche giorno di un problema di ipertensione e diabete.

Secondo fonti vicine al presidente dell’IRA, il medico non lo ha potuto visitare, citando complicanze gravi della condizione di Ould Abeid. La stessa fonte sostiene che la salute di Birame è deteriorata e si sente stanco. Fonti dell’IRA rende noto che le autorità saranno ritenute responsabili qualora Birame e i suoi compagni saranno trattati male.

Inoltre, la signora Biram che ha partecipato alla manifestazione pacifica di sabato scorso, ha avuto una crisi dopo l’inalazione eccessiva di gas lacrimogeni lanciati volontariamente durante la marcia organizzata dall’ IRA per chiedere la liberazione del suo leader.

Leila Ahmed Ould Khleiva Mint, persone vicine a lei dopo la marcia hanno dichiarato che è stata presa particolarmente di mira dalle forze di polizia antisommossa, che hanno lanciato nella sua direzione molte più bombe lacrimogene che non su altri manifestanti.

A proposito dell’ alta pressione sanguigna, è da notare che è una minaccia per il cuore e le arterie, portandoli  talvolta ad un superlavoro e afffaticamento, causando la deposizione di grasso nelle pareti delle vene coronariche, con conseguente maggiore possibilità di angina e infarto del miocardio. Lo stesso processo può raggiungere le arterie della gamba.

L’ostruzione delle arterie renali da aterosclerosi provoca la distruzione progressiva dei reni e l’insufficienza renale urea nel sangue. Per il cervello e gli occhi, ipertensione comporta un intasamento delle arterie causando la progressiva distruzione delle cellule nervose del cervello, con conseguenze gravi quali paralisi, perdita di parola, declino intellettuale, demenza, forse la morte.
La condizione delle arterie del cervello è facilmente compromesso dalla analisi dello stato arteriosa di fondo.

fonte originale francese: CRIDEM

LVIA – Carestia Sahel: importante campagna in Piemonte

15 Giu Sahel_HP_quadrata

Il Consorzio delle Ong Piemontesi e il Coordinamento Comuni per la Pace sostengono la Campagna “Il Piemonte a fianco delle popolazioni del Sahel”

6 Ong del Piemonte lanciano una raccolta fondi per l’emergenza alimentare in Africa

A rischio la vita di 15 milioni di persone, donne e bambini, contadini e allevatori, messi in ginocchio dalla siccità che sta colpendo il Sahel, dove l’80% della popolazione vive in ambiente rurale e si trova alle prese con una gravissima crisi alimentare. Ad aggravare la situazione, prezzi alle stelle e conflitti come quello scoppiato di recente nel nord del Mali.

In tale contesto «6 storiche associazioni del Piemonte aderenti al COP, Consorzio Ong Piemontesi, e sostenute dal Coordinamento Comuni per la Pace della Provincia di Torino – CISV, ENGIM, LVIA, MAIS, MSP, RETE – hanno deciso di unire le forze per far fronte all’emergenza» spiega Umberto Salvi, presidente del COP. «Tra gli interventi più urgenti, la distribuzione di cibo a decine di migliaia di famiglie, la fornitura di sementi e foraggio ai contadini, la realizzazione di pozzi e strutture idriche».

Per far questo «ci siamo dati l’obiettivo di raccogliere 840.000 Euro entro il mese di luglio 2012: un obiettivo ambizioso, che potremo realizzare solo se al nostro appello risponderanno tutte le realtà della società civile cui chiediamo oggi un sostegno concreto: istituzioni, enti pubblici, fondazioni ma anche privati cittadini possono aiutarci a raggiungere la meta e a intervenire con prontezza ed efficacia nei paesi saheliani» dice Sandro Bobba, presidente dell’LVIA, associazione capofila dell’iniziativa.

«Le nostre Ong sono impegnate da anni in progetti di cooperazione nel territorio saheliano, dove lavorano per promuovere lo sviluppo durevole. Ora i nostri volontari in loco ci chiedono con insistenza di intervenire per fronteggiare l’emergenza alimentare, e noi non intendiamo restare a guardare» dice Piera Gioda, presidente di CISV, Ong della cordata attiva in Mali, Burkina Faso, Niger e Senegal.

«Siamo consapevoli che chiedere un sostegno ai nostri connazionali in questo momento critico, dove l’attenzione e le energie sono giustamente rivolte al dramma dei terremotati, può sembrare difficile da comprendere» aggiunge Umberto Salvi, «ma la sofferenza e le difficoltà di casa nostra non ci autorizzano a dimenticarci degli altri. Facciamo tutti parte di una stessa umanità, sempre più alle prese con fenomeni naturali di inaudita violenza, nel Nord come nel Sud del mondo. E queste emergenze, ovunque si verifichino, non possono lasciarci indifferenti».

Per dare il proprio contributo alla raccolta fondi:

Causale: “Il Piemonte per l’emergenza Sahel”

su c\c presso Banca Alpi Marittime

IBAN: IT66 T084 5010 2000 0017 0115 711

Intestazione: L.V.I.A. Associazione, Piemonte per Emergenza Sahel

Lia Curcio, LVIA
Ufficio comunicazione, programmi sul territorio e cooperazione decentrata
Via Borgosesia, 30
   10145 – Torino
Tel: 011- 74 12 507
– cell. 333-1737830
fax 011 74 52 61
– e-mail: italia@lvia.it
www.lvia.it

Etiopia : La censura è 2.0, filtri a internet e carcere per Skype

14 Giu censor-this-cunt

La scure della censura si abbatte su Skype e altre applicazioni tecnologiche che consentano la comunicazione tramite la banda larga: lo hanno stabilito le autorità di Addis Abeba con una legge che proibisce l’utilizzo di tutti i programmi VoIP (Voice over Internet protocol) che include anche le comunicazioni audio e video sui social media e il trasferimento di dati a pacchetto attraverso la rete.

Chiunque si renda colpevole di installare servizi telefonici “illegali” sarà sottoposto a procedimento e rischia – oltre a pesanti ammende – fino a 15 anni di carcere. Telefonare con Skype o altri programmi simili invece potrà costare dai tre agli otto anni di detenzione.

Nell’introduzione al provvedimento – approvato in parlamento – la misura viene definita “tempestiva” e “appropriata” alle crescenti minacce terroristiche di cui il paese viene fatto oggetto. Secondo gli osservatori, tuttavia, si tratta di un ennesimo giro di vite sulla libertà di espressione dei circa 85 milioni di abitanti già compromessa dopo l’approvazione, tre anni fa, di una restrittiva legge anti-terrorismo tradottasi in arresti di giornalisti e oppositori.

Le autorità per le comunicazioni – riferisce la stampa africana – hanno installato uno strumento avanzato di filtraggio internet noto come Deep Packet Inspection (Dpi), che prevede lo sbarramento all’accesso del sistema di comunicazione Tor, utilizzato a livello mondiale per permettere agli utenti di navigare in forma anonima e accedere ai siti web bloccati.

Secondo Reporter Senza Frontiere (Rsf), con l’installazione del Dpi e bloccando l’accesso a Tor, il governo etiope starebbe compiendo un primo passo verso la costruzione di un nuovo sofisticato sistema di filtraggio che consenta di violare ogni forma di privacy intercettando e-mail, messaggi sui social network e le conversazioni vocali via Internet. [AdL]

fonte: Misna