Piccola storia ignobile.

22 Mar

Shara era arrivata a Khartoum dall’Eritrea quattro anni fa.

Come tante sue coetanee aveva sentito dire che in Sudan si poteva trovare del lavoro e vivere meglio. Oltrepassò la frontiera di Kassala. Arrivata a Khartoum fu aiutata da qualche suo connazionale per la prima sistemazione. Alcune conoscenze, studentesse eritree ed etiopi presso l’università di Khartoum, le avevano spiegato il metodo più veloce per guadagnare bene senza troppa fatica. Bastava recarsi al German Guesthouse, nel quartiere di Riad, dietro la Sugar Kenana Factory. L’hotel, gestito da un tedesco ex hippy,alla sera organizzava un servizio bar e dancing tollerato dalle autorità locali. La guest house era frequentata da espatriati delle Nazioni Unite e della missione di pace UMANID. Venivano dal Darfur dove avevano prestato servizio per diversi mesi ed erano ovviamente affamati. Erano disponibili a pagare 100 dollari per un servizio fatto come si deve. L’unico prezzo da pagare per poter esercitare la professione al German Guesthouse era quello di finire a letto gratis con il proprietario altrimenti impediva alle ragazze l’ingresso. Per il bere (wisky, gin o vodka) non era un problema. Se non si avevano soldi si poteva saldare il conto con un bel bocchino fatto nel retro del bar a Ted, il barman etiope che gestiva la baracca.

Un giovedì sera delle amiche di Shara la portarono alla German Guesthouse. Fu la prima e l’ultima volta. Contrattato con un cliente nigeriano si recò a casa sua con una sua amica etiope. Li trovarono la sorpresa. Dovettero soddisfare quattro clienti tutta notte, ricevendo solo 50 dollari a testa. Dinnanzi alle loro proteste uno schiaffo in faccia fece comprendere alle due malcapitate che non era il caso di insistere. Shara decise che quel tipo di lavoro non era per lei. Trascorse sei mesi a fare delle pulizie estemporanee presso famiglie ricche sudanesi. Non pagavano un gran che’ ma non veniva molestata. Tramite una conoscenza in comune conobbe Adriano, un giovane italiano che lavorava presso una ONG a Khartoum. Il caso volle che Adriano era in cerca di una domestica e l’amica in comune garantì per Shara. Doveva recarsi a casa di Adriano due volte alla settimana per pulire e lavare i panni. Dopo i primi mesi Adriano si fidò completamente di lei e le diede le chiavi di casa. Svolgeva il lavoro con dedizione e amore, ricevendo 600 sterline sudanesi al mese (circa 60 euro).

Adriano sparse la voce in giro e dopo qualche mese Shara riuscì a guadagnare 3.000 sterline sudanesi al mese lavorando per vari italiani. Lavorava senza sosta tutti i santi giorni. Nessuno di loro le propose di avere dei rapporti sessuali. Veniva rispettata e per le festività riceveva regali o mance. Una fortuna. Altre sue amiche che lavoravano presso espatriati europei dovevano accontentare le loro voglie sessuali. Dopo i lavori di casa, si facevano una doccia, indossavano vestaglie sexy messe a disposizione dei datori di lavoro. Iniziavano con un lavoro di bocca per terminare con un intenso rapporto anale. Il tutto senza preservativo. Se rifiutavano perdevano il lavoro. Per questi espatriati le domestiche rappresentavano un’ottima occasione di scopare nella massima discrezione senza essere accusati dalle autorità sudanesi di favorire la prostituzione. Inutile dire che la maggioranza di questi espatriati lavorava presso ambasciate o Agenzie ONU. Dopo quasi due anni Shara era riuscita a risparmiare una piccola fortuna e a mandare mensilmente qualche soldo alla famiglia in Eritrea. Non voleva avere un uomo, nonostante le varie proposte ricevute dai suoi amici eritrei. Sapeva che spesso i giovani eritrei cercavano brave ragazze come lei per campare sulle loro spalle e sbatterle gratuitamente. Non aveva tempo per le distrazioni, esclusa la messa alla domenica sera nella chiesa copta. Pian piano maturò in lei il sogno di emigrare in Europa.

Aveva una sorellastra in Italia, a Modena. Per email e telefono la sorellastra Miriam, non faceva altro che raccontarle la meravigliosa vita che faceva in Italia. Si era sposata e viveva nel lusso. Shara era ignara della verità. Miriam faceva la prostituta e spendeva le sue notti a succhiare cazzi alla Bruciata, nella periferia industriale di Modena. L’intento della sorellastra era quello di convincere Shara a venire in Italia. Una volta arrivata l’avrebbe presentata al suo protettore e l’avrebbe fatta lavorare al suo posto, riuscendo così a riscattarsi e a recuperare il passaporto. L’ultimo anno di permanenza in Sudan per Shara fu pieno di sogni. Si era convinta a tentare la fortuna in Italia e aveva cominciato a chattare su Viber con Luca, un giovane pugliese bello e romantico. Lo amava alla follia anche se era consapevole che al momento era solo un rapporto virtuale. Shara era totalmente ignara che Luca era il pappone della sua sorellastra. Non sospettò nulla nemmeno quando, dopo qualche mese di chat, Luca le chiese di inviare fotografie di lei nuda. Lo fece per amore.

Luca le aveva promesso di sposarla. Verso novembre del 2014 la sorellastra iniziò ad organizzare il viaggio per l’Italia. Le diede il contatto di un eritreo a Khartoum che organizzava il viaggio fino ai confini libici. Una volta contattato l’eritreo le spiegò i dettagli. Sarebbe partita su un furgoncino assieme ad altre venti persone e sarebbe stata portata presso un villaggio libico oltre frontiera. Da li avrebbe raggiunto una località costiera per imbarcarsi su una nave diretta a Lampedusa. Il tutto gli sarebbe costato 4000 euro. Shara espresse i suoi dubbi a Miriam. Non aveva il visto per l’Italia. Come sarebbe entrata? La sorellastra le aveva spiegato che non servivano visti. Al suo arrivo a Lampedusa sarebbe stata ospitata da degli amici di Luca che l’avrebbero poi portata a Modena. La regolarizzazione del suo stato sarebbe avvenuta con il matrimonio. A Febbraio del 2015 Shara riusci ad avere i 4.000 euro necessari per arrivare a Lampedusa. Erano il frutto del duro lavoro di donna delle pulizie per quattro famiglie di italiani a Khartoum.

Aveva vissuto una vita di stenti in Sudan per inviare soldi a casa e risparmiare per il grande viaggio. A distanza di pochi giorni dalla partenza Shara restituì le chiavi di casa a tutti e quattro i suoi datori di lavoro. Le depositò nelle case senza avvisarli, mandando solo un SMS a tutti con scritto: “Non vengo più a lavorare perché devo partire. Grazie di cuore per la vostra generosità”. Adriano la conosceva da quattro anni e si ricordò che due volte Shara le aveva chiesto se poteva farle ottenere il visto per l’Italia. Comprese le reali intenzioni della ragazza e cercò di contattarla. Invano in quanto il telefono di Shara era perennemente spento. Il giorno prima di partire Shara non resistette e lo contattò nonostante i consigli della sorellastra di tenere segreto il viaggio. Spiegò ad Adriano il suo piano e lo informò che sarebbe partita la sera successiva. Adriano cercò inutilmente di convincerla a non intraprendere questa avventura. Cercò di incontrarla con la scusa di dargli qualche soldo per il viaggio. Se l’avesse incontrata le avrebbe spiegato che la Libia era sconvolta dalla guerra civile e nelle due ultime settimane erano comparsi i terroristi dello Stato Islamico che stavano distribuendo morte e distruzione in nome del grande Califfato d’Africa.

Sui giornali erano già comparse notizie che gli immigrati africani subivano orrende sorti una volta giunti in Libia. Rischiavano di essere derubati dei pochi averi e uccisi, di essere rapiti per richiedere il riscatto alle famiglie o di venir arruolati per forza dal ISIL o da altri gruppi armati operativi nel paese. Se fossero arrivati indenni alla costa le probabilità di morire in mezzo al mare erano altissime. Adriano non riuscì ad incontrarla. Shara, pur avendogli confidato il segreto non si fidava. Aveva il timore che potesse denunciarla alle autorità sudanesi. Dopo quella telefonata Adriano perse completamente i contatti con la sua domestica. Le notizie sulle sorti degli immigrati in Libia gli giungevano dalla BBC e Al-Jazeera. Tutte orrende.

Dopo qualche giorno Adriano si ricordò che qualche volta Shara gli aveva chiesto il permesso di telefonare a sua sorella in Italia utilizzando il suo cellulare. Dopo un’estenuante ricerca riuscì ad individuare un numero di cellulare italiano che non conosceva. Provò a telefonare. Rispose una voce di donna. Parlava un italiano con forte accento inglese. Doveva essere Miriam. Adriano le spiegò di essere il datore di lavoro di sua sorella, pregando di contattare Shara poiché era disponibile a farle ottenere un visto regolare garantendo per lei. La voce di donna dall’altra parte della cornetta risposte seccata di non conoscere nessuna Shara e di non avere delle sorelle. Dopo di che interruppe la conversazione. Adriano provò varie volte a contattare nuovamente Miriam ma un messaggio TIM lo informò che il numero non era raggiungibile. Dopo qualche giorno il messaggio TIM lo informò che il numero era stato disattivato. Adriano e gli altri tre italiani che avevano assunto Shara non ebbero più notizie della loro domestica. Qualche mese dopo Adriano ricevette da un numero anonimo italiano un SMS. “la tua puttana non è mai arrivata. È crepata da qualche parte in Libia. Cercatene un’altra e fatti i cazzi tuoi” recitava il messaggio. Adriano non seppe mai se questo era uno scherzo di cattivo gusto o la verità.

Il racconto si basa su una storia vera frutto di una testimonianza del datore di lavoro di questa ragazza eritrea che mi ha contattato. Dopo aver indagato sulla sua reputazione e sulla sua posizione lavorativa in Sudan ho ritenuto che la storia raccontatami fosse veritiera. Da qui la decisione di pubblicarla, utilizzando dei nomi di fantasia per proteggere l’anonimato di tutte le persone coinvolte. Il linguaggio scurrile è stato volutamente utilizzato per far comprendere ai lettori la dura e cruda realtà che queste moderne schiave vivono. Come si avvince dal racconto-testimonianza il traffico di esseri umani in Italia è organizzato dalle organizzazioni mafiose in stretta collaborazione con complici africani. Una moderna riedizione della tratta degli schiavi del Settecento. La ragazza all’epoca degli avvenimenti aveva 24 anni.

Fulvio Beltrami
Kampala Uganda.

Una Risposta to “Piccola storia ignobile.”

  1. isabella rossetto 22 marzo 2015 a 13:31 #

    Il Dio denaro ha fatto ormai molti esseri umani squallidi disumani senza limite (tutti contro tutti) vita mia morte tua /siamo arrivati alla fine di tutto tutto

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