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2017: African Voices Goals

31 Dic

African Voices reached the sixth year of life and I am happy with the development, and successful although slow, which has had and is continuing to get See this page is followed by every corner of the world and from many Africans, makes me proud.
I never wanted to invest on the development of the page, but I think that in 2017 will be an expense that I will face, for what are my ideas for sharing the news.

Well, at least six months that I’m getting ready, knowing, getting relationships to give more information on the active black people, not only in Africa but around the world, searching for old African communities living in the world and the diaspora, also passing through the human rights and the oppression of peoples and minorities.

So, much more work waiting me and the staff that are working directly without receiving anything in exchange, people and activists as Huno Djibouti, Djibouti and the Horn of Africa; Henry Mworia for Kenya; Adrian Arena for Afro Mexicans, Fulvio Beltrami for Burundi and the Great Lakes area and Cornelia Toelgyes for sub-Saharan Africa and human rights, has always been friendly and administrator of the group for the  Per la Liberazione dei Prigionieri del Sinai. But also many others that revolve around African Voices that are a source of inspiration on the most difficult areas of Africa.

A main goal of African Voices for 2017 is to help small and medium NGO in Africa, those who can not enjoy the support of European governments or the EU, but with great sacrifice on the field and thanks to the good will of volunteers, seek funds and charities increasingly rare and hard to find.

To get this goal, I started a few months working with a multinational leader in the Cashback system called Lyoness and is present in 48 countries worldwide with its seat in Austria, Graz.
Lyoness is an interesting formula and useful to all those who shop in the hundreds of thousands of companies of all kinds, affiliates. The user who uses this shopping system, earn an average percentage directly and immediately its current account and African Voices, in this case, cashes 0.5% for each of your spending. Percentage that, African Voices, donates to non-profit organization without asking for donations that can often become heavy for the user that instead, doing shopping, gains and carries a minimum cash of 0.5% to African Voices that devolve to non-profit organization in Africa.I find this a nice system, useful, brilliant, that will satisfy everyone. If you are interested in attending, you can write to African Voices admin email africanvoiceseditor@gmail.com

Another goal we set ourselves is to find jobs for Africans in Africa who need to work, and on this, I need your help.

I will not take the place of job search enterprises, they do a different job from what we can do ourselves to African Voices.

We can turn to small companies, private individuals seeking workers in all sectors, seriously. Receiving requests on africanvoiceseditor@gmail.com with the subject: Work, indicating the country and the state, we can publish, and in this way, help the recruitment since many are the people who are following African Voices especially through Facebook, but the our publications are also seen on other social as Twitter, Linkedin, Tumblr, through our blog, followed by tens of thousands of readers, and will activate, in 2017, our YouTube channel with the weekly press and the section dedicated to the job search.

That’s all, African voices in the world, sure to make a beautiful journey together in 2017.

Good luck to all of you and Happy New Year.

Marco Pugliese
Admin, African Voices.

Burundi: che sia un 2016 di gioia, dice Nkurunziza

15 Gen

di Giovanni Gugg

Come in qualsiasi altro Paese del mondo, il 2016 del Burundi è cominciato con il rituale discorso alla nazione da parte del Presidente, il quale si è augurato che il nuovo anno cominci «nella gioia» perché il 2015 è terminato «nella pace, nella sicurezza e con molta allegria». Per chi segue la cronaca della crisi burundese – emersa con furia alla fine dell’aprile 2015 – queste parole appaiono surreali, se non beffarde. Allo stesso modo, i silenzi di Nkurunziza sui nodi centrali delle tensioni in corso nel Paese hanno tutta l’aria dell’ennesima dimostrazione di tracotanza: nel suo discorso non ha fatto alcun riferimento alle proteste e alle opposizioni, né alcun accenno alla possibilità ipotizzata dall’Unione Africana di inviare dei peacekeeper nel Paese, così come al dialogo di Kampala per far rispettare gli Accordi di Arusha. Inoltre, il silenzio è proseguito sull’aspetto che probabilmente più inquieta il potere burundese, ovvero la libertà di stampa: quattro emittenti radiofoniche sono ancora impossibilitate a lavorare, decine di giornalisti sono scappati negli ultimi mesi e anche quelli stranieri sono malvisti, come Sonia Rolley, alla quale il governo ha espresso il suo disappunto perché mistificherebbe la realtà “serena e tranquilla” di Bujumbura. All’estero, tuttavia, i reporter burundesi vengono premiati per la loro «competenza e coraggio», come è accaduto ieri a Esdras Ndikumana a Parigi, dove ha ricevuto un prestigioso riconoscimento dall’associazione della stampa diplomatica francofona.

Sull’ipotesi dell’Unione Africana di avviare una «mission africaine de prévention et de protection au Burundi» (Maprobu) con almeno 5.000 uomini per fermare le violenze nel Paese, il governo burundese si è dichiarato esplicitamente contrario. Questa, tuttavia, sembra l’unica speranza per evitare il peggio, dato che l’Onu è del tutto inidoneo su un’eventuale recrudescenza della violenza in Burundi: proprio due giorni fa il webjournal statunitense “Vice” ha pubblicato un appunto confidenziale, trapelato dall’ufficio peacekeeping delle Nazioni Unite, in cui si documenta come la massima istituzione mondiale sia «tristemente impreparata ad affrontare la possibilità di un peggioramento degli spargimenti di sangue nel Paese africano».

La situazione generale, come è noto, è profondamente deteriorata: come ha documentato Amnesty International, arresti arbitrari, sparizioni e morti ormai non si contano e, come ha riferito Radio France International, infiltrazioni di ribelli burundesi si sarebbero rilevate nella Repubblica Democratica del Congo. Inoltre, come ha denunciato un’associazione di donne (il “Mouvement des Femmes et Filles pour la paix et la sécurité au Burundi”) si sono avuti casi di stupri e abusi sessuali da parte della polizia e della milizia paramilitare e filogovernativa Imbonerakure di cui ha scritto anche RFI. Per chiudere l’elenco delle notizie più violente e sanguinose, infine, molta emozione ha suscitato nei giorni scorsi l’assassinio da parte della polizia del cantante ventisettenne Pascal Trésor Nshimirimana, noto come “Lisuba”, secondo alcuni per aver partecipato alle manifestazioni di protesta, secondo altri per la canzone “Amagaba” (scritto anche da “RFIRFI“, “BBC“, “La Nouvelle Tribune” e altri). bu2

Intanto a Gitega, nel centro del Paese, prosegue presso la Corte Suprema il processo ai presunti golpisti del maggio scorso, dove uno degli accusati si è difeso dichiarando: «Non potevo incrociare le braccia davanti al massacro dei pacifici manifestanti da parte della polizia».
Allo stesso tempo, emergono inchieste sulla presenza di fosse comuni e sul massacro della notte tra l’11 e il 12 dicembre 2015, quando almeno 87 persone sono state uccise (ma si potrebbe dire: giustiziate) nei quartieri più contestatari della capitale. Da una mappa delle violenze pubblicata su “Le Monde“, Bujumbura appare ormai un teatro di guerra, dove ancora oggi continuano omicidi e lanci di granate.

Cosa fare, dunque, affinché nel 2016 si fermi la caduta nel baratro cominciata nel 2015? Pochi giorni fa l’editorialista Murithi Mutiga ha pubblicato un’interessante riflessione, sul giornale keniota Daily Nation, in cui si domanda cosa farebbe Julius Nyerere dinnanzi al Burundi di Pierre Nkurunziza. Il testo ci introduce pienamente nella storia e nel pensiero politico panafricano: nel 1978 Nyerere, padre fondatore della Tanzania e personalità tra le più importanti dell’Africa moderna al pari di Nelson Mandela, non esitò a inviare le sue truppe in Uganda contro il brutale Idi Amin Dada, preludio alla caduta e all’esilio in Arabia Saudita del dittatore. Ma quel gesto di Nyerere fu rivolto anche contro la politica non-interventista (dunque collusa) dell’Unione Africana di quei tempi, che riteneva di non dover entrare negli affari interni dei Paesi membri, rendendosi così, di fatto, inutile. Oggi, sostiene Mutiga nel suo articolo, l’attuale UA dovrebbe avere l’audacia che Nyerere dimostrò allora, altrimenti «soffrirà un imbarazzo mortale se in Burundi dovessero cominciare omicidi di massa».

 

 

5 years old. Happy Birthday African Voices!

1 Gen

African Voices was born on January 1 of 2010 with the goal of becoming a reference page for Africans in Africa and those who work in the Continent. But expectations have been surpassed by a growing demand both in Italy and in Africa and many other parts of the world starting with the US and South America, many African friends tell us that AV is well known in DR Congo, Kenya, Tanzania, South Africa, Ivory Coast, Egypt, Djibouti, Burundi and many other countries.

This can only be great satisfaction for me and for all the staff who worked on this page with great commitment, also if we are all volunteers and do not receive remuneration, to give readers the best news and different, perhaps closer to reality, of as they can or want to do the media blazoned.

In this 2015 we can claim to have seen and to be on whole territory in all its best and worst sides, starting by Ebola in West Africa and often interviewing one of the best biologists who work with MSF Italy. We have personally followed the developments in Egypt, the attacks in Somalia with real-time news. The attacks in Tunisia and Kenya, the controversial Zimbabwe and the profound crisis in Burundi.

We never leave anything, or at least we trying, searching to be closer to the voice of the people and not the rulers but sometimes the two are closer than we can imagine.

The year 2015 was also the year of the opening to new collaborations and collaborators. In fact, AV for 4 and a half years has been driven by a single person. Today there are collaborators, political activists and members of the diaspora living in South America.
Some who would not have the possibility to freely publish certain articles and information on certain countries without the risk of being imprisoned by dictators and accused of terrorism.

I can’t mention the countries where their work; their names could even be the nick name to protect their safety and that of the page itself, threats in these five years there have been.
But not only threats, there’s also many questions of publication by associations, NGOs, artists, writers, bloggers, politicians, musicians asking us to publish their pieces and their works and this can only please us, it means we’re doing a good job and we are followed by the right people.

The blog is going very well and only yesterday WordPress has recognized the good work done. The blog is open to everyone who wants to publish his article, given that there are up to 4000 people a day who follow it.
The site however is stopped by 2 years to my will, but in the early months of 2016 will take up life as it was made a partnership with the Angolan magazine by Jovens da Banda and the blog Africa Rising.
They are concerned with highlighting the efforts of young Angolan entrepreneurs and other African countries, giving voice to those who don’t have adequate financial resources, but have enormous will and capacity.

The site of AV is going to be transformed following the same philosophy of Jovens da Banda, treating the stories of the new African entrepreneurs in Italy and Europe and, if the contacts permit, even in the rest of the world.

Moreover, thanks to the international platform TRAVEL PARTNER, after two years of hard work and trade agreements, we are able, in January, to get out to the general public with a portal called AFRICAN VOICES TRAVEL able to publish tourist information and reservations on most African countries with thousands of hotels, safaris, tours, car rental and to short time, ethnic flights reservation.
Part of the profits from this activity will support the work of missions in Africa some of which we will do the names for total honesty.

So even for 2016 we have set goals very interesting and demanding that we will try to get for the good and the growth of our motherland, Africa.

Thank you and Happy New Year from the African Voices staff
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5 Anni. Buon Compleanno African Voices!!

1 Gen

Cinque anni di African Voices, siamo giovanissimi… !

African Voices nacque il 1 gennaio del 2010 con l’obiettivo di diventare una pagina di riferimento per gli africani in Africa e per chi lavora nel Continente. Le aspettative però sono state sorpassate da una richiesta sempre crescente sia Italia che in Africa e in molte altre parti del mondo cominciando da Stati Uniti e Sud America, Molti amici africani ci riferiscono che AV è molto conosciuta anche in RD Congo, Kenya, Tanzania, Sudafrica, Costa d’Avorio, Egitto, Gibuti, Burundi e molti altri paesi.

Questo non può che essere grande soddisfazione per me e per tutto lo staff che collabora a questa pagina con grande impegno, seppure siamo tutti volontari e non riceviamo remunerazioni economiche, per dare ai lettori le notizie migliori e diverse, forse più vicine alla realità, di quanto possono o vogliono fare i media blasonati

In questo 2015 possiamo affermare di aver visto e di esserci occupati del territorio in tutte le sue migliori e peggiori facce, cominciando dall’Ebola in West Africa e intervistando spesso uno dei più conosciuti biologi che opera con MSF Italia. Abbiamo seguito in prima persona le evoluzioni dell’Egitto, gli attentati in Somalia con informazioni in tempo reale. Gli attentati in Tunisia e Kenya, il controverso Zimbabwe e la profonda crisi del Burundi.

Non abbiamo mai tralasciato nulla o almeno ci proviamo, cercando di essere sempre più vicini alla voce del popolo che non dei governanti anche se a volte le due cose sono più vicine di quanto possiamo immaginare.

L’anno 2015 è stato anche l’anno dell’apertura a nuove collaborazioni e collaboratori. Infatti, AV per 4 anni e mezzo è stato guidato da una persona sola.  Oggi invece ci sono collaboratori, attivisti politici e membri della diaspora che vivono anche oltre oceano, alcuni che non avrebbero possibilità di pubblicare liberamente certi articoli e informazioni su alcuni paesi senza il rischio di essere incarcerati dai dittatri e accusati di terrorismo.

Non cito i paesi da cui loro collaborano e nemmeno i loro nomi seppure potrebbero essere dei nick name per proteggere la loro sicurezza e della pagina stessa che, minacce in questi 5 anni non sono mancate.
Ma non solo minacce, arrivano anche tante domande di pubblicazione da parte di associazioni e ONG, artisti, scrittori, blogger, politici, musicisti chiedendoci di pubblicare i loro pezzi e le loro opere e questo non può che farci piacere, vuol dire che stiamo facendo un buon lavoro e che siamo seguiti dalla gente giusta.

Anche il blog sta andando molto bene e solo ieri WordPress ci ha riconosciuto il buon lavoro svolto. Il sito invece è fermo da 2 anni per mia volontà, ma nei primi mesi del 2016 riprenderò vita in quanto è stata fatta una partnership con la rivista angolana Jovens da Banda e il blog Rising Africa.
Loro si occupano di mettere in evidenza gli sforzi dei giovani imprenditori angolani e di altri paesi africani, dando voce a coloro che non hanno risorse economiche adeguate, ma hanno enorme volontà e capacità.

Il sito di AV sta per essere trasformato sulla stessa filosofia di Jovens da Banda, trattando le storie dei nuovi imprenditori africani in Italia ed Europa e, se i contatti ce lo permettono, anche nel resto del mondo.

Inoltre, grazie alla piattaforma internazionale TRAVEL PARTNER, dopo due anni di costruzione e accordi commerciali, siamo in grado, a Gennaio, di uscire al grande pubblico con un portale turistico chiamato AFRICAN VOICES TRAVEL in grado di pubblicare e informazioni turistiche e prenotazioni sulla maggior parte dei paesi africani con migliaia di hotel, safari, tours, noleggio auto e a breve prenotazione voli etnici.
Parte dei profitti di questa attività andranno a sostenere il lavoro di qualche missione in Africa di cui faremo i nomi per totale onoestà.

Insomma, anche per il 2016 ci siamo posti degli obiettivi interessanti e molto impegnativi che cercheremo di colmare per il bene e la crescita della nostra terra madre, l’Africa.

Grazie e buon Anno dallo staff di African Voices
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‘Burundi’s situation is NOT, or will it ever be, another Rwanda’. Speech of an expert to American senat

12 Dic

Burundian people discovered that any leader can be good or bad regardless whether he is Hutu or Tutsi. Now the majority of Hutu and Tutsi know that they have the same destiny and therefore must struggle together and celebrate what they have together. This shared struggle that both Hutu and Tutsi now experience is, however, endangered by a small number of older people who retain vivid memories of ethnic hate the violence it spewed. These few sadly try to embed their fears among younger generations. Our hope is that newer generations – today’s young people and their children and grandchildren – will remain united and refuse to inherit the dangerous ideology of the past.

The concept of genocide is being invented in minds of the opposition to show that the situation is
chaotic and they therefore call for external military intervention. As Michael Broache of the University of Tampa and Kate Cronin-Furman of Stanford University noted in the Washington Post on November 15, Burundi’s situation is “not, or will it ever be,another Rwanda.
It’s critical that atrocity prevention efforts take seriously the specific context in which violence is unfolding. Crying ‘genocide‘ instead of calling it what it is – political violence, with the possibility of escalating into crimes against humanity – does nobody any favors, least of all the
victims. In response to calls for military intervention, Patrick Hajayandi of the Institute for Justice and Reconciliaton wrote in the Daily Maverick on the same date that “Foreign military intervention could potentially cause a tense situation to become incendiary. A military
intervention is likely to radicalize both parties, and pit them against each other, creating an allout civil war.”

 

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Les medias, la rhétorique du génocide et les prophètes du conflit ethnique au Burundi

3 Dic

Tous ceux qui s’intéressent aux dynamiques socio-politiques des pays d’Afrique centrale connaissent – ou sont supposés connaitre – le rôle néfaste que peuvent jouer certains medias dans les pays en conflit, comme au Rwanda, au Burundi, ou en ex-Yougoslavie, où ils ont nourri la haine et les divisions et ils ont servi d’outil de propagande des groupes antagonistes et d’instrument d’incitation à la violence de masse.

“Les medias de la haine(1)”– voici comment ont été étiquetés ces moyens d’information qui, manipulés par des groupes liés au pouvoir et au service d’intérêt personnels, sont devenus des vecteurs de guerre et ont contribué à l’escalade de crises sanglantes.

«D’une façon générale, on constate aujourd’hui que l’issue des guerres et des conflits dépend plus que jamais de la maîtrise de l’information et de la communication»(2) – estime Renaud de la Brosse.

Les medias sont des instruments puissants qui peuvent être créés, utilisés et manipulés pour orienter l’opinion publique et façonner la perception d’une crise ou d’un conflit. Les radios, en particulier, recouvrent un rôle primaire comme instrument d’information et, par conséquent, comme instrument de manipulation et désinformation, surtout dans des pays où la presse écrite n’est pas encore largement répandue.

«En faisant appel aux “bons vieux procédés” – notamment en réveillant les instincts les plus primaires et en véhiculant des archétypes culturels ou “clichés” – des médias préparent et contribuent parfois au déclenchement de guerres sanglantes : les récents exemples de l’ex-Yougoslavie et du Rwanda, pour ne prendre que les cas les plus extrêmes, sont là pour nous rappeler que les médias peuvent être des vecteurs de guerre et que, bien souvent, la guerre médiatique précède la “vraie guerre”(3)» – ajoute encore de la Brosse.

L’exemple du Burundi
Au Burundi, avant et pendant la guerre de 1993, les medias ont été au cœur de la crise politique. Crées et manipulés par des hommes politiques et des groupes liés au pouvoir, ils ont attisé la haine et la peur, ils ont nourri l’écart entre « nous » et « les autres », incitant ainsi à la violence.

La diffusion d’alarmismes, menaces, prémonitions, adressés à la population et utilisés à des fins politiques ou de visibilité médiatique peut avoir des conséquences plus graves de ce que l’on peut imaginer, et la plume d’un journaliste peut facilement se tacher de sang. Cela ne concerne pas seulement les medias locaux, mais aussi la presse internationale qui souvent, lorsqu’il s’agit de questions « ethniques », subit l’influence de clichés et préjugés ayant du mal à sortir des ornières de l’exotisme. Les journalistes courent le risque d’adopter – consciemment ou inconsciemment – les d’idéologies propagées par des lobbies internationaux, par l’un ou l’autre groupe antagoniste, sympathisant ainsi pour l’un des acteurs en jeu en fonction de la manière dans laquelle les informations sont « sélectionnées ». Et voilà comment un reportage peut forger et modifier la réalité sur le terrain, manipulant ainsi l’information.

L’historien et expert du Burundi Jean-Pierre Chrétien reporte(4) à ce propos un exemple éloquent : au cours des mois de mars et avril 1995 à l’occasion du premier anniversaire du génocide rwandais des journalistes débarquaient au Burundi pour filmer ce qui, pour eux, allait bientôt s’avérer : un « deuxième génocide » après celui du Rwanda. Mais le Burundi n’était pas et il n’est pas le Rwanda, et en 1993 il y a eu une guerre civile et pas un génocide. Néanmoins, une telle attitude a été malsaine dans la mesure où les mots ont un impact sur la réalité, comme le témoigne A. Ould Abdallah(5) qui, durant la première partie de la guerre civile burundaise, était le Représentant spécial du Secrétaire général des Nations unies Boutros Ghali au Burundi:

«En disant et en répétant sur toutes les antennes du monde que le Burundi allait “exploser”, qu’il fallait “faire quelque chose”, que le “compte à rebours” avait commencé, que le pays était au “bord du gouffre”, qu’on s’apprêtait à y commettre un “second génocide”, qu’un génocide au “compte-gouttes” était déjà en cours. Toutes ces prises de parole, irresponsables ma crédibilisé par le génocide de 1994 au Rwanda, et surtout par la légitimité du bon humanitaire à laquelle les medias succombent si facilement, ont énormément nui au Burundi en le déstabilisant chaque jour en peu plus (…). En jouant les Cassandres, alors qu’une blouse blanche ne faisait d’eux ni des prophètes ni des analystes politiques avisés, ils ont accrédité l’idée que le pire était certain. Le monde extérieur a renvoyé au Burundi une image haineuse d’eux-mêmes, au risque qu’ils d’y conforment».

De cet extrait nous pouvons en tirer plusieurs réflexions. Tout d’abord, la tendance à comparer le Burundi au Rwanda, deux pays très différents dans leur structure politique et sociale mais qui continuent, à tort, d’être considérés comme des pays « jumeaux ». Ensuite la facilité par laquelle journalistes, bloggeurs, etc., donnent des analyses et des prévisions d’un pays dont ils s’intéressent essentiellement lorsque une crise est en cours, ou un « exotique » massacre ethnique est supposé imminent, et où probablement ils n’ont pas mis les pieds auparavant. Enfin, certains narrateurs, en donnant crédit à la thèse qu’un génocide et/ou un massacre ethnique est sur le point d’avoir lieu, renvoient aux populations intéressées une image néfaste d’elles-mêmes. Dans un contexte proie de l’instabilité, de la peur, de la frustration et de la violence, les évocations et les rappels à des éventuels génocides et massacres inter-ethniques finissent par créer un faux ennemi, un bouc-émissaire, alimentant la méfiance et la suspicion à l’égard de l’ « autre ». Dans un contexte déjà empoisonné, la manipulation de l’information et l’évocation médiatique du même scénario produisent une mise en scène de la narration et contribuent à la création de la réalité, avec le risque que les populations intéressées s’y identifient et s’y conforment.

Les politiciens créent des prototypes afin de garder ou de conquérir le pouvoir, et lorsqu’ils ont le contrôle des moyens d’information, ils les utilisent en tant qu’instruments de lutte. Les medias locaux deviennent ainsi des instruments de violence. Les medias internationaux, de leur côté, peuvent devenir inconsciemment un outil des acteurs en conflit, s’interdisant une analyse lucide et objective. Il arrive parfois qu’ils reprennent la propagande d’une des parties en lutte, participant à la reproduction du conflit et nourrissant l’instrumentalisation politique.

Tous ceux qui écrivent sur des contextes sensibles portent sur leurs épaules le poids d’une grande responsabilité, avec laquelle ils doivent faire les comptes. Il s’avère alors nécessaire de soupeser consciemment les mots:

 Tzeu lou dit : Si le prince de Wei vous attendait pour régler avec vous les affaires publiques, à quoi donneriez-vous votre premier soin ? – A rendre à chaque chose son vrai nom – répondit le Maître. Vraiment ? – répliqua Tzeu lou. Maître, vous vous égarez loin du but. A quoi bon cette rectification des noms ? Le Maître répondit : Que tu es rustre ! Un homme honorable se garde de se prononcer sur ce qu’il ignore(6)» .

Les medias burundais et les medias internationaux
En 1993 les medias burundais étaient très politisés. Comme le dit de la Brosse, ils ont commencé la guerre avant la “vraie guerre”, alimentant le conflit et exacerbant les antagonismes politiques. Le scenario médiatique du Burundi de l’ « après-guerre », par contre, a était très diffèrent, et a vu une prolifération de medias privés jouissants d’une certaine autonomie du pouvoir central. Radios et journaux ont embrassés le pluralisme, défendu le droit à s’exprimer librement, propagé une idéologie pacifiste et contribué largement à la diffusion de valeurs démocratiques.

Aujourd’hui, malgré la fermeture des medias privés à cause de la crise politique en cours, les journalistes résistent, et font recours à d’autres canaux d’informations, comme les réseaux sociaux, devenant ainsi l’emblème d’un Burundi libre et libéré, le rempart de la parole publique, du droit à critiquer, du droit à dénoncer et à s’informer. Le travail des journalistes burundais, hutu et tutsi, a favorisé la réconciliation ethnique, et les medias se sont dressés pour la défense de la citoyenneté contre l’ethnicité, de l’unité des burundais contre les tentatives de divisions et manipulations(7) .

«Les radios ont donc œuvré à développer l’esprit critique et les réflexes citoyens en confrontant la population à des positions diversifiées et parfois contradictoires sur les ondes. Dénonçant les abus, posant des questions audacieuses aux responsables politiques, rompant le silence autour de certains sujets tabous, elles ont remporté la confiance des auditeurs et changé la face de ce pays en renforçant le processus démocratique» – écrit Eva Palmas(8).

Si on déplace le regard sur les medias internationaux en général, et plus particulièrement sur ceux italiens, on constate des dynamiques différentes de celles décrites plus haut et, parfois, contrastés. Certains medias, en fait, sont encore imbibés d’anciens clichés et continuent à confondre et comparer encore trop souvent le Burundi et le Rwanda.

D’un côté, on a l’impression que la majorité des medias internationaux les plus connus qui suivent la crise burundaise gardent une certaine prudence quant à l’usage d’un langage médiatique excessivement ethnicisant, qui peut donner lieu à des grossières généralisations. Des medias comme Jeunes Afrique(9) , RFI(10) , VOA(11) , Libération(12) demeurent prudents quand il s’agit d’employer le mot « génocide » ou de traiter des questions concernant les rivalités ethniques et l’ethnicité. Si on donne un aperçu rapide aux principaux articles parus sur les sites internet de ces medias (voire les liens dans les notes en bas de page) on peut remarquer qu’aucun d’eux ne se fait tenter par des lectures ethnistes de la crise burundaise actuelle. Néanmoins, on peut parfois repérer des rappels à l’ethnicité dans quelques articles qui font référence à un éventuel danger de massacre ethnique à grande échelle(13), ou qui reportent les déclarations de quelques burundais de la diaspora(14), comme celles excessivement alarmistes de David Gakunzi(15) . Heureusement, ce genre de références restent plutôt circonscrites, et elles ont émergées suite aux déclarations « incendiaires » du Président du Senat burundais(16). Mais la crainte du « spectre rwandais » a vite été estompée par des chercheurs et des journalistes européens et burundais (ainsi que par des simples citoyens burundais qui sont très actifs sur les réseaux sociaux) qui se sont opposés à un usage trop superficiel du mot « génocide ».

L’historienne et experte du Burundi, Christine Deslaurier estime que:

«les éléments verbaux font effectivement référence au génocide, mais il n’y a pas de préparation à un tel crime de masse. La rhétorique ethnique ne prend pas auprès de la population. Les Burundais sont méfiants de se voir montés les uns contre les autres en fonction de leur appartenance»(17).

D’après Thierry Vircoulon, chercheur à International Crisis Group, ces discours sont

«révélateurs d’une mentalité passéiste, plus du tout en phase avec ce que pense la population»(18).

Le chercheur burundais, Nicolas Hajayandi estime:

«The spread of such alarmist rhetoric can undermine the chances for a diplomatic resolution to Burundi’s current political problems, and further instigate tension in an already volatile situation. A more careful and nuanced approach is necessary, if we refer to the rhetoric of an incipient genocide (…).International actors declaring the launch of a genocide, when the realities on the ground speak to a low intensity conflict, could become complicit in adding flames to situation that can still be contained. The political maturity of Burundians is evident in their resistance to political manipulation»(19) .

Mais déjà quelque mois avant, en avril 2014, le journaliste burundais Roland Rugero, appelé à ce

«que l’on cesse donc de jouer sur les mots, sur les peurs, en présentant le Burundi comme un pays où une milice hutu est armée par un pouvoir hutu … pour s’en prendre à la minorité tutsi».

Et écrivait:

«Quand on parle de génocide au Burundi (comme partout ailleurs), ce n’est pas un gouvernement qui est humilié, ni un parti, encore moins une ethnie. C’est ce peuple entier, lui qui se prépare par exemple à commémorer pour la 42ème année, un autre génocide. C’est comme si, après tous ces temps, les Burundais n’avaient rien appri ».

Les medias italiens
En Italie, par contre, où la couverture médiatique de la crise burundaise est faible, hormis peu d’analyses(20) la plupart des journaux et sites d’information continuent d’utiliser la rhétorique ethnique comme la principale clé de compréhension des dynamiques politiques du Burundi. Non seulement des titres alarmistes propagent l’idée de l’imminence du génocide(21), d’une planification du génocide(22) (dont on arrive même à dire qu’on est en train d’assister à des « répétitions générales »), là où la majorité des journaux internationaux se limitent à l’usage plus approprié de
« guerre civile », mais certains journalistes arrivent même à déclarer que le génocide serait déjà en marche(23) , que des «bandes armés de paysans hutu circulent déjà à l’intérieur du pays(24)». La comparaison avec le voisin rwandais est à l’ordre du jour(25), alors que plusieurs chercheurs ont toujours mis en garde sur le risque de «confondre le Burundi et le Rwanda(26)». Par ailleurs, l’évocation sans arrêt d’une menace présumé des FDLR(27) (Front de Libération Rwandais) est en train de déboucher sur une véritable «invention médiatique»: le Président Nkurunziza aurait été défenestré et le pouvoir serait dans les mains des FDLR, alors que lui, le pauvre ex-Président nagerait en plein délire sous l’emprise de substances psychoactives et loin de la capitale(28).

Ces déclarations sont le produit d’un esprit plein d’imagination, et prennent de l’ampleur à cause du manque d’une contre-information fiable, vue la faible attention portée sur les pays d’Afrique sub-saharienne par les medias italiens. Le risque est que une telle désinformation circule rapidement, se reproduit, rebondit, nourrissant l’image d’une Afrique en proie de luttes tribales, une image stéréotypée qui continue d’être évoqué par des « analystes » dissociés des réalités africaines. Si faisant les medias au lieu d’avoir un rôle neutre, deviennent acteurs du conflit en cours.

La responsabilité des medias et l’importance d’appeler chaque chose par son nom. 
Le 29 octobre, Reverien Ndikuriyo, Président du Senat avait « exhorté les élus locaux à travailler en synergie avec les forces de sécurité dans leurs quartiers afin de traquer sans répit les insurgés », empruntant un registre lexical très proche du langage des medias rwandais qui avaient incité au génocide des tutsi au Rwanda(29) . Peu après, le 2 novembre, Pierre Nkurunziza, le chef de l’Etat, exhortait les forces de l’ordre «à utiliser tous les moyens disponibles» afin de traquer tout détenteur d’armes, considérés comme «des criminels, passibles de la loi antiterroriste, [qui] seront combattus en tant qu’ennemis du pays»(30) .

Ces déclarations ont rappelé les fantômes des années 1990 et mis en alerte la communauté internationale sur le risque réelle d’une guerre civile. Un risque qui, en réalité, était évident dès le déclenchement des premières manifestations anti-troisième mandat (31) et avant même celles-ci.
Afin de comprendre ce qui se passe au Burundi il faudrait interroger d’un côté le langage utilisé par le pouvoir et la stratégie politique adoptée, de l’autre ce qui se passe réellement entre les forces politiques sur le terrain, où l’extermination d’une ethnie n’est pas la réalité étant donné que les arrestations, les déportations arbitraires, les meurtres concernent tout opposant politique, sans distinctions ethniques. Ceci est d’autant vraie que des personnalités tutsi influentes font partie et supportent le régime de Nkurunziza, et occupent des places importantes. En s’interrogeant sur cette divergence entre mots et actions du régime on pourra mieux comprendre la stratégie politique du Cndd-Fdd et montrer comment tous ceux qui se prêtent à un usage médiatique de l’ethnicité ne font que participer au jeu du régime burundais.

Ces aspects seront analysés plus tard dans un prochain article qui s’occupera plus dans les détails de la crise burundaise.

L’usage inopportun du terme “génocide” peut donc se révéler dangereux, et ceux qui en paient le prix ce sont les milliers de citoyens innocents qui vivent à la merci des déclarations des politiciens, des rumeurs, des (des-)informations qui rebondissent ici et là, avec le risque qu’à la peur d’un régime sanguinaire s’ajoute la méfiance et la paranoïa pour le voisin de maison, le camarade à l’école, le collègue au travail, etc.
Il peut aussi s’avérer que l’idéologie du pouvoir soit rattrapée et réutilisé par l’opposition au service d’objectifs différents. Un cas emblématique est celui de Charles Nditije, président du parti Uprona (aile non reconnue par le pouvoir) qui, suite aux déclarations incendiaires du gouvernement burundais a déclaré publiquement qu’un génocide est en cours au Burundi(32). Il faisait référence aux assassinats des membres de l’opposition, mais il a instrumentalisé un concept sans interroger sa portée.

Le résultat de tout cela est que les gens s’inquiètent et se sentent déroutées. Voici ce que un jeune habitant de l’un des quartiers contestataires de Bujumbura m’a écrit à ce propos:

«avec les Accords d’Arusha et la fin de la guerre civile nous les burundais vivions en symbiose et en parfaite entente. Mais avec cette crise le régime a, dès le début, toujours voulu en faire une question d’ordre ethnique, mais sans succès, en disant que la société civile et les medias sont à la tête des manifestations et que le mouvement anti-troisième mandat est guidé par les tutsi contre le régime hutu. Ce qui fait peur c’est que comme il n’y a plus de medias privés et société civile forte pour tempérer les choses maintenant j’ai peur que ce discours de haine du gouvernement puissent avoir un écho favorable dans les campagnes à cause de l’analphabétisme».

Il y a quelques semaines, un ami qui a récemment quitté le Burundi m’a avoué:

«Maintenant nous avons peur. Le régime fait de plus en plus usage d’un discours ethnique, il est dans la provocation. Je sais que dans la rébellion il y a tout le monde, et que ceux qui meurent sont des tutsi comme des hutu, mais jusqu’à quand les burundais vont résister à ça ? Les blessures de la guerre sont encore là il ne faut pas qu’on se trompe, et la peur a le dessus.

Et il y a peu de temps le journaliste Roland Rugero écrivait sur facebook que

«la rhétorique du génocide en vue nourrit l’ethnicisation du conflit».

Voilà les dynamiques qui s’avèrent au sien d’une société frappé par plusieurs vagues de violence. Voilà pourquoi les medias ont un rôle important et portent une énorme responsabilité.

Avant d’utiliser l’ethnicité comme la clé explicative de toute crise en Afrique sub-saharienne il faut y réfléchir à maintes reprises. La globalisation de l’information a à la fois des effets positifs et négatifs, comme toute chose. Les journalistes ont le devoir d’être prudents, de vérifier et de croiser leurs sources. Les lecteurs sont inondés de toute sorte de données, et se trouvent face à l’exigence de devoir attentivement sélectionner les sources d’informations.

Valeria Alfieri
phd Sorbonne, Paris

______________________________________________________________________________________________________

1 http://www.editionsladecouverte.fr/catalogue/index-Les_m__dias_de_la_haine-9782707124517.html
http://www.courrierinternational.com/article/2003/12/11/les-medias-de-la-haine-enfin-condamnes

2 http://archiv2.medienhilfe.ch/topics/delabrosse/RSFHaine.pdf

3 Ibidem

4 CHRETIEN, J-P., Burundi, la fracture identitaire. Logiques de violence et certitudes « ethniques », Karthala, Paris, 2002.

5 De 1968 à 1985, il a occupé plusieurs postes au niveau ministériel au sein du gouvernement mauritanien, y compris celui de ministre des affaires étrangères. Il a également été ambassadeur de la Mauritanie en Belgique, au Luxembourg, aux Pays-Bas, auprès de l’Union européenne et aux États-Unis. Entre 1985 et 1993, Ould-Abdallah il a travaillé comme conseiller auprès du Secrétaire général des Nations unies sur les questions liées à l’énergie et sur les questions africaines. De 1993 à 1995, il a travaillé comme Représentant spécial du Secrétaire général Boutros Boutros-Ghali au Burundi. En 2002, après avoir été Directeur exécutif de la Coalition Mondiale pour l’Afrique, un forum intergouvernemental, il est nommé par le Secrétaire général Kofi Annan, Représentant Spécial pour l’Afrique de l’Ouest. Cet extrait, reporté par Jean-Pierre Chrétien (op.cit.), est tiré de son ouvrage La Diplomatie Pyromane : Burundi, Rwanda, Somalie, Bosnie… : Entretiens avec Stephen Smith, Calmann-Levy, Paris, 1997.

6 Extrait des Entretiens, une compilation de discours de Confucio.
7 Lire les travaux de Eva Palmas e Marie-Soleil Frère.
8 PALMAS, E. “Les medias face au traumatisme électorale au Burundi”, in Politique Africaine, vol.1, n.97, 2005
9  http://www.jeuneafrique.com/pays/burundi/
10 http://www.rfi.fr/recherche/?Search%5Bterm%5D=burundi&Search%5Bpage%5D=1&Search%5Bfilters%5D%5B0%5D=TypeArticle%3Bdoctype%3Barticle%3BArticle
11 http://m.voaafrique.com/s?k=burundi&pi=2
12 http://www.liberation.fr/recherche/?q=burundi

13 http://www.lemonde.fr/afrique/article/2015/11/09/burundi-plusieurs-morts-lors-des-operations-de-ratissage-ordonnees-par-le-pouvoir_4805794_3212.html
http://www.lefigaro.fr/vox/monde/2015/11/10/31002-20151110ARTFIG00126-le-risque-croissant-d-un-genocide-au-burundi.php
http://www.lemonde.fr/afrique/article/2015/11/08/burundi-les-opposants-fuient-la-capitale-sept-personnes-tuees_4805309_3212.html?xtmc=burundi&xtcr=10

14 http://www.liberation.fr/planete/2015/11/04/au-burundi-c-est-un-genocide-qui-a-commence_1411086
15 http://www.opinion-internationale.com/2015/06/17/un-genocide-se-prepare-entretien-avec-david-gakunzi_35509.html
16 http://www.internazionale.it/opinione//2015/11/11/burundi-violenze
17 http://www.lepopulaire.fr/france-monde/actualites/a-la-une/on-en-parle/2015/11/13/burundi-le-spectre-du-genocide_11661722.html
18 http://www.lepopulaire.fr/france-monde/actualites/a-la-une/on-en-parle/2015/11/13/burundi-le-spectre-du-genocide_11661722.html

19 http://www.dailymaverick.co.za/article/2015-11-15-op-ed-dealing-with-increasing-insecurity-in-burundi/#.VlizwHYvfIW
20 Voir les réflexions de l’anthropologue Marta Mosca, mettant en évidence la complexité du contexte socio-politique burundais: http://www.qcodemag.it/2015/09/20/la-complessita-sociale-del-burundi/ ; la contribution originale de l’anthropologue Giovanni Gugg: http://frontierenews.it/2015/06/costruire-la-democrazia-in-burundi-una-lezione-anche-per-leuropa/ ; et les articles très équilibrés publiés sur le site Il Post: http://www.ilpost.it/2015/11/12/burundi-ruanda-genocidio/
21 “milizie FDLR e Imbonerakure, coadiuvate da forze di polizia e bassa manovalanza hutu arruolata nelle scorse settimane nelle campagne con fiumi di birra e magnifiche promesse, starebbero preparando in queste ore l’attacco definitivo ad alcuni quartieri della capitale del Burundi Bujumbura (Nyagabiga, Murakura, Cibitoke, Ngagara), alla ricerca selettiva di cittadini burundesi di etnia tutsi” (trad : les milices FDLR et les Imbonerakure, ensemble avec la police et des paysans hutu recrutés dans les campagnes et attirés par des litres de bière et beaucoup de promesses, sont en train de préparer l’attaque définitif à certains quartiers de la capitale du Burundi (Nyagabiga, Murakura, Cibitoke, Ngagara), où ils cherchent de manière sélective tout citoyen d’ethnie tutsi) – Andrea Spinelli Barrile sur Africa-express: http://www.africa-express.info/2015/11/07/burundi-sullorlo-del-baratro-si-rischia-un-nuovo-genocidio-africano/; “Le violenze che nelle ultime settimane stanno attraversando il Burundi potrebbero essere il preludio del ripetersi del peggior misfatto della storia africana recente. Parliamo del genocidio nel vicino Ruanda, che, nel 1994, provocò nell’arco di tre mesi lo sterminio di 800mila tra tutsi e hutu moderati” (trad: Les violences qui frappent le Burundi dernièrement pourraient être le prelude à l’un des pires tragédies de l’histoire africaine contemporaine. C’est-à-dire le génocide rwandais de 1994, qui a donné la mort à plus de 800mille personnes, tutsi et hutu modérés) – Marco Cochi su http://www.eastonline.eu/it/opinioni/sub-saharan-monitor/sulla-crisi-in-burundi-si-allunga-lo-spettro-del-genocidio

22 “La necessità di mantenere il potere viene identificata ormai chiaramente nella necessità di eliminare tutti i tutsi, considerati -a torto- l’unica fonte di resistenza popolare. Anche se più rozza e meno organizzata di quella ruandese la preparazione della ‘Soluzione Finale‘ non è stata improvvisata. Durante i primi due mandati come Presidente, Nkurunziza ha segretamente pianificato l’orribile evento” (trad: la nécessité de garder le pouvoir s’identifie avec celle d’éliminer tous les tutsi considérés, à tort, comme les seuls opposants au pouvoir. Bien que moins organisée de celle rwandaise la « solution finale » n’a pas été improvisée. Pendant ses deux mandats le Président Nkurunziza a secrètement planifié ce terrible événement) – da Fulvio Beltrami su L’Indro: http://www.lindro.it/burundi-kora-kora-prove-generali-del-genocidio/

23 “Da ieri sera è scattato il piano di genocidio in alcune zone del Burundi, nella fattispecie nella capitale, mentre non sono certe le informazioni relative a massacri che vi sarebbero state nel resto del Paese. Gli ordini sono chiari: sterminare tutti i tutsi e gli oppositori hutu assieme alle loro famiglie” (Trad: Depuis hier soir a commencé le plan de génocide dans certains zones du Burundi, en particulier dans la capitale. Les informations sur les massacres à l’intérieur du pays, par contre, ne sont pas encore vérifiables. Les ordres sont clairs : exterminer tous les tutsi et les opposants hutu avec leurs familles) – Fulvio Beltrami sur L’Indro: http://www.lindro.it/burundi-iniziato-il-genocidio/
24 Fulvio Beltrami su L’indro: http://www.lindro.it/burundi-kora-kora-prove-generali-del-genocidio/6/

25 Déjà au début de la crise, au mois de mai 2015, une journaliste italienne comparait la situation du Burundi au génocide rwandais: “Burundi violence has worrying similarities to 1994 Rwanda genocide”, Ludovica Iaccino su ibtimes: http://www.ibtimes.co.uk/focus-burundi-violence-has-worrying-similarities-1994-rwanda-genocide-1501318.
26  http://www.jeuneafrique.com/277672/politique/jean-pierre-chretien-ne-pas-tomber-dans-le-piege-dun-amalgame-entre-burundi-et-rwanda/ 27 http://www.lindro.it/chi-comanda-in-burundi/
28 www.lindro.it/burundi-nkurunziza-controlla-ancora-il-paese/#sthash.UFNG7aSE.dpuf 28
http://www.jeuneafrique.com/277636/politique/burundi-appels-a-la-haine-et-ultimatum-a-hauts-risques/
29 http://www.jeuneafrique.com/277636/politique/burundi-appels-a-la-haine-et-ultimatum-a-hauts-risques/
30 http://www.jeuneafrique.com/277636/politique/burundi-appels-a-la-haine-et-ultimatum-a-hauts-risques/
31 http://frontierenews.it/2015/05/il-burundi-tra-speranze-democratiche-e-il-rischio-di-una-nuova-guerra-civile/ https://africanvoicess.wordpress.com/2015/05/11/violenza-e-democrazia-il-paradosso-dellemancipazione-socio-politica-dei-giovani-burundesi/
32 Charles Nditije: « La priorité, c’est que la communauté internationale se mobilise pour envoyer rapidement des forces pour [stopper] ce génocide qui est en cours »,
http://www.rfi.fr/afrique/20151116-burundi-pouvoir-opposition-division-declaration-obama-nditije-nyamitwe?ns_campaign=reseaux_sociaux&ns_source=FB&ns_mchannel=social&ns_linkname=editorial&aef_campaign_ref=partage_aef&aef_campaign_date=2015-11-16

 

Burundi. Témoignages oculaires sur la présence des mercenaires.

16 Nov

Apres avoir publié le courrier confidentiel du commandant FDLR Colonel Kabuyoya adressé au Pasteur Pierre Nkurunziza, ancien président du Burundi, .nous allons à publier une série de témoignages parvenues par plusieurs fonts d’information au Burundi : activiste de la société civile, bloggeurs, journalistes, militaires et policiers que ont refusés de massacrer la population et ils on déserté. Tous témoignage parlent de la présence du groupe terroriste rwandais Force Démocratique de Libération du Rwanda (FLDR) comme aussi des mercenaires d’origine Somalien, Congolais et Angolaise. Nous avons pas suffisent information pour comprendre si les mercenaires somalien font part du groupe terroriste Al-Shabaab ou des outres miliciens que sont actives en Somalie. La présence des mercenaire somaliens a été attribuée aux contacts prises par les commandants FDD au moment de leur service chez la force de paix AMISOM en Somalie. Selon nos informations le Président congolais Joseph Kabila aurais envoyé en support du régime illégale des miliciens du est de la DRC nominées Mai Mai. La présences des mercenaires est due à cause des milliers des dissertions parmi les soldat comme aussi les policiers. Un phénomène si grande que le gouvernement illégitime refuse d’aborder l’argument.

Voilà le résumé des plusieurs témoignages toutes protégés par l’anonymat pour évidentes mesures de sécurité.

Fulvio Beltrami
Journaliste indépendant
Kampala Uganda.
@Fulviobeltrami

“Depuis quelques jours à Bujumbura des mercenaires étrangers en tenues policières et militaires se font de plus en plus voir au grand jour soit sur les positions des forces de l’ordre, dans les Pickups (camionnettes) gardant certaines autorités ainsi que dans la garde rapprochée des plus hautes autorités du pays dont la garde de l’ancien Chef de l’Etat en personne.”

“Ces mercenaires se font surtout remarquer par leur méconnaissance flagrante de la langue officielle du Burundi, soit le Kirundi. Ils vous répondront invariablement soit en Swahili, Kinyarwanda (la langue parlée au Rwanda) ou en Anglais.”

Ces mercenaire ont été signalés aux endroits suivants:

– Pont Muha (Route Rumonge et Avenue du Large) après les heures de pointe du soir 18-19h soit en début de nuit.

– Pont Ntahangwa ( Mutanga) où ces mercenaires sont signalés en début de soirée. Sur ce pont, ces mercenaires en tenue de la Police Burundaise sont signalés été les plus brutaux et les moins courtois. Avec beaucoup de brutalité gestuelle et verbale, ils fouillent à 3 ou 4 chaque voiture qui passe.

Quartier Ngagara. L’Ancien Camp de Police Municipal abrite des centaines des miliciens FDLR (ex Interahamwe) et de mercenaires aux nationalités inconnues. Ce camp, qui officiellement abrite les policiers chargés de la protection des Institutions et du Chef de l’Etat (API et BSPI), regorge de ces mercenaires. Les témoignages proviennent des autres policiers habitant le même camp policier qui ont desertè.”

Des mercenaires d’origine Angolaise, Somalienne et Rwandaise constituaient la garde rapprochée de Pierre Nkurunziza.

“Quartier Musaga la semaine dernière. Deux FDLR Interahamwe en tenues militaires égarés à Musaga ont été remarqués par la population. Interrogés par la population, les deux Interahamwe se sont exprimés en Kinyarwanda et en Swahili. Voyant sur le point d’être appréhendés par la population (doutant de leurs identités et de leurs missions) pour être remis aux autorités compétentes, ils ont préféré s’enfuir. Le premier a pu s’enfuir. Quant au deuxième, il a été abattu par une patrouille de la Police en Pickup alertée par une foule faisant prisonnier ce mercenaire. La patouille après a subit des sérieuses problèmes car le mot d’ordre donné par le gouvernement es de ne permettre en aucun cas qu’un mercenaire ne soit arrêté, enregistré ou photographié.”

“Station Katigati. Vendredi 13 novembre 2015. Une Pickup de marque américaine CHEVROLET (PLAQUE du Congo – RDC) de couleur ROUGE s’est immobilisée au niveau de cette station. Ses occupants étaient gardés par un Pickup de la Police Nationale avec à son bord des FDLR Interahamwe et d’autres mercenaires de nationalités inconnues au nombre de 10 en tenues policières.”

Les FDLR reponderais au leur meme mais les mercenaires seront sur le commande du Major Désiré Uwamahoro.

Burundi. Testimonianze oculari della presenza di terroristi ruandesi e mercenari.

16 Nov

Dopo aver pubblicato la corrispondenza confidenziale del comandante FDLR il Colonnello Kabuyoya indirizzata al pastore Pierre Nkurunziza (ex presidente ora al potere illegalmente), pubblichiamo di seguito una serie di testimonianze inviate da diverse fonti di informazione dal Burundi: attivisti della società civile, bloggers, giornalisti, militari e poliziotti che hanno rifiutato di massacrare la popolazione e hanno disertato. Tutte le testimonianze concordano sulla presenza del gruppo terroristico ruandese Forze Democratiche di Liberazione del Rwanda (FDLR) ma anche di mercenari di origine somala, congolese e angolana. Per quanto quanto riguarda i mercenari somali non abbiamo sufficienti informazioni per comprendere se si tratta di miliziani imprestati dal gruppo terroristico Al-Shabaab o dai Signori della Guerra ancora operativi nel paese. La presenza di mercenari somali è da attribuire a dei contatti presi dai comandanti FDD durante il loro servizio presso la forza di pace AMISOM in Somalia. Secondo nostri informatori il presidente congolese Joseph Kabila avrebbe inviate dai miliziani del est del Congo denominati Mia Mai in supporto al regime illegittimo. L’aumento dei mercenari sarebbe dovuto alle diserzioni dei soldati ma anche dei poliziotti burundesi. Un fenomeno così esteso che il Governo non ne vuole nemmeno parlare.
Ecco il riassunto di diverse testimonianze tutte protette da anonimato per evidenti ragioni di sicurezza dei testimoni.

Fulvio Beltrami
Giornalista Freelance
Kampala Uganda.
@Fulviobeltrami

“Da diversi giorni a Bujumbura sono sempre più visibili dei mercenari stranieri che indossano divise della polizia e del esercito. Li vediamo in pieno giorno che occupano le postazioni delle forze dell’ordine, che circolano sui pickup o che svolgono servizi di scorta privata alle più alte autorità del paese tra cui l’ex Capo di Stato in persona.”

“Questi mercenari si fanno riconoscere in quanto non sanno parlare il Kirundi (la lingua ufficiale del paese). Parlano esclusivamente in Swahili, Kenyarwanda (la lingua ufficiale del Rwanda) o in Inglese.”

I mercenari sono stati segnalati nei seguenti posti.

Pont Muha (tra la strada di Rumonge e l’Avenue du Large). Solitamente dopo le 18 o le 19 di sera.

Pont Ntahangwa (Mutanga). Compaiono verso sera. Su questo ponte i mercenari indossano le uniformi della polizia burundese e si distinguono per la loro brutalità verbale e fisica. Perquisiscono le autovetture in gruppi di tre o quattro persone.

“Quartier Ngagara. L’ex campo della Polizia Municipale ospita centinaia di miliziani FDLR (ex Interahamwe) e dei mercenari di nazionalità sconosciuta. Questo campo ufficialmente ospita la polizia incaricata della protezione dei ministeri e del Capo di Stato. Questi reparti sono denominati: API e BSPI. Secondo le testimonianze provenienti da poliziotti del API che hanno disertato, la maggioranza di questi reparti speciali è ora composta da mercenari.”

“La guardia pretoriana di Pierre Nkurunziza è stata sostituita da mercenari di origine angolana, somala e ruandese.”

“La scorsa settimana nel quartiere di Musaga, due FDLR Interahamwe in tenuta militare sono stati notati dalla popolazione che li ha avvicinati rivolgendo loro la parola. Hanno risposto in Swahili. Vedendo che la popolazione manifestava intenzioni ostili nei loro confronti sono fuggiti. Il primo ci è riuscito. Il secondo è stato abbattuto da una pattuglia di polizia burundese che era stata avvertiva dagli abitanti. Questa pattuglia ha successivamente avuto seri problemi in quanto il governo ha dato l’ordine che i mercenari non siano arrestati o molestati in nessun caso. È anche vietato registrare le loro voci o fotografarli.”

“Venerdì 13 novembre 2015. Stazione di Katigati. Un Pickup di marca americana Chevrolet e targa del Congo di colore rosso era parcheggiato presso la stazione. I suoi occupanti erano affiancati da un pickpup della polizia nazionale con a bordo delle FDLR Interahamwe e altri mercenari di nazionalità sconosciuta. Circa 10 tutti in uniforme della polizia.”

I terroristi ruandesi FDLR rispondono a se stessi mentre i mercenari sarebbero sotto il comando del Maggiore Désiré Uwamahoro.

Tutsi? Hutu? Genocídio? Massacres? …. simplesmente vida humana no Burundi.

15 Nov

Nos últimos dias, que publicou um artigo sobre o Burundi queixa por escrito pelo jornalista independente Fulvio Beltrami que trabalha e vive em Uganda, e seguir de perto os acontecimentos no país desde que o presidente ilegítimo / ditador decidiu obter o terceiro mandato presidencial sem ter a credenciais constitucionais. Desde então, Burundi têm seguido vários acontecimentos dramáticos devido à repressão da oposição de Nkurunziza, causando cerca de 3.000 mortes até à data e vários assassinatos de líderes da oposição.

Este artigo escrito por Beltrami e publicado exclusivamente por vozes africanas, escrito em francês, tem como objetivo lógico de destacar os males de Pierre Nkurunziza e sua enturange incluindo o chefe do Senado Ndikuriyo Reverien que há poucos dias realizou uma discurso agressivo usando termos extermínio já utilizado por outros personagens como ele antes que ele começou o genocídio em Ruanda em 1994, convidando claramente milícias que esperar o momento certo para … ‘IR TRABALHAR‘!

Agora, independentemente do que este artigo tenha encontrado aprovação de vários milhares de leitores em todo o mundo e muito poucos contra, parece que entre aqueles contra a escolha de Beltrami e alguns meios de comunicação internacionais e notícias de nome genocídio a estes actos violentos agendadas ou indicar a sua etnia em vez de outro, causam indignação, raiva e acusações de não escrever a verdade.

Pessoalmente, o que me irrita em vez e eu estou muito feliz de ficar é a baixa sensibilidade para que estes actos violentos, o terrível assassinato de vida humana em qualquer idade, e não apenas adultos, mesmo os menores.

Eu não me importo absolutamente nada se eles são Hutu, Tutsi, é um fato político, se suspensa a partir de algum ódio ancestral. Estes são atos de killeraggio e é tudo por causa de um homem, ser um inútil chamado Pierre Nkurunziza e para o seu ego, sua sede de poder e intrigas que vai enriquecer cada vez mais, um país como o Burundi que tinham encontrado paz após anos de guerra sombria, é novamente para o abismo e ódio entre os homens.

A esperança (compartimento I) é que partes de especialistas em políticas burindese improvisados e outros que você é realmente vai se reunir sob o mesmo teto na luta contra este regime ilegítimo e Pierre Nkurunziza e Ndikuriyo Reverien em breve poderá ser depositado e processado na África por crimes contra a humanidade.

escrito por Editores
African Voices

tradução  Joab Oliveira Oliveira

Tutsi? Hutu? Genocidio? Massacri? …. semplicemente vita umana, in Burundi.

13 Nov

Negli ultimi giorni abbiamo pubblicato un articolo denuncia sul Burundi scritto dal giornalista indipendente Fulvio Beltrami che lavora e vive in Uganda e che segue da vicino gli avvenimenti del paese da quando l’illegittimo presidente/dittatore ha deciso di ottenere il terzo mandato presidenziale senza averne le credenziali costituzionali. Da allora, in Burundi si sono susseguiti diversi eventi drammatici dovuti alla repressione delle opposizioni di Nkurunziza, causando ad oggi circa 3000 morti e diverse assassinii di leader dell’opposizione.

Quest’ultimo articolo scritto da Beltrami e pubblicato in esclusiva da AFRICAN VOICES, scritto in francese, ha il logico obiettivo di mettere in evidenza la malvagità di Pierre Nkurunziza e del suo enturange compreso il capo del senato Ndikuriyo Reverien che pochi giorni fa ha tenuto un discorso aggressivo usando termini di sterminio già usati da altri personaggi simili a lui prima che cominciasse il genocidio in Rwanda del 1994, invitando chiaramente le milizie ad attendere il momento giusto per … ‘ANDARE A LAVORARE‘!

Ora, a prescindere che questo articolo abbia trovato approvazione da diverse migliaia di lettori  in mezzo mondo e pochissimi contro, sembra che tra coloro contro, la scelta di Beltrami e di alcuni media e tg internazionali di dare il nome genocidio a questi atti violenti in programma o di indicare l’etnia piuttosto che un altra, causa indignazione, rabbia e accuse di non scrivere il vero.

Personalmente, quello che invece mi indigna e mi fa rimanere basito è la scarsa sensibilità di riconoscere in questi atti violenti, l’uccisione terribile di vite umane di qualsiasi età e non solo di adulti, anche di minorenni.

A me, non frega assolutamente niente se sono Hutu, Tutsi, se è un fatto politico, se scaturito da chissà quale ancestrale odio. Questi sono atti di killeraggio ed è tutta colpa di un uomo, un essere inutile che si chiama Pierre Nkurunziza e che per il suo ego, la sua sete di potere e intrallazzi che lo arricchiranno sempre di più, un paese come il Burundi che aveva ritrovato la pace dopo anni di guerra truce, sia di nuovo nel baratro e nell’odio tra uomini.

L’augurio (vano credo) è che le parti di improvvisati esperti della politica burindese e altri che davvero lo sono si incontrino sotto lo stesso tetto della lotta a questo regime illegittimo e che Pierre Nkurunziza e Ndikuriyo Reverien possano presto essere deposti e processati in Africa per crimini contro l’umanità.

scritto da Redazione
African Voices