Burundi. La Chiesa Cattolica volta le spalle alla democrazia.

9 Mag

Mercoledì 06 maggio 2015 la Conferenza dei Vescovi del Burundi ha compiuto una inversione a 360 gradi sulle sue precedenti posizioni alla crisi del paese, lasciando interdetta la popolazione che per il 80% si oppone al terzo mandato del presidente Pierre Nkurunziza e ai suoi propositi di supremazia razziale e di genocidio. I vescovi cattolici burundesi hanno lanciato un appello alla popolazione affinché scelga la via del dialogo e rinunci al confronto violento e alle manifestazioni contro il governo. “Abbracciamo la via del dialogo e del confronto pacifico abbandonando il confronto che genera violenze ed è governato dalla ragione del più forte. Il dialogo nel passato è stato benefico per tutti poiché la gente ha accettato di riunirsi attorno ad un tavolo, dialogare e trovare soluzioni comuni”, ha affermato pubblicamente Monsignor Gervais Banshmiyubusa, presidente della Conferenza dei Vescovi Cattolici, prendendo come esempio gli accordi di pace di Arusha nel 2000 che misero fine alla guerra civile iniziata nel 1993.

Gli accordi di Arusha, nonostante alcune garanzie di alternanza politica mai rispettate, favorirono il movimento guerrigliero estremista CNDD-FDD e il suo leader: Pierre Nkurunziza su cui pendono una serie interminabile di crimini commessi durante la guerra civile, compreso il barbaro assassinio di un bambino tutsi di quattro anni commesso personalmente dal presidente. Il CNDD-FDD, che non ha mai abbandonato le ideologie di supremazia razziale Hutu, ha sfruttato gli accordi di Arusha per rafforzare un regime dittatoriale che dal 2005 ad oggi ha nettamente impoverito le masse contadine Hutu che sostiene di rappresentare e messo in serio pericolo di esistenza la minoranza tutsi in Burundi.

Per chi ancora stentava a credere alla notizia, la Chiesa Cattolica ha evidenziato il drastico ed inaspettato cambiamento verso il regime di Nkurunziza, allineandosi alle proposte della Chiesa Protestante (alleata politica del presidente): ripristinare la calma nel paese in previsione delle elezioni legislative comunali (26 maggio) e di quelle presidenziali (26 giugno) ed invito a tutti i partiti politici a partecipare alle elezioni. Solo qualche settimana fa l’Arcivescovo Evariste Ngoyagoye si era pubblicamente dichiarato contrario al terzo mandato intentato dal presidente e i media cattolici controllati dal Vaticano apertamente rivendicavano la fine del regime e il ripristino della democrazia. Accuse di illegalità e auspici della fine del regime sono ora scomparsi dalle dichiarazioni ufficiali della Chiesa Cattolica che ora insinua il dubbio che la violenza e rischi di guerra civile non provengano dal regime ma dai manifestanti a cui sono rivolti gli appelli alla pace e al dialogo. Una tesi ampiamente diffusa dalla grezza macchina di propaganda del CNDD-FDD.

Il Presidente Nkurunziza nello stesso giorno ha fatto un intervento alla TV e Radio di Stato assicurando la popolazione che questo sarà il suo ultimo mandato. Nel discorso il presidente afferma di avere ancora la fiducia della maggioranza della popolazione e della Comunità Internazionale. Ha infine invitato i leader politici dell’opposizione e la società civile a interrompere le violenze, a non utilizzare i bambini come scudi umani durante le manifestazioni (accusa completamente falsa), promettendo di rilasciare gli oltre 600 cittadini burundesi arrestati in questi giorni se il movimento popolare cesserà di esistere e i leader politici accetteranno la via del dialogo e la partecipazione alle elezioni, trasformando di fatto i manifestanti arrestati in ostaggi e merce di scambio.

Secondo alcuni analisti politici ugandesi il presidente Nkurunziza, mentre era impegnato a contenere la rabbia popolare facendo largo uso della violenza con il supporto attivo dei terroristi ruandesi FDLR a lui alleati, e a controllare le forze democratiche all’interno dell’esercito, stava tessendo un piano per garantirsi la legittimità e la vittoria sulla popolazione, ottenendo il consenso della Corte Costituzionale martedì 5 maggio e il sostegno del Vaticano il giorno successivo. L’approvazione della sua candidatura da parte della Corte Costituzionale non è valida sotto un punto di vista formale in quanto vi sono prove inconfutabili che la Corte è stata comprata e minacciata fisicamente. Tutti i giudici che la componevano sono fuggiti dal paese immediatamente dopo la dichiarazione di legittimità della candidatura del presidente.

La tattica di Nkurunziza è ora estremamente lineare e chiara. Ottenere la fine della rivolta popolare e convincere i partiti di opposizione a partecipare ad elezioni di cui credibilità e trasparenza sono già seriamente compromesse per ottenere il riconoscimento ufficiale di una vittoria già assicurata e la legittimità per il terzo mandato. L’appello del Presidente all’opposizione e ai manifestanti e l’appello al dialogo e alla pace da parte della Chiesa Cattolica sono troppo simili e ravvicinati per essere delle semplici coincidenze.

La spiegazione data dagli esperti ugandesi sul inaspettato supporto del Vaticano al regime razziale è un sottile, sotterraneo ma efficace lavoro diplomatico intrapreso lontano dai riflettori dalla Comunità di Sant’Egidio che verso il 12 aprile aveva frettolosamente inviato in Burundi Monsignor Matteo Zuppi, uno degli artefici dei negoziati di pace a Roma e ad Arusha e accusato dall’opposizione di essere un amico intimo del presidente Nkurunziza. La presenza di Zuppi concise con una iniziativa organizzata dalla Comunità di Sant’Egidio : “incontri di preghiera per la pace in Burundi”.

L’obiettivo dell’iniziativa era quello di creare un clima di pace e diluire le tensioni nel paese in previsione delle elezioni politiche e presidenziali. Monsignor Zuppi, rivolgendosi ai presenti alla preghiera aveva esortato il paese a “continuare ad essere un esempio per tutti che la pace è possibile e che solo lo strumento del dialogo può farla crescere”, tacendo sulla natura razzial nazista del governo e sulle illegittimità costituzionali del terzo mandato di Nkurunziza. Durante gli incontri di preghiera fu dato ampio spazio all’intervento del Vice Presidente, ovviamente a favore del governo, e impedita la presenza di opposizione e di voci critiche. Il lavoro diplomatico della Comunità di Sant’Egidio per rafforzare la sua agenda segreta nel paese: ripristinare il consenso della Chiesa verso il governo e offrire una legittimità al terzo mandato anti costituzionale è stato evidentemente sottostimato dagli osservatori regionali e dai giornalisti che seguono di prima persona le drammatiche vicende del paese, sottoscritto compreso.

Il Vaticano sembra aver adottato una strategia mediatica estremamente attenta a non far comprendere in Occidente questo clamoroso ripensamento. I media cattolici, in primis Radio Vaticana, rimangono ancora fermi alla precedente condanna del governo Nkurunziza ma nei vari articoli che sono usciti in questi ultimi giorni vengono inserite varie considerazioni che tendono a creare dubbi sul movimento democratico. Negli articoli, chiamando in causa “esperti” come i Padri Bianchi (noti per le loro simpatie verso l’ideologia razziale HutuPower ed ideatori del Manifesto Bahutu del 1957) si avverte della deriva etnica che potrebbe prendere la protesta popolare e del pericolo di una guerra civile contro hutu e tutsi evitando di chiarire che la carta di odio e divisione etnica è la principale arma della propaganda governativa che si scontra con la realtà di un movimento multietnico su basi politiche e democratiche.

Anche la denuncia contro la violenta repressione attuata dai reparti della polizia, composti da ex guerriglieri genocidari del CNDD-FDD e ora con un numero significativo di terroristi ruandesi infiltrati al suo interno, sta progressivamente sfumando sui media cattolici. La presa di posizione pro governo attuata dalla Conferenza Episcopale del Burundi non viene ancora riportata sulla stampa cattolica occidentale in quanto desterebbe dubbi e perplessità tra i lettori. Anche la strategia utilizzata per sostenere ora il governo nel lontano paese africano è stata attentamente studiata. L’appello alla pace è difficilmente opinabile. Al contrario risulta condivisibile a primo impatto. Il problema è che la pace invocata ora dai Vescovi burundesi implica l’accettazione dell’attuale regime, del terzo mandato di Nkurunziza e la fine del sano e giusto desiderio di democrazia nutrito dal popolo burundese.

Come normale all’interno delle complesse e a volte contorte dinamiche interne della Chiesa Cattolica non tutti gli attori sembrano concordare sulla scelta politica fatta e alcuni di essi hanno il merito di chiarire la situazione in Burundi come ha fatto Daniele de Angelis, rappresentante legale della Ong cattolica VIS in Burundi (legata ai salesiani) nella sua “lettera dal Burundi” pubblicata il 30 aprile scorso. Il VIS dopo decenni di impegno sociale nel paese africano ha deciso di sospendere le attività e di evacuare i suoi espatriati. Nonostante queste chiare ed oneste prese di posizione la realtà dei fatti rimane. Il Vaticano ha deciso di dare il suo appoggio al governo. Radio Maria trasmette in Burundi continui appelli alla pace invitando la popolazione a non partecipare alle proteste. Un ottimo servizio reso al presidente Nkurunziza.

Sono rimasto allibito alle parole dei nostri Vescovi” afferma un prete burundese di una diocesi all’interno del paese da noi intervistato che ha chiesto l’anonimato per paura di ritorsioni da parte delle milizie genocidarie Imbonerakure e dei terroristi ruandesi FDLR che attualmente controllano incontrastati le zone rurali del Burundi. “La popolazione poneva molte speranze nella coraggiosa e determinata opposizione della Chiesa Cattolica contro questo sanguinario regime. Era anche un inequivocabile segnale di rottura con un passato di cieco supporto all’ideologia di supremazia razziale HutuPower che ha visto la Chiesa coinvolta in prima linea durante il genocidio dei nostri fratelli ruandesi nel 1994. Fino a dieci giorni fa esisteva una genuina intenzione della Chiesa in Burundi di opporsi al terzo mandato di Nkurunziza e sostenere un vero processo democratico nel paese. Una determinazione rafforzata dall’omicidio politico delle tre suore italiane del settembre 2014 in quanto avevano scoperto i piani genocidari del presidente e gli accordi segreti con i terroristi ruandesi, che ora sono divenuti una drammatica realtà. Ho il timore che il governo abbia chiesto al Vaticano di dimenticare la loro morte.” afferma il parroco di campagna informando che non rimane che pregare il Signore affinché la ragione prevalga e non venga commesso un genocidio in Burundi. Il parroco fa notare che la presa di posizione della Chiesa Cattolica è evidentemente di parte in quanto evita di sottolineare la brutale repressione della polizia, gli omicidi e gli arresti di oppositori politici avvenuti durante questi giorni. Confida inoltre che sta seriamente prendendo in considerazione la possibilità di fuggire dal paese in quanto, incoraggiato dalle precedenti prese di posizione dei vescovi burundesi, si è apertamente schierato contro il regime nonostante che egli sia di origine Hutu. Ora teme la vendetta delle milizie genocidarie Imbonerakure e dei terroristi ruandesi.

I principali partiti di opposizione rimangono fermi sulla decisione di non partecipare alle elezioni visto la conferma della candidatura di Nkurunziza. Il suo principale rivale politico: Agathon Rwasa, leader del Fronte Nazionale di Liberazione (il secondo movimento guerrigliero estremista hutu degli anni della guerra civile, dal 2010 convertitosi alla democrazia e alla creazione di un paese multi etnico) ha chiesto come condizione al dialogo il rinvio delle elezioni. Richiesta seccamente rifiutata dal governo inebriato di vittoria.

La popolazione burundese ormai disperata, continua a manifestare e nutre ancora la speranza che l’esercito possa intervenire facendo crollare il regime e donando un futuro democratico al paese. Una speranza data quasi come certezza da Pierre Claver Mbonimpa, leader della società civile burundese, che martedì 5 maggio ha dichiarato al quotidiano inglese IBTimes che l’esercito si solleverà contro il presidente da un momento all’altro. Le parole di Mbonimpa sono state drammaticamente smentite dal Generale Prime Niyongabo che, mercoledì 6 maggio ha pubblicamente dichiarato la lealtà dell’esercito alle autorità del paese. Il Generale Niyongabo è l’artefice del tentativo di colpo di stato democratico del 03 aprile 2015 e della confisca delle armi ricevute dalle milizie genocidarie Imbonerakure, iniziata presso la capitale Bujumbura ma bloccata nei giorni successivi. Le forze democratiche all’interno dell’esercito non sono riuscite a compattare tutti i reparti causa l’opposizione dello Stato Maggiore rimasto fedele ad Nkurunziza e si sono trovati evidentemente in minoranza e in una posizione di debolezza che avrebbe tramutato il tentativo di golpe in un suicidio.

Anche sul piano internazionale Nkurunziza sembra spuntarla. Presso il Palazzo di Vetro a New York, dure misure contro il regime da parte del Consiglio di Sicurezza, sono state bloccate dalla Francia, ex potenza coloniale pesantemente coinvolta nel genocidio ruandese, principale causa di destabilizzazione in Mali e Repubblica Centroafricana, impegnata nel sostegno incondizionato alla dittatura del presidente congolese Joseph Kabila e dell’ideologia di superiorità razziale HutuPower nella regione. Nel tentativo di contro bilanciare il boicottaggio di Parigi il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha incontrato il presidente ugandese Yoweri Museveni chiedendogli di fare tutto il possibile per ripristinare la pace in Burundi e garantire una transizione democratica nel paese. Un compito difficile da assolvere se Nkurunziza verrà riconfermato, poco importano le prevedibili frodi elettorali e la mancata partecipazione dell’opposizione al processo elettorale.

L’unica giustificazione di un intervento ugandese nella politica interna del Burundi è il verificarsi di un genocidio. Scenario che sembra opportunisticamente abbandonato dal presidente Nkurunziza che avrebbe optato per una serie di sistematici massacri isolati della minoranza tutsi attuati dalle milizie Imbonerakure e dai terroristi ruandesi per spingere i tutsi ad abbandonare il paese come avvenne negli anni Sessanta Settanta sia in Burundi che in Rwanda.

Il governo di Kigali osserva preoccupato l’evolversi degli avvenimenti temendo che una vittoria di Nkurunziza rafforzi i piani di riconquista del paese delle mille colline, mai abbandonati dalla Francia. Il terzo mandato di Nkurunziza molto probabilmente trasformerà il paese in una roccaforte delle milizie terroristiche FDLR che dal settembre 2012 tentano di invadere il Rwanda e terminare il lavoro del 1994. Questo è il prezzo da loro richiesto per il sostegno militare dato al presidente Nkurunziza durante queste settimane di crisi nazionale. La presenza delle FDLR in Burundi pone il Rwanda in una situazione di constante minaccia (accerchiato da due paesi apertamente ostili: il Burundi e il Congo), aprendo inquietanti scenari di conflitto regionale. Potrebbe inoltre spingere il presidente ruandese Paul Kagame a non mantenere la parola data e a ricandidarsi alla guida del paese per organizzare la difesa militare del Rwanda (sia difensiva che offensiva). A conferma di questi timori si rende nota la visita di una delegazione politico-militare a Goma e a Bukavu (rispettivi capoluoghi delle provincie Nord e Sud Kivu, Congo) a cui ha partecipato anche il cugino del presidente Nkurunziza. Secondo notizie provenienti da fonti attendibili, l’obiettivo della visita è di tracciare con il governo e l’esercito congolesi una strategia comune anti Rwanda.

Tra gli ambienti diplomatici occidentali della Regione dei Grandi Laghi si rafforza la convinzione che Nkurunziza sia riuscito a prevalere sulla volontà di democrazia della popolazione e che l’esercito non interverrà contro. Alcuni diplomatici si spingono a sussurrare accordi sottobanco tra Washington e Parigi. Il presidente Barak Obama avrebbe accettato la richiesta del presidente Francois Hollande di far gestire alla Francia i paesi francofoni della regione, confermando cosi’ il diritto di interferenza della ex potenza coloniale, determinata più che mai a mantenere il controllo sulle sue ex colonie africane, una delle rare ma preziose fonti di sostegno finanziario alla ormai collassata economia francese. Occorre notare che la notizia di accordi sotterranei tra Stati Uniti e Francia a scapito della pace e della democrazia regionale non trovano al momento riscontri ufficiali. Secondo fonti ONU 40.000 burundesi (sia tutsi che hutu) sono fuggiti dal paese diventando profughi nella regione. Un pensiero commemorativo va a Olga, Lucia, Bernadetta e alle decine di burundesi caduti nel rivendicare la democrazia e il sogno di un paese normale. Temo, a questo punto, che il loro sacrificio sia stato invano.

 

Fulvio Beltrami
Bujumbura, Burundi
@Fulviobeltrami

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