Kenya. Quando lo slum si trasforma in fonte di energia pulita.

5 Gen

Kibera è la principale bidonville di Nairobi, la capitale del Kenya. Ospita un milione di persone dedite al piccolo commercio e all’economia informale che assorbe gran parte della disoccupazione giovanile ponendo centinaia di miglia di giovani kenioti ai margini tra una attività precaria e la micro criminalità in attesa di accedere al mondo del lavoro, quello vero. Una sogno che spesso non si avvera. La bidonville, priva di strade asfaltate, elettricità pubblica, sistemi idrico e fognario, è nata negli anni ottanta con i primi insediamenti abusivi creati dall’immigrazione dalle zone rurali. Il governo di Arap Moi, il secondo presidente del paese, non volle mai affrontare il problema degli alloggi abusivi nell’aerea permettendo cosi che Kibera prendesse dimensioni gigantesche. In cambio trasformò lo slum in un ricco serbatoio di voti. Questo patto tacito continuò con l’Amministrazione Kibaki.

Anche l’attuale presidente Uhuru Kenyatta, fautore della modernizzazione ed industrializzazione del paese, non osa mettere in discussione questo patto sociale per non mettere a rischio il fragile supporto popolare al suo governo  già compromesso dalla sua partecipazione all’organizzazione e gestione delle pulizie etniche durante le violenze post elettorali del dicembre 2007 – gennaio 2008 e dalla manifesta incapacità di fermare l’ondata di terrorismo che si è abbattuta sul Kenya dal settembre 2012. Una guerra santa creata dal gruppo islamico somalo Al Shabaab, come risposta dell’invasione dell’esercito keniota della Somalia.

Kibera, nel bene e nel male, è una realtà socio economica incancellabile. Nessun governo presente e futuro si sognerebbe di smantellare le centinaia di migliaia di case abusive sloggiando un milione di persone che rappresentano il 25% della popolazione totale di Nairobi (4 milioni di abitanti). Sarebbe una provocazione inaccettabile che porterebbe immediatamente alla guerra civile. Nelle migliori delle ipotesi un governo lungimirante ed attento al bene della popolazione potrebbe trasformare lo slum in un vera e propria città dotata di servizi sociali, scuole, ospedali, rete elettrica, idrica e fognaria impiantando al suo interno alcuni poli industriali. Per realizzare questo sogno rivoluzionario necessitano ingenti capitali e una amministrazione orientata verso il  progresso e il benessere del paese. Elementi che, attualmente, sono totalmente assenti nella realtà politica del Kenya.

Uno dei principali problemi sanitari di Kibera è l’assenza di un adeguato sistema fognario. Lo slum, densamente popolato offre solo latrine comuni che vengono periodicamente svuotate da camion cisterna. Pressoché inesistenti i servizi sanitari all’interno delle abitazioni, spesso delle semplici baracche in legno e lamiera. Il servizio di camion cisterna, gestito da ditte private, non è sufficiente a smantellare le tonnellate di feci e liquami umani contenuti nei pozzi neri delle latrine che fungono anche da docce pubbliche. Anche il costo per svuotare le latrine (dai 100 ai 150 dollari) influisce sulla precaria e deplorevole situazione igienica dello slum. Le latrine vengono svuotate solo quando i liguami straripano nelle adiacenti strade. Il governo, non gestendo direttamente il servizio dei camion cisterna, non ha alcun controllo sul rispetto delle norme ambientali delle ditte private che gestiscono questo immenso business.

La diretta e nefasta conseguenza è l’inquinamento del fiume Nairobi dove vengono versate tonnellate di liquami provenienti da Kibera e da altri slum. La totale assenza dello Stato e la gestione senza scrupoli delle ditte private auto incaricatesi della gestione igienica di Kibera, trovano come contrappeso una soluzione ideata dal mondo delle Organizzazioni Profit, la nuova frontiera dell’intervento umanitario nata in Africa che abbina il profitto alle tematiche sociali. Un settore che sta velocemente rimpiazzando gli inutili e costosissimi interventi delle Agenzie ONU, e delle ONG locali ed internazionali che, per quarant’anni hanno trasformato la povertà in un colossale business internazionale. Una di queste Organizzazioni Profit: Umande Trust ha trasformato le latrine di Kibera in un network produttivo di bio gas attraverso l’utilizzo di una tecnologia semplice che necessita di modesti finanziamenti.

Il venti per cento dei bagni pubblici di Kibera sono stati trasformati in mini centrali di produzione di biogas a basso costo grazie alla partecipazione di una cordata di privati e ai finanziamenti di banche locali. Umande Trust installa un equipaggiamento a bassa tecnologia nelle latrine capace di generare bio gas dai liquami umani. Le latrine dei quartieri che compongono Kibera vengono collegate ad una piccola centrale di fabbricazione di bio gas che raccoglie i liquami attraverso un semplice rete di tubi di plastica. Il liquame che giunge nella mini centrale viene trasformato in bio gas in tre distinte fasi. Nella prima i batteri anaerobici si alimentano dei liquami trasformandoli in liquidi che vengono filtrati e mescolati con l’acido durante la seconda fase. L’ultima fase prevede la conservazione del liquido trasformato per 21 giorni, il tempo necessario per la fermentazione del liquido e la sua trasformazione in gas metano.

Il costo di ogni mini centrale, 22.500 dollari, viene inizialmente finanziato da un consorzio di privati e di istituti bancari coordinato da Umande Trust. Il recupero del finanziamento avviene attraverso il pagamento introdotto nei quartieri per accedere ai servizi igienici. Ogni abitante paga tre centesimi di dollari ogni volta che utilizza le latrine – docce. Un prezzo estremamente alla portata di tutti. Il successo del progetto pilota risiede negli immediati vantaggi ambientali ed economici di cui beneficia la popolazione dei quartieri dove sono state installate le mini centrali di produzione di bio gas. I meno di due mesi dall’istallazione del sistema fognario per la produzione di bio gas le condizioni igieniche migliorano rendendo l’ambiente più adatto alla vita umana e diminuendo sensibilmente il rischio di epidemie e malattie legate alla scarsa igiene. Il progetto pilota attuato in alcuni quartieri di Kibera ha diminuito del 12% la quantità di liquami riversati nel fiume Nairobi, creando evidenti benefici ambientali per l’intera capitale del Kenya.

Ma è l’aspetto economico che ha contribuito all’entusiastico sostegno della iniziativa da parte della popolazione, per la maggior parte composta dal sotto proletariato urbano. Le mini centrali di bio gas creano occupazione, necessitando di personale per la raccolta degli oboli sull’utilizzo delle latrine e per la gestione e funzionamento delle mini centrali. La creazione di nuovi posti di lavoro, anche se dai salari contenuti, è estremamente importante in una realtà sociale dove la disoccupazione giovanile sfiora il 86%. Il secondo vantaggio economico tocca direttamente i magri bilanci domestici di centinaia di famiglie che vivono a Kibera. Il bio gas prodotto dalla mini centrali viene utilizzato per la commercializzazione di gas per uso cucina.  Le bombole di gas vengono vendute a prezzi ridottissimi e quindi accessibili per le povere famiglie.

Prima dell’installazione delle mini centrali di bio gas ogni famiglia mediamente spendeva 90 dollari al mese, l’equivalente di quattro sacchi di carbone necessari per le cucine domestiche. Ora la spesa mensile si aggira a 5 dollari grazie alle bombole di bio gas. Il progetto ha ridotto del 8% la vendita di carbone, un business maledetto responsabile della rapida deforestazione di immense aree del paese e di infiltrazioni mafiose e terroristiche. Il gruppo islamico somalo Al Shabaab attinge dalla vendita non controllata di carbone in Kenya il 15% del suo fondo di guerra. Umande Trust, che ha prudentemente tutelato il brevetto delle mini centrali, ha come obiettivo di dotare tutti i quartieri di Kibera di produzione del bio gas entro il 2016. Attualmente i profitti ottenuti dal pagamento sull’utilizzo delle latrine pubiche e la vendita di bombole di bio gas per uso cucina sono orientati verso il finanziamento di nuove mini centrali.

L’obiettivo finale di Umande Trust è ambizioso ma realistico: replicare il progetto in tutti gli slum delle città keniote creando cosi una rete nazionale di trasformazione dei liquami umani in bio gas e la sua commercializzazione in tutto il Kenya, zone rurali comprese. Una success story nata dall’entusiasmo di quattro giovani ingegneri kenioti disoccupati cronici con un capitale iniziale di 100 dollari.

Fulvio Beltrami
Kampala, Uganda@FulvioBeltrami

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