Renzi in Kenya e le verità nascoste

27 Lug

Lo scorso 15 luglio il Primo Ministro Matteo Renzi si è recato in Kenya per una visita ufficiale rientrante in un suo tour africano che ha coinvolto anche l’Etiopia. Le visite ai due paesi sono state precedute dalle visite ufficiali in Mozambico, Angola e Congo Brazzaville nel luglio 2014. La visita in Kenya si inserisce nella strategia italiana di recuperare il tempo perduto nell’acquisizione di mercati in Africa definito da Renzi “il nuovo eldorado degli investimenti mondiali”. Il “tempo perduto” a cui Renzi si riferisce fu originato dalle miope scelte strategiche dell’industria italiana attuate negli anni Ottanta. All’epoca, la classe industriale italiana considerò l’Africa come un Continente perduto, in preda alla fame, carestie, dittatori e guerre civili che causavano povertà estrema e, per conseguenza, l’impossibilità per i mercati locali di assorbire le merci italiane.

A titolo di esempio, la FIAT chiuse progressivamente i stabilimenti di produzione che aveva anche in Eritrea e non ritenne lucroso il mercato dell’usato. Le grosse catene alimentari italiane cancellarono i mercati africani le cui vendite di prodotti italiani calavano a causa della diminuzione di connazionali assunti dalle ditte impegnate in opere civili. Invece di far scoprire la cucina italiana agli africani, decisero di non inviare più prodotti. I rari importatori italiani presenti in Africa furono costretti a rivolgersi ad aziende alimentari italiane di bassa qualità per importare prodotti italiani. Un affare che divenne assai conveniente in quanto col tempo questi importatori riuscirono ad applicare elevati prezzi a beni alimentari italiani di bassissima qualità acquistati a prezzi stracciati, ma rivenduti a peso d’oro in Africa sfruttando il marchio “Made in Italy”. Anche le aziende di costruzione italiane, presenti ovunque in Africa, si ritirarono, escluse la Salini Costruzioni e la Cooperativa Muratori e Cementisti.

L’errore di fondo fu di non riuscire a comprendere che i drammi e l’economia stagnante del Continente degli anni Ottanta e Novanta erano inseriti in una fase transitoria che preannunciava l’attuale boom economico. Tutt’ora la maggioranza degli investitori italiani sono convinti che l’Africa non sia un mercato meritevole. Solo gli avventurieri e persone di pochi scrupoli si avventurano nel Continente come dimostrato nell’ultimo decennio in Uganda, convinti di poter truffare gli africani e regolarmente truffati a loro volta da personale “indigeno” evidentemente più scaltri di loro. Il ritiro italiano dal Continente (esclusa la fabbrica della morte: produttori di armi) lasciò un vuoto colmato da cinesi, sud coreani, giapponesi e brasiliani che ora, istallatosi adeguatamente, rendono difficile il ritorno del ‘Mady in Italy’ in Africa.

La visita del Premier italiano si è concentrata sulla creazione di accordi economici, cooperazione contro il terrorismo e sostegno degli imprenditori italiani già presenti nel paese soprattutto nel settore turistico. I giornali kenioti hanno posto scarso interesse alla visita di Renzi all’infuori di lanciare dure e condivise critiche sull’incidente avvenuto durante l’incontro con il presidente Uhuru Kenyatta in cui Renzi indossava un giubbotto antiproiettile. La maldestra operazione, che non è sfociata in un incidente diplomatico grazie alla capacità di comprensione e tolleranza del misero background italiano di conoscenza dell’Africa saggiamente dimostrata dal governo keniota, è stata considerata dai media nazionali come una imperdonabile offesa al paese e catalogata come atto razzista. Un incidente destinato ad aumentare l’astio della popolazione già evidentemente espresso contro gli imprenditori italiani residenti sulla costa nord del paese accusati di infiltrazioni mafiose, di monopolizzare l’industria del turismo e di attuare speculazioni edilizie con forti danni ambientali. Accuse rigettate dalla comunità italiana in Kenya che afferma di aver portato benessere e sviluppo, contribuendo alla diminuzione della cronica disoccupazione costiera, dichiarandosi totalmente estranea a infiltrazioni mafiose.

Durante la visita, Renzi ha firmato l’accordo per il finanziamento alla diga Itare, nella Rift Valley, che provvederà energia alle città di Kuresoi, Molo, Njoro,Rongai e Nakuru per una utenza stimata di 800.000 persone. Le banche impegnate nel finanziamento dell’opera sono la BNP Paribas Italia e Intesa San Paolo. La costruzione della diga è stata assegnata alla Cooperativa Muratori e Cementisti (Cmc) di Ravenna, vincitrice dell’appalto di 240 milioni di euro.

Nell’ impegno italiano di realizzare la diga di Itare, si intravvede una positiva inversione sulla insensata politica di assegnazione delle opere finanziate dai paesi europei. Volendo a tutti i costi applicare le regole di trasparenza, l’Unione Europea e i suoi Stati membri lanciano gare d’appalto internazionali per la realizzazione delle opere finanziate che sono regolarmente vinte da ditte cinesi, brasiliane ed indiane estremamente più competitive ed in grado di offrire la stessa qualità offerta dalle ditte occidentali. Con l’assegnazione della realizzazione della diga Itare alla Cmc, Renzi sembra aver adottato la politica realistica e vincente del governo di Pechino.

La Cina, ormai primo finanziatore in Africa, pur lanciando gare per la realizzazione delle infrastrutture da essa finanziate, inserisce la clausola vincolante che obbliga i governi africani a scegliere ditte cinesi. Con questa politica, Pechino vuole giustamente assicurarsi un ritorno finanziario oltre che politico nei finanziamenti destinati al Continente. Dopo alcuni grossi scandali che hanno coinvolto ditte cinesi, ora il governo di Pechino ha deciso di divenire anche il responsabile giuridico della corretta esecuzione delle opere, rispondendo di prima persona ai governi africani in caso di corruzione o di mancato rispetto dei standard di costruzione internazionali. Una raro esempio di serietà che ardentemente si spera l’Italia emuli.

Se da un punto di vista economico l’affidamento della realizzazione della diga di Itare ad una ditta italiana risulta una scelta giusta e sensata in quanto contribuisce all’economia italiana, da un punto di vista sociale sembrano non essere state prese in considerazione, o ignorate, le pericolose e note tensioni etniche che sconvolgono la regione interessata. Dalle violenze post elettorali del 2007-2008, la Rift Valley e in special modo l’area dove sorgerà la diga, è stata teatro di pulizie etniche compiute dalla tribù Kalenjine ai danni della tribù Kikuyu (quella a cui il Presidente Kenyatta appartiene). La spiegazione ufficiale è la rivendicazione delle terre ancestrali da parte dei Kalenjine che accusano i Kikuyu di essere degli alieni e di avergli rubato le terre negli anni Sessanta e Settanta appoggiati da Jommo Kenyatta, il primo presidente della Repubblica e padre dell’attuale. Diversi i motivi oggetto dell’inquisitoria della Corte Penale Internazionale che sta processando il Vice Presidente William Ruto (appartenente ai Kalenjine) per crimini contro l’umanità commessi durante le violenze post elettorali. La corte dell’Aia sospetta che Ruto abbia organizzato la rivolta dei Kalenjine nella regione per favorire gli interessi di imprenditori a lui collegati e permettere loro di acquisire con la forza terreni predestinati ad ospitare importanti future infrastrutture tra le quali la diga di Itare.

Le accuse, che troveranno conferma o smentita durante il processo in corso all’Aia, trovano una indiretta conferma sul terreno. A distanza di sette anni il reinserimento degli sfollati Kikuyu, vittime della pulizia etnica compiuta dai Kalenjine, stenta a completarsi a causa nuove tensioni etniche alimentate dalla realizzazione di importanti infrastrutture. Il rischio è che la ditta italiana Cmc si trovi ad operare in un contesto sociale estremamente esplosivo e che sia indiretta causa di nuovi scontri etnici. Per evitare questi scontri e compromettere la realizzazioni dell’opera il governo potrebbe decidere di negare i diritti dei suoi cittadini o di attuare pesanti repressioni. Una eventualità probabile visto il mancato rispetto dei diritti civili dimostrata dalla Amministrazione Kenyatta contro la comunità somala e mussulmana ingiustamente accusata di supportare gli attacchi terroristici compiuti dal movimento radicale islamico somalo Al-Shabaab.

Al posto della evidente fretta di concludere l’affare, il Governo italiano avrebbe potuto inserire una clausola sociale, offrendo la sua collaborazione nel risolvere le dispute dei terreni e le tensioni etniche ad esso collegate prima di iniziare i lavori. La diga di Itare rischia di avere lo stesso destino di quella in Etiopia: la “Grande diga della Rinascita” affidata alla Salini Costruzioni. In un articolo denuncia del 2013, Nigrizia la definì “La diga della discordia”. La diga, importante per l’economia dell’Etiopia, è stata decisa ignorando gli studi indipendenti internazionali di grave impatto ambientale. L’esercito etiope ha sloggiato con la forza i residenti delle zone limitrofe. I lavori della diga (che diminuirà considerevolmente il volume d’acqua del Nilo) sono iniziati senza il consenso di Sudan ed Egitto, mettendoli a fatto compiuto. Concreto è stato il rischio di una guerra continentale per le acque del Nilo evitata solo dalla situazione di debolezza dell’Egitto sorta dopo la rivoluzione e la caduta del regime di Mubarak.

Più volte il governo del Cairo ha minacciato di bombardare i cantieri presso la diga etiope non mantenendo fede alle minacce in quanto bisognosa attualmente degli aiuti occidentali, Italia compresa, per ripristinare l’ordine nel paese ed arginare il pericolo del terrorismo di matrice islamica estremista. La Salini Costruzioni con l’incarico della costruzione della diga in Etiopia, accettato nonostante tutto ciò, è riuscita a compensare la perdita di importanti mercati in Uganda tra i quali la realizzazione della diga di Karuma.

L’ondata di attacchi terroristici in Kenya, che dura dal 2012 è stata oggetto della promessa del Premier Renzi di aumentare la collaborazione tra i due paesi in materia di lotta contro il terrorismo. Buone intenzioni che sembrano però contraddette e compromesse dalla politica del compagnia nazionale di idrocarburi ENI nella regione che rischia di creare nuovi confitti e ritorsioni terroristiche. Ufficialmente la ENI ha ricevuto le licenze di esplorazione per tre blocchi petroliferi situati nelle acque territoriali keniote del Bacino di Lamu. La ENI è accusata dal governo somalo assieme alle multinazionali petrolifere Anadarko, Shell e la compagnia di San Domingo, Soma, di sostenere il piano segreto del governo di Nairobi di impossessarsi di ingenti giacimenti petroliferi scoperti nelle acque territoriali della Repubblica della Somalia, guarda caso proprio adiacenti ai blocchi petroliferi acquisiti dalla ENI in Kenya nel Bacino di Lamu. I giacimenti offshore somali sono ora oggetto di un contenzioso territoriale internazionale promosso dal Kenya. Numerosi esperti regionali individuano l’alquanto tardiva partecipazione del Kenya (2012) alla guerra contro il terrorismo in Somalia intrapresa dall’Uganda sotto mandato ONU nel 2007 non come un genuino aiuto a debellare il terrorismo nel Continente. L’agenda segreta keniota sarebbe quella di mettere le mani sul petrolio offshore somalo con l’aiuto e la complicità di multinazionali occidentali. L’effetto collaterale non previsto è stata la ritorsione terroristica in Kenya compiuta dal terrorismo somalo di Al-Shabaab.

Questa agenda segreta è ormai convalidata dagli avvenimenti. Le truppe keniote in Somalia si concentrano nella fascia costiera sud dove sono presenti questi giacimenti. Il governo keniota ha stretto accordi contro il parere della East Africa Community (Comunità Economica dell’Africa Orientale) con signori della guerra somali per la creazione di uno Stato indipendente nella regione sud confinante con il Kenya, denominata Jubaland. Attualmente il movimento indipendentistico del Jubaland ha ottenuto dal governo di Mogadiscio lo statuto di regione semi autonoma già concordato ad altre regioni del paese. Secondo esperti militari regionali la concessione di tale statuto non risolverà la determinazione dei War Lords a creare uno stato indipendente in quanto sono praticamente aizzati dal governo keniota. Accordi di sfruttamento dei giacimenti petroliferi delle acque territoriali sarebbero già stati firmati tra il Kenya e i Signori della Guerra, probabile futura classe dirigente qualora la Jubaland divenisse una realtà. L’esistenza di questi accordi è stata categoricamente smentita dal governo keniota.

Per impedire questo attentato alla sovranità territoriale e la rapina di importanti risorse naturali che servono per la ricostruzione del paese (vittima di 23 anni di guerra civile), il governo somalo ha richiesto una serie di colloqui con Nairobi al fine di trovare una soluzione pacifica alla contesa petrolifera. Si intravvede la possibilità di una compartecipazione del Kenya e delle multinazionali collegate (tra cui la ENI) allo sfruttamento dei giacimenti offshore che rimarrebbero di proprietà della Repubblica della Somalia.

Come misura preventiva, il governo di Mogadiscio avrebbe inoltrato alle sedi delle multinazionali coinvolte nella disputa territoriale (Corso Marconi incluso) e al governo keniota un avvertimento legale di non iniziare operazioni di esplorazione dei giacimenti petroliferi costieri senza accordi con il governo somalo. Ogni tecnico nazionale o straniero che verrà intercettato in operazioni illegali di esplorazione sarà considerato come un clandestino in territorio somalo e trattato come tale. Sconosciute le reazioni delle multinazionali soggette a questo avvertimento legale pur riscontrando sul terreno una totale sospensione di ogni attività di esplorazione, divenuta ora estremamente pericolosa.

Si nutre la speranza che le multinazionali petrolifere occidentali, tra cui ENI, favoriscano e non boicottino il compromesso di sfruttamento petrolifero comune tra Somalia e Kenya. Questo approccio positivo potrebbe riabilitare l’immagine internazionale della nostra compagnia petrolifera dopo gli accertati scandali per corruzione commessi in Angola e Nigeria e oggetto di indagini della Magistratura italiana. Scandali che sono antitetici dalla politica di imprenditoria pulita promossa da Enrico Mattei, il padre della ENI, assassinato nell’ottobre del 1962.

In caso contrario il supporto a dispute territoriali rientrerebbe nella casistica criminale di supporto a conflitti con la stessa gravità di quelli attuati per i diamanti durante le guerre civili in Liberia e Sierra Leone o per l’interminabile conflitto al est del Congo per l’acquisizione di oro e coltan. Non si hanno notizie sulla posizione della ENI riguardo questa contesa territoriale che potrebbe scatenare un conflitto regionale anche perché, non è noto se l’argomento sia stato trattato durante la visita ufficiale di Renzi in Kenya. Un argomento delicato che rischia di aumentare l’odio dei somali nei nostri confronti visto il passato non certo edificante dell’Italia nel paese dal colonialismo all’era Craxiana fino ad arrivare alle scorie radioattive disseminate lungo le spiagge somale approfittando della guerra civile.

La contesa territoriale per i giacimenti offshore ha giustificato l’intervento militare keniota in Somalia e la reazione di Al-Shabaab che ha aperto una guerra in Kenya combattuta a suon di attentati. La lotta al terrorismo necessita a volte di comprenderne le cause più che inviare aiuti militari e rafforzare le operazioni congiunte di intelligence. Assente nel discorso del Premier Italiano la necessaria condanna al governo keniota per le violazioni dei diritti umani contro le comunità somala e mussulmana in nome della lotta contro il terrorismo: esecuzioni extra-giudiziarie di leader religiosi, arresti arbitrari, espulsioni illegali, torture. Un grave messaggio indirettamente offerto al governo keniota: dinnanzi alla possibilità di affari i diritti umani possono essere messi in secondo se non in terzo piano…

Si ha l’impressione che l’attenzione sui diritti umani da parte dell’attuale governo pecchi di numerose lacune. Un mese fa, Ntibogora Jerome, un poliziotto burundese accusato dalla società civile del suo paese di aver coordinato varie esecuzioni extra-giudiziarie di oppositori, è giunto in Italia per ricevere una formazione dalla Polizia prima di essere inviato nella Repubblica Centroafricana all’interno del contingente di pace internazionale per fermare le pulizie etniche commesse ai danni della comunità mussulmana. Non riusciamo a comprendere che tipo di capacità di intervento in difesa delle vittime della polizia etnica in Centrafrica possa aver un poliziotto burundese quando nella sua patria dirige squadroni della morte aderenti all’ideologia di sterminio HutuPower.

L’addestramento ricevuto dalla polizia italiana da questo criminale non è sintomo di un appoggio del governo di Roma alla dittatura del presidente burundese Pierre Nkurunziza. Più semplicemente è sintomo di una superficialità della nostra intelligence che la porta a non comprendere le infiltrazioni di genocidari in missioni di pace internazionali attuate dal regime burundese a scopo di lucro.

Di scarso peso, se non sotto il punto di vista morale, l’accenno di Renzi al dramma della immigrazione clandestina africana fatto durante la conferenza tenuta presso l’Università di Nairobi. “L’Italia continuerà a garantire i salvataggi dei migranti nel mar Mediterraneo. Continueremo a salvare vite umane, perché crediamo nei valori umani e io rappresento i valori in cui crede il mio Paese. L’Italia è un ponte tra l’Europa e l’Africa. La strategia del nostro governo è quella di creare un ponte tra l’Europa, tra le istituzioni europee e la stessa Africa”, sottolinea Renzi dinnanzi ad una platea composta da docenti e studenti universitari, rappresentanti della società civile, Ong locali e autorità keniote. L’intervento, sotto un punto di vista umano condivisibile, sembra non toccare l’attenzione del governo, media e opinione pubblica del Kenya in quanto l’immigrazione keniota verso l’Europa è rivolta alla Gran Bretagna e in forte diminuzione grazie allo sviluppo che il paese sta conoscendo nel ultimo decennio. Il Kenya è il primo paese africano assieme alla Somalia che sta conoscendo una immigrazione di ritorno dove i cittadini migrati decenni fa in Europa ritornano nella loro patria per contribuire finanziariamente e culturalmente al boom economico in Kenya e alla ricostruzione del paese in Somalia.

Durante la conferenza presso l’Università di Nairobi, il Premier italiano ha fatto largo uso dello specchietto ‘umanitario’ per le allodole, promettendo di aumentare la cooperazione nel paese africano per frenare le partenze dei migranti verso l’Europa e tagliare l’erba sotto i piedi ai terroristi. La promessa non ha ricevuto l’attenzione dovuta da parte della controparte, ben consapevole che la cooperazione dell’Italia in Kenya è insignificante. La maggioranza delle Ong italiane impegnate nel paese ricevono finanziamenti dall’Unione Europea… Una tendenza che non può essere di certo invertita se non nei discorsi della propaganda politica. La percentuale degli aiuti pubblici allo sviluppo menzionate nel Documento di economia e finanza (Def) del 2015, fa notare un leggero aumento dell’impegno italiano registrato nel 2014 (0,16%) rispetto a quello del 2012 (0,12%). Renzi ha annunciato di voler perseguire il percorso di riallineamento agli standard internazionali per il triennio 2016-2018, prevedendo una percentuale dello 0,18% nel 2016, dello 0,21% nel 2017 e dello 0,24% nel 2018. L’obiettivo è raggiungere nel 2020 lo 0,30%. Lontano, comunque, l’obiettivo europeo dello 0,70% di cui l’Italia si è impegnata da 15 anni senza mai rispettarlo.

L’ultimo obiettivo della visita in Kenya riguarda l’attenzione che il governo italiano apporrà nel supporto dell’imprenditoria italiana nel paese africano, soprattutto quella legata al settore turistico. Intenzioni degne di nota nella speranza che si inverta la storica e cronica disattenzione del governo italiano nei confronti degli imprenditori che decidono di investire in Africa, spesso lasciati soli senza protezioni giuridiche e totalmente esclusi da politiche nazionali di investimento nel Continente (per altro quasi inesistenti). Una maggior attenzione e supporto del governo italiano contribuirebbe allo sviluppo economico dei paesi africani interessati, alla maggior diffusione del “Made in Italy” ed aiuterebbe l’economia italiana in profonda, ma non dichiarata, crisi ben peggiore di quella greca.

Questo sostegno è indispensabile per gli investitori italiani operanti nel settore turistico, concentrati sulla costa di Malindi che come il resto del settore sta subendo una forte crisi causata dalla comprovata incapacità delle forze dell’ordine e del governo keniota di prevenire gli attacchi terroristici e di tutelare la salvaguardia dei suoi cittadini. Pur non registrandosi attacchi terroristici contro turisti stranieri (come nel recente caso in Tunisia) la minaccia di Al-Shabaab contribuisce al declino delle visite mettendo in crisi il settore.

Il supporto all’imprenditoria italiana in Africa deve però essere estremamente attento a prevenire casi di infiltrazione mafiosa e di riciclaggio del denaro. Episodi di cui il vicino Uganda è stato recentemente vittima anche se la pronta reazione del governo ha impedito che questi tentativi prendessero una radicalizzazione preoccupante sul territorio. Il Kenya sembra purtroppo uno dei paesi scelti dalla mafia italiana che sta allargando la sua nefasta influenza oltre i confini nazionali: dalla vendita di armi, alla prostituzione, dal riciclaggio di denaro al traffico illegale di oro e minerali preziosi provenienti da zone di conflitto. Secondo indagini giornalistiche che continuamente vengono condotte a livello nazionale ed internazionale riguardanti la mafia italiana in Kenya, Malindi sarebbe stato trasformato in un Hub internazionale per ogni genere di crimine ed attività mafiose, controllate da boss di “Cosa Nostra” ricercati in Italia, ma protetti per mancanza di chiari trattati bilaterali di estradizione tra il Kenya e il nostro paese.

Le inchieste (la prima a cura di giornalisti kenioti di alto livello professionale condotta nel 2012) rivelano un mondo parallelo a quello dell’industria del turismo con sospetti di intreccio tra le attività legali ed illegali. Recentemente sono state avviate una serie di indagini giornalistiche finanziate dalla Unione Europea (Innovation in Development Reporting Grant Programme della European Journalism Centre), che sta indagando sulla penetrazione della mafia italiana in vari paesi africani. L’obiettivo è di divulgare notizie tenute segrete da alcuni governi africani al fine di sensibilizzare l’opinione pubblica e costringere le magistrature africane ed italiana ad una maggior attenzione al pericolo mafioso nel continente. Un’attenzione che sembra essere assicurata dalla magistratura italiana, ma che si infrange contro una rete di omertà e corruzione nei paesi africani ospitanti i mafiosi. Il messaggio rivolto dalla Unione Europea ai mafiosi italiani è chiaro: il cerchio si restringe e i tempi dell’omertà sono finiti.

A titolo di esempio, tra le inchieste finanziate dall’Unione Europea, vi è quella su Mario Mele, proprietario del Pata Pata Caffè di Malindi. Secondo l’inchiesta dei giornalisti Lorenzo Bagnoli e Lorenzo Bodrero, il Mario Mele è sotto indagine per bancarotta (nel 2011) di una ditta (RISEA e EDO) assieme ai suoi associati Gian Pietro Porcheddu e Ivan Deidda. L’ufficiale di polizia Alberto Cambedda dichiarò nel 2012 al quotidiano La Nuova Sardegna che vi erano forti sospetti che la bancarotta fosse stata provocata intenzionalmente. Durante i controlli della Guardia di Finanza sulla ditta fallita di proprietà di Mele e dei suoi soci, le autorità italiane trovarono tracce di legami con il clan mafioso siciliano, D’Agosta.

Mele rifiuta di ritornare in Italia per rispondere al magistrato Andrea Shirra di Nuoro che si occupa del caso. “Il mio avvocato si sta occupando della faccenda. Non posso ritornare per presenziare ad un processo senza fare nulla. Di che cosa campo mentre attendo là?” dichiara Mele ai giornalisti italiani che lo hanno intervistato.

Ci sono due dirette conseguenze dell’infiltrazione mafiosa in Africa. Una politica e l’altra economica. Abbiamo constatato che la mafia italiana sta costruendo una rete di protezione politica in Africa che coinvolge autorità governative, polizia e servizi segreti locali. La mafia arriva come fenomeno alieno al paese africano, ma viene integrata nelle dinamiche nazionali e quindi protetta da amici politici, generali della polizia ed intelligence che partecipano al bottino derivante dai traffici illeciti. La conseguenza economica è la creazione di una concorrenza sleale che danneggia gli imprenditori occidentali ed africani che avviano le loro attività oneste senza accedere ai fondi derivanti dal riciclaggio del denaro”, spiega il responsabile del progetto giornalistico Stefano Gurciullo. Un progetto che ha già dato i suoi frutti con approfondite indagini sui mafiosi italiani anche in Kenya, pubblicate da CorrectTV, L’Espresso, Il Fatto Quotidiano e il Mail&Guardian.

L’infiltrazione mafiosa a Malindi sembra un argomento tabu. Nel 2012 i giornalisti kenioti che si occuparono dell’affare furono pesantemente minacciati e ridotti al silenzio anche dalle stesse forze dell’ordine del Kenya secondo alcune loro testimonianze. La stessa comunità italiana a Malindi (o meglio, parte di essa) sembra reagire con rabbia e violenti attacchi verbali a chiunque voglia approfondire il tema dell’infiltrazione della mafia italiana in Kenya.

Un atteggiamento sbagliato, ma forse comprensibile, da parte di onesti connazionali che vivono delle attività turistiche a Malindi e che interpretano ogni inchiesta sulle infiltrazioni mafiose in Kenya come un ennesimo ingiustificato attacco che compromette le loro attività già seriamente compromesse dall’ondata di attacchi terroristici nel paese lanciata da Al-Shabaab. Eppure nessuna inchiesta giornalistica ha per ora puntato il dito contro loro. La sola inchiesta che prende in causa diretta l’imprenditoria italiana a Malindi, e fatta da un giornalista keniota nel 2014, prende in esame non presunte connivenze mafiose ma il monopolio economico della comunità italiana che non permetterebbe l’evolversi della imprenditoria locale.

Parte dei connazionali che lavorano a Malindi non negano le infiltrazioni mafiose, ma sottolineano che il fenomeno sia stato circoscritto agli anni Ottanta e Novanta e “fortunatamente quasi totalmente sparito perché gli interessi economici che girano in Kenya sono talmente miseri rispetto ad altre realtà africane, che non ne varrebbe la pena. E poi non c’è più il divieto di estradizione per reati internazionali come riciclaggio e traffico di droga, che sono notoriamente le banche delle mafie” spiega, in un messaggio sul tema inviato a Fulvio Beltrami, il Dottor Del Curatolo, giornalista professionista trasferitosi a Malindi nel 2005 che si occupa dell’ufficio stampa per l’imprenditoria turistica, lavorando con l’associazione dei tour-operator kenioti, il Kenya Tourist Board e la Task Force del Ministero del Turismo e del Commercio in Kenya. L’affermazione ottimistica del Dottor Del Curatolo sembra smentire le recenti indagini compiute con finanziamenti dell’Unione Europea, indagini svolte direttamente a Malindi.

Per mancanza di informazioni non possiamo confermare o smentire eventuali accordi bilaterali tra Kenya ed Italia per arginare l’infiltrazione mafiosa lungo la costa ed estradare i criminali nostrani. Accordi che sarebbero dovuti visto il nefasto ruolo che gioca la mafia sia in Italia che in Kenya. Probabilmente sono stati presi, ma non divulgati per non invalidare le azioni contro questi potenti cartelli ‘Made in Italy’ che speriamo siano intraprese dai due governi per debellare il cancro che compromette sia il Kenya che la reputazione di onesti connazionali che lavorano nella costa e del nostro paese che necessita seriamente di smentire la fama di “spaghetti, mafia e mandolino” radicato tra la maggioranza degli europei. Se nei prossimi mesi assisteremo ad azioni concrete e al rimpatrio dei ricercati per affrontare la giustizia italiana, comprenderemo che durante la visita il Premier Renzi ha affrontato realmente il problema.

Nel trattare l’argomento mafia a Malindi occorre porre accurata attenzione a non creare un clima di generalizzazione che potrebbe indurre il lettore a catalogare ogni imprenditore connazionale che si trovi nella costa keniota come un mafioso o colluso con la mafia. Per onestà di cronaca osserviamo che raramente i media kenioti o italiani che hanno trattato il tema hanno offerto la possibilità di replica da parte di associazioni di imprenditori italiani che lavorano e vivono a Malindi.

A titolo di esempio, l’associazione Malindikenya.net pubblicò il suo punto di vista a seguito di una indagine giornalistica pubblicata nel 2012 su Il Fatto Quotidiano e Dagospia relativa alle influenze politiche del Cavaliere Silvio Berlusconi e del controverso imprenditore Flavio Briatore che sponsorizzarono la nomina a Console Onorario di un loro amico “palazzinaro”: Marco Vancini (secondo la ricostruzione dei due quotidiani italiani). La lettera indirizzata a Marco Travaglio non fu mai pubblicata da Il Fatto Quotidiano, ma su un sito privato. La replica all’indagine giornalistica a firma di Fausta Viglialoro, contestava l’indagine giornalistica portando testimonianze sulla onestà del Vancini redatte da vari connazionali residenti e non residenti a Malindi, tra i quali: Gianfranco Ranieri, Presidente Karibuni onlus, e Antonio Bosso.

L’inchiesta giornalistica si basava sulle accuse di Godfrey Karume, presidente del gruppo ecologista keniota Malindi Green Town Movement partner ufficiale del Progamma protezione Ambiente delle Nazioni Unite (UNEP). Karume ha sempre accusato Vancini di essere un noto palazzinaro che, con i suoi alberghi, ville e villette, aveva distrutto fauna e flora della costa, causando un grave degrado ambientale e infrangendo varie leggi nazionali in tutela dell’ambiente. Nonostante le polemiche e i dubbi, il governo italiano dell’epoca nominò Marco Vancini come Console Onorario a Malindi. Vancini è morto in un incidente stradale lo scorso febbraio, inaugurando una serie di morti di connazionali avvenute in pochi mesi in Kenya. Il 19 maggio 2015 morì l’imprenditore edile Paolo Rusconi. Il 05 luglio 2015 morì l’operatore turistico Andrea Maffi. Gli ultimi due connazionali sono stati vittime di brutali aggressioni di cui la polizia keniota sta indagando. Al momento nessun rapporto della polizia locale lega le morti alla malavita italiana.

Negare il diritto di replica non sembra un atto professionale per una testata giornalistica in quanto, le opinioni dell’imprenditoria italiana a Malindi potrebbero aiutare ad esaminare il delicato argomento sotto ogni punto di vista. Questa diritto negato, forse, ha alimentato col tempo le rabbiose reazioni di alcuni nostri connazionali in Kenya nel leggere sui media internazionali articoli dedicati alle infiltrazioni mafiose nella costa nord del paese africano. Articoli che ultimamente stanno aumentando a ritmo serrato.

Crediamo che il diritto di replica (se mantenuto su toni civili) sia un atto dovuto che sarà effettuato a settembre dopo le vacanze estive proponendo un’intervista ad alcuni rappresentanti dell’imprenditoria italiana in Kenya. Le loro risposte offriranno un punto di vista di chi vive a Malindi, forse diverso ma che, sicuramente, merita attenzione da parte dell’opinione pubblica italiana. Un’ attenzione non disponibile durante il ferragosto. Nel frattempo ci sentiamo di assicurare gli eventuali turisti italiani che vogliono recarsi in vacanza a Malindi o in Kenya. Le misure di protezione attuate dal governo keniota per proteggere i turisti sembrano essere efficaci e serie in quanto nessuno dei recenti attacchi ha coinvolto stranieri. Malindi non è la terra della Mafia nonostante la presenza di qualche mela marcia con molti cadaveri nascosti dentro gli armadi, in Italia. Al contrario Malindi è piena di onesti imprenditori che necessitano di fiducia e supporto in questo momento di crisi turistica nel paese. Un atto di solidarietà tra italiani onesti non guasta mai.

Un accorato appello viene rivolto al Premier italiano e al suo governo. Occorre un serio piano di supporto degli investimenti italiani in Africa che, però, sia estremamente attento alle infiltrazioni mafiose. Occorre inoltre instaurare l’obbligo per gli investitori italiani a rispettare codici di etica morale per evitare sfruttamento della mano d’opera ed evasione fiscale di cui alcuni connazionali sono stati recentemente sospettati in Uganda come si apprende dalla Ugandan Revenue Autority che ha pregato di non rivelare l’identità per non compromettere le indagini in corso e il recupero delle tasse non pagate oggetto di vari contenziosi legali tra il governo ugandese e le ditte italiane, inglesi, indiane e cinesi sospettate di evasione.

Se gli investimenti italiani saranno legati ad un serio e vincolante codice etico, contribuiranno alla crescita del Continente e all’economia italiana. Al contrario, essi rischieranno di assumere aspetti speculativi e per questo destinati ad essere temporanei e a corto respiro. La politica del “arraffa e fuggi” di certo non può sostenere la concorrenza di altri paesi: Stati Uniti, Gran Bretagna, Cina, Russia, Corea del Sud, Brasile, Nigeria, Sud Africa, Marocco, Turchia, Israele che nella regione dei Grandi Laghi attuano da decenni mirate politiche di investimento a lungo raggio che stanno dimostrando tutta lo loro efficacia, serietà e convenienza per i paesi e le popolazioni dell’Africa Orientale.

Per ottenere il necessario rispetto degli italiani all’estero, ingrediente principale per ogni trattativa economica, occorre applicare il principio di reciprocità, impedendo l’ondata razzistica che si è abbattuta sul nostro paese e promossa da partiti politici ormai alla deriva, ma ancora pericolosi e i media a loro collegati. Un atto dovuto verso le migliaia di migrati che vivono e lavorano onestamente in Italia e verso gli imprenditori africani che investono nel nostro paese dando da lavorare ai nostri disoccupati. Attacchi velenosi da pseudo politici e finte storie di cannibalismo in paesi africani dovrebbero rientrare nei reati da perseguire d’ufficio come succede in Ruanda per chiunque tenti di propagare l’ideologia genocidaria del Hutu Power.

In questi giorni il Kenya è oggetto della visita del presidente americano Barak Obama. A differenza di quella di Renzi, l’attenzione dei media nazionali è rivolta all’evento non tanto per la visita al villaggio natale del padre (deceduto) di Obama, ma dalla consapevolezza che il presidente americano ha portato una delegazione di multinazionali strategiche che intendono investire pesantemente nel paese. Alle buone intenzioni e promesse italiane, gli Stati Uniti rispondono con una ventina di contratti milionari che saranno firmati con corrispettivi contanti già disponibili presso le istituzioni finanziarie internazionali. L’ondata di pesanti finanziamenti americani in Kenya è chiaramente rivolta a controbilanciare il successo che stanno conoscendo nel paese gli investitori cinesi, anch’essi seri, di poche parole e molto cash a disposizione. Quello che agli africani, giustamente, interessa.

L’affermazione del Premier fatta durante il comizio all’Università di Nairobi “io rappresento i valori in cui crede il mio Paese” sembra non essere condivisa da Pax Cristi che a proposito della visita di Renzi in Israele e Palestina prende le distanze dichiarando pubblicamente a lettere cubitali: “Non in nostro nome” Dinnanzi a quanto dichiarato durante la visita del Premier nella regione medio orientale leciti sono i dubbi di quale moralità e serietà siano alla base della politica italiana di investimenti in Africa. Forse c’è una confusione tra valori nazionali e valori insiti in una classe politica che, permetteteci di affermarlo, sembra leggermente allo sbando da vent’anni a questa parte.

scritto da Fulvio Beltrami
Uganda, Kampala
@Fulviobeltrami

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3 Risposte to “Renzi in Kenya e le verità nascoste”

  1. Fedele Grassi 27 luglio 2015 a 23:10 #

    Il Mario Mele non e’ il proprietario del Pata Pata Beach Club Malindi e neanche socio o tanto meno collaboratore. Il Mele e’ proprietario del Pata Pata Caffè ma abbiamo già avviato procedimento legale per chiedere la rimozione del nome Pata Pata che in Kenya e registrato di proprietà di Fedele Grassi che prende le distanze dal Mele. Vi prego di rettificare le informazioni da voi scritte perché danneggiano l’immagine del mio Club che prende le distanze dal Mele Mario.
    Grazie

    • African Voices 28 luglio 2015 a 12:34 #

      Buongiorno Sig. Fedele,
      Ho provveduto ad aggiornare l’informazione come da lei correttamente ha suggerito e la ringrazio da parte mia e di Fulvio Beltrami.

      Cordiali saluti

      Marco Pugliese
      African Voices

      • Fedele Grassi 21 agosto 2015 a 20:45 #

        Ringrazio per la vostra immediata correzione.
        Cordialmente

        Fedele Grassi

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