Archive | marzo, 2015

Sorpresi e colpiti nella quotidianità. Per tutte le vittime del terrorismo

30 Mar

Fairphone. Telefonino etico o inganno pubblicitario?

27 Mar f1
La ditta olandese Fairphone ha lanciato il telefonino etico, fatto con il coltan libero dalle zone di conflitto. Dopo il caffe’ etico solidale e i prodotti biologici spunta anche nell’elettronica la fetta del mercato “alternativo”.

La campagna pubblicitaria lanciata dal 2014 sembra non avere avuto grande originalità di idee. Le foto sono quelle classiche da ONG: giovani con le magliette Fairphone, tutti belli e puliti, fotografati assieme a bambini negri sporchi, malvestiti e africani adulti semi pezzenti. Questo nel settore è denifito “Poverty Marketing”, un ramo della pubblicità che sfrutta la povertà del Terzo Mondo per vendere un prodotto.

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La Fairphone afferma di comprare coltan in miniere di nove paesi produttori diversi, ma nel suo sito si accenna solo alla Repubblica Democratica del Congo, senza dare indicazioni di dove sono ubicate queste miniere e chi detiene la proprietà.

In Congo il coltan è presente solo all’est: Nord Kivu, Sud Kivu, Maniema. E’ monopolio della famiglia Kabila, Generali dell’esercito e terroristi ruandesi delle FDLR. Uganda e Rwanda fungono il ruolo di ricettatori certificando il coltan estratto in Congo come prodotto nei rispettivi paesi africani. La missione di pace ONU – MONUSCO conosce nei dettagli il traffico, ma non interviene, limitandosi ad ignorarlo. Questo clima permette alle multinazionali Americane ed Europee di comprare il coltan congolese delle zone di conflitto raggirando la legge americana Franck-Dodd e la recente (quanto blanda) legge europea in materia di minerali provenienti da zone di conflitto.

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Fairphone afferma di comprare il coltan da cooperative minerarie in Congo e da piccoli artigiani, facendo molto attenzione a non spiegare al consumatore la realtà del monopolio mafioso all’est del Congo che controlla il 100% delle produzioni di coltan.

Un nome tanto per fare esempi concreti. Il mediatore unico del coltan per l’est del Congo risiede ed opera a Goma, capoluogo della provincia del Nord Kivu. Non si conosce il suo nome solo il soprannome e la sua nazionalita’. Tutto lo chiamano Barman. Trattasi di un ex pilota militare Iraniano giunto in Congo nel 1996 per intraprendere il business. A conoscerlo sembra una persona affabile, generosa, amante della bella vita e delle belle donne, anche se esagera un po troppo con l’extasy. In realtà è uno spietato criminale che ha la fama di regolare i conti con chiunque osi non passare attraverso il suo canale per la vendita del coltan che sia questo africano o bianco.

Ne’ tanto meno la Fairphone spiega che spesso questi produttori indipendenti estraggono piccole quantità di coltan da miniere clandestine ed illegali, non riconosciute dallo Stato, pagando una tassa ai vari gruppi guerriglieri che infestano il Sud Kivu. Chi osa non pagare il pizzo viene abbattuto come monito ad altri intraprendenti liberi professionisti.

Nel suo sito la Fairphone si preoccupa solo di dare l’impressione di essere una ditta etica e pulita senza troppe spiegazioni. A supportare questa pubblicità una serie di testimonial di varie nazionalità. Si afferma una vendita di 60.000 modelli. Il target e’ il cliente “alternativo di sinistra” e il mondo delle associazioni e ONG.

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Per supportare la sua immagine etica, Fairphone organizza anche visite guidate nelle miniere del Congo, senza spiegare come farebbe ad assicurare la sicurezza dei turisti nelle zone infestate da guerre e bande armate genocidarie. Sul suo sito pubblica anche testimonial di queste visite guidate. Tutti le testimonianze peró non specificano i luoghi di queste miniere. Ci si attiene ad un vago accenno: “miniere al confine tra Rwanda e Congo” “miniere del Nord Kivu”. Maggiori informazioni riguardano le miniere in Rwanda “una vicina a Kigali” (la capitale) e una vicina a Muzanze. Della prima non ho nessuna informazione. Della seconda sì. Trattasi di una miniera di coltan di scarso giacimento utilizzata dal governo ruandese per far passare come produzione locale il coltan che proviene dal Congo. Un segreto di pulcinella sempre negato dal governo ruandese.

Questa serie di incongruenze e informazioni entusiastiche, ma vaghe, di per sè non sono sufficenti per trarre conclusioni.

I rabbiosi attacchi e opera di diffamazione orchestrata alle mie spalle da congolesi e da alcuni rwandesi di cui mi hanno avvertito vari miei lettori dandomi prove concrete, ha fatto scattare il fiuto del giornalista, facendomi comprendere che vale la pena aprire un’inchiesta direttamente sul terreno.

Sono pazzo a rendere noto il mio intento? Non preoccupatevi ho i miei canali collaudati da un decennio. Il rischio è minimo se si precisano date e luoghi solo a missione conclusa. Prima della pubblicazione dell’inchiesta darò l’opportunita’ alla ditta olandese di confutarla o di dare eventuali spiegazioni.

Se risulterà che le affermazioni di Fairphone corrispondono al vero compreró subito un loro modello gettando nel pattume il mio Nokya X.

 

Fulvio Beltrami
Kampala, Uganda
@Fulviobeltrami

BRICS against Dollar.

26 Mar brics-blog-eanc

Life is for the Brave. Wak-up!

Bana Mayélé. They understood that the independence policy begins with the Monetary independence.

Brazil-Russia-India-China-the South Africa. Have made a covenant to say No to Dollard as currency Reserve. No to IMF as Investment Bank.
They created the BRICS but it is a project that is done. These countries are said emmergeants. You understand ?

World Wide moves for the Mint but Africa is moving in the presidential elections.
Pity. Who we injected Valium ? We sleep, we’re heavy.

We can just cheat on them to assert our sovereignty. Stop your political quarrels.
Keep your pride, your hatred and lust for power. Raise us above the men of this world.
Courage arm ourselves and say enough is enough. No to Colonialism, No to Françe, No to the CFA Franc. Let’s build our pride dice now. We are at the cross-roads.

Time is heavy outside, staying with family.

Sassou wants Dialogue, Me too. But we sort of the CFA franc. He is of age to take risks as an Arab old takes risks of transporting Drugs to enrich her children.

by Mireille Silande

IL ‘COLTAN WAR FREE’ NON ESISTE !

24 Mar ethica_fair-phone_hero_feature.9

Smartophone etico conflict free?

Fairphone, lo smartphone etico ideato dal designer Bas van Abel e dal giornalista Peter van der Mark dovrebbe utilizzare columbite-tantalite (coltan) non estratto da zone di conflitto, ottenendo così il marchio di etico solidale. Vi sono forti dubbi che questa campagna lanciata lo scorso anno rientri nella categoria del marketing ingannevole.

Perché ingannevole?

I migliori prezzi d’acquisto di coltan greggio sono quelli dalle miniere in Africa, che rappresentano il 44% della produzione mondiale, secondo i dati ufficiali. Quello prodotto in Asia, America e Sud America costa il 22% in più.

La percentuale della produzione africana aumenta fino ad arrivare al 62% se teniamo conto del traffico illegale non registrato ufficialmente.

Quali sono i maggiori produttori di coltan in Africa? Congo e Centro Africa. Due paesi sconvolti da orribili guerre civili.

Se ci si rivolge al mercato americano e latino i principali produttori sono: Colombia, Venezuela e Brasile. Dove si trovano le miniere di coltan in questi paesi? Nella giungla dove mercenari e squadroni della morte sorvegliano i lavoratori (spesso senza diritti) e si sbarazzano delle tribù indigene che hanno la sventura di abitare sui giacimenti.

Tra i produttori mondiali vi sono anche: Cina, India e Rwanda. MA ATTENZIONE C’E’ L’INGANNO!

La produzione di coltan di questi paesi è insignificante. La maggior parte del coltan esportato proviene da… Repubblica Centro Africana e Congo. In che modo? FALSE CERTIFICAZIONI DI ORIGINE!

Come arriva il coltan centroafricano e congolese fino in Cina e India? Tramite il Rwanda e l’Uganda che emettono falsi certificati di produzione locale di coltan. Entrambi i paesi non hanno miniere di coltan se non virtuali ma accettate a livello internazionale per mantenere il mercato mondiale di coltan tramite il riciclaggio del coltan proveniente dalle zone di guerra.

Mi meraviglia che il “famoso” attivista congolese immigrato in Italia ed originario di Bukavu, Sud Kivu: John Mpaliza, abbia accettato di fare da testimone per Fairphone affermando di aver ricevuto un prototipo e sostenendo che la ditta utilizza coltan War Free. Il Sud Kivu è una tra le principali zone di produzione al mondo. I giacimenti sono tutti controllati dalle milizie genocidarie ruandesi FDLR, dalle milizie congolesi Mai Mai, dall’esercito congolese e dalla Famiglia Kabila.

Questo l’attivista italo-congolese John Mpaliza dovrebbe saperlo. In tutti i modi nessun telefonino war free è stato venduto da Fairphone per una semplice ragione: E’ IMPOSSIBILE OTTENERE COLTAN DA ZONE LIBERE DA GUERRE IN QUANTO IL SUO PREZZO NON E’ CONCORRENZIALE.

Ma c’e’ il riciclaggio dei vecchi telefonini, penserete!

Chi lo afferma sta raccontando una bufala, per una semplice ragione:
il coltan non e’ presente nei telefonini se non come prodotto gia’ trasformato. Per ottenere questo prodotto ultimo serve sempre coltan grezzo… Esiste una tecnologia per estrarre il coltan dai telefonini in disuso. Il suo costo, e le infime quantita’ ottenute non valgono la pena.
Più’ economico il coltan War Conflict.

Fulvio Beltrami
Uganda, Kampala
@Fulviobeltrami

DIGITAL PLATFORM FOR FARMERS – DUTCH TO AFRICA

23 Mar tv_-_artisacademia

Walking into the lobby of Safari Park hotel one would easily mistake it for a mini Agricultural show ground but to my surprise it was the 3rd Networking event of Farmers. Here different farmers’ associations groups and different agricultural projects meet once every year to share their experiences and showcase their products on a neutral platform. The multi-stakeholder network brings together different institutions, farmers under the umbrella body of Agri-Pro Focus. Agri-Pro Focus a Dutch based network operates both at a Dutch-based level and at a developing country level as Agri-Hubs.

A unique way to market their produce thus the network aims to promote entrepreneurship and connecting producers with national and international market using an online platform.  It is not business as usual for Agri-Pro Focus members who aim to both open up market potential for business in developing countries, as well as meet with the challenge of sustainably feeding 9 billion people by 2050

There are 13 hubs in Africa and One hub in Indonesia. The network encourages farmer entrepreneurship and enhanced Agribusiness enterprises. They offer business facilitation, joint action, debate and Learning and an online platform to exchange ideas.

Speaking at the Networking event, Dutch Embassy representative, Dr. Melle Leenstra of the Food Security Program said “We want to invest in Kenya to address food security, we see a potential to earn money in Kenya”. Adding that it was paramount to invest in Agriculture Entrepreneurship for small holder farmers.

Agri-Pro Focus was started in June 2005 by the Dutch Development Cooperation to get back the agenda of farming and financing of farmers through RABU Bank. Here a network of 7 farmers was started and grew to 90 before spreading to other parts of the continent. Agricultural Engineer, Hedwig Bruggeman took the helm of this institution in 2009 having worked on various projects in Africa. Hedwig is very passionate about farming having grown up in a farm herself. Hedwig, Managing Director of Agri-Pro Focus says the network is able to connect the farmer to the market place for all Africa in selling the produce. Adding “We have an online platform anyone interested in agriculture should join”.

Dr. Arnette van Andel is the Agri-Pro Focus Network Facilitator of Kenya, Mali and Niger says “The real strength of this network is providing services to its members”. The network organizes events and activities for its members with an objective to promote farmers and enhance food security. “We link them together, facilitate the farmers using an online platform” Dr. Andel says. The network is not limited only to farmers but also open to farmer organizations, banks Nongovernmental organizations and governments.

Access to finance, climate change and accessing credit is a big challenge facing many farmers. Currently the Network is hosted by HIVOS since they rotate among their different network members. As a Network facilitator Dr. Andel is able to link business from Dutch to different networks in Africa. This unique network is able to link farmers on a digital platform from Africa to the Netherlands through a site that they are able to subscribe. A network that is able to not only link the farmers but also an eye opener for farmers’ new market. I am looking forward to another season of networking.

 by Winnie Kamau

GMO BATTLE ENSUES AS FOOD INSECURITY STRIVE IN KENYA

22 Mar gmo

GMO! This is a word that brings mixed feeling and reaction for many Kenyans since many do not know what it is all about. To many they are foods that have been added growth hormones  while to others they are food laced with chemicals.

Talking to various stakeholders and agitators of GM and Anti GM gives a different perspective though it might seem Confucius. During the book launch of Biotechnology in Africa by lead author Dr. Florence Wambugu

Book looks at how science will contribute to biotech, limitations and opportunities

Kenya stands to lose largely in terms of food security due to the varying climatic conditions that are threatening many livelihoods, experts have warned. According to Prof. Marion Mutugi, Deputy VC Kabianga University, “The controversies surrounding GMO in Kenya need to be addressed in a sober manner. GM Crops are being used in many countries example of BT Tobacco in Burkina Faso where farmers are reaping huge benefits from the variety which withstands pests.” Prof. Mutugi advised people to understand that GMO are living things that are products of biotechnology. Just like any other technology, biotechnology is the application of science for the improvement of products and processes for the benefit of human kind.

Biotechnology is a tool that can be used to do different things to different targets, it can be either good or bad, a tool like a panga has no moral value, it can be used to harvest crops of kill someone. So like the panga the moral value of biotechnology depends on its usage” She emphasized.

In a heated debate between scientists and the public where products was the center of discussion, it emerged that a lot of information is still not clear to the people .While some say we need GM crops others think we are in for a disaster. “Kenyans don not need GM crops, for example the improved variety of sweet potatoes has big problems for farmers in western Kenya, where it is a delicacy. We can’t replant that kind of sweet potato yet our indigenous variety could be replanted, we feel cheated and taken for a ride, I think there are people who are in this GM debate for the sake of money”. A civil society activist protested. He cited Monsanto Company, a company in US that has been involved in biotechnology as money making venture that is not interested in the harmful effects that GM crops will have on people.

Dr. Richard Odour the Head of Plants Transformation Laboratory in the Department of Biochemistry and Biotechnology at Kenyatta University cites the lack of good will from the Government has been an impediment to the progress of GM products. Adding that Kenya has many scientists who are well equipped and working on different projects of Biotechnology both at Kenyatta University and other leading Technology Universities in Kenya.

On 8th October 2012 the Kenyan Cabinet under the advice of then Health Minister Beth Mugo issued an executive ban prohibiting importation and consumption of GMO foods in Kenya. This was after the Seralini paper was published showing how rats used during the study had developed tumors and had died of cancer. The report according to Dr. Oduor was flawed and was withdrawn in November 2013 following a report commissioned by the High Council for Biotechnology (HCB) constituting a team of scientific experts commissioned by The French government on 24th September 2012 who expunged the publication citing it failed to establish the relationship between GM foods and tumor.

Dr. Oduor added that “Apart from Scientists becoming demoralized. HIV positive patients use food which is fortified with GMO and they require GMO fortified products”. Renowned Biotechnologist, Professor James Ochanda in reviewing the book, Biotechnology In Africa said the book focuses on case studies of commercialization of GM products which need political will “Hunger in Africa is associated with lack of maize and adopting this technology will help tackle the issue of hunger”.

Meru Senator and Chairman on Agriculture Food security Committee Kiraitu Murungi speaking against the GMO ban assured the Bio- technologists that he would fight to lift the ban and push the government to act and commit “The Ban is unfortunate and we should not deny Kenyans benefit of technology. As Senate Chair Agriculture I will fight to lift the ban”. Kiraitu noted with a lot of concern on food insecurity in the country “I am embarrassed by the food insecurity in many parts of the country. Kenya cannot develop with fear of technology. If Kenya lifted the GM ban we would revolutionize food production

Adding that “Most GM products have passed risk assessment and have been proved not to cause any harm”. Kiraitu was speaking as the guest of honor during the launch urging that Biotechnology needs political will and commitment.  Statistics from Clive James famed as the Clive Curve show the increase of farming land in Africa for Biotech crops for the last 17 years since 1996 to 2013. As both camps pro GMO and Anti GMO continue fighting on the scientific technicalities it is sound proof that Kenya and Africa as a whole needs to reinvent the wheel to fight with food insecurity that continues to take a toll and bite on the economies every single year.

By Mary Mwendwa and Winnie Kamau
Nairobi, Kenya

Reversing the global obesity pandemic

22 Mar 24-08-12-wr_1

EDITORIAL OPINION By Graziano DaSilva – FAO Director General

The worldwide surge in obesity rivals war and smoking in terms of the global economic burden it imposes.

Obesity is no longer a concern solely of higher income, developed countries. The prevalence of obesity and overweight has risen in all regions, including in low-income countries. Today, nearly half of all countries are struggling with both under nutrition and overweight/obesity. Indeed, under nutrition and obesity often co-exist in the same communities — even in the same household.

Economic and social transformations, including higher incomes, in many poor and middle-income nations and the availability, at relatively attractive prices, of over processed foods have led to changes in lifestyles, including dietary habits and reduced physical activity across the globe.

Not a single country — not one – saw declining obesity between 2000 and 2013. WHO estimates 1.9 billion overweight people, of whom a third are obese.

This involves social and economic costs that, piled on top of those resulting from malnutrition, society can ill afford to bear.

The 2013 edition of FAO’s State of Food and Agriculture noted that the social burden due to overweight and obesity has doubled over the past two decades. According to the report, the cumulative cost of all non-communicable diseases, for which overweight and obesity are leading risk factors, were estimated to be about US$1.4 trillion in 2010.

More recently, the McKinsey Global Institute estimated the global price tag of obesity – including the increasing the risk of heart disease, hypertension, strokes, diabetes, and some cancers affecting the overall quality of life – could run as high as $2 trillion a year, third only to smoking ($2.1 trillion) and armed conflicts ($2.1 trillion)!

While the numbers are not comparable and the global estimates of the economic costs of obesity and overweight vary, they coincide in their scale.

Now, think of what could be done to tackle malnutrition – hunger, under nutrition, micronutrient deficiencies and obesity – if we threw that amount of money behind the effort. Increasing funding is necessary to scale up efforts, but it should be a part of a bigger effort to re-strategize our approach to tackling malnutrition in all of its forms, deepening our focus beyond the immediate causes to include the broader sociocultural, economic and political dimensions of nutrition.

This was a challenge that was taken up at the Second International Conference on Nutrition (ICN2) in Rome in November 2014. At ICN2, governments endorsed the Rome Declaration on Nutrition and the accompanying Framework for Action, committing themselves to address the broad spectrum of malnutrition — including undernourishment, stunting, wasting, micro nutrient deficiencies, obesity and related non-communicable diseases.  

Making progress on these pledges will require major shifts in the manner in which we address malnutrition. It entails shifting from treating the adverse effects of malnutrition to prevention by ensuring healthy balanced diets, to better address the root causes of malnutrition, and we’ll need to develop new policies, strategies and programs to help us do that.

Here are some guiding ideas.

First, let’s reform our food systems to ensure better nutrition for all. FAO’s State of Food and Agriculture 2013showed how food systems influence the quantity, quality, diversity and nutritional content of foods, and determine the availability, affordability and acceptability of foods needed for good nutrition. Reforming our food systems to improve nutrition will require growing nutrient-rich foods and ensuring healthy processing to minimize the loss of nutrients.

Second, we must make it easier for consumers to make food choices that promote healthy diets. This requires political commitment besides effective and coherent policies and strategies. It will require increased investment in nutrition promotion and education programs. It will require creating schools, work places and communities that make healthy diets easily accessible and encourage people to exercise more. It will require empowering consumers with information through formal and informal popular nutrition education and giving more information on the food being sold to them, including through appropriate labeling.

Third, by creating a common vision and multisectoral approach involving governments, farming, health, retail and other relevant public and private sectors, as well as civil society. The multiple causes of malnutrition, including obesity, call for effective collaboration: no sector or entity can effectively address the problem on its own.

Fourth, trade and investment agreements must be designed to influence food systems positively. By improving the availability of, and access to, food, efficient and effective trade can play a key role in achieving nutrition objectives. But such agreements should not “crowd out” the possibility of developing local agriculture. Thriving national and local agriculture systems not only reduce countries’ dependency on food imports but promote greater diversity in diets, can act as a buffer against price spikes in international markets, and generate jobs to help reduce rural poverty.

ICN2 has set the stage for all actors to come on board to reverse the fast rising global obesity. Malnutrition, from under nutrition to obesity, is preventable at a relatively low cost if we work well. Let us move quickly to reverse obesity trends and to make hunger and all forms of malnutrition history.

by Winnie Kamau
@WinnieKamau254

L’ipocrisia Britannica nei confronti dell’Africa.

22 Mar help

Un rapporto redatto dal governo britannico accusa il governo sudanese di essere il principale autore delle violazioni dei diritti umani nel paese.

Il rapporto elenca numerosi e gravi violazioni incluse mancanza di libertà, torture, abusi ed ingiustizie contro le donne, mancanza di libertà religiosa. Il governo di Khartoum ha risposto alle accuse il 15 marzo scorso. Il portaparola del Ministero degli Affari Esteri: Ali Al-Sadiq ha dichiarato in una conferenza stampa che il Sudan non ha mai affermato che la situazione dei diritti umani è migliorata nel paese. Il Sudan è permanentemente in guerra fin dai primi anni Settanta. La maggioranza di queste guerre civili hanno una chiara matrice indipendentista rivendicata da numerosi movimenti armati che hanno come obiettivo quello di dissolvere in pezzi il paese, cancellarlo come entità nazionale e rimpiazzarlo con una miriade di staterelli che diventerebbero per forza di cose satelliti o protettorati di Potenze regionali o internazionali.

La prima vittoria riportata da questo movimento indipendentistico underground è quella della separazione del Sud dal Sudan. A distanza di meno di due anni dall’indipendenza la Repubblica del Sud Sudan è sprofondata nell’abisso della guerra etnica e rischia il collasso. Vari analisti politici africani sospettano che la maggioranza dei movimenti indipendentistici armati sudanesi siano supportati dalle potenze occidentali, con l’obiettivo di distruggere il Sudan. I principali sospettati sono gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. In una guerra civile prolungata per anni è purtroppo facile che i diritti umani siano violati e che vari crimini di guerra siano commessi. Questa è una dolorosa e ripugnate verità non solo in Sudan ma in ogni altra parte del pianeta. Basta pensare alla ex Jugoslavia o ai recenti conflitti in Ucraina e Siria. Queste tre guerre civili (di cui due occidentali) dimostrano che i crimini di guerra o contro l’umanità sono spesso commessi da entrambe le parti belligeranti. Nel caso del Sudan per decenni l’Occidente ha insistito ad accusare solo il governo di Khartoum. Questo sembra più propaganda che vera ricerca di giustizia.

La maggioranza dei movimenti armati nel Darfur, come il Justice Equity MMovement (JEM) sono famosi per prestare scarsa attenzione ai diritti umani e per offrire i loro servizi di mercenari in vari conflitti africani. Il governo di Bechir ha limitato la libertà civile durante questi lunghi anni di guerra. Una ‘non giustificabile’ ma reale reazione di ogni paese in guerra. Basta pensare alle sorti riservate alle migliaia di migliaia di cittadini americani di origine giapponese o tedesca, rinchiusi in campi di concentramento per essere sospettati di collaborare con il nemico durante la Seconda Guerra Mondiale. Negli ultimi due anni Khartoum ha dimostrato la volontà di normalizzare la situazione. Purtroppo il governo risponde duramente ad ogni provocazione fatta dai gruppi armati che fino ad ora si rifiutano di partecipare a serie negoziazioni di pace.

Il Darfur è il più evidente caso di propaganda occidentale. Nessuno può negare che orrendi crimini di guerra siano stati commessi nella regione, ma è assurdo pensare che questi crimini siano stati unicamente commessi dall’esercito regolare. L’inchiesta della Corte Penale Internazionale (CPI), che ha trasformato il presidente Omar el Bechir in un ricercato, non si basa su prove, ma su accuse provenienti dall’opposizione armata. Nessuna inchiesta è stata compiuta direttamente dalla CPI nel Darfur. La mancanza di prove concrete ha costretto il Tribunale dell’Aia a congelare la procedura legale contro il presidente sudanese. Qualche giorno fa la CPI ha chiesto al governo di Khartoum di arrestare il proprio capo di stato. In alternativa la CPI ha chiesto alla missione ONU di pace in Sudan di provvedere all’arresto. Entrambe le richieste sono irrealistiche. La CPI rischia un altro flop dopo quello ottenuto nel caso contro il presidente keniota Uhuru Kenyatta. La maggioranza dei paesi africani è ormai insofferente alla giustizia selettiva della CIP che cerca di portare sul banco degli imputanti solo presunti criminali africani, ignorando crimini di guerra e contro l’umanità commessi da altri paesi tra i quali Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna.

Il governo di Londra è l’ultima autorità che può accusare un altro paese di violazione dei diritti umani. Dimenticati i numerosi crimini e genocidi commessi durante il suo passato coloniale. Nel 2014 la Gran Bretagna è uno tra i paesi dove i diritti umani vengono sistematicamente violati su base giornaliera. L’ultimo caso riguarda il centro di detenzione per immigrati clandestini di Harmondsworth dove sono detenuti migliaia di africani e asiatici. Da sette settimane i detenuti stanno facendo lo sciopero della fame in protesta alle condizioni disumane della prigione, ubicata vicino all’aeroporto londinese di Heathrow. “Stiamo lottando per far chiudere questo centro di detenzione e ottenere la libertà” dichiara un prigioniero ugandese, Ahmed, al reporter di RT: Harry Fear. Secondo il detenuto ugandese le condizioni disumane di vita nella prigione di Harmondsworth contrastano con il mito di libertà inglese. “Ci legano per giorni e giorni. Ci negano la libertà anche di espressione. Il sistema sanitario è totalmente disumano” denuncia Ahmed. Non è la prima volta che Harmondsworth si trova all’epicentro di uno scandalo nazionale. Nel 2004 un detenuto si suicidò a causa delle violenze subite dalle guardie carcerarie. Il Britain Home Office (il dipartimento immigrazione inglese) ha stimato che ogni anno 30.000 immigrati o richiedenti asilo sono detenuti a tempo illimitato senza aver commesso crimini od essere in una posizione illegale nel paese. Molti di esse sono incarcerati per mesi se non anni senza processo.

Il governo sudanese è accusato dalla CPI e dalla Gran Bretagna di non permettere una indagine indipendente nel Darfur o in altre parti del paese per verificare la veridicità delle violazioni dei diritti umani. Potrebbe essere vero, ma occorre sottolineare che anche la Gran Bretagna non permette indagini indipendenti su sospette violazioni dei diritti umani. Nel caso di Harmondsworth il governo inglese ha proibito una indagine tentata da giornalisti investigativi del Corporate Watch Group (CWC). “Voi bellimbusti! Pensate di intervistare i detenuti, prendere foto per raccontare le vostre storie ai media infangando la reputazione del Governo Inglese. Di certo non permetterò tutto questo” ha affermato al CWC un alto responsabile del centro di detenzione. Un proverbio africano dice: “Se vuoi punire i tuoi figli come padre devi essere un esempio di moralità e rettitudine”. Il dossier di Harmondsworth, le numerose discriminazioni razziali e violazioni dei diritti umani commesse nella ex potenza coloniale di certo non possono porre il governo inglese nella posizione di essere il giusto padre che possa punire dei fanciulli.

 

Luca Paltrinieri

British hypocrisy over Africa.

22 Mar darfur_01

An U.K. report blaming the Sudanese government for being the main perpetrator of human right violations in Sudan.

The report listed a number of human rights issues including lack of freedoms, torture, women rights and religious freedoms. Khartoum Government responded on 15th March 2015 to the U.K. report. Spokesman of the Ministry of Foreign Affairs Ali Al-Sadiq said in a press statement that the Sudan never claimed that the human rights situation has improved in the country. The African country is in permanent civil war since the early years of Seventy. Mainly of these civil wars have clear independent aspiration fomented by various movements with the target to break Sudan in pieces, deleting it as unify National entity and replace it with several little States weakly on the point of view economical and political and for this raison designated to become satellites or protectorates of Regional and International Powers.

The first victory of these underground independent movement has been South Sudan. After less than two year the new country has fall down in a terrible ethnic war and now risk the collapse. Several African political observers have the suspect that all these independent movements are supported by Western Power in order to reach the agenda of Sudan destruction. The meanly suspect are U.S. and Great Britain. In a prolonged civil war situation unlucky human rights abuses may become the normality not in Sudan only but everywhere. Thinks about former Yugoslavia or more recent Ukraine and Syria. The story of these three civil wars (where tow western country have been involved) demonstrates that the human rights abuses and war crimes are committed often by both sides. In the case of Sudan the West Powers for long decades have insisted that is only Sudan Government that is doing war crimes. These it’s seam more propaganda than genuine intention of reach justice.

The Darfur movements like Justice Equity Movement (JEM) are famous to put little attention to human rights and be mercenary in several African wars. Beschir Government has restricted several civil liberties during these long years of war. A not justifiable but real reaction in any countries in war. Thinks about the total negation of human rights for American citizen originally from Japan and Germany during the WWII. Thousand of them were segregated in concentration camps suspected to collaborate with the enemy. In the last two years Khartoum has demonstrated the willing to normalize the situation. Unlucky the Government react badly to any provocation done by the armed opposition that till now have not show any willing to start serious peace negotiations.

Darfur is the most evident case of West propaganda. Nobody can deny that in Darfur have been committed war crimes as nobody can believe that these war crimes has done only by Sudan Army. ICC inquire, that has led to transform a President in a wanted man, is based only on accusations of armed group from opposition. No one inquire has been directly done by ICC in Darfur. The lack of real evidences has forced ICC to freeze the legal procedure against President Omar el-Bechir. Recently ICC has asked to Sudan Government to arrest its President. In alternative ICC has asked to UN peace mission in Sudan to arrest Bechir. Both the requests are not realistic. ICC risks to do another flop after the one against Kenya’s President Uhuru Kenyatta. The majority of African country are totally tired about the selective justice of ICC that try to trial only Africans neglecting all others suspects of war crimes and crimes against humanity, France, U.S. and U.K. included. London Government is the last entity that can speak about human rights violation committed by other Nations. Forget its colonial past (where several genocides have been committed in order to maintain the colonies in Africa, America and Asia). On 2014 U.K. is between the countries with a strong number of human rights violation.

The last but not least is the case of Harmondsworth immigration center. A real lager for African and Asian illegal immigrants. At the moment hundreds of asylum seekers are on hunger strike in protest about the poor conditions at the facility, located near London’ Heathrow Airport. “We are fight in order to obtain the closure of these detention center and to obtain our freedom” told one of the prisoners, a Ugandan named Ahmed to the RT’s Harry Fear reporter. He says that the very existence of the center goes against claim that Britain is a country of freedom. According to Ahmed the condition at Harmondsworth are inhumane. “They lock people round all the time. There’s no freedom. There’s no freedom of expression. The healthcare system is so inhuman” he said. The current hunger strike isn’t the first time that Harmondsworth has found itself in the center of controversy. In 2004, an immigrant committed suicide at the facility because of inhuman treatments received. Britain Home Office estimates that some 30,000 migrants and asylum seekers are detained indefinitely in the county each year while they have not committed any offence and their immigration status is resolved. Many are held for months or even years without trial.

Sudan Government is accused by ICC and U.K to don’t permit any independent investigation in Darfur or other parts of the country in order to verify the human rights violations. These can be probable, but we must underline that U.K. too doesn’t allow independent investigations over suspect cases of human rights violations. In the case of Harmondsworth lager, U.K. government has forbidden to investigative journalists from the Corporate Watch Group (CWC) to contact the prisoners and to do an independent investigation. “You guys are thinking to interview the migrants, take photos in order to show that they are living in bad conditions like rats. All these to have news to publish damaging the Government reputation. I cannot allow all this” an high responsible of detention center said to investigative journalist of CWC. An African proverb says: “If you want punish your children as father you for first must be the moral example of rectitude.” Harmondsworth dossier and other racial discriminations or human rights violation committed in the former colonial power doesn’t indicate that U.K. Government is the right father to punish any children.

 

Luca Paltrinieri

Piccola storia ignobile.

22 Mar A-scene-from-Channel-4-s--006

Shara era arrivata a Khartoum dall’Eritrea quattro anni fa.

Come tante sue coetanee aveva sentito dire che in Sudan si poteva trovare del lavoro e vivere meglio. Oltrepassò la frontiera di Kassala. Arrivata a Khartoum fu aiutata da qualche suo connazionale per la prima sistemazione. Alcune conoscenze, studentesse eritree ed etiopi presso l’università di Khartoum, le avevano spiegato il metodo più veloce per guadagnare bene senza troppa fatica. Bastava recarsi al German Guesthouse, nel quartiere di Riad, dietro la Sugar Kenana Factory. L’hotel, gestito da un tedesco ex hippy,alla sera organizzava un servizio bar e dancing tollerato dalle autorità locali. La guest house era frequentata da espatriati delle Nazioni Unite e della missione di pace UMANID. Venivano dal Darfur dove avevano prestato servizio per diversi mesi ed erano ovviamente affamati. Erano disponibili a pagare 100 dollari per un servizio fatto come si deve. L’unico prezzo da pagare per poter esercitare la professione al German Guesthouse era quello di finire a letto gratis con il proprietario altrimenti impediva alle ragazze l’ingresso. Per il bere (wisky, gin o vodka) non era un problema. Se non si avevano soldi si poteva saldare il conto con un bel bocchino fatto nel retro del bar a Ted, il barman etiope che gestiva la baracca.

Un giovedì sera delle amiche di Shara la portarono alla German Guesthouse. Fu la prima e l’ultima volta. Contrattato con un cliente nigeriano si recò a casa sua con una sua amica etiope. Li trovarono la sorpresa. Dovettero soddisfare quattro clienti tutta notte, ricevendo solo 50 dollari a testa. Dinnanzi alle loro proteste uno schiaffo in faccia fece comprendere alle due malcapitate che non era il caso di insistere. Shara decise che quel tipo di lavoro non era per lei. Trascorse sei mesi a fare delle pulizie estemporanee presso famiglie ricche sudanesi. Non pagavano un gran che’ ma non veniva molestata. Tramite una conoscenza in comune conobbe Adriano, un giovane italiano che lavorava presso una ONG a Khartoum. Il caso volle che Adriano era in cerca di una domestica e l’amica in comune garantì per Shara. Doveva recarsi a casa di Adriano due volte alla settimana per pulire e lavare i panni. Dopo i primi mesi Adriano si fidò completamente di lei e le diede le chiavi di casa. Svolgeva il lavoro con dedizione e amore, ricevendo 600 sterline sudanesi al mese (circa 60 euro).

Adriano sparse la voce in giro e dopo qualche mese Shara riuscì a guadagnare 3.000 sterline sudanesi al mese lavorando per vari italiani. Lavorava senza sosta tutti i santi giorni. Nessuno di loro le propose di avere dei rapporti sessuali. Veniva rispettata e per le festività riceveva regali o mance. Una fortuna. Altre sue amiche che lavoravano presso espatriati europei dovevano accontentare le loro voglie sessuali. Dopo i lavori di casa, si facevano una doccia, indossavano vestaglie sexy messe a disposizione dei datori di lavoro. Iniziavano con un lavoro di bocca per terminare con un intenso rapporto anale. Il tutto senza preservativo. Se rifiutavano perdevano il lavoro. Per questi espatriati le domestiche rappresentavano un’ottima occasione di scopare nella massima discrezione senza essere accusati dalle autorità sudanesi di favorire la prostituzione. Inutile dire che la maggioranza di questi espatriati lavorava presso ambasciate o Agenzie ONU. Dopo quasi due anni Shara era riuscita a risparmiare una piccola fortuna e a mandare mensilmente qualche soldo alla famiglia in Eritrea. Non voleva avere un uomo, nonostante le varie proposte ricevute dai suoi amici eritrei. Sapeva che spesso i giovani eritrei cercavano brave ragazze come lei per campare sulle loro spalle e sbatterle gratuitamente. Non aveva tempo per le distrazioni, esclusa la messa alla domenica sera nella chiesa copta. Pian piano maturò in lei il sogno di emigrare in Europa.

Aveva una sorellastra in Italia, a Modena. Per email e telefono la sorellastra Miriam, non faceva altro che raccontarle la meravigliosa vita che faceva in Italia. Si era sposata e viveva nel lusso. Shara era ignara della verità. Miriam faceva la prostituta e spendeva le sue notti a succhiare cazzi alla Bruciata, nella periferia industriale di Modena. L’intento della sorellastra era quello di convincere Shara a venire in Italia. Una volta arrivata l’avrebbe presentata al suo protettore e l’avrebbe fatta lavorare al suo posto, riuscendo così a riscattarsi e a recuperare il passaporto. L’ultimo anno di permanenza in Sudan per Shara fu pieno di sogni. Si era convinta a tentare la fortuna in Italia e aveva cominciato a chattare su Viber con Luca, un giovane pugliese bello e romantico. Lo amava alla follia anche se era consapevole che al momento era solo un rapporto virtuale. Shara era totalmente ignara che Luca era il pappone della sua sorellastra. Non sospettò nulla nemmeno quando, dopo qualche mese di chat, Luca le chiese di inviare fotografie di lei nuda. Lo fece per amore.

Luca le aveva promesso di sposarla. Verso novembre del 2014 la sorellastra iniziò ad organizzare il viaggio per l’Italia. Le diede il contatto di un eritreo a Khartoum che organizzava il viaggio fino ai confini libici. Una volta contattato l’eritreo le spiegò i dettagli. Sarebbe partita su un furgoncino assieme ad altre venti persone e sarebbe stata portata presso un villaggio libico oltre frontiera. Da li avrebbe raggiunto una località costiera per imbarcarsi su una nave diretta a Lampedusa. Il tutto gli sarebbe costato 4000 euro. Shara espresse i suoi dubbi a Miriam. Non aveva il visto per l’Italia. Come sarebbe entrata? La sorellastra le aveva spiegato che non servivano visti. Al suo arrivo a Lampedusa sarebbe stata ospitata da degli amici di Luca che l’avrebbero poi portata a Modena. La regolarizzazione del suo stato sarebbe avvenuta con il matrimonio. A Febbraio del 2015 Shara riusci ad avere i 4.000 euro necessari per arrivare a Lampedusa. Erano il frutto del duro lavoro di donna delle pulizie per quattro famiglie di italiani a Khartoum.

Aveva vissuto una vita di stenti in Sudan per inviare soldi a casa e risparmiare per il grande viaggio. A distanza di pochi giorni dalla partenza Shara restituì le chiavi di casa a tutti e quattro i suoi datori di lavoro. Le depositò nelle case senza avvisarli, mandando solo un SMS a tutti con scritto: “Non vengo più a lavorare perché devo partire. Grazie di cuore per la vostra generosità”. Adriano la conosceva da quattro anni e si ricordò che due volte Shara le aveva chiesto se poteva farle ottenere il visto per l’Italia. Comprese le reali intenzioni della ragazza e cercò di contattarla. Invano in quanto il telefono di Shara era perennemente spento. Il giorno prima di partire Shara non resistette e lo contattò nonostante i consigli della sorellastra di tenere segreto il viaggio. Spiegò ad Adriano il suo piano e lo informò che sarebbe partita la sera successiva. Adriano cercò inutilmente di convincerla a non intraprendere questa avventura. Cercò di incontrarla con la scusa di dargli qualche soldo per il viaggio. Se l’avesse incontrata le avrebbe spiegato che la Libia era sconvolta dalla guerra civile e nelle due ultime settimane erano comparsi i terroristi dello Stato Islamico che stavano distribuendo morte e distruzione in nome del grande Califfato d’Africa.

Sui giornali erano già comparse notizie che gli immigrati africani subivano orrende sorti una volta giunti in Libia. Rischiavano di essere derubati dei pochi averi e uccisi, di essere rapiti per richiedere il riscatto alle famiglie o di venir arruolati per forza dal ISIL o da altri gruppi armati operativi nel paese. Se fossero arrivati indenni alla costa le probabilità di morire in mezzo al mare erano altissime. Adriano non riuscì ad incontrarla. Shara, pur avendogli confidato il segreto non si fidava. Aveva il timore che potesse denunciarla alle autorità sudanesi. Dopo quella telefonata Adriano perse completamente i contatti con la sua domestica. Le notizie sulle sorti degli immigrati in Libia gli giungevano dalla BBC e Al-Jazeera. Tutte orrende.

Dopo qualche giorno Adriano si ricordò che qualche volta Shara gli aveva chiesto il permesso di telefonare a sua sorella in Italia utilizzando il suo cellulare. Dopo un’estenuante ricerca riuscì ad individuare un numero di cellulare italiano che non conosceva. Provò a telefonare. Rispose una voce di donna. Parlava un italiano con forte accento inglese. Doveva essere Miriam. Adriano le spiegò di essere il datore di lavoro di sua sorella, pregando di contattare Shara poiché era disponibile a farle ottenere un visto regolare garantendo per lei. La voce di donna dall’altra parte della cornetta risposte seccata di non conoscere nessuna Shara e di non avere delle sorelle. Dopo di che interruppe la conversazione. Adriano provò varie volte a contattare nuovamente Miriam ma un messaggio TIM lo informò che il numero non era raggiungibile. Dopo qualche giorno il messaggio TIM lo informò che il numero era stato disattivato. Adriano e gli altri tre italiani che avevano assunto Shara non ebbero più notizie della loro domestica. Qualche mese dopo Adriano ricevette da un numero anonimo italiano un SMS. “la tua puttana non è mai arrivata. È crepata da qualche parte in Libia. Cercatene un’altra e fatti i cazzi tuoi” recitava il messaggio. Adriano non seppe mai se questo era uno scherzo di cattivo gusto o la verità.

Il racconto si basa su una storia vera frutto di una testimonianza del datore di lavoro di questa ragazza eritrea che mi ha contattato. Dopo aver indagato sulla sua reputazione e sulla sua posizione lavorativa in Sudan ho ritenuto che la storia raccontatami fosse veritiera. Da qui la decisione di pubblicarla, utilizzando dei nomi di fantasia per proteggere l’anonimato di tutte le persone coinvolte. Il linguaggio scurrile è stato volutamente utilizzato per far comprendere ai lettori la dura e cruda realtà che queste moderne schiave vivono. Come si avvince dal racconto-testimonianza il traffico di esseri umani in Italia è organizzato dalle organizzazioni mafiose in stretta collaborazione con complici africani. Una moderna riedizione della tratta degli schiavi del Settecento. La ragazza all’epoca degli avvenimenti aveva 24 anni.

Fulvio Beltrami
Kampala Uganda.