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Obiettivi di African Voices, nel 2017

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African Voices è arrivato al suo sesto anno di vita ed io sono contento dello sviluppo e del successo, seppure lento, che ha avuto e sta continuando ad ottenere. Vedere che questa pagina è seguita da ogni angolo del mondo e da molti africani, mi rende orgoglioso.

Io non ho mai voluto investire sullo sviluppo della pagina, ma credo che nel 2017 sarà una spesa che dovrò affrontare, per quello che sono le mie idee di condivisione delle notizie.

Infatti, sono almeno 6 mesi che mi sto preparando, conoscendo, ottenendo rapporti interpersonali per dare un’informazione più attiva sul popolo nero, non solo in Africa, ma in tutto il mondo, ricercando vecchie comunità Afro che vivono nel mondo e della diaspora, passando anche attraverso i diritti umani e le oppressioni dei popoli e delle minoranze.

Insomma, molto altro lavoro attende me e i collaboratori che direttamente stanno lavorando senza percepire nulla in cambio, persone e attivisti come Huno Djibouti per Djibouti e il Corno d’Africa; Henry Mworia per i Kenya; Adrian Arena per gli Afro Messicani, Fulvio Beltrami per il Burundi e l’area dei Grandi Laghi e Cornelia Toelgyes per l’Africa sub sahariana e i diritti umani, amica da sempre e amministratrice del gruppo Per la Liberazione dei Prigionieri del Sinai. Ma anche molti altri che girano attorno ad African Voices che sono fonte di ispirazione sulle aree più difficili dell’Africa.

Uno degli obiettivi principali di African Voices per il 2017 è quello di aiutare le piccole e medie ONLUS in Africa, quelle che non possono godere degli aiuti dei governi europei o della UE, ma con grandi sacrifici sul campo e grazie alla buona volontà di volontari, ricercano fondi e beneficenza sempre più rari e difficili da reperire.

Per ottenere questo obiettivo, ho cominciato da alcuni mesi a collaborare con una multinazionale leader nel sistema del Cashback che si chiama Lyoness ed è presente in 48 Paesi nel mondo con la sua sede in Austria, a Graz.
Lyoness è una formula interessante e utile a tutti coloro che fanno shopping nelle centinaia di migliaia di aziende di ogni genere, affiliate. L’utente che usa questo sistema di shopping, guadagna una percentuale media e immediata direttamente sul suo conto corrente e African Voices, in questo caso, incassa lo 0,5 % ad ogni vostro acquisto. Percentuale che, African Voices, devolve alle onlus chiedere donazioni che spesso possono diventare pesanti per l’utente che invece,  facendo shopping, guadagna e porta un incasso minimo dello 0,5% a African Voices che devolve alle onlus in Africa. Trovo in questo, un sistema bello, utile, geniale, che accontenta tutti. Se sei interessato a partecipare, puoi scrivere ad African Voices admin alla email africanvoiceseditor@gmail.com

Altro obiettivo che ci poniamo è quello di trovare lavoro agli africani in Africa che hanno necessità di lavorare e su questo, io ho bisogno del vostro aiuto.

Non voglio prendere il posto delle aziende di ricerca lavoro, loro fanno un lavoro diverso da quello che possiamo fare noi di African Voices.

Noi possiamo rivolgerci a piccole aziende, privati che cercano lavoratori in ogni settore, serio. Ricevendo le richieste su africanvoiceseditor@gmail.com con oggetto Lavoro indicando il paese e lo Stato, noi possiamo pubblicare e in questo modo, aiutare la ricerca di personale visto che molte sono le persone che stanno seguendo African Voices sopratutto attraverso Ffacebook, ma le nostre pubblicazioni sono viste anche su altri social come Twitter, Linkedin, Tumblr, attraverso il nostro blog seguito da decine di migliaia di lettori e attiveremo, nel 2017, il nostro canale YouTube con la rassegna stampa settimanale e la rubrica dedicata alla ricerca di lavoro.

Questo è tutto, african voices nel mondo, sicuri di fare un bel cammino insieme, nel 2017.

Buona fortuna a tutti voi e buon anno.

Marco Pugliese
Amministratore African Voices.

Immigration. Le Devoir D’aider La Diaspora Africaine

15 Ago diaspora

Le phénomène de diaspora a toujours constitué un véritable problème pour les autorités Africaines. De nos jours, en effet, de nombreux immigrés africains se retrouvent en Europe pour des raisons d’étude ou de travail. Tous bataillent pour se reconstruire une nouvelle vie. Souvent, sous le regard désintéressé de leurs propres autorités.

Analyse
Malgré la croissance du flux migratoire, les motifs restent les mêmes : améliorer sa condition de vie et aider les siens restés sur place. Une belle intention qui anime chaque fois de milliers d’africains prêts à prendre de gros risques pour se retrouver dans l’hexagone. Et chacun s’insère ensuite, progressivement, selon son savoir-faire, les projets d’insertion et l’aide du bon Dieu (quand il n’a pas les papiers). Lorsqu’on est projeté dans ce nouveau monde, on est face à son destin et dans la main des bienfaiteurs européens. Il faut batailler seul pour se construire une nouvelle base sociale…et même culturelle. Si le « cordon ombilicale » reste maintenu avec le pays de provenance, les autorités par contre son moins enclin à aider les candidats à l’aventure, focalisés qu’ils sont sur les réalités locales. Ils semblent reléguer au second plan leurs concitoyens allés tenter leur chance. Ces derniers, pris entre mille feux, sont obligés de mener « une vie d’équilibristes » pour ne pas flancher sous le poids des contraintes sociales. Il y a, certes, l’aide des pays hôtes mais combien maigre et insuffisante en période d’extrême crise !

La nouvelle donne nous invite à inventer d’autres méthodes de gestion des immigrés, avec les pays d’accueil .Car, le vieux cliché qui veut que chacun se trace son destin est révolu. Les pays européens croupissent sous le poids des dettes et le manque d’emploi rend les populations plus exigeantes face aux dirigeants.

Le mécanisme de gestion du flux migratoire s’avère très complexe et plein de subtilités. La rareté des ressources et les réalités sociales modifient chaque jour les politiques des pays d’accueil. La bonne foi est mise à rude contribution et nos pays ne doivent plus faire l’autruche, en répétant, sans cesse, les propos du genre : « les diasporas sont une ressource ».Il faut mettre la main à la patte !
Certains pays l’ont bien compris. Nous avons la grande Chine qui soutient économiquement sa diaspora, à travers des prêts et autres formes d’assistances. Ainsi que beaucoup d’autres pays Européens vis à vis de leurs compatriotes expatriés.

Chose positive, d’autant plus qu’elle soulage les candidats à l’aventure et tout le monde y gagne.
L’Afrique, par contre, n’a pas suffisamment mesuré l’impact de la contribution de sa diaspora dans son économie.
Les grand discours, les éloges sur l’importance d’une diaspora forte sont légions mais on s’arrête là. Il faut aller au-delà des conférences et des simples slogans. Il faut donner le micro au concernés et non à des intermédiaires en quête de notoriété.

Il faut favoriser la constitution de structures légales ayant des ramifications dans les pays d’origines. Et, capables de créer des projets d’envergures nationales et internationales.
L’expérience et le savoir-faire de l’immigré constituent un potentiel pour le pays de provenance.

En tant qu’ambassadeur de son pays à l’extérieur, l’expatrié contribue fortement aux échanges culturels et économiques. Mais, Le hic est la mauvaise foi des dirigeants Africains qui sans cesse se camouflent derrière le fait qu’ils soient absorbés par les projets nationaux.

 

Toure Abdoulaye
Roma, Italia

Mission: La parola alla diaspora.

5 Set

Una delle cose che nessuno ha mai pensato da quando è scoppiata la polemica su Mission è quella di chiedere alla diaspora africana che vive e lavora in Italia cosa pensano di questa trasmissione Reality Show o ‘Social TV’ come vorrebbero chiarmala per nascondere il format in parte simile al Grande Fratello che, RAI, Intersos e UNHCR Italia vorrebbero portare sui nostri teleschermi a Dicembre.
Credo che sarebbe stata una delle prime cose da fare da parte della stampa nazionale e da parte degli organizzatori del programma. Non dobbiamo dimenticare che CASA AFRICA è la loro e se, non tener conto del parere della diaspora è lo specchio del rispetto degli organizzatori, possiamo ben dedurre il livello scarso di rispetto che possono avere per i rifugiati che nella trasmissione farebbero da sfondo alla carriera dei VIP italiani in Sud Sudan, RD Congo e Mali e quanto invece gioverebbe agli stessi Vip e alle tasche dei tre mandanti.

Marco Pugliese
African Voices

Da molti anni, nel mondo delle organizzazioni internazionali e di quelle non governative, va avanti una approfondita riflessione sulla cosiddetta “pornografia dello sviluppo”, ovvero il mostrare, a oltranza, immagini crude ed emotivamente coinvolgenti di persone dei Paesi del Sud del pianeta (soprattutto bambini) che si trovano in gravi difficoltà per carestie, epidemie, guerre e altre emergenze, al fine di raccogliere fondi presso il pubblico dei Paesi del Nord; una prassi che, secondo molti, suscita solo una adesione estemporanea dei donatori, crea una progressiva assuefazione alla visione del dolore altrui, spinge i fund raisers in una spirale di ricerca di immagini sempre più forti e coinvolgenti, all’infinito. E oltretutto con l’effetto perverso di trasmettere il messaggio che le popolazioni in difficoltà non ce la faranno mai senza l’aiuto delle organizzazioni caritatevoli e il nostro buon cuore.

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In Italia questa riflessione è arrivata con un certo ritardo e, tutto sommato, con scarsa risonanza. Ma a muovere un pò le acque è stata l’incandescente vicenda del programma RAI “Mission” (variamente definito come reality, “fiction documentary” e altro), ambientato in alcuni campi profughi in Congo, Sud e Mali, attualmente in preparazione con il coinvolgimento di organismi come UNHCR Italia e Intersos, di cui “African Voices” sta discutendo da tempo.

Ho letto alcuni pareri su “Mission”, che “African Voices” ha raccolto presso esponenti della diaspora africana. Naturalmente, si tratta di giudizi sulla base delle informazioni attualmente disponibili e sulle dichiarazioni e rassicurazioni di alcuni rappresentanti delle organizzazioni promotrici del programma stesso. Ma quel poco o molto che già si sa è stato più che sufficiente per suscitare un vasto dibattito in queste ultime settimane, con una varietà di punti di vista che si ritrovano anche nel mondo della diaspora, con una prevalenza di valutazioni critiche.

Chi esprime giudizi positivi su “Mission” sembra far riferimento essenzialmente al principio per cui “il fine giustifica i mezzi”. Come nel caso di Laly Dupont, italo-congolese, nata a Modena, modella e studentessa: “Sono favorevolissima alla messa in onda del programma. È un bene che vengano finalmente fatti conoscere al grande pubblico i drammi che vivono alcuni popoli. In questo modo, aumenteranno le persone a conoscenza di questi tristi vissuti e che si batteranno pacificamente affinché anche queste popolazioni abbiano una vita di pace, di serenità e in cui possano realizzare i propri progetti. In Italia tuttora mi imbatto spesso in persone completamente all’oscuro della triste realtà congolese. Con questo reality gli ideatori di “The Mission” faranno sentire ad alta voce i lamenti di popoli oppressi che fino ad oggi erano stati tenuti nascosti da chi intende impossessarsi delle ricchezze dei Paesi in cui vivono queste povere persone.”

Un punto comune a tutti coloro che sono stati interpellati è la convinzionme che sulla situazione dei popoli africani, in generale, così come su quella di specifiche popolazioni africane in difficoltà, circoli una informazione scarsa e inattendibile. Ma su quali debbano essere l’oggetto, i contenuti, le modalità e soprattutto gli attori della comunicazione i pareri variano fortemente. Alcuni interventi di membri della diaspora mettono in dubbio la validità comunicativa di programmi del genere. Ad esempio, Etienne Mundum, camerunese Amministratore delegato di PataPata Safaris (Milano), afferma che “il rischio che corriamo è, come al solito, la spettacolarizzazione di una grandissima piaga. Oggi viviamo nell’epoca degli show televisivi, dei grandi format. Non si riesce più a capire dove si ferma la realtà e dove inizia la fiction. Penso quindi che per un problema cosi grave non sia necessario che persone dello spettacolo vengono mandate nei campi profughi, a far tirare fuori due lacrime per l’audience, e per una sensibilizzazione che durerà il tempo della trasmissione. Reportage seri, fatti da giornalisti seri, potrebbero essere molto più di aiuto.” E Mesfin Fremicael, eritreo in Italia da 40 anni, operante a Bologna nell’ambito delle public relations, aggiunge: “Il programma può essere positivo solo se non scende nel banale. Ho letto chi potrebbe partecipare al programma e sinceramente penso che non siano le persone più opportune. Avrei chiamato chi lavora nell’anonimato più assoluto da molti anni.

Dal canto suo, Issiya Longo, scrittore congolese che vive a Bassano del Grappa, mette in evidenza un rischio tipico dei programmi che puntano (anche senza volerlo) alla spettacolarizzazione della povertà e alla enfatizzazione del ruolo dei  “bianchi” nel combatterla: il rischio di una rappresentazione asimmetrica e distorta dei rapporti tra i popoli; tra chi comprende, agisce e produce risultati e chi invece subisce, passivamente, sia il male esistente che il bene offerto: “Non mi piacciono tutte le iniziative di falsa ed ipocrita generosità nei confronti di chi soffre. L’Africa e, in questo caso, la RDC ed il Sud Sudan, non hanno assolutamente bisogno di quel genere di spettacoli. La mia opinione riguardo a ‘Mission’ e a tutti gli altri programmi del genere è che questi nascono dalla noia dell’abbondanza, conseguenza inevitabile di una vita fatta di eccessi; un’esistenza in cui tutto è stato fatto, sperimentato, provato e riprovato. Infatti, con la pancia ed i conti bancari pieni, dopo aver esplorato.”

Altri, come Mariam Yassin (doppia nazionalità somala e italiana, che si occupa di sviluppo e pace in campi profughi, ed è Executive Director presso ONG internazionale), mettono in questione l’opportunità di iniziative di questo tipo, sia perché fanno essenzialmente leva sull’emotività e non si interrogano sulle cause dei problemi, sia perché non tengono conto di una elementare necessità di rispetto della dignità degli esseri umani in condizioni di difficoltà: “Se l’idea che sta dietro è quella di sensibilizzare la società sulla situazione dei rifugiati e delle realtà da cui fuggono, rispetto la buona volontà degli organizzatori. Ma non si poteva trovare un modo decisamente meno costoso? Bisogna fare spettacolo sulla miseria altrui?  Lavoro nei campi dei profughi e sfollati da sei anni, a diretto contatto con le persone e con le comunità. Non ho mai sentito rispondere un profugo alla domanda: ‘Di che cosa hai bisogno?’, ‘Fate un reality sulla nostra vita!’. I profughi, molto spesso, non desiderano che sia raccontata la loro esperienza: il dolore che provano è di quelli che meritano profondo rispetto. Ciò che hanno attraversato è un olocausto che spesso non viene nemmeno riconosciuto come tale. È da comprendere, non da spettacolarizzare. È da conoscere interrogandosi sulle responsabilità, non da ridurre a un reality lacrimoso che non rende conto delle cause. Dubito che gli ideatori del reality abbiano tenuto conto della complessità umana delle vittime e vogliano mostrare le vere cause che le hanno costrette a quelle condizioni. Dubito che si possa sensibilizzare solo attraverso immagini emotive, calcando la mano sulla sofferenza e non raccontando tutta la storia. Perché se veramente si volesse far conoscere il fenomeno dei profughi per quello che è, si vedrebbe quanto coloro che piangono guardando il reality sono, forse indirettamente, tra le cause di questa tragedia!”.

La critica del giornalista Fortuna Ekutsu Mambulu (Verona) e di Ngouedi Marocko, studente universitario di scienze politiche (Napoli) è molto più dura e radicale, e si estende al ruolo stesso delle ONG, così come alle strategie, anche comunicative, di alcuni organismi internazionali. In un loro testo scritto, inviato ad “African Voices”, affermano, tra l’altro:
Le ONG giocano un ruolo importante nella strategia globale che vuole che gli africani siano sempre mostrati come popoli da aiutare e da salvare. Una strategia iniziata secoli fa con la ‘missione civilizzatrice’ occidentale in Africa e che oggi continua con la cosiddetta ‘cooperazione allo sviluppo’ e la ‘promozione’ dei diritti umani, di cui le ONG costituiscono un anello importante. Con le belle intenzioni di ‘aiutare’ e portare una ‘civiltà’ che dimostra i suoi segni di decadenza, queste organizzazioni si arrogano il diritto di diffondere, senza nessuna autorizzazione, l’immagine negativa (sconvolgente) di quelli che noi consideriamo la base e il futuro dell’Africa: le donne e i bambini. L’ultima campagna mediatica lanciata dall’UNHCR (che abbiamo denunciato con una petizione su change.org) ne è un esempio evidente.

unhIn Italia, paese con più di duemila miliardi di debiti, sta crescendo la povertà. Vogliamo vedere queste ONG occuparsi dei poveri italiani, diffondendo, così come fanno per gli africani, foto di persone anziane italiane che vanno a cercare cibo nei cassonetti. Siccome nei confronti degli italiani non si agisce nello stesso modo, noi qualifichiamo queste azioni e campagne come atti razzisti, che dovranno, nel futuro, essere contrastati usando tutti i mezzi. Ciò perché crediamo che diffondere un’immagine sempre stereotipata degli africani non giova alla creazione di una convivenza pacifica e rispettosa tra africani e autoctoni nei Paesi occidentali dove ormai risiedono molte persone originarie dell’Africa. La decisione di lanciare in TV a novembre “Mission”, realizzato in un campo profughi in Africa, è l’ennesima dimostrazione del cinismo di queste organizzazioni. L’Africa oggi non ha bisogno né di ONG, né di aiuto. Ha bisogno di rispetto e di essere lasciata in pace di fare le proprie scelte in tutti i campi della vita sociale.

Personalmente non concordo con diverse di queste opinioni, ma le considero con molta serietà: come il termometro di una crescente insofferenza degli esponenti della diaspora africana nei confronti, in generale, di approcci operativi più o meno apertamente e consciamente paternalisti, se non neo-coloniali, nei confronti dei popoli africani, e nei confronti di una informazione incompleta e distorta sull’Africa. Una informazione mal gestita scade facilmente nella riproduzione di stereotipi in cui gli africani non si riconoscono più, e che sono il terreno di coltura del razzismo che esiste ancora nelle nostre società.

Al di là delle buone intenzioni di chi promuove “Mission” e del fatto che il programma è comunque in fase di messa a punto (con possibili emendamenti in corso d’opera, forse anche grazie alle critiche che stanno arrivando), gli interventi di questi membri della diaspora, in ogni caso, mettono in guardia sui rischi che corre qualsiasi campagna comunicativa o programma televisivo che abbia al suo centro l’Africa. Rischi che forse varrebbe la pena di mettere meglio in evidenza e, possibilmente, controllare.

Daniele Mezzana
sociologo e autore del blog Immagine Africa

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