“Tout va bien au Burundi” Monsieur le Président : la sorda ostinazione del Presidente Nkurunziza

27 Mag

Sabato 23 maggio, Zedi Feruzi, uno dei leader del partito d’opposizione Upd, è stato assassinato insieme alla sua guardia del corpo davanti casa.
Dei testimoni raccontano che i presunti assassini erano vestiti da poliziotti ed avevano un’auto dei servizi segreti. Un regolamento di conti politico, una vendetta, nonché un monito grave a tutti i leaders dell’opposizione che è costato caro al governo burundese. Immediatamente l’opposizione ha dichiarato la sospensione del dialogo che le Nazioni Unite avevano avviato col governo burundese. Un dialogo tuttavia di facciata, a cui entrambe le parti partecipavano per “buon costume” verso la comunità internazionale, e che portava esclusivamente sul diritto alle manifestazioni, mentre il nocciolo della questione, il terzo mandato di Nkurunziza, era stato per il momento accantonato.

Zedi Feruzi, era il leader dell’ Upd-Nyakuri, una scissione dell’Upd pro-governativa. Recentemente aveva fatto un passo indietro, e si era riconciliato con l’ala maggioritaria del suo partito, partecipando in prima linea alle manifestazioni a Musaga. Il suo assassinio, dunque, rientra in un regolamento di conti con il partito al governo, ma rappresenta al tempo stesso un monito per tutti i potenziali “traditori”, nonché per tutti i leaders dell’opposizione che ancora vivono sul suolo burundese. Uccidere senza esitazione una personalità nota, significa essere pronti a fare lo stesso con chiunque altro.

Tuttavia questo assassinio ha scatenato le reazioni internazionali nonché radicalizzato le proteste. Buyenzi, il quartiere a maggioranza musulmano in cui l’Upd registra un grande consenso, si aggiunge ai manifestanti. Kinama e Kamenge scendono in strada. Lo stesso accade nel sud del paese, in cui i musulmani sono numerosi. La violenza del regime, anziché raggiungere il suo scopo, che è quello di mettere a tacere le proteste, ha come risultato un’intensificazione delle manifestazioni. Segno evidente che la gente è stanca dei soprusi e che il malcontento non è relegato solo a Bujumbura, cosi come il governo decanta da mesi. Il paese dunque non è in pace, come vorrebbe far apparire Nkurunziza, e la sua legittimità è messa in discussione anche fuori dalla capitale. Il decreto presidenziale firmato ieri, lunedi 25 maggio, mette ancora olio sul fuoco, ed il governo sembra non rendersene conto, illudendosi, forse, che la polizia e gli imbonerakure riusciranno a sedare con la forza anche il malcontento dei funzionari pubblici che non riceveranno i loro stipendi.

Il decreto prevede una serie di misure finanziarie volte a racimolare circa 25 milioni di euro per finanziare la campagna elettorale, sfidando cosi il venir meno dei finanziamenti internazionali (diversi paesi avevano sospeso l’erogazione di finanziamenti per coprire le spese elettorali), ma tali misure finiscono con il ripercuotersi sull’economia già disastrata delle zone rurali e sui salari dei dipendenti pubblici. Come se non bastasse, stamattina la Presidenza ha lanciato un appello ai cittadini a finanziare le elezioni. Il rischio di una vera e propria insurrezione è sempre più alto. Il paese è sull’orlo del baratro, ma il Presidente continua a dire che “tout va bien”, che il 99% del paese vive la pace, e continua la sua campagna elettorale elargendo sacchi di riso e donando mucche. A quanto pare i leaders burundesi sembrano non tener conto della lezione appresa dalla Costa d’Avorio, di quella esemplare del Burkina Faso, del rispetto dell’alternanza in Senegal e in Nigeria, e perseguono con cieco orgoglio sulla strada del
il trono o la morte”. Eppure da un recente sondaggio di Afrobaromètre appare chiaramente come la maggior parte dell’opinione pubblica africana sia favorevole a limitare costituzionalmente il numero di mandati presidenziali ad un massimo di due (vedi qui), ed all’interno del Burundi le manifestazioni s’ingigantiscono nonostante la conta giornaliera di morti e feriti che, a sua volta aumenta, e nonostante le sempre più forti pressioni internazionali.

La Francia si aggiunge finalmente al coro dei tagli, annunciando la decisione di sospendere il finanziamento alle forze di sicurezza burundesi, mentre gli Stati Uniti, baluardo dell’opposizione internazionale al terzo mandato sin dall’inizio della crisi, esorta il governo a non chiamare più i manifestanti “ribelli”. Un dialogo tra sordi, con un Presidente che non ha la minima intenzione di mollare la presa ed un’opposizione che mostra sempre più la sua forza numerica con l’accendersi delle proteste in diverse province del paese. Unico deterrente ad una escalation di violenza da parte delle autorità governative sono le macchine da presa dei giornalisti e le videocamere dei manifestanti: le immagini che colgono soprusi e misfatti in flagrante sono attualmente l’arma più utilizzata dall’opposizione per mettere in ginocchio il regime dinnanzi al mondo intero e per proteggere la vita dei manifestanti. Ma la speranza che tali armi non violente siano sufficienti alla “liberazione” diviene sempre più debole.

 

Valeria Alfieri
@valerialfieri

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