Burundi: che sia un 2016 di gioia, dice Nkurunziza

15 Gen

di Giovanni Gugg

Come in qualsiasi altro Paese del mondo, il 2016 del Burundi è cominciato con il rituale discorso alla nazione da parte del Presidente, il quale si è augurato che il nuovo anno cominci «nella gioia» perché il 2015 è terminato «nella pace, nella sicurezza e con molta allegria». Per chi segue la cronaca della crisi burundese – emersa con furia alla fine dell’aprile 2015 – queste parole appaiono surreali, se non beffarde. Allo stesso modo, i silenzi di Nkurunziza sui nodi centrali delle tensioni in corso nel Paese hanno tutta l’aria dell’ennesima dimostrazione di tracotanza: nel suo discorso non ha fatto alcun riferimento alle proteste e alle opposizioni, né alcun accenno alla possibilità ipotizzata dall’Unione Africana di inviare dei peacekeeper nel Paese, così come al dialogo di Kampala per far rispettare gli Accordi di Arusha. Inoltre, il silenzio è proseguito sull’aspetto che probabilmente più inquieta il potere burundese, ovvero la libertà di stampa: quattro emittenti radiofoniche sono ancora impossibilitate a lavorare, decine di giornalisti sono scappati negli ultimi mesi e anche quelli stranieri sono malvisti, come Sonia Rolley, alla quale il governo ha espresso il suo disappunto perché mistificherebbe la realtà “serena e tranquilla” di Bujumbura. All’estero, tuttavia, i reporter burundesi vengono premiati per la loro «competenza e coraggio», come è accaduto ieri a Esdras Ndikumana a Parigi, dove ha ricevuto un prestigioso riconoscimento dall’associazione della stampa diplomatica francofona.

Sull’ipotesi dell’Unione Africana di avviare una «mission africaine de prévention et de protection au Burundi» (Maprobu) con almeno 5.000 uomini per fermare le violenze nel Paese, il governo burundese si è dichiarato esplicitamente contrario. Questa, tuttavia, sembra l’unica speranza per evitare il peggio, dato che l’Onu è del tutto inidoneo su un’eventuale recrudescenza della violenza in Burundi: proprio due giorni fa il webjournal statunitense “Vice” ha pubblicato un appunto confidenziale, trapelato dall’ufficio peacekeeping delle Nazioni Unite, in cui si documenta come la massima istituzione mondiale sia «tristemente impreparata ad affrontare la possibilità di un peggioramento degli spargimenti di sangue nel Paese africano».

La situazione generale, come è noto, è profondamente deteriorata: come ha documentato Amnesty International, arresti arbitrari, sparizioni e morti ormai non si contano e, come ha riferito Radio France International, infiltrazioni di ribelli burundesi si sarebbero rilevate nella Repubblica Democratica del Congo. Inoltre, come ha denunciato un’associazione di donne (il “Mouvement des Femmes et Filles pour la paix et la sécurité au Burundi”) si sono avuti casi di stupri e abusi sessuali da parte della polizia e della milizia paramilitare e filogovernativa Imbonerakure di cui ha scritto anche RFI. Per chiudere l’elenco delle notizie più violente e sanguinose, infine, molta emozione ha suscitato nei giorni scorsi l’assassinio da parte della polizia del cantante ventisettenne Pascal Trésor Nshimirimana, noto come “Lisuba”, secondo alcuni per aver partecipato alle manifestazioni di protesta, secondo altri per la canzone “Amagaba” (scritto anche da “RFIRFI“, “BBC“, “La Nouvelle Tribune” e altri). bu2

Intanto a Gitega, nel centro del Paese, prosegue presso la Corte Suprema il processo ai presunti golpisti del maggio scorso, dove uno degli accusati si è difeso dichiarando: «Non potevo incrociare le braccia davanti al massacro dei pacifici manifestanti da parte della polizia».
Allo stesso tempo, emergono inchieste sulla presenza di fosse comuni e sul massacro della notte tra l’11 e il 12 dicembre 2015, quando almeno 87 persone sono state uccise (ma si potrebbe dire: giustiziate) nei quartieri più contestatari della capitale. Da una mappa delle violenze pubblicata su “Le Monde“, Bujumbura appare ormai un teatro di guerra, dove ancora oggi continuano omicidi e lanci di granate.

Cosa fare, dunque, affinché nel 2016 si fermi la caduta nel baratro cominciata nel 2015? Pochi giorni fa l’editorialista Murithi Mutiga ha pubblicato un’interessante riflessione, sul giornale keniota Daily Nation, in cui si domanda cosa farebbe Julius Nyerere dinnanzi al Burundi di Pierre Nkurunziza. Il testo ci introduce pienamente nella storia e nel pensiero politico panafricano: nel 1978 Nyerere, padre fondatore della Tanzania e personalità tra le più importanti dell’Africa moderna al pari di Nelson Mandela, non esitò a inviare le sue truppe in Uganda contro il brutale Idi Amin Dada, preludio alla caduta e all’esilio in Arabia Saudita del dittatore. Ma quel gesto di Nyerere fu rivolto anche contro la politica non-interventista (dunque collusa) dell’Unione Africana di quei tempi, che riteneva di non dover entrare negli affari interni dei Paesi membri, rendendosi così, di fatto, inutile. Oggi, sostiene Mutiga nel suo articolo, l’attuale UA dovrebbe avere l’audacia che Nyerere dimostrò allora, altrimenti «soffrirà un imbarazzo mortale se in Burundi dovessero cominciare omicidi di massa».

 

 

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4 Risposte to “Burundi: che sia un 2016 di gioia, dice Nkurunziza”

  1. vincenzo 18 gennaio 2016 a 10:21 #

    L’ha ribloggato su Redvince's Weblog.

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    […] mio aggiornamento odierno sulla crisi del Burundi viene diffuso da “African Voices“, che ringrazio per l’attenzione e per […]

  2. I tre scenari dell’ONU per il Burundi | il Taccuino dell'Altrove - 19 gennaio 2016

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  3. Se l’etnia viene trasformata in un’arma | Frontiere - 21 gennaio 2016

    […] sulle violazioni finora commesse. Contrariamente a quanto annunciato dal Presidente Nkurunziza, il 2016 non promette niente di buono per il Burundi [20], tuttavia, come ha scritto Carina Tertsakian di “Human Rights […]

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