Cosa succede im Burundi? Unica testimonianza giornalistica italiana in loco.

27 Apr

Sabato 25 aprile in una riunione straordinaria il CNDD-FDD ha proclamato il presidente uscente: Pierre Nkurunziza come candidato ufficiale per le elezioni presidenziali che si terranno il 26 giugno prossimo. “Ora sono il vostro candidato al 700%” urla Nkurunziza, evidentemente emozionato, ai suoi militanti circondato dalla sua guardia pretoriana formata dalle milizie genocidarie Imbonerakure. Il presidente, a cui la maggioranza della popolazione del piccolo paese africano si oppone al terzo mandato presidenziale, ha pronunciato un discorso duro e chiarificatore. Un discorso che solo i vincitori possono pronunciare. “Tutto il mondo è stato contro di noi, sopratutto quelli che ci hanno tradito. Li ringrazio perché ci hanno permesso di divenire più forti”. Il riferimento all’opposizione interna al partito e alle forze armate è evidente.

Nel discorso Nkurunziza ripercorre la storia del CNDD-FDD donando al partito un ruolo di salvatore della patria, trascurando i crimini commessi durante il decennio di guerra civile (1993 – 2003) e l’ideologia di supremazia Hutu a scapito della minoranza tutsi del paese che il partito ha nutrito e propagandato fin dalla sua creazione, avvenuta alla morte del Presidente Ndadaye, assassinato da dei militari golpisti, per la maggioranza tutsi. Una pagina nera nella storia del paese. Il CNDD-FDD tentò di attivare il genocidio. L’esercito tutsi riusci ad impedirlo attuando un orribile massacro. Migliaia di hutu furono uccisi in tutto il paese. Chiunque sospettato di essere un simpatizzante del CNDD-FDD venne abbattuto senza pietà indifferentemente dal sesso o dall’età.

Un episodio che l’ex presidente Pierre Buyoya ricorda mal volentieri, giustificandosi affermando che il massacro all’epoca era l’unico modo per impedire il genocidio. Dopo aver donato l’aurea salvatrice al suo partito Nkurunziza afferma che il terzo mandato è in linea con la volontà di Dio, sfidando cosi’ la Chiesa Cattolica e il Vaticano che dall’uccisione delle tre suore italiane nel settembre 2014, si è collocato al fianco dell’opposizione reclamando a viva voce la fine del regime razziale. Dopo essersi trasformato in uno strumento di Nostro Signore, Nkurunziza gioca il ruolo della vittima affermando che durante queste ultime settimane è sfuggito miracolosamente a due attentati. Notizia inedita che sembra non trovare riscontri nella realtà.

A metà discorso rispolvera sentimenti patriottici invocando l’unità del partito, recentemente messa a dura prova. “Occorre essere patriottici. Dobbiamo lottare contro i rumori, le calunnie, la zizzania. Occorre essere solidali tra di noi e conservare l’unità del partito”. Una unità in bilico fino all’ultimo momento. Notizie provenienti da fonti diplomatiche occidentali indicano che era pronto un candidato alternativo qualora la fazione contro Nkurunziza avesse prevalso. Trattasi del Generale Capo dello Stato Maggiore Prime Niyongabo, un fedelissimo di Nkurunziza e noto estremista della superiorità razziale Hutu. Alimentato da un odio cieco e viscerale verso la minoranza tutsi e verso gli hutu che desiderano superare l’artificiale divisione etnica, il Generale Niyongabo è citato nel rapporto delle Nazioni Unite sulla distribuzione delle armi alle milizie genocidarie Imbonerakure.

Sospetti gravano su di lui di aver bloccato il golpe democratico intentato dal Ministro della Difesa. Niyongabo è evidentemente rimasto in panchina in quanto il CNDD-FDD, debellati i “traditori” ha deciso di sfidare la Comunità Internazionale. La nomina di Nkurunziza, che apertamente parla di genocidio, è coerente alla natura del partito fondato sull’odio etnico e sulla corruzione. Uno dei suoi più famosi inni recita: “Amato Burundi ti libereremo dai parassiti venuti dal Nilo. Non gli permetteremo di continuare ad infestarti”.

Per finire Nkurunziza ha assunto il ruolo di garante della democrazia promettendo libere e trasparenti elezioni. Una promessa assai improbabile da mantenere visto le attività di terrorismo ed esecuzioni extra giudiziarie compiute dalla sua guardia pretoriana Imbonerakure e dal supporto militare di 8.000 terroristi ruandesi (quelli delle FDLR) che di fatto controllano il paese contrapponendosi alla fazione democratica all’interno dell’esercito, evidentemente sconfitta. Nkurunziza, benedetto da Dio, patriottico, salvatore della nazione e della democrazia, sabato 25 settembre si è talmente sentito dalla parte della vittoria assoluta che non ha esitato a lanciare terrificanti moniti ai “farraginosi” in caso che avessero tentato di manifestare contro la sua candidatura, ora ufficiale. Ma la frase più sinistra è stata pronunciata verso la fine del discorso, prima che gli inni di partito osannassero la sua candidatura. “Il Burundi soffre di un grave problema democratico che diventerà un incubo tra trent’anni. Occorre fare qualcosa. Agire”. Un discorso simile fu pronunciato da Agathe Habirymana, moglie del presidente ruandese Juvenal Habirymana, qualche mese prima del fatidico aprile 1994…

L’avvertimento ai “farraginosi” si è trasformato in realtà il giorno successivo: domenica 26 aprile 2015. Una manifestazione popolare è stata violentemente repressa dalla polizia, milizie Imbonerakure e dai terroristi ruandesi FDLR giunti in massa nella capitale: Bujumbura. Il bilancio ufficiale parla di 3 morti, 15 feriti e qualche centinaio di arresti, quest’ultimi confermati anche dalla corrispondente di Radio France International Sonia Rolley. Osservatori regionali temono che le cifre ufficiali nascondino un massacro di entità eguale a quello commesso dal presidente congolese Joseph Kabila per reprimere i motti pre rivoluzionari scoppiati lo scorso gennaio. Nel vicino Congo sono stati recentemente scoperti 432 cadaveri in una fossa comune vicino alla capitale Kinshasa, molto probabilmente appartenenti ai manifestanti trucidati. Le immagini dei corpi di manifestanti burundesi ricoperti di sangue che sono riuscite a sfuggire dalla stretta censura e silenzio imposto dal governo, facendo il giro del web, rafforzano i dubbi degli osservatori regionali.

La popolazione non ha accolto in massa l’invito a partecipare alla manifestazione, fosse stata vietata dalla polizia. La maggior parte dei manifestanti era tutsi. I maggior concentramenti si sono registrati nella capitale e a Cibitoke. Testimonianze oculari affermano che dopo qualche gas lacrimogeno la polizia, gli Imbonerakure e i ruandesi delle FDLR hanno sparato proiettili veri ad altezza d’uomo. Scontri generalizzati sono sorti ma prontamente contenuti dai reparti anti sommossa della polizia burundese in pieno assetto di guerra. La manifestazione di domenica scorsa, con il pesante tributo di sangue pagato dalla popolazione, ha evidenziato una realtà. La prima è che i Generali golpisti che hanno tentato di riportare la democrazia nel paese sono stati sconfitti. Alcuni affermano che molti di essi sono in fuga. Era prevedibile in quanto dopo il disarmo delle milizie Imbonerakure presenti in Bujumbura non si è proceduto ad arrestare il presidente e a formare un governo di unità nazionale come era negli intenti originali dei Generali ribelli. Hanno perso tempo prezioso permettendo a Nkurunziza di effettuare un contrattacco con evidente successo.

Il mancato golpe è stato evidentemente evitato da dissidi interni all’esercito probabilmente opera del Generale Adolphe Nshimirimana ex capo dei servizi segreti, sospettato di essere il mandante del triplice omicidio delle nostre tre connazionali ed ora coordinatore delle milizie Imbonerakure e dei terroristi ruandesi FDLR.

L’opposizione della maggioranza hutu segue le direttive del FNL (Fontre Nazionale di Liberazione), il secondo partito hutu che ha abbandonato l’ideologia Hutupower per allinearsi alle idee democratiche. Il leader del partito: Agathon Rwasa, ha indetto una manifestazione generale per oggi, lunedi 27 aprile. Rwasa si è rifugiato presso l’Ambasciata americana a Bujumbura. Gli Stati Uniti hanno deciso di proteggerlo forse considerandolo una alternativa a Nkurunziza. Al momento porre a capo del paese un leader tutsi sarebbe una imperdonabile provocazione. La manifestazione di oggi ha ricevuto l’adesione dei principali partiti d’opposizione, sindacati, clero cattolico, associazioni per i diritti umani e organizzazioni non governative burundesi e dovrebbe confermare il carattere multi etnico della protesta, unica garanzia contro il genocidio nel paese.

Se la maggioranza hutu e i giovani tutsi degli ambienti urbani sembrano determinati ad opporsi è iniziato l’esodo della minoranza tutsi, terrorizzata dal rischio di genocidio. Centinaia di tutsi burundesi stanno oltrepassando il lago Nyansa (confini con la Tanzania) e i fiumi Ruhwa (confine con il Rwanda) e Ruzizi (confine con il Congo) rifugiandosi nei distretti di Zashe, Ngonya, Kongorwe, Kiziba (Tanzania), al sud del Rwanda e nel provincia del Sud Kivu (Congo). Le testimonianze raccolte dal network burundese di informazione libera Iwacu rendono in pieno l’angoscia che sta vivendo la minoranza tutsi nel paese. “Ho preferito abbandonare gli studi e fuggire per non rischiare di essere ucciso” confida uno studente dell’Università del Burundi. “Siamo fuggiti dal Burundi perché la situazione si sta rapidamente deteriorando” testimonia Evelyne Kabura, madre di tre figli.

Quando abbiamo visto che le armi confiscate ai civili dall’esercito sono state nuovamente ridistribuite abbiamo compreso che era giunto il momento di abbandonare il paese destinato a sprofondare nell’orrore” afferma Alphonse Nibaruta ora rifugiato in Tanzania. “Tutti i segnali indicano che il peggio sta per arrivare in Burundi” avverte Levis Minani, cittadino della collina di Kiderege nel Comune di Nyanza-Lac anch’egli rifugiatosi in Tanzania. Le autorità burundesi, congolesi e tanzaniane stanno nascondendo l’esodo in atto per ragioni non ancora note. Il governo ugandese si è dichiarato estremamente preoccupato della situazione mentre quello ruandese ha dato ordine di rafforzare le divisioni dell’esercito stanziate ai confini con il Burundi.

Diversi rifugiati parlano di centinaia di giovani tutsi burundesi che vengono reclutati oltre i confini del Rwanda da una misteriosa milizia di difesa popolare. Forti i sospetti che sia opera del governo e dell’esercito ruandesi. Una milizia tutsi che emuli le gesta del Fronte Patriottico Ruandese che liberò il Rwanda dal regime razzial nazista e fermò il genocidio dopo cento lunghi giorni di mattanza generalizzata sotto la coordinazione e la protezione dell’esercito francese. Questa milizia, se esistente, non avrebbe la forza del FPR del 1994 rischiando di giocare il mero ruolo di facciata per giustificare un’invasione ruandese come fu nel caso della guerriglia del ex presidente congolese Laurent Desirè Kabila nel 1996.

Altre informazioni provenienti da fonti degne di fiducia avvertono che in Tanzania è nata un’altra milizia paramilitare a maggioranza hutu che starebbe ricevendo formazione militare da veterani della guerriglia del CNDD-FDD. Una notizia che, se confermata, aprirebbe lo spazio a pesanti dubbi sulla posizione adottata dal governo tanzaniano e dal presidente Kikwete sul Burundi. Recentemente la Tanzania ha dichiarato di volersi allineare alla politica della East African Community contro le forze genocidarie presenti nella regione e di sostenere gli sforzi di pace del Kenya, Rwanda Uganda. Il reclutamento e la formazione militare in suolo tanzaniano di giovani hutu rappresenterebbero una evidente contraddizione di cui i governi di Kigali, Kampala e Nairobi stanno tentando di analizzare per comprendere le reali intenzioni di uno degli Stati fondatori della Comunità Economica dell’Africa Occidentale.

La lotta tra le forse genocidarie e quelle democratiche in Burundi è lontana da essere terminata e il suo esito è destinato ad influenzare il futuro dei paesi confinanti, primi tra tutti: Congo e Rwanda.

Fulvio Beltrami
Bujumbura, Burundi
@Fulviobeltrami

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