Archivio | luglio, 2015

Renzi in Kenya e le verità nascoste

27 Lug

Lo scorso 15 luglio il Primo Ministro Matteo Renzi si è recato in Kenya per una visita ufficiale rientrante in un suo tour africano che ha coinvolto anche l’Etiopia. Le visite ai due paesi sono state precedute dalle visite ufficiali in Mozambico, Angola e Congo Brazzaville nel luglio 2014. La visita in Kenya si inserisce nella strategia italiana di recuperare il tempo perduto nell’acquisizione di mercati in Africa definito da Renzi “il nuovo eldorado degli investimenti mondiali”. Il “tempo perduto” a cui Renzi si riferisce fu originato dalle miope scelte strategiche dell’industria italiana attuate negli anni Ottanta. All’epoca, la classe industriale italiana considerò l’Africa come un Continente perduto, in preda alla fame, carestie, dittatori e guerre civili che causavano povertà estrema e, per conseguenza, l’impossibilità per i mercati locali di assorbire le merci italiane.

A titolo di esempio, la FIAT chiuse progressivamente i stabilimenti di produzione che aveva anche in Eritrea e non ritenne lucroso il mercato dell’usato. Le grosse catene alimentari italiane cancellarono i mercati africani le cui vendite di prodotti italiani calavano a causa della diminuzione di connazionali assunti dalle ditte impegnate in opere civili. Invece di far scoprire la cucina italiana agli africani, decisero di non inviare più prodotti. I rari importatori italiani presenti in Africa furono costretti a rivolgersi ad aziende alimentari italiane di bassa qualità per importare prodotti italiani. Un affare che divenne assai conveniente in quanto col tempo questi importatori riuscirono ad applicare elevati prezzi a beni alimentari italiani di bassissima qualità acquistati a prezzi stracciati, ma rivenduti a peso d’oro in Africa sfruttando il marchio “Made in Italy”. Anche le aziende di costruzione italiane, presenti ovunque in Africa, si ritirarono, escluse la Salini Costruzioni e la Cooperativa Muratori e Cementisti.

L’errore di fondo fu di non riuscire a comprendere che i drammi e l’economia stagnante del Continente degli anni Ottanta e Novanta erano inseriti in una fase transitoria che preannunciava l’attuale boom economico. Tutt’ora la maggioranza degli investitori italiani sono convinti che l’Africa non sia un mercato meritevole. Solo gli avventurieri e persone di pochi scrupoli si avventurano nel Continente come dimostrato nell’ultimo decennio in Uganda, convinti di poter truffare gli africani e regolarmente truffati a loro volta da personale “indigeno” evidentemente più scaltri di loro. Il ritiro italiano dal Continente (esclusa la fabbrica della morte: produttori di armi) lasciò un vuoto colmato da cinesi, sud coreani, giapponesi e brasiliani che ora, istallatosi adeguatamente, rendono difficile il ritorno del ‘Mady in Italy’ in Africa.

La visita del Premier italiano si è concentrata sulla creazione di accordi economici, cooperazione contro il terrorismo e sostegno degli imprenditori italiani già presenti nel paese soprattutto nel settore turistico. I giornali kenioti hanno posto scarso interesse alla visita di Renzi all’infuori di lanciare dure e condivise critiche sull’incidente avvenuto durante l’incontro con il presidente Uhuru Kenyatta in cui Renzi indossava un giubbotto antiproiettile. La maldestra operazione, che non è sfociata in un incidente diplomatico grazie alla capacità di comprensione e tolleranza del misero background italiano di conoscenza dell’Africa saggiamente dimostrata dal governo keniota, è stata considerata dai media nazionali come una imperdonabile offesa al paese e catalogata come atto razzista. Un incidente destinato ad aumentare l’astio della popolazione già evidentemente espresso contro gli imprenditori italiani residenti sulla costa nord del paese accusati di infiltrazioni mafiose, di monopolizzare l’industria del turismo e di attuare speculazioni edilizie con forti danni ambientali. Accuse rigettate dalla comunità italiana in Kenya che afferma di aver portato benessere e sviluppo, contribuendo alla diminuzione della cronica disoccupazione costiera, dichiarandosi totalmente estranea a infiltrazioni mafiose.

Durante la visita, Renzi ha firmato l’accordo per il finanziamento alla diga Itare, nella Rift Valley, che provvederà energia alle città di Kuresoi, Molo, Njoro,Rongai e Nakuru per una utenza stimata di 800.000 persone. Le banche impegnate nel finanziamento dell’opera sono la BNP Paribas Italia e Intesa San Paolo. La costruzione della diga è stata assegnata alla Cooperativa Muratori e Cementisti (Cmc) di Ravenna, vincitrice dell’appalto di 240 milioni di euro.

Nell’ impegno italiano di realizzare la diga di Itare, si intravvede una positiva inversione sulla insensata politica di assegnazione delle opere finanziate dai paesi europei. Volendo a tutti i costi applicare le regole di trasparenza, l’Unione Europea e i suoi Stati membri lanciano gare d’appalto internazionali per la realizzazione delle opere finanziate che sono regolarmente vinte da ditte cinesi, brasiliane ed indiane estremamente più competitive ed in grado di offrire la stessa qualità offerta dalle ditte occidentali. Con l’assegnazione della realizzazione della diga Itare alla Cmc, Renzi sembra aver adottato la politica realistica e vincente del governo di Pechino.

La Cina, ormai primo finanziatore in Africa, pur lanciando gare per la realizzazione delle infrastrutture da essa finanziate, inserisce la clausola vincolante che obbliga i governi africani a scegliere ditte cinesi. Con questa politica, Pechino vuole giustamente assicurarsi un ritorno finanziario oltre che politico nei finanziamenti destinati al Continente. Dopo alcuni grossi scandali che hanno coinvolto ditte cinesi, ora il governo di Pechino ha deciso di divenire anche il responsabile giuridico della corretta esecuzione delle opere, rispondendo di prima persona ai governi africani in caso di corruzione o di mancato rispetto dei standard di costruzione internazionali. Una raro esempio di serietà che ardentemente si spera l’Italia emuli.

Se da un punto di vista economico l’affidamento della realizzazione della diga di Itare ad una ditta italiana risulta una scelta giusta e sensata in quanto contribuisce all’economia italiana, da un punto di vista sociale sembrano non essere state prese in considerazione, o ignorate, le pericolose e note tensioni etniche che sconvolgono la regione interessata. Dalle violenze post elettorali del 2007-2008, la Rift Valley e in special modo l’area dove sorgerà la diga, è stata teatro di pulizie etniche compiute dalla tribù Kalenjine ai danni della tribù Kikuyu (quella a cui il Presidente Kenyatta appartiene). La spiegazione ufficiale è la rivendicazione delle terre ancestrali da parte dei Kalenjine che accusano i Kikuyu di essere degli alieni e di avergli rubato le terre negli anni Sessanta e Settanta appoggiati da Jommo Kenyatta, il primo presidente della Repubblica e padre dell’attuale. Diversi i motivi oggetto dell’inquisitoria della Corte Penale Internazionale che sta processando il Vice Presidente William Ruto (appartenente ai Kalenjine) per crimini contro l’umanità commessi durante le violenze post elettorali. La corte dell’Aia sospetta che Ruto abbia organizzato la rivolta dei Kalenjine nella regione per favorire gli interessi di imprenditori a lui collegati e permettere loro di acquisire con la forza terreni predestinati ad ospitare importanti future infrastrutture tra le quali la diga di Itare.

Le accuse, che troveranno conferma o smentita durante il processo in corso all’Aia, trovano una indiretta conferma sul terreno. A distanza di sette anni il reinserimento degli sfollati Kikuyu, vittime della pulizia etnica compiuta dai Kalenjine, stenta a completarsi a causa nuove tensioni etniche alimentate dalla realizzazione di importanti infrastrutture. Il rischio è che la ditta italiana Cmc si trovi ad operare in un contesto sociale estremamente esplosivo e che sia indiretta causa di nuovi scontri etnici. Per evitare questi scontri e compromettere la realizzazioni dell’opera il governo potrebbe decidere di negare i diritti dei suoi cittadini o di attuare pesanti repressioni. Una eventualità probabile visto il mancato rispetto dei diritti civili dimostrata dalla Amministrazione Kenyatta contro la comunità somala e mussulmana ingiustamente accusata di supportare gli attacchi terroristici compiuti dal movimento radicale islamico somalo Al-Shabaab.

Al posto della evidente fretta di concludere l’affare, il Governo italiano avrebbe potuto inserire una clausola sociale, offrendo la sua collaborazione nel risolvere le dispute dei terreni e le tensioni etniche ad esso collegate prima di iniziare i lavori. La diga di Itare rischia di avere lo stesso destino di quella in Etiopia: la “Grande diga della Rinascita” affidata alla Salini Costruzioni. In un articolo denuncia del 2013, Nigrizia la definì “La diga della discordia”. La diga, importante per l’economia dell’Etiopia, è stata decisa ignorando gli studi indipendenti internazionali di grave impatto ambientale. L’esercito etiope ha sloggiato con la forza i residenti delle zone limitrofe. I lavori della diga (che diminuirà considerevolmente il volume d’acqua del Nilo) sono iniziati senza il consenso di Sudan ed Egitto, mettendoli a fatto compiuto. Concreto è stato il rischio di una guerra continentale per le acque del Nilo evitata solo dalla situazione di debolezza dell’Egitto sorta dopo la rivoluzione e la caduta del regime di Mubarak.

Più volte il governo del Cairo ha minacciato di bombardare i cantieri presso la diga etiope non mantenendo fede alle minacce in quanto bisognosa attualmente degli aiuti occidentali, Italia compresa, per ripristinare l’ordine nel paese ed arginare il pericolo del terrorismo di matrice islamica estremista. La Salini Costruzioni con l’incarico della costruzione della diga in Etiopia, accettato nonostante tutto ciò, è riuscita a compensare la perdita di importanti mercati in Uganda tra i quali la realizzazione della diga di Karuma.

L’ondata di attacchi terroristici in Kenya, che dura dal 2012 è stata oggetto della promessa del Premier Renzi di aumentare la collaborazione tra i due paesi in materia di lotta contro il terrorismo. Buone intenzioni che sembrano però contraddette e compromesse dalla politica del compagnia nazionale di idrocarburi ENI nella regione che rischia di creare nuovi confitti e ritorsioni terroristiche. Ufficialmente la ENI ha ricevuto le licenze di esplorazione per tre blocchi petroliferi situati nelle acque territoriali keniote del Bacino di Lamu. La ENI è accusata dal governo somalo assieme alle multinazionali petrolifere Anadarko, Shell e la compagnia di San Domingo, Soma, di sostenere il piano segreto del governo di Nairobi di impossessarsi di ingenti giacimenti petroliferi scoperti nelle acque territoriali della Repubblica della Somalia, guarda caso proprio adiacenti ai blocchi petroliferi acquisiti dalla ENI in Kenya nel Bacino di Lamu. I giacimenti offshore somali sono ora oggetto di un contenzioso territoriale internazionale promosso dal Kenya. Numerosi esperti regionali individuano l’alquanto tardiva partecipazione del Kenya (2012) alla guerra contro il terrorismo in Somalia intrapresa dall’Uganda sotto mandato ONU nel 2007 non come un genuino aiuto a debellare il terrorismo nel Continente. L’agenda segreta keniota sarebbe quella di mettere le mani sul petrolio offshore somalo con l’aiuto e la complicità di multinazionali occidentali. L’effetto collaterale non previsto è stata la ritorsione terroristica in Kenya compiuta dal terrorismo somalo di Al-Shabaab.

Questa agenda segreta è ormai convalidata dagli avvenimenti. Le truppe keniote in Somalia si concentrano nella fascia costiera sud dove sono presenti questi giacimenti. Il governo keniota ha stretto accordi contro il parere della East Africa Community (Comunità Economica dell’Africa Orientale) con signori della guerra somali per la creazione di uno Stato indipendente nella regione sud confinante con il Kenya, denominata Jubaland. Attualmente il movimento indipendentistico del Jubaland ha ottenuto dal governo di Mogadiscio lo statuto di regione semi autonoma già concordato ad altre regioni del paese. Secondo esperti militari regionali la concessione di tale statuto non risolverà la determinazione dei War Lords a creare uno stato indipendente in quanto sono praticamente aizzati dal governo keniota. Accordi di sfruttamento dei giacimenti petroliferi delle acque territoriali sarebbero già stati firmati tra il Kenya e i Signori della Guerra, probabile futura classe dirigente qualora la Jubaland divenisse una realtà. L’esistenza di questi accordi è stata categoricamente smentita dal governo keniota.

Per impedire questo attentato alla sovranità territoriale e la rapina di importanti risorse naturali che servono per la ricostruzione del paese (vittima di 23 anni di guerra civile), il governo somalo ha richiesto una serie di colloqui con Nairobi al fine di trovare una soluzione pacifica alla contesa petrolifera. Si intravvede la possibilità di una compartecipazione del Kenya e delle multinazionali collegate (tra cui la ENI) allo sfruttamento dei giacimenti offshore che rimarrebbero di proprietà della Repubblica della Somalia.

Come misura preventiva, il governo di Mogadiscio avrebbe inoltrato alle sedi delle multinazionali coinvolte nella disputa territoriale (Corso Marconi incluso) e al governo keniota un avvertimento legale di non iniziare operazioni di esplorazione dei giacimenti petroliferi costieri senza accordi con il governo somalo. Ogni tecnico nazionale o straniero che verrà intercettato in operazioni illegali di esplorazione sarà considerato come un clandestino in territorio somalo e trattato come tale. Sconosciute le reazioni delle multinazionali soggette a questo avvertimento legale pur riscontrando sul terreno una totale sospensione di ogni attività di esplorazione, divenuta ora estremamente pericolosa.

Si nutre la speranza che le multinazionali petrolifere occidentali, tra cui ENI, favoriscano e non boicottino il compromesso di sfruttamento petrolifero comune tra Somalia e Kenya. Questo approccio positivo potrebbe riabilitare l’immagine internazionale della nostra compagnia petrolifera dopo gli accertati scandali per corruzione commessi in Angola e Nigeria e oggetto di indagini della Magistratura italiana. Scandali che sono antitetici dalla politica di imprenditoria pulita promossa da Enrico Mattei, il padre della ENI, assassinato nell’ottobre del 1962.

In caso contrario il supporto a dispute territoriali rientrerebbe nella casistica criminale di supporto a conflitti con la stessa gravità di quelli attuati per i diamanti durante le guerre civili in Liberia e Sierra Leone o per l’interminabile conflitto al est del Congo per l’acquisizione di oro e coltan. Non si hanno notizie sulla posizione della ENI riguardo questa contesa territoriale che potrebbe scatenare un conflitto regionale anche perché, non è noto se l’argomento sia stato trattato durante la visita ufficiale di Renzi in Kenya. Un argomento delicato che rischia di aumentare l’odio dei somali nei nostri confronti visto il passato non certo edificante dell’Italia nel paese dal colonialismo all’era Craxiana fino ad arrivare alle scorie radioattive disseminate lungo le spiagge somale approfittando della guerra civile.

La contesa territoriale per i giacimenti offshore ha giustificato l’intervento militare keniota in Somalia e la reazione di Al-Shabaab che ha aperto una guerra in Kenya combattuta a suon di attentati. La lotta al terrorismo necessita a volte di comprenderne le cause più che inviare aiuti militari e rafforzare le operazioni congiunte di intelligence. Assente nel discorso del Premier Italiano la necessaria condanna al governo keniota per le violazioni dei diritti umani contro le comunità somala e mussulmana in nome della lotta contro il terrorismo: esecuzioni extra-giudiziarie di leader religiosi, arresti arbitrari, espulsioni illegali, torture. Un grave messaggio indirettamente offerto al governo keniota: dinnanzi alla possibilità di affari i diritti umani possono essere messi in secondo se non in terzo piano…

Si ha l’impressione che l’attenzione sui diritti umani da parte dell’attuale governo pecchi di numerose lacune. Un mese fa, Ntibogora Jerome, un poliziotto burundese accusato dalla società civile del suo paese di aver coordinato varie esecuzioni extra-giudiziarie di oppositori, è giunto in Italia per ricevere una formazione dalla Polizia prima di essere inviato nella Repubblica Centroafricana all’interno del contingente di pace internazionale per fermare le pulizie etniche commesse ai danni della comunità mussulmana. Non riusciamo a comprendere che tipo di capacità di intervento in difesa delle vittime della polizia etnica in Centrafrica possa aver un poliziotto burundese quando nella sua patria dirige squadroni della morte aderenti all’ideologia di sterminio HutuPower.

L’addestramento ricevuto dalla polizia italiana da questo criminale non è sintomo di un appoggio del governo di Roma alla dittatura del presidente burundese Pierre Nkurunziza. Più semplicemente è sintomo di una superficialità della nostra intelligence che la porta a non comprendere le infiltrazioni di genocidari in missioni di pace internazionali attuate dal regime burundese a scopo di lucro.

Di scarso peso, se non sotto il punto di vista morale, l’accenno di Renzi al dramma della immigrazione clandestina africana fatto durante la conferenza tenuta presso l’Università di Nairobi. “L’Italia continuerà a garantire i salvataggi dei migranti nel mar Mediterraneo. Continueremo a salvare vite umane, perché crediamo nei valori umani e io rappresento i valori in cui crede il mio Paese. L’Italia è un ponte tra l’Europa e l’Africa. La strategia del nostro governo è quella di creare un ponte tra l’Europa, tra le istituzioni europee e la stessa Africa”, sottolinea Renzi dinnanzi ad una platea composta da docenti e studenti universitari, rappresentanti della società civile, Ong locali e autorità keniote. L’intervento, sotto un punto di vista umano condivisibile, sembra non toccare l’attenzione del governo, media e opinione pubblica del Kenya in quanto l’immigrazione keniota verso l’Europa è rivolta alla Gran Bretagna e in forte diminuzione grazie allo sviluppo che il paese sta conoscendo nel ultimo decennio. Il Kenya è il primo paese africano assieme alla Somalia che sta conoscendo una immigrazione di ritorno dove i cittadini migrati decenni fa in Europa ritornano nella loro patria per contribuire finanziariamente e culturalmente al boom economico in Kenya e alla ricostruzione del paese in Somalia.

Durante la conferenza presso l’Università di Nairobi, il Premier italiano ha fatto largo uso dello specchietto ‘umanitario’ per le allodole, promettendo di aumentare la cooperazione nel paese africano per frenare le partenze dei migranti verso l’Europa e tagliare l’erba sotto i piedi ai terroristi. La promessa non ha ricevuto l’attenzione dovuta da parte della controparte, ben consapevole che la cooperazione dell’Italia in Kenya è insignificante. La maggioranza delle Ong italiane impegnate nel paese ricevono finanziamenti dall’Unione Europea… Una tendenza che non può essere di certo invertita se non nei discorsi della propaganda politica. La percentuale degli aiuti pubblici allo sviluppo menzionate nel Documento di economia e finanza (Def) del 2015, fa notare un leggero aumento dell’impegno italiano registrato nel 2014 (0,16%) rispetto a quello del 2012 (0,12%). Renzi ha annunciato di voler perseguire il percorso di riallineamento agli standard internazionali per il triennio 2016-2018, prevedendo una percentuale dello 0,18% nel 2016, dello 0,21% nel 2017 e dello 0,24% nel 2018. L’obiettivo è raggiungere nel 2020 lo 0,30%. Lontano, comunque, l’obiettivo europeo dello 0,70% di cui l’Italia si è impegnata da 15 anni senza mai rispettarlo.

L’ultimo obiettivo della visita in Kenya riguarda l’attenzione che il governo italiano apporrà nel supporto dell’imprenditoria italiana nel paese africano, soprattutto quella legata al settore turistico. Intenzioni degne di nota nella speranza che si inverta la storica e cronica disattenzione del governo italiano nei confronti degli imprenditori che decidono di investire in Africa, spesso lasciati soli senza protezioni giuridiche e totalmente esclusi da politiche nazionali di investimento nel Continente (per altro quasi inesistenti). Una maggior attenzione e supporto del governo italiano contribuirebbe allo sviluppo economico dei paesi africani interessati, alla maggior diffusione del “Made in Italy” ed aiuterebbe l’economia italiana in profonda, ma non dichiarata, crisi ben peggiore di quella greca.

Questo sostegno è indispensabile per gli investitori italiani operanti nel settore turistico, concentrati sulla costa di Malindi che come il resto del settore sta subendo una forte crisi causata dalla comprovata incapacità delle forze dell’ordine e del governo keniota di prevenire gli attacchi terroristici e di tutelare la salvaguardia dei suoi cittadini. Pur non registrandosi attacchi terroristici contro turisti stranieri (come nel recente caso in Tunisia) la minaccia di Al-Shabaab contribuisce al declino delle visite mettendo in crisi il settore.

Il supporto all’imprenditoria italiana in Africa deve però essere estremamente attento a prevenire casi di infiltrazione mafiosa e di riciclaggio del denaro. Episodi di cui il vicino Uganda è stato recentemente vittima anche se la pronta reazione del governo ha impedito che questi tentativi prendessero una radicalizzazione preoccupante sul territorio. Il Kenya sembra purtroppo uno dei paesi scelti dalla mafia italiana che sta allargando la sua nefasta influenza oltre i confini nazionali: dalla vendita di armi, alla prostituzione, dal riciclaggio di denaro al traffico illegale di oro e minerali preziosi provenienti da zone di conflitto. Secondo indagini giornalistiche che continuamente vengono condotte a livello nazionale ed internazionale riguardanti la mafia italiana in Kenya, Malindi sarebbe stato trasformato in un Hub internazionale per ogni genere di crimine ed attività mafiose, controllate da boss di “Cosa Nostra” ricercati in Italia, ma protetti per mancanza di chiari trattati bilaterali di estradizione tra il Kenya e il nostro paese.

Le inchieste (la prima a cura di giornalisti kenioti di alto livello professionale condotta nel 2012) rivelano un mondo parallelo a quello dell’industria del turismo con sospetti di intreccio tra le attività legali ed illegali. Recentemente sono state avviate una serie di indagini giornalistiche finanziate dalla Unione Europea (Innovation in Development Reporting Grant Programme della European Journalism Centre), che sta indagando sulla penetrazione della mafia italiana in vari paesi africani. L’obiettivo è di divulgare notizie tenute segrete da alcuni governi africani al fine di sensibilizzare l’opinione pubblica e costringere le magistrature africane ed italiana ad una maggior attenzione al pericolo mafioso nel continente. Un’attenzione che sembra essere assicurata dalla magistratura italiana, ma che si infrange contro una rete di omertà e corruzione nei paesi africani ospitanti i mafiosi. Il messaggio rivolto dalla Unione Europea ai mafiosi italiani è chiaro: il cerchio si restringe e i tempi dell’omertà sono finiti.

A titolo di esempio, tra le inchieste finanziate dall’Unione Europea, vi è quella su Mario Mele, proprietario del Pata Pata Caffè di Malindi. Secondo l’inchiesta dei giornalisti Lorenzo Bagnoli e Lorenzo Bodrero, il Mario Mele è sotto indagine per bancarotta (nel 2011) di una ditta (RISEA e EDO) assieme ai suoi associati Gian Pietro Porcheddu e Ivan Deidda. L’ufficiale di polizia Alberto Cambedda dichiarò nel 2012 al quotidiano La Nuova Sardegna che vi erano forti sospetti che la bancarotta fosse stata provocata intenzionalmente. Durante i controlli della Guardia di Finanza sulla ditta fallita di proprietà di Mele e dei suoi soci, le autorità italiane trovarono tracce di legami con il clan mafioso siciliano, D’Agosta.

Mele rifiuta di ritornare in Italia per rispondere al magistrato Andrea Shirra di Nuoro che si occupa del caso. “Il mio avvocato si sta occupando della faccenda. Non posso ritornare per presenziare ad un processo senza fare nulla. Di che cosa campo mentre attendo là?” dichiara Mele ai giornalisti italiani che lo hanno intervistato.

Ci sono due dirette conseguenze dell’infiltrazione mafiosa in Africa. Una politica e l’altra economica. Abbiamo constatato che la mafia italiana sta costruendo una rete di protezione politica in Africa che coinvolge autorità governative, polizia e servizi segreti locali. La mafia arriva come fenomeno alieno al paese africano, ma viene integrata nelle dinamiche nazionali e quindi protetta da amici politici, generali della polizia ed intelligence che partecipano al bottino derivante dai traffici illeciti. La conseguenza economica è la creazione di una concorrenza sleale che danneggia gli imprenditori occidentali ed africani che avviano le loro attività oneste senza accedere ai fondi derivanti dal riciclaggio del denaro”, spiega il responsabile del progetto giornalistico Stefano Gurciullo. Un progetto che ha già dato i suoi frutti con approfondite indagini sui mafiosi italiani anche in Kenya, pubblicate da CorrectTV, L’Espresso, Il Fatto Quotidiano e il Mail&Guardian.

L’infiltrazione mafiosa a Malindi sembra un argomento tabu. Nel 2012 i giornalisti kenioti che si occuparono dell’affare furono pesantemente minacciati e ridotti al silenzio anche dalle stesse forze dell’ordine del Kenya secondo alcune loro testimonianze. La stessa comunità italiana a Malindi (o meglio, parte di essa) sembra reagire con rabbia e violenti attacchi verbali a chiunque voglia approfondire il tema dell’infiltrazione della mafia italiana in Kenya.

Un atteggiamento sbagliato, ma forse comprensibile, da parte di onesti connazionali che vivono delle attività turistiche a Malindi e che interpretano ogni inchiesta sulle infiltrazioni mafiose in Kenya come un ennesimo ingiustificato attacco che compromette le loro attività già seriamente compromesse dall’ondata di attacchi terroristici nel paese lanciata da Al-Shabaab. Eppure nessuna inchiesta giornalistica ha per ora puntato il dito contro loro. La sola inchiesta che prende in causa diretta l’imprenditoria italiana a Malindi, e fatta da un giornalista keniota nel 2014, prende in esame non presunte connivenze mafiose ma il monopolio economico della comunità italiana che non permetterebbe l’evolversi della imprenditoria locale.

Parte dei connazionali che lavorano a Malindi non negano le infiltrazioni mafiose, ma sottolineano che il fenomeno sia stato circoscritto agli anni Ottanta e Novanta e “fortunatamente quasi totalmente sparito perché gli interessi economici che girano in Kenya sono talmente miseri rispetto ad altre realtà africane, che non ne varrebbe la pena. E poi non c’è più il divieto di estradizione per reati internazionali come riciclaggio e traffico di droga, che sono notoriamente le banche delle mafie” spiega, in un messaggio sul tema inviato a Fulvio Beltrami, il Dottor Del Curatolo, giornalista professionista trasferitosi a Malindi nel 2005 che si occupa dell’ufficio stampa per l’imprenditoria turistica, lavorando con l’associazione dei tour-operator kenioti, il Kenya Tourist Board e la Task Force del Ministero del Turismo e del Commercio in Kenya. L’affermazione ottimistica del Dottor Del Curatolo sembra smentire le recenti indagini compiute con finanziamenti dell’Unione Europea, indagini svolte direttamente a Malindi.

Per mancanza di informazioni non possiamo confermare o smentire eventuali accordi bilaterali tra Kenya ed Italia per arginare l’infiltrazione mafiosa lungo la costa ed estradare i criminali nostrani. Accordi che sarebbero dovuti visto il nefasto ruolo che gioca la mafia sia in Italia che in Kenya. Probabilmente sono stati presi, ma non divulgati per non invalidare le azioni contro questi potenti cartelli ‘Made in Italy’ che speriamo siano intraprese dai due governi per debellare il cancro che compromette sia il Kenya che la reputazione di onesti connazionali che lavorano nella costa e del nostro paese che necessita seriamente di smentire la fama di “spaghetti, mafia e mandolino” radicato tra la maggioranza degli europei. Se nei prossimi mesi assisteremo ad azioni concrete e al rimpatrio dei ricercati per affrontare la giustizia italiana, comprenderemo che durante la visita il Premier Renzi ha affrontato realmente il problema.

Nel trattare l’argomento mafia a Malindi occorre porre accurata attenzione a non creare un clima di generalizzazione che potrebbe indurre il lettore a catalogare ogni imprenditore connazionale che si trovi nella costa keniota come un mafioso o colluso con la mafia. Per onestà di cronaca osserviamo che raramente i media kenioti o italiani che hanno trattato il tema hanno offerto la possibilità di replica da parte di associazioni di imprenditori italiani che lavorano e vivono a Malindi.

A titolo di esempio, l’associazione Malindikenya.net pubblicò il suo punto di vista a seguito di una indagine giornalistica pubblicata nel 2012 su Il Fatto Quotidiano e Dagospia relativa alle influenze politiche del Cavaliere Silvio Berlusconi e del controverso imprenditore Flavio Briatore che sponsorizzarono la nomina a Console Onorario di un loro amico “palazzinaro”: Marco Vancini (secondo la ricostruzione dei due quotidiani italiani). La lettera indirizzata a Marco Travaglio non fu mai pubblicata da Il Fatto Quotidiano, ma su un sito privato. La replica all’indagine giornalistica a firma di Fausta Viglialoro, contestava l’indagine giornalistica portando testimonianze sulla onestà del Vancini redatte da vari connazionali residenti e non residenti a Malindi, tra i quali: Gianfranco Ranieri, Presidente Karibuni onlus, e Antonio Bosso.

L’inchiesta giornalistica si basava sulle accuse di Godfrey Karume, presidente del gruppo ecologista keniota Malindi Green Town Movement partner ufficiale del Progamma protezione Ambiente delle Nazioni Unite (UNEP). Karume ha sempre accusato Vancini di essere un noto palazzinaro che, con i suoi alberghi, ville e villette, aveva distrutto fauna e flora della costa, causando un grave degrado ambientale e infrangendo varie leggi nazionali in tutela dell’ambiente. Nonostante le polemiche e i dubbi, il governo italiano dell’epoca nominò Marco Vancini come Console Onorario a Malindi. Vancini è morto in un incidente stradale lo scorso febbraio, inaugurando una serie di morti di connazionali avvenute in pochi mesi in Kenya. Il 19 maggio 2015 morì l’imprenditore edile Paolo Rusconi. Il 05 luglio 2015 morì l’operatore turistico Andrea Maffi. Gli ultimi due connazionali sono stati vittime di brutali aggressioni di cui la polizia keniota sta indagando. Al momento nessun rapporto della polizia locale lega le morti alla malavita italiana.

Negare il diritto di replica non sembra un atto professionale per una testata giornalistica in quanto, le opinioni dell’imprenditoria italiana a Malindi potrebbero aiutare ad esaminare il delicato argomento sotto ogni punto di vista. Questa diritto negato, forse, ha alimentato col tempo le rabbiose reazioni di alcuni nostri connazionali in Kenya nel leggere sui media internazionali articoli dedicati alle infiltrazioni mafiose nella costa nord del paese africano. Articoli che ultimamente stanno aumentando a ritmo serrato.

Crediamo che il diritto di replica (se mantenuto su toni civili) sia un atto dovuto che sarà effettuato a settembre dopo le vacanze estive proponendo un’intervista ad alcuni rappresentanti dell’imprenditoria italiana in Kenya. Le loro risposte offriranno un punto di vista di chi vive a Malindi, forse diverso ma che, sicuramente, merita attenzione da parte dell’opinione pubblica italiana. Un’ attenzione non disponibile durante il ferragosto. Nel frattempo ci sentiamo di assicurare gli eventuali turisti italiani che vogliono recarsi in vacanza a Malindi o in Kenya. Le misure di protezione attuate dal governo keniota per proteggere i turisti sembrano essere efficaci e serie in quanto nessuno dei recenti attacchi ha coinvolto stranieri. Malindi non è la terra della Mafia nonostante la presenza di qualche mela marcia con molti cadaveri nascosti dentro gli armadi, in Italia. Al contrario Malindi è piena di onesti imprenditori che necessitano di fiducia e supporto in questo momento di crisi turistica nel paese. Un atto di solidarietà tra italiani onesti non guasta mai.

Un accorato appello viene rivolto al Premier italiano e al suo governo. Occorre un serio piano di supporto degli investimenti italiani in Africa che, però, sia estremamente attento alle infiltrazioni mafiose. Occorre inoltre instaurare l’obbligo per gli investitori italiani a rispettare codici di etica morale per evitare sfruttamento della mano d’opera ed evasione fiscale di cui alcuni connazionali sono stati recentemente sospettati in Uganda come si apprende dalla Ugandan Revenue Autority che ha pregato di non rivelare l’identità per non compromettere le indagini in corso e il recupero delle tasse non pagate oggetto di vari contenziosi legali tra il governo ugandese e le ditte italiane, inglesi, indiane e cinesi sospettate di evasione.

Se gli investimenti italiani saranno legati ad un serio e vincolante codice etico, contribuiranno alla crescita del Continente e all’economia italiana. Al contrario, essi rischieranno di assumere aspetti speculativi e per questo destinati ad essere temporanei e a corto respiro. La politica del “arraffa e fuggi” di certo non può sostenere la concorrenza di altri paesi: Stati Uniti, Gran Bretagna, Cina, Russia, Corea del Sud, Brasile, Nigeria, Sud Africa, Marocco, Turchia, Israele che nella regione dei Grandi Laghi attuano da decenni mirate politiche di investimento a lungo raggio che stanno dimostrando tutta lo loro efficacia, serietà e convenienza per i paesi e le popolazioni dell’Africa Orientale.

Per ottenere il necessario rispetto degli italiani all’estero, ingrediente principale per ogni trattativa economica, occorre applicare il principio di reciprocità, impedendo l’ondata razzistica che si è abbattuta sul nostro paese e promossa da partiti politici ormai alla deriva, ma ancora pericolosi e i media a loro collegati. Un atto dovuto verso le migliaia di migrati che vivono e lavorano onestamente in Italia e verso gli imprenditori africani che investono nel nostro paese dando da lavorare ai nostri disoccupati. Attacchi velenosi da pseudo politici e finte storie di cannibalismo in paesi africani dovrebbero rientrare nei reati da perseguire d’ufficio come succede in Ruanda per chiunque tenti di propagare l’ideologia genocidaria del Hutu Power.

In questi giorni il Kenya è oggetto della visita del presidente americano Barak Obama. A differenza di quella di Renzi, l’attenzione dei media nazionali è rivolta all’evento non tanto per la visita al villaggio natale del padre (deceduto) di Obama, ma dalla consapevolezza che il presidente americano ha portato una delegazione di multinazionali strategiche che intendono investire pesantemente nel paese. Alle buone intenzioni e promesse italiane, gli Stati Uniti rispondono con una ventina di contratti milionari che saranno firmati con corrispettivi contanti già disponibili presso le istituzioni finanziarie internazionali. L’ondata di pesanti finanziamenti americani in Kenya è chiaramente rivolta a controbilanciare il successo che stanno conoscendo nel paese gli investitori cinesi, anch’essi seri, di poche parole e molto cash a disposizione. Quello che agli africani, giustamente, interessa.

L’affermazione del Premier fatta durante il comizio all’Università di Nairobi “io rappresento i valori in cui crede il mio Paese” sembra non essere condivisa da Pax Cristi che a proposito della visita di Renzi in Israele e Palestina prende le distanze dichiarando pubblicamente a lettere cubitali: “Non in nostro nome” Dinnanzi a quanto dichiarato durante la visita del Premier nella regione medio orientale leciti sono i dubbi di quale moralità e serietà siano alla base della politica italiana di investimenti in Africa. Forse c’è una confusione tra valori nazionali e valori insiti in una classe politica che, permetteteci di affermarlo, sembra leggermente allo sbando da vent’anni a questa parte.

scritto da Fulvio Beltrami
Uganda, Kampala
@Fulviobeltrami

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La Stampa, italian national newspaper. Racist about Democratic Republic of Congo

21 Lug

Open Letter to Italian newspaper La Stampa.

Delete the racist article about the Democratic Republic of Congo publish on 20th July 2015 and submit your apologies to Kinshasa Government.

To the kind attention of La Stampa Office and to the journalist Paolo Mastrolilli.

With incredulity and great horror we read the article publish on 20th July 2015 by La Stampa, signed by the Italian journalist Paolo Mastrolilli: “In the heart of Congo where the Cannibals stop the Islamists

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Most probably La Stampa has tried to report about the conflict in east of DRC against Ugandan Islamic terrorist group: ADF Alliance of Democratic Forces, linked to Somali Al-Shabaab and recently to ISIL. ADF is responsible of the terrible terrorist attack in Kampala, Uganda during the World Cup final match on July 2010 where thousands of people died.

ADF terrorists, defeated by UPDF, since 2004 have found refugee on the East of DRC where have been responsible of terrible atrocities against civilians. ADF finance itself with DRC mineral and ivory illicit trade. Since 2014 FADRC (Congolese Army) in collaboration with U.N. peacekeeping forces MONUSCO and military advisers sent by Ugandan Government, are fighting these Islamic terrorists obtaining quite good results. ADF have been wreaked but not yet completely destroyed. The major town victim of ADF atrocity is Beni, North Kivu, where thousands of people have been massacred in the last 16 months.

We consider incredible and disgusting utilize such kind of title (Cannibals) to describe the dramatic situation that east DRC population is facing and the efforts done by Kinshasa, Kampala and U.N. forces in order to defeat a really dangerous terroristic group.

Inside of the article it has been described a Cannibalism episode in theory reported by an unknown U.N. Officer according to the journalist. It’s really strange because this episode is totally unknown by the majority of African and International Medias. We will like to know La Stampa sources of information and the name of U.N. Officer, too. Even in the eventuality that a true Cannibalism act against ADF terrorists has been committed we think that it’s totally unprofessional and contrary to journalist Moral Code utilize the term “Cannibalism” with the risk that it can be associated to the young FARDC soldiers that daily suffer and die fighting the terrible ADF terrorist in East of DRC. Terrorists that are very dangerous because are linked to the international terrorist network. If you think well these young FARDC soldiers are fighting also for us Western people. They are fighting for our cities safety too, because today ADF terrorists are killing in Congo but tomorrow they can came to blow up themselves in our cities…

Cannibalism terminology chosen is a great insult to Democratic Republic of Congo where, believe, are not existing CANNIBALS! It’s a great offence meanly for East DRC population that are suffering because of Islamic terrorism instead to have recognised their rights to Peace and Development!

It compromise DRCongo reputation, tourism and investment possibilities in this wonderful country with a suffered and controversial history but with a lot of willing to defeat the violence and reinforce Peace and Democracy.

Choosing “Cannibals” to describe the fights against terrorist group ADG is typical West trash newspapers journalist tactic in order to catch public opinion attentions and increase their audience. A tactic refused by the major French and English newspaper as the major news networks like: BBC, CNN, Al-Jazeera, RT and PressTV because these tactics and sensational titles risk increasing racial hate. Foreign Medias normally censure any article suspect of racism and try to isolate any journalist that promote racism in their articles. A moral duty that even your newspaper (La Stampa) should respect!

Form a moral and journalistic point of view such kind of titles risks to promote false ideas and prejudices not only against DR Congo but against all Africa, a Continent that is developing fast where Italian investors are trying to enter in its reach markets to avoid bankrupts at home. This kind of information damage Italian investors and create a reversal racism from Africa, as unjust but comprehensible reaction. It risks to damage the reputation of many DRC citizen that leave work honestly in Italy too. They are not CANNIBALS or PRIMITIVES! Recently Italian newspaper La Tribuna di Treviso has report the success story of Mr. Longo Issiya DRC citizen. Mr. Longo is not eating Italians people. At the contrary is giving to them jobs thanks to his big business in Italy and he has always refused to have Italian citizenship because he doesn’t want loose the DRC ones. DCR Constitution doesn’t allow the double nationality.

Publish these outrageous and racist titles risks to increase racism in Italy too. A wrong turn in this delicate historical moment where there is need to destroy racism and the hates connected to it in order to affront with dignity and great humanity the migration drama where Italy is touched every day. We firmly believe that this racist act has not be done intentionally be Italian newspaper La Stampa but it’s a vital priority to fight any kind of racism immediately without think too much!

Moreover serious doubts are concerning the real presence in Congo of Italian journalist author of the offensive article. Mr. Paolo Mastrolilli as signed the article like if is La Stampa reporter in Goma, North Kivu, DR Congo. Goma authorities contacted for the issue have informally told that are not aware of presence in the region of any Italian journalist at this time. They firmly deny any case of cannibalism occurred in east of DRC expressing their sadness for this kind of disinformation about their country. On Mastrolilli Twitter account it can clearly be read that is La Stampa reporter based in New York, USA… Well known is the Italian journalism culture to write about countries without having reporters on the field for financial constraints. The majority of Italian journalists are copying foreign articles or basing their stories on unverified sources of information.

We ask to La Stampa to delete or at least modify the disgusting, racist and offensive article about DRC and to submit official apologies to the Democratic Republic of Congo true its Embassy in Rome.

We ask a reinforcement of La Stampa internal norm of conduct for the information remembering to La Stampa that spread racism is a legal offence and a crime against humanity because racism is the base for every Genocide: from Jewish Holocaust to 1994 Rwanda Genocide.

Waiting article revision and public apologise from La Stampa we wish to La Stampa Management the best regards.

To anybody may ask to us why we react so strong and immediately we answer that even the most insignificant act of racism can cause great damage to Humanity if ignored or, worst, tolerate!

Editing by
African Voices
@AVafricanvoices

and
Fulvio Beltrami
Kampala, Uganda
@Fulviobeltrami

 

Djibouti ou les autres facettes de l’illusion du Bonheur. PARTIE II

21 Lug

Bonjour, je vous retrouve pour la suite de ma chronique. Si, je vous aie conté les grandes lignes de la politique Djiboutienne de 1977 a 1999. Date d’arrivée au pouvoir du président Ismael Omar Guelleh et du départ pour cause d’âge avancé, du président Hassan Gouled a 89ans…

Nous allons entamer ensemble, la longue traversée du désert, qu’ont connus et continuent à connaitre les Djiboutiens avec le régime autoritaire du président Guelleh. Effectivement, arrivé au pouvoir en 1999.

Le peuple Djiboutien à peine sortis d’une crise financière et d’une guerre civile, en ce courant des années 90… Va se prendre de plein fouet, la politique opportuniste de leur nouveau leader. La vie courante loin de s’améliorée, pour une population d’à peine un million d’âmes.

Va aller de pire en pis, malgré un positionnement stratégique du pays sur la carte du monde (Djibouti étant la porte d’entrée de l’Afrique a l’Asie avec le détroit de Bab-el-Mandeb) Le port est privatisé a des Qataris, après des décennies de malversations et de corruption en tout genre, par le propre frère du président qui est toujours en fonction a l’heure actuelle.

Le niveau de vie déjà difficile de la population va encore chuter avec des prix toujours vus à la hausse, sans aucune considération de la réalité. C’est le cas du transport public, ainsi que les denrées de premiers nécessités, comme le pain.

Mais, le plus flagrant de ces dérivent, reste la stratégie de dependance, que ce régime a sut développer, en matière de fruits et légumes avec le grand voisin Ethiopien. Ainsi que, ce qui est le plus aberrant pour tout commun du mortel, pour un pays qui se veut avancer et ne cache pas ses ambitions d’être le Dubaï de la région.

L’importation de la plante verte appeler plus communément « Khat » et qui a des effets stimulant et euphorisant sur l’organise, en d’autres terme de la drogue rendu légale par le gouvernement, pour un meilleur contrôle des masses.

Khat-stalls

La vie est réglée comme du papier a musique sur tout l’étendu du territoire national, le khat arrive a 13h heure locale. Et presque la grande majorité de la population adulte sans compter les jeunes pas encore majeurs, rendus accro à cette plante s’agglutinent sur les étables des vendeuses de la fameuse plante verte.

Contrôlé, par le puissant syndicat de khat « SOGIK », avec qui les autorités travaillent main dans la main et perçoivent même des taxes sur la vente du khat… Et c’est ainsi que le pays se transforme en immense dalle de « shooting légal ».

Pour tous ces djiboutiens abrutis par le manque de perspectives et le chômage pandémique, pour ces quelques heures d’évasions, d’une réalité bien dure. Tout cela, sous le regard bienveillant des autorités qui ne sont jamais posées la question (Et on devine aisement, pourquoi).

De l’impact de cette drogue sur la population ou même jamais envisager son interdiction pur et simple! La realitee, c’est que des hommes sont entrain de se faire de l’argent sur la misère et le désarroi total des citoyens à Djibouti.

Les ministères et les agences gouvernementaux, comme je vous l’ai dit dans mon précédent article. Sont entre les mains des plus proches parents du chef de l’Etat, si ce n’est un entourage favorable au régime et le mot d’ordre pour tout ce beau monde, et la dilapidation des biens de l’état.

Aucune excès ne c’est refuser, des grosses 4*4 japonaises aux voyages en Europe et en Amérique du Nord au frais du contribuable, ainsi que les grandes villas chics et sous bonne garde, où ils se sont tous regroupés. Comme si, ils voulaient occulter tout lien avec la réalité du pays et de sa population…

Pendant ce temps, l’EDD qui est nulle autre que l’agence Djiboutienne de l’électricité, fait vivre un véritable calvaire au petit peuple et cela depuis tenez-vous bien, une vingtaine d’années, déjà ….

Et le comble dans tous cela, c’est que son responsable et directeur Monsieur Djama Ali Guelleh qui est nul le autre que le propre cousin du président n’a jamais été inquiéter d’aucune façon … Au contraire il continu de mener grand train …

Je ne cesserai jamais de prendre a parti les pays occidentaux, qui ont implantés les bases militaires et qui fournissent aide logistique et matériels militaire a ce gouvernement. Juste pour maintenir leurs intérêts géopolitique sur la région, je pense notamment a l’Italie qui a fait don de véhicules militaire et de missiles, pour un pays qui a déjà du mal a donner un avenir décent a son propre peuple…

Écrit de
L’œil du conscient

Quotidiano La Stampa. Razzista sulla Repubblica Democratica del Congo

20 Lug

Lettera Aperta al quotidiano La Stampa.
Ritirate l’articolo razzista sulla Repubblica Democratica del Congo e porgete le dovute scuse.

Alla Redazione di La Stampa e al giornalista Paolo Mastrolilli.

Egregi colleghi,
Con orrore ed incredulità leggiamo l’articolo da voi pubblicato oggi a firma di Paolo Mastrolilli: “Nel cuore del Congo dove i cannibali fermano gli islamisti”.

Probabilmente vi riferite agli scontri in atto contro il gruppo terroristico ugandese di ispirazione islamica: ADF Alleance Democratic Forces, collegato al gruppo terroristico somalo Al Shabaab e recentemente al ISIL. Le ADF furono le autrici del terribile attentato a Kampala (capitale dell’Uganda) avvenuto nel luglio del 2010 durante la finale dei mondiali di calcio, dove trovarono la morte centinaia di persone.

Le ADF, sconfitte dall’esercito ugandese, dal 2004 si sono rifugiate all’est della Repubblica Democratica del Congo dove hanno commesso inaudite atrocità contro le popolazioni civili, autofinanziandosi con il traffico di minerali e quello dell’avorio. Dal 2014 l’esercito congolese in collaborazione con la missione di pace ONU: MONUSCO ed esperti militari inviati dal governo ugandese, ha intrapreso una campagna militare contro questo gruppo terroristico che sembra dare buoni risultati. Le ADF sono state indebolite anche se non ancora annientate. La maggior città colpita dai massacri delle ADF è Beni, nel Nord Kivu dove migliaia di persone sono state uccise negli ultimi 16 mesi.

Consideriamo allucinate e disgustoso utilizzare un tale titolo “ad effetto” per descrivere la drammatica situazione che le popolazioni dell’est del Congo stanno vivendo e gli sforzi compiuti dai governi di Kinshasa, di Kampala e delle Nazioni Unite per debellare un così pericoloso gruppo terroristico.

Nell’articolo si cita un episodio di cannibalismo secondo voi riportato da un funzionario ONU. Ebbene questo episodio non sembra ritrovare riscontri e sarebbe gradito sapere la fonte della notizia. Ammesso che l’episodio sia realmente accaduto è fuori da ogni etica professionale e codice di comportamento giornalistico utilizzare il termine improprio di “cannibali” con il rischio che sia associato all’impegno dei giovani militari congolesi che stanno soffrendo e cadendo sui campi di battaglia per liberare il paese dal pericolo terroristico islamico, che rappresenta una minaccia internazionale in quanto affiliato al network terroristico internazionale. In ultima analisi i giovani soldati congolesi stanno indirettamente combattendo anche per la sicurezza delle nostre città cercando di debellare terroristi che oggi agiscono in Congo ma che domani potrebbero farsi saltare in aria in una delle tante piazze europee o italiane.

Il titolo scelto è una grave offesa per la Repubblica Democratica del Congo dove, vi possiamo assicurare, non esistono CANNIBALI! È una grave offesa anche e soprattutto per le popolazioni all’est del paese che soffrono delle violenze apportate dal terrorismo islamico e che hanno diritto alla pace e allo sviluppo. Compromette l’immagine della Repubblica Democratica del Congo e la possibilità di turismo e di investimenti italiani in questo meraviglioso paese dalla storia certamente conflittuale e sofferta ma con tanta voglia di superare la violenza e rafforzare la democrazia e lo stato di diritto.

Il titolo scelto utilizzando il termine “cannibali” rientra nelle discutibili quanto inopportune tattiche di attirare l’attenzione del grande pubblico con titoli ad effetto nella speranza di aumentare l’audience. Tattiche dismesse e rifiutate dai maggiori quotidiani francofoni ed anglofoni e dai principali network informativi: BBC, CNN, RFI, Al-Jazeera, RT e PressTV in quanto fomentano pregiudizi e razzismo. Tutti i media citati, da anni si sono impegnati a non diffondere notizie che possono alimentare odio razziale e idee razziste, censurando ogni articolo o reportage sospetto di razzismo e mettendo al bando i giornalisti che insistono a proporre tali informazioni. Impegno che pensiamo riguardi moralmente anche la vostra testata.

Sotto un punto di vista sia morale che giornalistico il titolo scelto per l’articolo rischia di promuovere e diffondere una falsa idea e deleteri preconcetti non solo verso la Repubblica Democratica del Congo ma verso l’Africa in generale, un Continente in piena espansione dove gli imprenditori italiani stanno tentando di entrare nei suoi ricchi mercati per sfuggire al fallimento che stanno andando incontro in Italia grazie a scelte politiche ed economiche che potrebbero essere definite quanto meno scellerate e cieche. Così facendo si mettono i nostri imprenditori in cattiva luce e si alimenta un razzismo di riflesso verso l’occidente e verso gli italiani in particolare come sbagliata ma comprensibile reazione degli africani. Non ultimo vi è il rischio di recarre danno alla reputazione di tanti cittadini congolesi che vivono e lavorano onestamente nel nostro paese e che di certo non sono nè cannibali nè primitivi!

La scelta di questo scandaloso titolo rischia di alimentare anche il razzismo nel nostro paese in un momento storico in cui vi è la vitale necessità di superare le barriere razziali e gli odi ad esse collegate per affrontare degnamente e con grande umanità il dramma della immigrazione di cui l’Italia è ampiamente toccata essendo in prima linea. Anche se siamo convinti che non sia stato intenzionale, la diffusione di idee razziste non va tollerata ma combattuta con determinazione.

Chiediamo pertanto il ritiro dell’articolo o quanto meno la revisione di esso ad iniziare dal titolo scandaloso, razzista e offensivo. Le pubbliche scuse alla Repubblica Democratica del Congo che possono essere inoltrate alla sua Ambasciata a Roma e un rafforzamento del codice etico giornalistico presso il vostro quotidiano al fine di non rischiare di diffondere idee razziste come questo articolo rischia di fare, ricordandovi che la diffusione di idee razziste è considerato un reato oltre che un crimine contro l’umanità in quanto alla base dei peggiori genocidi della storia: dall’Olocausto ebreo a quello del Ruanda 1994.

Attendendo vostri atti di revisione dovuti per serietà professionale e codice etico giornalistico, porgiamo distinti saluti.

La redazione di African Voices.
@AVafricanvoices

Fulvio Beltrami
Giornalista freelance
Kampala Uganda.
@Fulviobeltrami

Djibouti ou les autres facettes de l’illusion du bonheur

19 Lug

La republique de Djibouti,est un petit pays enclave entre l’erythree au Nord et l’Ethiopie et la Somalie au Sud.

Ancienne colonie francaise,pendant un siecle et des poussieres … Elle acquiert son independance le 27 juin 1977.Trente-huit ans,que ce petit pays vole de ses ailes fragiles…

gibuti

 

Rassemblant une populations multi-ethniques et culturelles, composee, d’Afar de Somalie (majoritairement compose du la tribu Issa) et enfin d’une communautee arabes de deux deuxieme ou de troisieme generation ..

Djibouti est communement appeler, la ‘’Terre de rencontres” et d’echanges, du temps ou ces contees, etaient vierge de tous vie humaines. Et ou la reine de Saba fessait le commerce de peaux de leopard de plumes d’autruces en echanges d’encens e,  avec les quelques peuplades installer dans le Nord…

C’est avec la decision des francais qui avaient debarquer sur ces terres au milieu du 19eme siecle,par la ville-etat d’Obock dans le Nord, en force colonisatrice et surtout pas souci d’accessibilite sur les chemins commerciaux en ces temps troubles du fin du 19eme siecle. Qu’on fonda sur des terres un peu plus vers le Sud dans sur un sol relativement maricageux et mais qu’il avait le merite de pouvoir construire a cette endroit,  un port en eaux profond.

C’est ainsi que les differents populations composee de Issas (un Clan de la grande tribu des Somlie) vers su Sud, des Afars venu du Nord des terres et des travailleurs yemenites vinrent s’installer en cette futur place que serait la capitale qui est du meme nom que le pays.

Avec et apres ces petits detaillent historiques,ce pays acceda a son independance de la joug coloniale francaise, et non moins apres d’apres combats mener, par le Front de Liberation de la Cote des Somalies ou le FLCS.Cette organisation politique et militaire a été fondee par le heros nationale Djiboutien Monsieur Mahamoud Harbi et soutenu par le garnd frere Somalien.

De part la culture et la langue partagee, et c’est finalement en ce jour du 27 juin 1977 que la republique de Djibouti hissa son propre drapeau national, symbole d’unite ,d’egalie et de fraternite, pour tous ces futurs citoyens…

Mais,tout ne se passa pas comme dans un bon film a la fin heureuse, malheureusement…

Hassan Gloued, premier president de Djibouti, malgre son passe de resistant politique du colonialise. Instaure, des son accession au pouvoir, un système politique domine par un parti unique en declarant, son propre parti le Rassemblement Populaire pour le Proges ou le (RPP), seul parti legal.
Il commenca a pratiquer une politique purement « Tribale », au detriments des autres communautees vivant sur le territoire. Au faveur de son clan les « Mamassan ». Une politique qui vise en particuliers a exclure les Afar du clivage politique.

Avec des partiques de tortures,par les forces de l’ordre envers tous ceux qui sont contre les abus du système en place. Apres le debut de la guerre civile en 1991, opposant un mouvement de rebelllion  Afars pour la majoritee mais pas seulement… Contre l’armee rester fidele au gouvernement centrale.
Le president Gouled, autorise la tenue d’elections enre-quimets libres en 1992. Seuls quatres partis,sont autorises a participer. Le FRUD par contre y est exclu… Le RPP Obtient 72% des votes et Hassan Gouled est reelu pour un quatrieme mandat en 1993.

Enfin il quitte son poste en 1999, a l’age officiel de 83 ans,apres plus de 22 ans au pouvoir. Son neveu,chef de Cabinet Ismael Omar Guelleh ou IOG lui succede, c’est surtout une passation de pouvoir, plus qu’autre chose…

Et c’est dans la digne lignee de son grand oncle, que IOG avec une main de fer la politique interieur. S’appuiant sur une police entierement devouer a sa personne et a son système dictatoriale. Il s’entoure de personnes de confiance et plus particulierement des gens de son propre clan.

C’est le cas pour l’armee et les autres ministeres sensibles, et tous cela sous le regard impassable de l’ex-puissance colonisatrice encore bien present de par ses base militaires et sa cooperation dans les financements de projets de develloppement diverses.

Ce pays se meurt de plus en plus chaque jour, de part son education baquelee,pour cause de manque de professeurs qualifies, la plutart ai y en fuient le pays. La generation de jeunes d’a partir des annees 2000 et la generation sacrifier sur l’autel du sans-foutisme educative.

Par une corruption latante a tous les echelons du pouvoir et des administrations public, (C’est le qui est tu et tu as combien tu as), qui prime. Par une misere voulu et maintenu sur la grande partie de la population djiboutienne et surtout pour les populations rurales. Avec une politique d’inssistanat permanent, et sans aucune vision d’avenir. Surtout dans le Nord qui sont traditionnellement les terres Afars.

Deux mondes, se font face a Djibouti, la classes des gens aises, favorable pour beaucoup par depit au pouvoir en place. Et l’autre partie et surtout la plus grande, ceux qui habitent encore en ce 21eme siecles, les bidonvilles heritage du colon francais. En tole ondulee fumant en été comme en saison fraiche sous les hautes temperatures de ce pays, Djib0uti etant declare, l’un des emdroits les plus chaud de la planete, avec une agence d’electricite, defaillant et des delestage presque quotidien,pour cause de mal-gerance et de corruption.

C’est sur cette duree de la vie des djiboutiens, responsable par une poignee d’hommes, decider a regnee seul et sans partage, complice d’une communaute internationale, que je vous donne rendez-vous, pour d’autre chroniques de « Djibouti ou les autres facettes de l’illusion du bonheur ».

 

Écrit de
La vision du Conscient
19/7/2015

Laurent Thomas, Assistant Director-General at FAO: Our goal is to end poverty and hunger.

18 Lug

 

16 July 2015

From the Addis Ababa Third International Conference on Financing for Development to the UN General Assembly in New York and the post 2015 Sustainable Development goals: A road paved with good intentions for the poor and hungry.

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 “Our goal is to end poverty and hunger”

The Third International Conference on Financing for Development in Addis Ababa this week was a rare opportunity for high-level representatives from governments, civil society and the private sector to reflect on and debate the future architecture of development financing.

The timing of the conference was particularly important, coming just months before the next United Nations General Assembly, when Member Nations are expected to endorse an ambitious new package of Sustainable Development Goals to be achieved by 2030.

Prior to the conference, the Food and Agriculture Organization of the United Nations (FAO) together with the International Fund for Agriculture Development (IFAD) and the World Food Programme (WFP) estimated the cost of eradicating hunger at approximately USD 267 billion of additional resources each year until 2030.

Despite the seemingly high cost, the reality is that the cost of inaction is far higher some estimates put the annual cost of malnutrition to the global economy at several trillion dollars. Let me put this figure in a wider context; global annual military expenditure is an estimated USD 1.8 trillion, while within the OECD almost USD 260 billion is spent per year on agricultural support in member countries.

Put another way, USD 267 billion corresponds to just 0.3 percent of world economic output. Is this really too high a price to pay to help almost 800 million hungry people?

Sustainably eradicating hunger through pro-poor investment, particularly in agriculture and in rural areas, makes good economic sense. Various studies have demonstrated that there is no other sector in which the returns on investment in terms of poverty alleviation and employment are more effective. No other sector has this power to lift people out of poverty.

Over 70 percent of the poor live in rural areas and derive their livelihoods from agriculture, livestock, forestry or fisheries. A significant proportion of the poor are under- or unemployed young people, particularly in developing countries. Simply closing the gender gap in agriculture would reduce the number of hungry people by 12 to 17 percent. In other words, ensuring women have better access to land, inputs and training would mean that between 100 and 140 million people are no longer hungry.

47 billion should be allocated to the financing of social protection programs , ie transfers of money to the people who live on less than $ 1.25 a day
(poverty line defined by the United Nations , Ed) to they have access to basic needs, especially in terms of food, health and education. And , in parallel, 80 billion investment to the poorest to enable them to generate their own income and become independent . In both cases , the majority of funding must be directed to rural areas , nearly $ 85 billion in total because you have to know that in Africa, 78 % of the poor are in rural areas.

At FAO, we believe that eradicating hunger is possible. We believe that food systems and  agriculture can be a source of wealth and well-being for all, especially the poorest. And we believe that all of this can be achieved  during our life time. We can and we should be the Zero Hunger generation.

Eradicating hunger requires that we build on successful local and international experiences. The starting point in eradicating hunger is breaking the cycle of poverty, hunger and low productivity in agriculture. The road ahead demands prudent investment in social protection to ensure the poor can access sufficient, nutritious food, which alone would facilitate the eradication of hunger even before 2030. At the same time, investment in agriculture and rural development is critical to ensure the eradication of hunger is sustainable.

We estimate that with an additional annual investment of USD 116 billion in social protections plus USD 151 billion in productive investments (USD 105 billion of which should be in agriculture and rural areas), the world will be sustainably free of hunger. This translates to an annual investment of approximately USD 160 per hungry person the cost of a mobile phone or a sheep The wealthier part of the world can easily afford this. Let us not loose this opportunity.

As the old adage goes, A hungry man is an angry man.  Eradicating hunger is not only cost-effective, but it is also a vital investment in peace, security and sustainable development that benefits us all. A failure to make these additional investments will ultimately result in much higher costs for the global economy.

Zero hunger in the world is a global public good. And this is what the participants at the Addis Ababa conference wish to communicate let history remember us as the Zero Hunger generation.

 

Suggestion by
Winnie Kamau
Freelancer Journalist President
Kenya, Nairobi
@WinnieKamau254

African Voices after five years changes its skin and is renewed

13 Lug

After 5 and a half years of activity on Facebook, but also on Twitter and Tumblr, and after that a year ago I dared to want to open the African Voices Web TV with some African journalists, who nevertheless left behind a group with almost 3000 Africans people to grow, African Voices page and therefore the blog, like a snake, skin change.

In these years I deliberately did everything myself to broadening my experience and my knowledge on the Continent to 360 °, even knowing a lot of people including journalists, bloggers, opinion leaders, religious activists, etc … with whom I had the good fortune to communicate, find common interests and mutual respect.

African Voices has never closed a single day, and it is a commitment that I will continue. But now I will not longer alone.

Knowledge and dialogue, as I said, has led me to meet many people whom I respect deeply, women and men engaged and living the daily life in they African countries.

As admins like me, have joined people who write and publish posts directly from Egypt, Somalia, South Africa, Kenya. Africans who are very familiar with their country and are able to look objectively at the facts offering readers news in real time and real breaking news.

All those who have agreed to cooperate and others in the future will come, will write in English, Italian, Arabic, French and Portuguese and of course no reader will ever know who it is because publish in total anonymity under the AFRICAN VOICES brand.

Other active and ongoing collaborations with Fulvio Beltrami from the Great Lakes Region, Francesca Guazzo from Malawi, Valeria Alfieri from Burundi and our music expert Italo-Senegalese, Lamine Ndour.

I know and I do not pretend that African Voices is a page that can be good to everyone, but what is now important is that the reader has a better quality of information, and it can continue to be a benchmark for the most important news from all African countries in the style of our page with a louder voice by African people.

Other goals that we are pursuing are: to improve the web site, invest Blog … and other little things that we will talk next time.

Marco Pugliese
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African Voices dopo cinque anni cambia pelle e si rinnova

13 Lug

Dopo 5 anni e mezzo di attività su Facebook, ma anche su Twitter e Tumblr e dopo che un anno fa avevo azzardato a voler aprire l’African Voices Web Tv con alcuni giornalisti africani, che ha comunque lasciato dietro di sè un gruppo con quasi 3000 africani in continua crescita, la pagina di African Voices e di conseguenza il blog, come un serpente, cambiano pelle.

In questi anni ho volutamente fatto tutto da solo allargando la mia esperienza e la mia conoscenza sul Continente a 360°, conoscendo anche molte persone tra i quali giornalisti, blogger, opinionisti, religiosi, attivisti, etc… con cui ho avuto la fortuna di dialogare , trovare comuni interessi e rispetto reciproco.

African Voices non ha mai chiuso un solo giorno, ed è un impegno che continuerò. Ma da oggi non sono più da solo.

La conoscenza e il dialogo, come ho detto, mi ha portato a conoscere molte persone che stimo profondamente, donne e uomini impegnate e che vivono la quotidianità nei singoli paesi dell’Africa.

In qualità di amministratori pari a me, si sono unite persone che scrivono e pubblicano post direttamente dall’Egitto, Somalia, Sudafrica, Kenya. Sono africani che conoscono molto bene il tessuto della loro patria e capaci di guardare con obiettività ai fatti reali offrendo al lettore news in tempo reale e vere breaking news.

Tutti coloro che hanno accettato di collaborare e altri che in futuro arriveranno, pubblicheranno in Inglese, Italiano, Arabo, Francese e Portoghese e ovviamente nessun lettore saprà mai di chi si tratta perchè pubblicano in totale anonimato sotto il brand di AFRICAN VOICES.

Altre collaborazioni attive e continuative con Fulvio Beltrami dalla Regione dei Grandi Laghi, Francesca Guazzo dal Malawi, Valeria Alfieri dal Burundi e il nostro music expert italo-senegalese, Lamine Ndour.

So bene e non pretendo che African Voices sia una pagina capace di piacere a tutti, ma quello che oggi conta è che il lettore abbia una qualità di informazione sempre migliore e che possa continuare ad essere un punto di riferimento per le news più importanti da tutti i paesi africani nello stile della nostra pagina con la voce più alta da parte del popolo africano.

Altri obiettivi che stiamo perseguendo sono: migliorare il sito, investire sul blog e… altre cosette di cui parleremo la prossima volta.

Marco Pugliese
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SULLE STRAGI, NOI MUSULMANI DOBBIAMO FARE AUTOCRITICA.

3 Lug

«Con la Tunisia, si colpisce l’economia dell’unico Paese laico dell’intera regione. Dobbiamo isolare i fanatici»

L’immigrato. Un’immagine di Abdelmajid Daoudagh che, negli anni, ha continuato a studiare e a promuovere una «riforma laica e plurale dell’islam»

Di origine marocchina, Abdelmajid Daoudagh, vive in Italia da 27 anni, dopo un periodo in Francia dove ha studiato all’Università. La traduzione dall’arabo del suo nome significa «servo» (abdel) «maestoso» (majid). «Servo maestoso nei confronti di Dio, che ci ha creato tutti diversi e che ci vorrebbe tutti in pace» dichiara. La società civile musulmana in Occidente deve preservare la propria identità dalle derive fondamentaliste.

Anna Della Moretta
a.dellamoretta@giornaledibrescia.it

Non è trascorsa nemmeno una settimana da quel venerdì di sangue in cui persone innocenti sono state massacrate su una spiaggia della Tunisia. Nemmeno una settimana, e l’eco della tragedia si è fatto già flebile, sovrastato da altri e impellenti rumori e frastuoni che tengono in bilico l’Europa. L’Unione che è, e quella che dovrebbe essere, nell’affrontare una crisi greca che va ben al di là della questione economica. Una crisi così profonda, anche perché è stata letta ed affrontata con il metro degli interessi di parte, e non della visione politica che abbia come missione il «bene comune».

Termine che, proprio mentre lo scriviamo, ci accorgiamo essere desueto. Ce ne accorgiamo durante la chiacchierata con Abdelmajid Daoudagh, immigrato storico dal Maghreb, che si interroga con noi sulla tragedia del Bardo e di Sousse. Sul fuoco che non risparmia i popoli del Nord Africa e del vicino Oriente. In una situazione in cui l’Europa, così come per la crisi greca, è la grande pre¬sente e la grande assente. Tunisia ferita. «Colpendo Sousse e la Tunisia i terroristi hanno voluto colpire l’unico Paese che, dopo le primavere arabe, è riuscito a portare avanti un processo democratico – sostiene Daoudagh -. Con Sousse vogliono mettere in ginocchio l’economia della Tunisia, fortemente basata sul turismo, e costringere il Paese ad indebitarsi con i grandi finanziatori del terrorismo internazionale. Perché? Semplice: in questo modo, anche la Tunisia diventa “figlia” di quel capitalismo islamico che, almeno formalmente, si contrappone all’Occidente. Formalmente, perché, di fatto, con gli stessi Paesi del Golfo che finanziano e sostengono i terroristi un certo Occidente non disdegna di fare affari». Il disegno del Califfo.

Ed aggiunge: «La Costituzione tunisina è laica e questo non è certo un buon segnale per il Califfato che vuole fare del Maghreb la piazza di un grande conflitto». Daoudagh è da poco tornato dal Marocco, da cui mancava da anni, e racconta di aver “letto” anche in quella terra i segnali di una insofferenza nelle persone, quella su cui hanno facile gioco i manovratori del terrore. E racconta lo sgomento provato nell’udire che in alcuni ambienti islamici si «plauda» all’azione terroristica che è costata la vita a decine e decine di persone in Tunisia: «Per me l’Isis venerdì scorso ha decapitato l’Islam e l’umanità, proprio perché ha insanguinato la sacralità di un giorno e di un mese, il Ramadan, importanti per chi professa la nostra religione». E ripete la sua posizione, maturata in anni di vita vissuta in Europa, dapprima in Francia per ragioni di studio ed ora in Italia, dove vive e lavora. «Noi musulmani europei continuiamo a vivere in autodifesa, dopo le tragedie cui stiamo assistendo nel mondo arabo e in Europa, compiute in nome dell’Islam. Dobbiamo avere il coraggio, innanzitutto, di una condanna durissima, cosa che non sempre sento nelle pieghe dei discorsi. Poi, di una altrettanto forte autocritica. Dobbiamo avere il coraggio di riconoscere, apertamente, di essere prigionieri di una lettura medievale dei testi sacri e della loro declinazione nella realtà. Non a caso, stiamo assistendo ad una islamizzazione delle nostre società, ma in forma esibizionistica, quasi si dovessero segnare i confini».

Continua, tornando alla strage di Sousse: «Chi uccide è un criminale e basta, non ha alcuna religione. Per questo, ritengo che la società civile musulmana europea debba fare di tutto, dico di tutto, per preservare la propria identità da contaminazioni fondamentaliste. Si devono censurare e condannare i discorsi dei fanatici, siano essi pronunciati per strada, nelle moschee o sui social network, perché è forte il rischio che vengano scambiati per identità comune. Per questo, anche i nostri luoghi di culto devono aprirsi a tutti e sfuggire alla deriva della ghettizzazione».

L’Europa.
Per Daoudagh «solo risolvendo i problemi sociali si argina il terrorismo, si supera l’identità culturale che ancora equivale a quella religiosa, si diventa musulmani universali: nessuno può pensare di professare la propria fede, qualsiasi essa sia, in uno Stato islamico». Sottolineando che, purtroppo, «l’Occidente, per me fonte di libertà e di democrazia, non lo è di pacificazione per quei Paesi, sostenendo governanti inadeguati. Le persone, così, si rifugiano nel radicalismo, diventando facili prede e strumenti di terrore».