Archivio | gennaio, 2015

Kenya: Affordable New Castle Vaccine

27 Gen

Newcastle for football fans would be happy to think it is a football club based in the United Kingdom but to the poultry farmers this is a nightmare. Newcastle disease is one of the major constraints to production of rural indigenous chicken which constitutes 75% of chicken in Kenya reared especially by small holder farmers.

In Kenya outbreak of the Newcastle disease occurs at least twice a year with the timings varying from one region to another. Newcastle has been localized and baptized a name from one part of the country to another showing the great effect it has on farmers.

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The clinical signs of Newcastle disease vary considerably according to the type of bird, age, health and environmental conditions of the bird. Some of the symptoms of chicken infected with virulent Newcastle disease virus may die without showing any sign of illness. In others the chicken fluffs its feathers and appears to have its coat dragging on the ground. Others seem sleepy and not feeding. Others show severe difficulty of breathing, distressed with some having twisted neck, swelling of the head and neck, greenish diarrhea while some have decreased egg production. Shaking, twisted neck and paralysis of wings and legs and many chickens may die sometimes. Normally ducks are resistant to the disease but some ducklings may be affected other poultry such as turkeys and pigeons also get affected.

According to Dr. Jane Wachira, Deputy Director, Kenya Veterinary Vaccine Institute (KEVEVAPI),”The new castle vaccine is a savior to small scale poultry farmers. This disease is viral and very contagious in nature; it kills upto 100 % infected chicken. We developed this vaccine together with other scientists to prevent deaths of 32,000 million chicken kept by Kenyan small holder farmers. Since the launch of the vaccine in 2012, we have witnessed an increase in farmers seeking to get the vaccine which is thermo tolerant (can withstand heat).”

The new castle vaccine retails for 1.50 Kshs, a syringe and a dropper are bought separately. Dr.Wachira confirms that due to the nature of poor infrastructure and high temperatures in many places in Kenya, they had to come up with a vaccine that will tolerate these challenges and at the same time save the farmers from Newcastle disease woes. The vaccine is easy to prepare and can be found in many of the agro dealer shops country wide. The vaccine should not be frozen and is to be stored at +2 to +8 c which last until the expiry date. The vaccine once diluted will last for two hours and therefore the farmer needs to carry it in a cool box like a small bag with a wet towel which is easily available at all household settings.

Damaris Nyinge, Animal Health Technician, Kenya Agricultural Research and Livestock Organization (KARLO),Naivasha advises “The vaccine is best given using a dropper and is placed into the eye of the chicken where there exists special glands which help absorb the vaccine in the chicken’s system,Only one drop in the eye is recommended for each chicken. This should be performed in a shade of during morning hours to avoid direct sunlight when administering the vaccine.OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Dr.Wachira agrees to the fact that this type of vaccine is easy to use and also very environment friendly to those farmers who commute to some distance to get to agro dealer shops.”So far we have sold New castle Vaccines to more than 1.2 million farmers across Kenya.”She says.

The vaccine is part of a joint project between the Government of Kenya and the European Union to a tune of 8.06 million Euros in science projects.

 

Winnie Kamau
Data Journalist
@WinnieKamau254

Come ho fatto a pezzi Lumumba.

26 Gen

Sabato 17 gennaio scorso si è commemorato il Cinquantaquattresimo anniversario della morte dello statista congolese Patrice Lumumba.
Un omicidio politico voluto da Stati Uniti, Francia e Belgio per impedire che la ricca nazione del Congo prendesse una piega nazionalista e riuscisse a creare uno stato veramente indipendente capace di gestire le immense ricchezze naturali detenute. Ricchezze che per quasi cent’anni sono state sfruttate dal Belgio, un poverissimo ed insignificante paese europeo, ora capitale dell’Unione Europea, che deve il suo sviluppo non alle miniere di carbone ma alle risorse naturali rubate al Congo e costate dieci milioni di morti (il primo genocidio avvenuto in Africa).

La morte di Lumumba rappresenta un dramma nazionale e regionale. Le dirette conseguenze sono drammatiche.

Il suo omicidio apre l’era della dittatura di Mobutu Sese Seko, durata 32 anni (dal 1965 al 1997). Una tra le più feroci e cleptomani dittature mai conosciute in Africa.
Alla caduta del regime, per mano degli eserciti di Angola, Rwanda e Uganda, si instaura una seconda dittatura : quella della Dinastia Kabila. Dal padre (Joseph Dèsirè Kabila) al figlio (Joseph Kabila Kabange). Quest’ultimo ancora al potere.
La Dinastia Kabila è tecnicamente una edizione moderna ma più grottesca e senza prospettive della dittatura mobutista.

Il passaggio di testimone tra le due dittature (entrambe appoggiate a fasi alterne dalle potenze occidentali) ha generato : due guerre pan africane e due ribellioni maggiori all’est. L’ultima (quella del M23) terminata nel dicembre 2013. Trentanove gruppi armati locali e stranieri stazionano all’est del paese, sfruttando le miniere e schiavizzando la popolazione. Il gruppo terroristico ruandese FLDR, responsabile del genocidio in Rwanda nel 1994, fa tranquillamente affari con la famiglia Kabila, seminando morte e distruzione.

Da quattordici anni in Congo è presente la più lunga e costosa missione di pace delle Nazioni Unite (MONUC ora ribattezzata MONUSCO).
Con un stratosferico budget annuale (1,4 milioni di dollari) questa missione di pace ha contribuito alla instabilità e alle varie guerre nell’est del Congo. Il comportamento dei suoi soldati ha generato : traffico di minerali, pedofilia, mancata assistenza ai civili attaccati dalle bande armate, prostituzione. Tutti reati comprovati da varie associazioni congolesi per i diritti umani, denunciati ma rimasti totalmente impuniti. In questo paese « Cuore di Tenebre » vive la popolazione tra le più povere in Africa.

L’assassinio di Lumumba è stato reso possibile dalla mancata protezione della missione di pace delle Nazioni Unite installatasi nel paese negli anni immediatamente dopo l’indipendenza (1961). Per oltre quarant’anni le potenze occidentali, le Nazioni Unite e la storiografia ufficiale hanno negato ogni coinvolgimento sull’assassinio del leader congolese facendo credere che fosse stata una « Storia tra negri ». Nel 2002 è caduto anche questo ultimo tabù. Gèrard Soete, (nella foto a destra) appartenente ai corpi speciali dell’esercito belga, il 15 maggio del 2002 riporta ad un quotidiano belga la sua testimonianza di come fu assassinato Lumumba direttamente dai soldati belgi tra i quali lui. Una testimonianza passata quasi inosservata in quanto fino ad ora la storia dell’Africa ci viene offerta dai vincitori che, ahimè, sono tutti bianchi ed occidentali. Una testimonianza che vale la pena di rileggere durante il mese commemorativo dedicato a Patrice Lumumba. Un’occasione offertaci dal sito di informazione Negronews e fedelmente tradotta per il pubblico italiano.

« Ho fatto a pezzi e disciolto nell’acido il corpo di Lumumba. In piena notte africana, abbiamo cominciato ad ubriacarci per avere il coraggio di compiere una simile operazione. Il lavoro più duro fu quello di staccare le membra prima di gettarle nell’acido. Nulla è restato a parte qualche dente. Mi ricordo dell’odore. Insopportabile. Mi sono lavato tre volte dopo ma per giorni sentivo la puzza e mi sentivo un barbaro. ».

Questa è la testimonianza di Gèrard Soete (detto per gli amici Gègè), resa nota il 15 maggio 2002, quarant’ anni dopo l’omicidio del leader congolese Patrice Lumumba. Il suo corpo fu smembrato in 34 pezzi. Un numero simbolico : il 0034 è il codice internazionale del Belgio. Dopo quaranta anni di negazioni ufficiali Gèrard Soete rivela l’orribile segreto. Una notte del gennaio 1961, il corpo del martire congolese fu fatto a pezzi e fatto sparire in un fusto pieno di acido sulforico. « Quale legge europea me lo avrebbe mai permesso ? » si domanda oggi l’ex soldato delle forze speciali belghe ora ottantenne e ancora in buona salute, che risiede a Bruges (nord est del Belgio).

« Penso che l’omicidio sia stato necessario per salvare migliaia di persone e mantenere la calma » afferma Gèrard Soete evidentemente convinto della sua azione. Il 17 gennaio 1961, sette mesi dopo l’indipendenza del Congo, Patrice Lumumba, Primo Ministro del Governo Congolese, viene assassinato presso la località di Elisabethville, attuale città di Lumumbashi, capitale della provincia del Katanga. Una provincia dove all’epoca era scoppiata una guerra secessionista fomentata dal Belgio. Crivellato di colpi, Lumumba viene dissolto nell’acido assieme a due suoi compagni di lotta : Joseph Okito e Maurice Mpolo.

Secondo il boia belga, l’obiettivo dell’omicidio era, in pieno clima di guerra fredda, quello di mantenere il Congo sotto la sfera di influenza occidentale. La tesi è stata presentata nel 2002 ad una commissione di inchiesta belga incaricata di chiarire le eventuali responsabilità politiche del governo belga. Le forze speciali belghe all’epoca incaricate ufficialmente dalle Nazioni Unite di formare la polizia nazionale katanghese ma in realtà operative per creare lo stato indipendente del Katanga, sono a distanza di quarant’anni ancora convinte del loro « giusto » atto.

I corpi di Lumumba e dei suoi due compagni furono trasportati a 220 km dal luogo dell’assassinio per essere dissolti in piena savana, seguendo l’ordine del Ministro degli Interni del Katanga : Godefroi Munongo e del suo omologo belga. La scelta di disciogliere il cadavere di Lumumba nell’acido fu necessaria per non creare un mito e pericolosi pellegrinaggi presso la sua tomba.

« Tutte le autorità belghe presenti in Katanga hanno approvato in pieno l’operazione » ci tiene a specificare Gèrard Soete. Lo smembramento dei corpi di Lumumba e dei suoi due compagni avviene cinque giorni dopo il loro assassinio nella notte tra il 22 e il 23 gennaio 1961. Ritornato in Belgio, Gèrard Soete ha conservato un dito e un dente di Patrice Lumumba come souvenir della sua avventura africana.

Questo breve ed agghiacciante articolo dovrebbe far riflettere l’attuale governo Belga e suoi cittadini. Al contrario il più criminale silenzio è calato sull’anniversario della morte di Lumumba. Il primo per non sottoporsi ad eventuali persecuzioni della giustizia internazionale, i secondi per totale ignoranza dei fatti avvenuti in un lontano paese africano e in tempi remoti.
Solo i congolesi, orfani di Lumumba, ricordano questo triste anniversario. Reso ancora più triste dalle miserabili condizioni in cui sono costretti a vivere sotto il regime Kabila, oggi 26 gennaio del 2015. Ironia della sorte, dinnanzi alle evidenti difficoltà dell’attuale regime congolese di mantenere il potere e al rischio dell’implosione del paese, si sospetta che dietro agli attuali motti indipendentistici della provincia del Katanga vi siano i criminali di allora, o per meglio dire : il governo democratico del Belgio.

Fulvio Beltrami per African Voices
Kampala, Uganda
@FulvioBeltrami

Updated Version Of Drought Begins To Bite In Kenya

26 Gen

Three Quarters of Kenyans are hunger stressed this is according to relief web report. Raising a red flag on regions that need urgent relief assistance. The Kenyan government last year had declared an impending drought with an estimated 1.6 million people affected. After a poor performance of the long rains between March and May 2014 in the arid and semi-arid zones, the drought situation continued to affect both pastoral and marginal agriculture livelihood zones.

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The rainfall between October and December has so far been below average and is expected to remain so with the rains ending very soon and on time. Normal to below normal recovery of range land resources is likely in most pastoral and agro-pastoral areas, and crops have so far not developed to normal levels in the southeastern marginal agricultural areas. Food security will likely remain Stressed through March. It has been driest in Isiolo, Garissa, and Wajir. As a result, rangeland conditions are expected to deteriorate faster than normal during the dry season from January to March. The majority of households will remain Stressed but localized areas including Merti,Isiolo county, Daadab, garissa county and Hadado and Sebule of Wajir county will likely be in a Crisis through March this is according to the Relief report.

2Dried up Ewaso Nyiro river in Merti, Isiolo County by Yusuf Dima

Reports on the ground from Merti, Isiolo County by Yusuf Dima says “I see the situation is not good as there is influx of livestock from neighboring communities like Degodia from Wajir. This may lead to pasture shortage that lead to drought.”

3Wells dug up to water cattle by herders in Merti by: Yusuf Dima

Currently the situation looks a bit hopeful in some parts of the country while others are in a major crisis is looming. In the northwestern pastoral areas of Turkana, Samburu, parts of Marsabit, West Pokot, and Baringo,where they received rainfall average amounts of rainfall since the beginning of October last year. This has caused marked improvements in range land resources, which are currently fair to good. Livestock body conditions also range from fair to good, and livestock productivity and prices have increased.

4Source: FEWS NET

But in the northeastern pastoral areas, especially in Wajir, Garissa, Isiolo, and parts of Tana River, have received negligible amounts of rainfall. Only modest improvements in range land conditions have been reported. Most households in both the northwestern and northeastern pastoral areas remain Stressed. However, localized areas in Isiolo, Wajir, and Garissa have had continued deterioration of range land conditions since the end of last season. These areas are in a Crisis.

 

Winnie Kamau for African Voices
President Association of Freelance Journalists
Media Relations Consultant
@WinnieKamau254

Data Revolution In Africa

24 Gen

There’s an African saying where there’s smoke there’s fire. And if you do not move from the railway line once you have been hit do not blame the train. A revolution is brewing and taking Africa by a storm and it is not sparing anyone. Its a new-era revolution that deals with numeracy and literacy – It is Data Revolution.

For the last two days I was in the company of great minds, some of the great think tanks in Africa and the world. Hosted by Partnership for African Social and Governance Research (PASGR) a Pan African  organization spearheading great conversation on Data Revolution in Africa. PASGR seeks to  increase the capacity of African academic institutions and researchers to produce research that can inform social policy and governance.

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It is a forum on Building Capacity for African Development Data that being a journalist sure I am bound to be intimidated I whispered to my colleague and we had a good laugh about it. The reality is when they start talking and all are speaking this big jargon on Data one would tend to be confused but in reality this is what we consume on a daily basis. I will break it down to a language that You and I can understand through some of the conversations that took place.

The nascent Post-2015 global development agenda continues to emerge and attention is now focused on turning the call of Data Revolution into a set of concrete proposals that will be integrated into the UN Secretary-General’s Synthesis Report on Post-2015. Prof. Tade Aina, PASGR Executive Director noting that “The “Design Shop” is intended to generate analysis and ideas that will be used to form a PASGR-convened Working Group on African Capacity for Development Data. We need strong collaborative agendas“.

Danielle Doughman of APHRC “We need to build institutions that can produce accurate data that is unbiased. We need to improve data access, accuracy and co-ordination and encourage open data as we leverage regional multilateral to build National Statistics office capacity

Implicit in this recognition is the need for investment in human and institutional capacity, which is especially acute in Africa, although there are a few examples of African innovation in data that have potential lessons for actors within and outside the region.

An interesting discussion was advanced by Muchiri Nyaggah of Open Society as there must be clear demand on the inside for data. We need informed fact citizens with open data, “Integration of statistics into public and private sector decision making“.

3 Observations by Muchiri: Work with administrative data is useful internally in public sector. There’s need to secure political early and capacity is needed to navigate political loopholes. We also need to go beyond Transparency and accountability. Quoting Thomas Sankara “You cannot carry out a fundamental change without a certain level of madness“.

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This is profoundly true since the extraordinary people are the ones who stand out of ordinary people. All data has potential value for African development regardless of whether its collection is driven or enabled by the private sector, the state, or by civil society. African development requires a uniquely comprehensive and inclusive approach to data, and similarly to data capacity building efforts.

Ben Taylor of Twaweza East Africa noted that though information is power “Revolutions are driven by people and not data but most of the time the real revolution will be the small data about my life“. While Natasha Frosina of ACTS emphasized on bridging the data gap from formative stages of learning to higher education and professional development.

Prof. Ddembe Willeese Williams of KCA University urged “We need to embrace big data to include structured and unstructured data“. “Africa must begin to take big data seriously in terms of governance since there’s so much we can do with data even in the health care sector” Dr. Bitange Ndemo explains. Bitange urged media has to put pressure and begin using data “Media has to wake up for politicians to use the numbers of data given“.

In Africa, the data revolution will also need to take into account the particular challenges presented in fragile and conflict afflicted states, where the machinery of government is weak or absent, and challenges of data gathering, access and use are pronounced.

Serge Kapto, Policy Specialist UNDP noted that  “Data capacity building needs to be placed at all community levels to enhance transparency and data literacy. Policy makers need to be trained on data for them to make informed decisions on policy and governments  need to look for ways to fund data too.

 

Winnie Kamau for African Voices
Data Journalist
@WinnieKamau254

Sierra Leone: Woman-headed Agri-Business Centre facing the impact of the Ebola outbreak

24 Gen

22 January 2015, Sierra Leone – Farmers and managers of Agri-Business Centres (ABCs) in Sierra Leone identify quarantine measures, bans on group activities and the closure of periodic markets as major causes of disruption of farming activities and loss of income.

These concerns were expressed to the Representative of the Food and Agriculture Organization of the United Nations, Dr. Gabriel Rugalem, during his tour in mid-January 2015 to three communities in Bo District. The tour was organized in order to assess the state of agriculture in the wake of the Ebola outbreak and locate critical areas for recovery interventions in rural communities affected by Ebola virus disease.

During the tour, Dr. Rugalema held discussions with individual farmers and various grassroot stakeholder groups in Brima Town, Gerihun and Fengehun communities, whose main source of income and livelihood depend on agriculture.

Alieu Borbordeen, the manager of the Ngoyila ABC in Gerihun Town, estimates that the centre’s milling activity has decreased by more than 90 percent compared with the same period last year. “We previously had customers from over ten villages who came here with colossal bushels of rice to mill, but they no longer come because of the strict by-laws on the movement of people from one community to another,” he explained. The centre processed more than 62 000 kg of paddy rice during the last harvest period (November–January), but this year, only 3 700 kg were processed.

Another ABC known as Holima in Fengehun is among the best-functioning and better-managed centres in the country. Before the outbreak, the centre was a profitable business; its membership supplied rice to the World Food Programme (WFP) for its school feeding programme. More recently, the business has suffered due to the Ebola outbreak.

Some ABCs are unable to service the loans they received from community banks due to the closure of markets and movement restrictions within communities. The chairlady of Holima ABC, Ms Mariama Koroma, and her team are currently struggling to repay a loan of SLL 60 million, which was borrowed from a nearby bank. “We are calling on the Government and other development partners to persuade the management of the community banks to grant us a grace period because we are not sure we can meet the payment deadline,” she stated.

Similar challenges are faced by ABCs in Fallu, Mafunday and Brima Town.

The replacement of machinery in ABCs, provision of agricultural starter kits (seeds and fertilizers), rehabilitation of market infrastructure and reopening of periodic markets were recognized as priority areas for recovery interventions during discussions with farmers and managers of ABCs. These interventions will assist in enabling farmers to return to pre-Ebola production levels and restoring market activity.

The FAO Representative will embark on similar visits to farming communities in other parts of the country in the coming weeks.

Winnie Kamau for African Voices
President Association of Freelance Journalists
Media Relations Consultant
@WinnieKamau254

Più luce alla vita dei rifugiati, grazie a IKEA Foundation e all’UNHCR

24 Gen

COMUNICATO STAMPA

Più luce alla vita dei rifugiati, grazie a IKEA Foundation e all’UNHCR

Il 1° febbraio 2015 riparte la campagna di IKEA “Diamo più luce alla vita dei rifugiati”, per raccogliere milioni di euro destinati ad aiutare i rifugiati di tutto il mondo.

Per ogni lampadina a LED venduta nei negozi IKEA nei mesi di febbraio e marzo 2015, IKEA Foundation donerà 1 euro per illuminare i campi per rifugiati gestiti dall’UNHCR e renderli un luogo più sicuro e vivibile per le famiglie che vi abitano.

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Il nostro aiuto ai rifugiati
Attualmente l’UNHCR assiste quasi 13 milioni di rifugiati. Di questi, circa la metà sono bambini. Senza luce, le giornate finiscono al tramonto e le persone che vivono nei campi sono costrette a interrompere tutte le attività sociali, scolastiche e di sostentamento. La campagna “Diamo più luce alla vita dei rifugiati” porta luce ed energia per aumentare sicurezza e benessere nei campi.

Una parte dei fondi raccolti lo scorso anno è servita per fornire lampade a energia solare a oltre 11.000 rifugiati siriani nel campo di Azraq. Oltre a permettere alle famiglie di svolgere le normali attività quotidiane, le lampade vengono usate per ricaricare i telefoni cellulari. Grazie alle lampade solari, i ragazzi possono continuare a studiare anche dopo il tramonto, migliorando i loro risultati scolastici. Con l’illuminazione nelle strade e negli spazi comuni, gli adulti possono continuare a lavorare e possono organizzare eventi sociali nelle ore serali.

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La campagna “Diamo più luce alla vita dei rifugiati” è stata lanciata nel 2014 e ha permesso di raccogliere 7,7 milioni di euro grazie al contributo di clienti e collaboratori IKEA.

Quest’anno IKEA Foundation spera di superare questa cifra per migliorare la vita quotidiana di un numero sempre maggiore di rifugiati.

Per ulteriori informazioni sulla campagna “Diamo più luce alla vita dei rifugiati” e sulle altre iniziative di IKEA Foundation in collaborazione con l’UNHCR, contatta:

IKEA
Ufficio Stampa
Tel.: 02 92927262
e-mail: rpit@IKEA.com

IKEA Foundation
Jonathan Spampinato
Tel.: +31 611756336
e-mail: Jonathan.Spampinato@ikeafoundation.org

UNHCR
Carlotta Sami
Tel.: +39 335 6794746
e-mail: itaroin1@unhcr.org

Il Gruppo IKEA
La nostra visione strategica è “creare una vita quotidiana migliore per la maggioranza delle persone”. Offriamo un vasto assortimento di articoli d’arredamento di buon design e funzionali a prezzi vantaggiosi, prodotti secondo alti standard qualitativi e nel rispetto delle persone e dell’ambiente. Il Gruppo IKEA conta 315 negozi in 27 paesi e oltre 40 punti vendita gestiti in franchising all’esterno del Gruppo. Nel FY14, il Gruppo IKEA ha avuto 716 milioni di visitatori e 1,5 miliardi di visite al sito IKEA.com. www.IKEA.com.

IKEA Foundation
IKEA Foundation finanzia programmi a lungo termine finalizzati a dare migliori opportunità ai bambini e ai giovani nei paesi più poveri del mondo, apportando cambiamenti profondi e duraturi nelle loro condizioni di vita. Attraverso solide partnership, IKEA Foundation adotta approcci innovativi per ottenere risultati concreti in quattro ambiti fondamentali della vita di un bambino: una casa, un’infanzia sana e sicura, un’istruzione di qualità e un reddito sostenibile in famiglia. Circa 100 milioni di bambini beneficeranno dei programmi in corso. Per saperne di più, visita www.IKEAfoundation.org e www.facebook/IKEAfoundation.

UNHCR – Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati
L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, conosciuto anche come Agenzia ONU per i Rifugiati, è stato creato il 14 dicembre 1950 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Il suo compito è quello di dirigere e coordinare a livello internazionale gli interventi di protezione dei rifugiati e di ricercare soluzioni alla loro condizione. Il ruolo principale dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati consiste nel tutelare i diritti e il benessere dei rifugiati. UNHCR si impegna ad assicurare che ciascuna persona possa esercitare il proprio diritto di richiedere asilo e trovare rifugio in un altro Stato, con la possibilità di tornare volontariamente a casa, integrarsi nel paese ospitante o spostarsi in un terzo paese. Inoltre ha il compito di assistere i popoli apolidi. Nei suoi oltre sessanta anni di attività, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati ha aiutato decine di milioni di persone a cominciare una nuova vita.

Per saperne di più, visita:
www.unhcr.org
www.facebook.com/UNHCR
www.twitter.com/refugees

Ebola. Fine di una epidemia inventata

24 Gen

L’epidemia di Ebola che ha colpito l’Africa Occidentale è entrata nella sua fase discendente. Lo dichiara un rapporto pubblicato la scorsa settimana dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). “I casi di contagio continuano a diminuire drasticamente in Guinea, Liberia e Sierra Leone” affermano gli esperti. Eppure fino a due settimane fa si parlava di rischio di contagio mondiale. Come è possibile che ora la terribile epidemia stia improvvisamente finendo? Dopo mesi di ignobile terrorismo mediatico e dati falsificati forniti proprio dal OMS sembra giunto finalmente il momento di trarre le conclusioni dando spazio alla ragione e alla informazione scientifica non a quella sensazionalistica. I casi dichiarati nei tre paesi sono 21.689. Le morti registrate: 8.626. Soffermiamoci su questi dati. La prima evidenza che salta agli occhi è il bassissimo tasso di mortalità della malattia, corrispondente al 39,77%.

Questo è dovuto dal ceppo del virus scoppiato in Africa Occidentale che è il meno virulento dei tre ceppi conosciuti a livello mondiale. Nella regione dei Grandi Laghi, tra il Congo e l’Uganda esiste il ceppo più pericoloso che registra un tasso di mortalità pari al 80%. Nelle tre epidemie registrate in Uganda negli anni Novanta e Duemila la capacità di contagio del virus era altissima e rapidissima. Nonostante un sistema sanitario nazionale sufficientemente attrezzato e moderno per contenere l’epidemia, la fortuna dell’Uganda è insita nell’elevato tasso di mortalità e nel rapidissimo decorso della malattia (dal contagio alla morte): pochi giorni. Questo ha impedito lo scoppio di una epidemia vera e propria e facilitato il contenimento della malattia.

Anche i numeri di persone contagiate dall’Ebola nell’Africa Occidentale è scientificamente irrilevante per dichiarare una situazione epidemica, nonostante che i media occidentali ci abbiano sempre detto che in questa parte del Continente stava avvenendo una ecatombe. I tre paesi hanno una popolazione di circa 18 milioni di persone. L’Ebola ha contagiato il 0,12% della popolazione regionale. Una percentuale assai misera che non giustifica l’allarmismo di cui siamo stati vittime per almeno sei mesi. Il contagio non ha raggiunto il mondo occidentale, salvo rarissimi casi riguardanti personale sanitario contagiato durante l’assistenza umanitaria prestata nei tre paesi africani. Non è nemmeno riuscito ad espandersi nella regione. Il Senegal e la Nigeria hanno debellato l’inizio del contagio in meno di due mesi e senza aiuti sanitari. Persino il Mali, paese in guerra civile, è riuscito a controllare in pochissimo tempo l’inizio di Ebola.

Dinnanzi alla facilità di debellare la malattia dobbiamo porci la domanda: perché i tre paesi africani colpiti ci hanno messo circa otto mesi a debellarla? La risposta è semplice quanto drammatica. Nonostante i milioni di dollari spesi dalle organizzazioni ONU, ONG e donatori internazionali durante l’ultimo decennio il sistema sanitario dei tre paesi (tutti usciti da orrende e lunghissime guerre civili) tutt’ora è inesistente. Dove è finito questo gigantesco flusso economico di aiuti umanitari? Una seconda risposta, non condivisa dall’insieme della comunità scientifica e sanitaria internazionale, ma che circola in alcune correnti scientifiche e tra osservatori politici africani colpevolizza proprio l’occidente e il OMS. Secondo loro l’epidemia (se cosi la vogliamo etichettare anche se in modo scientificamente improprio) è durata mesi e mesi a causa della scarsa risposta dell’occidente negli aiuti sanitari. L’unico paese che ha immediatamente risposto e in modo adeguato non è occidentale: Cuba. L’impegno dell’esercito di medici cubani inviato dall’Avana nei tre paesi africani e la loro efficacia sul terreno ha superato di gran lunga tutte le organizzazioni umanitarie occidentali, comprese quelle che possono essere considerate tra le migliori che sono intervenute in Guinea, Liberia e Sierra Leone: MSF e la ONG di Gino Strada, Emergency.

Queste semplici osservazioni fanno capire quanta informazione distorta e terroristica ci è giunta. Ora è tempo di bilanci, purtroppo assai sconcertanti. La domanda d’obbligo è chi ci ha guadagnato in questa storia e chi ci ha perso. Sicuramente i tre paesi africani hanno perso su tutti i fronti. Il danno economico dovuto dall’embargo cinicamente attuato ma non ufficialmente dichiarato dall’Occidente ammonta a 25 miliardi di dollari secondo la Banca Mondiale. Un danno spaventoso per questi tre paesi che sono agli ultimi posti della classifica dello sviluppo in Africa, con crescite economiche annue ridicole, infrastrutture inesistenti, processo di ricostruzione post bellica mai completato e spaventosi debiti pubblici. Anche sul punto di vista dell’immagine questi paesi escono totalmente distrutti. Liberia, Guinea e Sierra Leone sono diventati sinonimo di Ebola, cioè di una terribile e mortale malattia capace di mettere a repentaglio l’umanità secondo quanto ci hanno detto per mesi i nostri autorevoli media.

Per dei paesi poveri del Terzo Mondo l’immagine che hanno all’estero è di vitale importanza per attirare investimenti, turismo e prestiti internazionali. Anche l’Africa in generale ha subito un grave danno di immagine. Per l’ennesima volta l’Africa è sinonimo di morte e distruzione. Alcuni carissimi amici congolesi e nigeriani mi hanno riferito di aver subito umilianti trattamenti alle frontiere europee, sospettati di essere contagiati dall’Ebola in quanto negri ed africani. A livello internazionale il OMS ha perduto molta credibilità tra il mondo medico scientifico (quello serio e non al soldo delle multinazionali farmaceutiche). Truccare i dati sul contagio, e non essere in grado di debellare in poche settimane la malattia (come hanno fatto Mali, Nigeria e Senegal) di certo non sono azioni di cui andare fieri.

Se è lampante chi ha perduto in questo fattaccio meno lampante è chi ci ha guadagnato. Questa mancanza di chiarezza non è dovuta da una analisi complessa ma da un semplice quanto deplorevole occultamento della informazione. I nomi dei vincitori sono noti e semplici da indovinare: Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e le multinazionali farmaceutiche in primis la Glaxo. La potenza imperialista americana è riuscita a ricreare il protettorato della fine Ottocento in Liberia, paese considerato dalla Casa Bianca strategico sotto un punto di vista militare ed economico (visto gli ingenti giacimenti petroliferi scoperti nelle sue acque territoriali). Il governo di Ellen Johnson Sirleaf è odiato dalla maggioranza della popolazione. Gli ultimi risultati elettorali, dove l’opposizione ha stravinto, sono la prova più evidente. Questo rappresentava prima della “emergenza Ebola” un grave rischio per gli Stati Uniti. Un cambiamento di regime tramite una democratizzazione del paese, poteva drammaticamente mettere in forse gli investimenti americani a favore di una politica nazionalistica magari appoggiata da potenze concorrenti quali la Cina.

Ora con il protettorato instaurato grazie all’invio di 6.000 soldati d’élite nel paese africano, questo rischio è stato allontanato. Stesso dicasi per le ex potenze coloniali che hanno consolidato la loro presenza militare nelle due strategiche ex colonie: la Gran Bretagna in Sierra Leone e la Francia in Guinea. Come nel caso della Liberia questi due paesi africani detengono importanti giacimenti petroliferi di recente scoperta, governi debolissimi ed instabili e covano rischi dell’insorgere di una politica nazionalistica in chiave anti occidentale. Pericoli che saranno abilmente controllati dai soldati inglesi e francesi, ovviamente lontani dai riflettori dei propri media, per non urtare la sensibilità del grande pubblico o, peggio ancora, correre il rischio dell’aprirsi di inchieste sul rispetto dei diritti umani.

Le case farmaceutiche internazionali sono riuscite ad infrangere una rigida regolamentazione sulla sperimentazione di vaccini e nuovi farmaci che la comunità internazionale ha fino ad ora loro imposto, costringendole a lunghi e costosissimi anni di seria ricerca. Sfruttando il terrorismo psicologico informativo e la complicità del OMS, la Glaxo e le altre case farmaceutiche internazionali hanno potuto sperimentare vaccini e medicinali nei tre paesi africani in un clima di totale assenza di regolamentazione giuridica e scientifica che rappresenta un vero e prorpio rischio per l’umanità. L’efficacia di questi vaccini e medicinali verrà comprovata solo se si otterranno risultati positivi. In caso contrario si otterrà la morte delle cavie umane africane che si contano a migliaia. Decessi che verranno accuratamente occultati in quanto la fase discendente dell’Ebola fa si che la malattia e gli avvenimenti ad essa collegati, non siano più di interesse per le prime pagine dei giornali e dei network occidentali dell’informazione.

Paradossalmente e a conferma dei dubbi nutriti, l’arrivo dei soldati occidentali e l’inizio della sperimentazione dei vaccini e farmaci, coincide con la fase finale della malattia. Ironico, non trovate? Dimenticavo di riferire una buona notizia sottolineata dall’Organizzazione Mondiale della Salute. Gli esperti di questa agenzia internazionale hanno dichiarato che ora i tre paesi hanno una sufficiente capacità di gestire ed isolare i casi di contagio grazie all’aiuto internazionale. Alla domanda di quali capacità esattamente si tratti, posta da un giornalista del settimanale politico economico: The East African, un esperto del OMS risponde: “I tre paesi ora hanno una sufficiente capacità di sotterrare i corpi delle persone che sono morte di Ebola”. Il settimanale africano non ha ritenuto di apportare commenti a questa spiegazione…

Fulvio Beltrami per African Voices
Kampala,Uganda
@FulvioBeltrami

INCREASED VIOLENCE AGAINST KENYAN CHILDREN‏

21 Gen

Violence against Barely a month after World Vision released a report showing violence against Kenyan children has increased. In front of the whole world and nation Police were caught on tape and camera teargassing pupils of Lang’ata Road Primary School. The children who were protesting for a worthy cause: to have their playing ground returned after it was grabbed. This was a sad day indeed for all Kenyans leading to a furious President Uhuru Kenyatta warning his cabinet Secretary of Lands Charity Ngilu.

 

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World Vision released the results of the 2014 World Vision global views on violence against children survey. The survey conducted by research company, Ipsos has revealed some shocking results. The survey was conducted between August 9th -15th 2014 with sample size of 200 face-to-face interviews.

The survey was conducted in 28 countries with a sample size of over 11,000 with Kenya categorized among the fragile states. The experiences of Kenya are rather baffling in terms of violence against children:

 

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94% of Kenyans know a child victim of violence but whom do they tell? What steps do they take? Is it enough just to know a victim?

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58% of the population in Kenya feel that violence against children in Kenya has increased in the last five years. Public places ranks high followed by public transportation ranking second highest as places most likely for children to be violated.

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Alcoholism and drug abuse is listed as the highest factor leading to violence against children while lack of knowledge and poverty follows next.

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Winnie Kamau for African Voices
President Association of Freelance Journalists
Media Relations Consultant
@WinnieKamau254

Impending transfer of suspected LRA commander to ICC‏

19 Gen

The impending transfer of Dominic Ongwen, alleged former commander of the Lord’s Resistance Army (LRA) to the International Criminal Court (ICC) is a step towards justice for the victims who have suffered brutality at the hands of the LRA for more than two decades, said Amnesty International today.

This is a significant development in the pursuit for justice. The LRA abducted, killed and mutilated thousands in Uganda and committed atrocities, including the use of child soldiers and sexual slavery,” said Sarah Jackson, Amnesty International’s Deputy Regional Director for East Africa.

It’s been almost a decade since arrest warrants were issued against LRA leaders. The impending transfer of Dominic Ongwen to The Hague to face charges of crimes against humanity and war crimes finally paves the way for survivors of LRA atrocities in northern Uganda to see justice done.”

The Ugandan government referred the situation concerning the conflict with the LRA to the ICC over 11 years ago. The Prosecutor subsequently opened an investigation in northern Uganda and the ICC issued arrest warrants for five alleged LRA leaders in 2005.

On 5 January 2015, the US, working with the African Union (AU) Regional Taskforce in the Central African Republic (CAR), took custody of Dominic Ongwen. On 14 January he was handed over to the Ugandan army contingent of the AU Regional Taskforce.

On 17 January, the ICC took legal custody of Dominic Ongwen in CAR’s capital, Bangui, and he is expected to be transferred to The Hague in the coming days. He faces charges of crimes against humanity and war crimes at the ICC.

Dominic Ongwen was himself abducted by the LRA, reportedly at the age of 10 years old. Abducting, brainwashing and brutally initiating children into killing is central to the LRA’s modus operandi.

As a victim, as well as a suspected perpetrator, the circumstances of Dominic Ongwen’s participation in crimes committed by the LRA could form part of his defence. In the event of his conviction, his abduction and conscription into the LRA could also be taken into account in sentencing,” said Sarah Jackson.

Now that he has been transferred to ICC custody, the Court must keep victims and affected communities in Uganda informed about any developments in the case against Dominic Ongwen.

Having recently scaled back its contact with victims in Uganda due to the lack of progress in the cases, the ICC must now re-engage with those most directly concerned with the case through public information and outreach activities,” said Sarah Jackson.

Uganda could later seek to challenge the ICC’s case in order to prosecute him in Uganda. To do so, the government would need to demonstrate to the ICC’s judges that it is genuinely able and willing to investigate and prosecute the case.

Background information

The LRA is an armed group led by Joseph Kony. Created around 1987, the LRA initially fought the Ugandan government in northern Uganda. From 2005, Ugandan military operations pushed the group into neighbouring countries.

For more than two decades, Amnesty International has documented crimes committed by the LRA and their horrific impact on the lives of thousands of civilians in the CAR, the Democratic Republic of Congo, South Sudan and Uganda.

Amnesty International also documented human rights violations committed by the Uganda People’s Defence Forces against civilian communities where the LRA was present and against captured LRA members.

It is the responsibility of Uganda to investigate and prosecute crimes committed in northern Uganda by both the Ugandan military and the LRA. An International Crimes Division was set up for this purpose, but its first case against LRA Commander Thomas Kwoyelo was halted after the Constitutional Court ruled that he was eligible for amnesty under Uganda’s Amnesty Act of 2000. This ruling is pending appeal at the Supreme Court.

Dominic Ongwen is charged with three counts of crimes against humanity – murder, enslavement and inhumane acts of inflicting serious bodily injury and suffering – as well as four counts of war crimes – murder, cruel treatment of civilians, intentionally directing an attack against a civilian population, and pillaging.
Arrest warrants against Dominic Ongwen and four other leaders of the LRA for war crimes and crimes against humanity were issued by the ICC in July 2005. One other suspect indicted, Joseph Kony, remains at large while the other suspects are believed to have died.

Winnie Kamau for African Voices
President Association of Freelance Journalists
Media Relations Consultant
@WinnieKamau254

Non sono Charlie Hebdo. Sono Nigeriano e Musulmano.

17 Gen

La scorsa settimana un gruppo terroristico ha fatto irruzione nella sede del settimanale satirico francese Charlie Hebdo, a Parigi massacrando 12 persone tra cui il suo editore: Stèphane Charb Charbonnier. Il deplorevole attacco, che ha coinvolto anche un negozio ebreo, è stato rivendicato da Al Qaeda dallo Yemen. Il massacro di Parigi ha scatenato immediatamente la propaganda del governo francese che, sfruttando abilmente la strage e proclamandosi paladino della libertà di espressione, ha in poche ore costruito una rete di solidarietà nazionale ed internazionale culminata nella marcia di Parigi: un milione di persone, strumentalizzando i sentimenti di libertà nutriti in Europa.

Gli obiettivi politici sono evidenti: porre in secondo piano il ruolo sovversivo e terroristico giocato dalla politica estera francese e creare una solidarietà politica verso il Governo Hollande, chiaramente fallimentare sul piano socio economico che ha trasformato una società basata sui valori rivoluzionari in una società post moderna fondata sull’odio e l’esclusione. Il ruolo terroristico della politica estera francese è stato storicamente dimostrato in Africa dalla guerra in Algeria al genocidio in Rwanda del 1994. Una politica caparbiamente e ostentatamente continuata dalla Cellula Africana del Eliseo (nota come: France-Afrique) che ha progettato ed attuato nuove drammatiche destabilizzazioni in Repubblica Centroafricana, Libia e Mali.

Il settimanale satirico francese, con una tiratura di 60.000 copie, e il suo redattore sono diventati improvvisamente il simbolo della libertà Occidentale che si contrappone all’estremismo e al fanatismo prodotto dal Islam. Charlie Hebdo, dopo il massacro ha pubblicato un numero commemorativo con la caricatura in prima pagina del Profeta Maometto in lacrime che regge il cartello: “Je Suis Charlie” lo slogan divenuto il simbolo di unità e di difesa dei valori Occidentali. Sotto l’immagine del Profeta vi è scritto: “Tutto è perdonato”. Tre milioni di copie sono state vendute in Francia ed in Europa fruttando al settimanale cinque milioni di euro.

Una inaspettata manna finanziaria per Charlie Hebdo che, prima dell’attacco, soffriva di una grave crisi finanziaria che lo stava costringendo ad una drastica riduzione del personale e delle attività editoriali. La multinazionale del Web: Google ha annunciato l’intenzione di finanziare il settimanale satirico francese. In Inghilterra una copia commemorativa di Charlie Hebdo è stata venduta a 1.000 sterline su eBay. Charlie Hebdo, come simbolo di un Occidente sotto attacco dell’Islam, ha superato quello americano delle torri gemelle. Nella storia il 07 gennaio sarà commemorato assieme al 11 settembre. Due date cruciali per l’umanità, secondo il nostro pensiero eurocentrico che storicamente tende ad imporre al mondo intero verità assolute ed indiscutibili, escludendo altre date importanti come il luglio 2014: il mese dell’Olocausto a Gaza.

Superando lo shock emotivo e l’orrore provocato dal vile massacro, occorre domandarci che cosa rappresenta il settimanale satirico francese Charlie Hebdo, divenuto l’icona della libertà e dei valori occidentali. Charlie Hebdo appartiene alla corrente di pensiero della destra francese. Il suo staff è rigorosamente “bianco” ed “occidentale” e la sua satira si è sempre basata sull’ideologia xenofobica e razzista della destra francese. Nonostante che il defunto redattore abbia in passato dichiarato che la satira di Charlie Hebdo prendeva di mira chiunque, la maggioranza delle vignette pubblicate propongono sentimenti anti-Islam, sessisti, xenofobici, razzisti e omofobici.

Da anni il principale target di Hebdo è la comunità musulmana in Francia, sia essa composta da cittadini francesi o da immigrati. Una comunità già largamente marginalizzata dalle istituzioni e dalla società francese. Prendendo vantaggio dalla libertà di stampa e dai valori secolari garantiti dalla Costituzione francese, Charlie Hebdo ha pubblicato diverse discutibili satire anti religiose incluse una orgia della Santa Trinità cattolica (Dio, Gesù e Spirito Santo), rabbini ebrei raffigurati come subdoli usurai (come sostenevano le Camice Brune tedesche negli anni Trenta prima di prendere il potere) e il Profeta Maometto trasformato in una libidinosa porno star. Da ateo convinto, quale io sono, non posso condannare una satira tesa a criticare istituzioni religiose se queste promuovono ideologie oscurantiste anche se non vedo il motivo di criticarle ridicolizzando dei simboli religiosi cari a milioni di persone.

La condanna però è doverosa quando la satira anti religiosa veicola messaggi di odio verso una comunità (nel caso di Charlie, quella musulmana) alimentando il pubblico disprezzo e la stigmatizzazione generalizzata. Il settimanale satirico francese è sempre stato cosciente che la satira anti-Islam, costantemente e maniacalmente promossa, rafforzava l’odio sociale, la contrapposizione tra occidente e mondo musulmano. Una satira che gratuitamente offriva validi argomenti ai vari gruppi della estrema destra europea e ai gruppi terroristici islamici, indebolendo l’Islam (quello che noi definiamo “Islam moderato”). Nel 2011 la sede di Charlie Hebdo è stata vittima di un attentato terroristico islamico che ha rafforzato la propaganda anti-islamica, al posto di aprire una seria riflessione interna sul significato di etica editoriale.

All’epoca Charb, noto per i suoi sentimenti profondamente razzisti, difese la linea editoriale anti islamica da lui imposta pur essendo consapevole che essa contribuiva ad alimentare odio e a rafforzare la propaganda anti occidentale dei gruppi terroristici. L’edizione commemorativa di Charlie Hebdo è stata interpretata dal mondo musulmano come l’ennesimo insulto religioso e ha creato seri problemi a molti governi, dal Pakistan al Sudan, concentrati a contenere manifestazioni anti occidentali. Un comportamento stupido quello di Charlie Hebdo, afferma l’editoriale pubblicato sul Financial Times che ha sottolineato la “stupidità editoriale”, accusando il settimanale satirico francese di provocare insulti gratuiti e di non essere “Il più convincente campione della libertà di espressione”.

L’opinionista Tony Barber, afferma sul Financial Times, che non si possono giustificare gli assassini ma sarebbe più utile applicare un po’ di buon senso nelle scelte editoriali che pretendono di sostenere i valori universali quando invece sono solo volgari provocazioni contro i musulmani. L’edizione commemorativa non è stata pubblicata in Australia in quanto viola la legge sulle discriminazioni razziali e religiose. Vari giornali americani ed inglesi hanno deciso di non pubblicare la prima pagina dell’edizione commemorativa di Charlie Hebdo in quanto considerata una esplicita provocazione contro l’Islam capace di aumentare il baratro di incomprensione e odio, favorendo il terrorismo islamico. Stessa decisione è stata presa da Associated Press e dal The Guardian che hanno duramente condannato la redazione di Charlie Hebdo per aver pubblicato immagini tese a provocare odio religioso e sociale. Queste scelte editoriali non possono essere etichettate come atti di censura ma come atti di buon senso, contro un giornale profondamente ancorato ai distruttivi valori della destra europea che produce sottocultura puerile ed offensiva.

Una cultura che non riconosce i limiti della libertà di espressione a cui ogni giornalista si deve attenere quando una vignetta o un articolo possono alimentare odio etnico, religioso e conflitti. Dopo la perdita di 12 dipendenti perché pubblicare una vignetta offensiva per milioni di musulmani sapendo che essi sono estremamente sensibili ad ogni raffigurazione del loro dio o del Profeta? Non si rischia di aumentare l’odio contro la comunità mussulmana in Francia, da decenni vittima di repressione, stigmatizzazione e discriminazione socio economica e parallelamente i sentimenti anti occidentali nel mondo arabo? Questa provocazione equivale a pisciare in una chiesa. Atto che non passerebbe per la mente nemmeno al più convinto ateo ed anarchico esistente al mondo.

Julien Casters, editore marocchino, ricorda in un Tweet che i mussulmani sono le prime vittime del fanatismo religioso islamico. Una dichiarazione che racchiude una aghiacciante ed insostenibile verità occultata a noi, cittadini dell’Occidente. Il martirio di Charlie Hebdo ha contribuito ad ignorare un ben più orribile massacro avvenuto quasi in contemporanea: quello di Baga, una cittadina della Nigeria situata nello Stato del Borno ai confini con il Ciad, il Niger e il Camerun. Duemila persone sono state massacrate dai terroristi islamici di Boko Haram in poche ore, donne e bambini compresi.La maggioranza delle vittime era di fede musulmana.

Il massacro è stato il preludio di una serie di attentati terroristici dove i cosiddetti “combattenti di Allah” hanno utilizzato bambine di dieci anni, compiendo il più grande crimine contro l’Islam e l’umanità in generale: utilizzare degli innocenti per sopprimere vite umane. Nemmeno le mosche sono state risparmiate come dimostra l’ultimo attentato di pochi giorni fa nella città di Gombe dove due persone sono state uccise e 14 ferite da un attentato davanti alla principale moschea. Con questi atti rivolti contro i mussulmani, Boko Haram ha dimostrato di non aver nulla a che fare con la fede islamica blasfemamente da loro utilizzata. Al contrario Boko Haram, come Al-Qaeda, il ISIS, Al Shabaab e il gruppo terroristico islamico ugandese ADF, sono delle organizzazioni criminali spazzatura, motivate da interessi politici ed economici che rappresentano la più evidente antitesi agli insegnamenti coranici. Charlie Hebdo, involontariamente o meno, ha contribuito ad offuscare questa strage avvenuta in Nigeria ponendosi come unica vittima del fanatismo islamico.

La macroscopica discrepanza tra le vite umane perse a Parigi e quelle perse a Baga dimostra che le prime vittime di questo fanatismo sono i musulmani che muoiono per mano terroristica e vengono colpevolizzati in massa ad ogni cittadino occidentale ucciso da questi psicopatici serial killers, sospettati da anni di avere stretti contatti con vari governi europei americani e con le monarchie arabe. Nella guerra scatenata dal ISIS in Iraq e Siria per la creazione del Califfato Islamico o negli attentati di Al-Shabaab in varie città della Somalia chi muore è innocente e mussulmano. Questo non è un parere ma una incontestabile quanto drammatica realtà.

In un suo editoriale il quotidiano inglese The Guardian, condanna apertamente l’Occidente ponendo questa semplice quanto terribile domanda: “Perché il mondo ha ignorato la strage di Baga?”. Una condanna che coinvolge anche la maggioranza dei media africani ancora legati alla sudditanza culturale eurocentrica, al servile rispetto verso i loro ex padroni bianchi e alla sindrome di inferiorità razziale di coloniale memoria. La maggioranza dei media africani ha sprecato fumi di inchiostro per il massacro di Parigi quasi ignorando quello di Baga, dando priorità alle vite occidentali rispetto a quelle africane.

Ironicamente sul governo Hollande, che ha creato il mito di Charlie Hebdo, grava il sospetto di non aver protetto la redazione del settimanale satirico, obiettivo prevedibile del furore cieco degli estremisti islamici. Secondo le indagini svolte dal quotidiano Le Figaró fino a poche settimane prime dell’attentato la sede del settimanale satirico era sorvegliata 24 ore su 24 da una camionetta delle forze speciali della polizia. Misura revocata tre giorni prima del massacro nonostante che i servizi segreti Algerini avessero informato dell’imminente minaccia a Charlie Hebdo.

Una leggerezza imperdonabile ed inspiegabile che rafforza i dubbi posti da vari autorevoli media occidentali e non che il 7 gennaio francese è stato permesso in quanto capace di risolvere molti problemi, alimentando il necessario mito di un feroce e sanguinario nemico esterno. Una inutile strage che ha rafforzato un governo traballante e una politica estera disumana e guerrafondaia che nel Medio Oriente si traduce nell’appoggio incondizionato ad Israele e al finanziamento dei movimenti armati (ahimè all’epoca anche i miliziani del ISIS) che combattono in Siria contro il governo.

I fratelli Kouachi, autori della strage, erano pregiudicati, appena ritornati dai campi di battaglia della Siria, noti ai servizi segreti francesi, americani ed italiani. Entrambi sono stati uccisi nonostante che fosse evidente che “la loro cattura era altamente preferibile alla loro eliminazione. Vivi i due sarebbero stati interrogati, si sarebbe potuto scoprire la loro rete di contatti, i loro mandanti, approfondire la storia del reclutamento jhadista dalla Francia alla Siria” sottolinea Le Figaró. “Alla luce di queste incongruenze la vignetta pubblicata qualche giorno prima da Charlie Hebdo che presagiva l’attentato appare come una cosa più sinistra di un semplice presentimento. La strage è stata compiuta da terroristi islamici ma persiste una gran puzza di bruciato” fa notare il collega Aldo Giannuli.

Gli orrendi e pericolosi sottoprodotti che la strage di Parigi ha generato sono purtroppo la radicalizzazione dello scontro tra due civiltà, la contrapposizione priva di qualsiasi dialogo tra laicità e religione, l’avanzare della destra europea estremista, violenta e xenofoba, il sospetto ormai rivolto ad ogni musulmano di essere un potenziale terrorista, la spregiovole libertà di lanciare messaggi di odio contro una minoranza religiosa in nome della libertà di espressione e la volontà di ignorare ogni tragedia e crimine contro l’umanità che non coinvolga vittime occidentali e bianche.

Queste sono le ragioni che mi spingono a dichiarare ad alta voce: “Non sono Charlie Hebdo. Sono Nigeriano e Musulmano” in quanto non posso essere solidale con un settimanale storicamente schierato sui valori della xenofobia, razzismo e omofobia. Condannare la morte del redattore e dei giornalisti non deve giustificare l’ignobile scelta editoriale di questo settimanale umoristico francese che, a strage avvenuta, non ha esitato un istante a riconfermare il suo odio contro il mondo musulmano incassando diversi milioni di euro e salvandosi dal fallimento editoriale, una sorte certa prima del massacro di Parigi. Come era prevedibile, nell’edizione commemorativa non vi è alcun accenno al massacro di Baga. Scelta voluta per consolidare una verità unilaterale e falsa: le vittime del terrorismo islamico non possono essere che occidentali e bianche.

Il mio dolore non va a Stèphane Charb Charbonnier e ai suoi colleghi in quanto parte del progetto Charlie Hebdo e dei sotto-valori promossi da questo giornaletto ma in quanto esseri umani uccisi da due identiche cieche violenze: quella prodotta da una matita, e quella prodotta da un Kalasnikov. La mia vergogna in quanto bianco ed europeo, fraternamente accolto in Terra Africana, si erige nel costatare la volontà di ignorare le vittime di Baga in quanto negre e musulmane, cosi come sono state ignorate le decine di aggressioni contro la comunità musulmana avvenute in Francia subito dopo la strage di Parigi.

Una vergogna difficile da sopportare che pesa come un macigno, rafforzata dalla consapevolezza che a Parigi non è morta la libertà di espressione ma i valori laici occidentali. Valori talmente strumentalizzati dai nostri governi con cinica determinazione che sono ora odiati e rigettati da milioni di persone in Africa, Asia, America Latina e Medio Oriente. La stessa subdola strumentalizzazione che questi gruppi terroristici islamici attuano verso una religione di cui affermano di essere i più fedeli servitori. Tra i due nemici giurati del conflitto planetario: i falsi rappresentanti dell’Occidente laico e i falsi rappresentanti del Islam troppe ed inquetanti sono le similitudini che li rendono praticamente uguali ed irriconoscibili se non per la scia di sangue che costantemente ed abbondantemente lasciano lungo il loro psicopatico e criminale cammino verso la vittoria finale.

Fulvio Beltrami per African Voices
Kampala, Uganda
@FulvioBeltrami