SULLE STRAGI, NOI MUSULMANI DOBBIAMO FARE AUTOCRITICA.

3 Lug

«Con la Tunisia, si colpisce l’economia dell’unico Paese laico dell’intera regione. Dobbiamo isolare i fanatici»

L’immigrato. Un’immagine di Abdelmajid Daoudagh che, negli anni, ha continuato a studiare e a promuovere una «riforma laica e plurale dell’islam»

Di origine marocchina, Abdelmajid Daoudagh, vive in Italia da 27 anni, dopo un periodo in Francia dove ha studiato all’Università. La traduzione dall’arabo del suo nome significa «servo» (abdel) «maestoso» (majid). «Servo maestoso nei confronti di Dio, che ci ha creato tutti diversi e che ci vorrebbe tutti in pace» dichiara. La società civile musulmana in Occidente deve preservare la propria identità dalle derive fondamentaliste.

Anna Della Moretta
a.dellamoretta@giornaledibrescia.it

Non è trascorsa nemmeno una settimana da quel venerdì di sangue in cui persone innocenti sono state massacrate su una spiaggia della Tunisia. Nemmeno una settimana, e l’eco della tragedia si è fatto già flebile, sovrastato da altri e impellenti rumori e frastuoni che tengono in bilico l’Europa. L’Unione che è, e quella che dovrebbe essere, nell’affrontare una crisi greca che va ben al di là della questione economica. Una crisi così profonda, anche perché è stata letta ed affrontata con il metro degli interessi di parte, e non della visione politica che abbia come missione il «bene comune».

Termine che, proprio mentre lo scriviamo, ci accorgiamo essere desueto. Ce ne accorgiamo durante la chiacchierata con Abdelmajid Daoudagh, immigrato storico dal Maghreb, che si interroga con noi sulla tragedia del Bardo e di Sousse. Sul fuoco che non risparmia i popoli del Nord Africa e del vicino Oriente. In una situazione in cui l’Europa, così come per la crisi greca, è la grande pre¬sente e la grande assente. Tunisia ferita. «Colpendo Sousse e la Tunisia i terroristi hanno voluto colpire l’unico Paese che, dopo le primavere arabe, è riuscito a portare avanti un processo democratico – sostiene Daoudagh -. Con Sousse vogliono mettere in ginocchio l’economia della Tunisia, fortemente basata sul turismo, e costringere il Paese ad indebitarsi con i grandi finanziatori del terrorismo internazionale. Perché? Semplice: in questo modo, anche la Tunisia diventa “figlia” di quel capitalismo islamico che, almeno formalmente, si contrappone all’Occidente. Formalmente, perché, di fatto, con gli stessi Paesi del Golfo che finanziano e sostengono i terroristi un certo Occidente non disdegna di fare affari». Il disegno del Califfo.

Ed aggiunge: «La Costituzione tunisina è laica e questo non è certo un buon segnale per il Califfato che vuole fare del Maghreb la piazza di un grande conflitto». Daoudagh è da poco tornato dal Marocco, da cui mancava da anni, e racconta di aver “letto” anche in quella terra i segnali di una insofferenza nelle persone, quella su cui hanno facile gioco i manovratori del terrore. E racconta lo sgomento provato nell’udire che in alcuni ambienti islamici si «plauda» all’azione terroristica che è costata la vita a decine e decine di persone in Tunisia: «Per me l’Isis venerdì scorso ha decapitato l’Islam e l’umanità, proprio perché ha insanguinato la sacralità di un giorno e di un mese, il Ramadan, importanti per chi professa la nostra religione». E ripete la sua posizione, maturata in anni di vita vissuta in Europa, dapprima in Francia per ragioni di studio ed ora in Italia, dove vive e lavora. «Noi musulmani europei continuiamo a vivere in autodifesa, dopo le tragedie cui stiamo assistendo nel mondo arabo e in Europa, compiute in nome dell’Islam. Dobbiamo avere il coraggio, innanzitutto, di una condanna durissima, cosa che non sempre sento nelle pieghe dei discorsi. Poi, di una altrettanto forte autocritica. Dobbiamo avere il coraggio di riconoscere, apertamente, di essere prigionieri di una lettura medievale dei testi sacri e della loro declinazione nella realtà. Non a caso, stiamo assistendo ad una islamizzazione delle nostre società, ma in forma esibizionistica, quasi si dovessero segnare i confini».

Continua, tornando alla strage di Sousse: «Chi uccide è un criminale e basta, non ha alcuna religione. Per questo, ritengo che la società civile musulmana europea debba fare di tutto, dico di tutto, per preservare la propria identità da contaminazioni fondamentaliste. Si devono censurare e condannare i discorsi dei fanatici, siano essi pronunciati per strada, nelle moschee o sui social network, perché è forte il rischio che vengano scambiati per identità comune. Per questo, anche i nostri luoghi di culto devono aprirsi a tutti e sfuggire alla deriva della ghettizzazione».

L’Europa.
Per Daoudagh «solo risolvendo i problemi sociali si argina il terrorismo, si supera l’identità culturale che ancora equivale a quella religiosa, si diventa musulmani universali: nessuno può pensare di professare la propria fede, qualsiasi essa sia, in uno Stato islamico». Sottolineando che, purtroppo, «l’Occidente, per me fonte di libertà e di democrazia, non lo è di pacificazione per quei Paesi, sostenendo governanti inadeguati. Le persone, così, si rifugiano nel radicalismo, diventando facili prede e strumenti di terrore».

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