Ebola. Caos nei dati sanitari forniti dal OMS

23 Nov

Da oggi pubblichiamo tre articoli del giornalista e reporter Fulvio Beltrami che da anni vive a Kampala, Uganda e da sempre impegnato in inchieste spesso scomode ai poteri forti. I tre articoli sono frutto di un’inchiesta dello stesso giornalista su Ebola in West Africa.

Con grande ‘sorpresa‘ dell’autore, questi tre articoli sono stati censurati dopo la loro pubblicazione su L’Indro agli inizi di novembre.

Per dichiarare una epidemia occorre che il tasso di incidenza di una determinata malattia sia significativo presso l’insieme della popolazione, ponendo i decessi causati da questa malattia tra i primi posti di cause di morte. Per dichiarare una pandemia occorre che l’epidemia in corso in un determinato paese si diffonda in varie aree geografiche del mondo causando un elevata percentuale di infetti e decessi. Nessuna delle due situazioni corrisponde all’attuale crisi sanitaria creata dall’Ebola in Liberia, Sierra Leone e Guinea. Su un totale di 19,8 milioni di persone che vivono nella regione, il virus in otto mesi ha infettato solo il 0,05% della popolazione e i relativi decessi rappresentano il 0,03% degli abitanti. Dati assai lontani da quelli registrati dall’infezione HIV (6%) o dai decessi provocati dall’AIDS, malaria e tubercolosi che rappresentano il 36% delle cause di mortalità nei tre paesi africani.

La Nigeria, dichiarato “paese libero dal contagio di Ebola” ha facilmente contenuto i venti casi di infezione registrati impedendo che il virus si propagasse a livello nazionale. Questo grazie ad un sistema sanitario più organizzato e strutturato di quelli dei tre paesi africani colpiti dalla crisi. Ora il Centro Nigeriano di Controllo delle Malattie ha ricevuto importanti finanziamenti statali per inviare una Task Force di esperti sanitari nei tre paesi africani colpiti dalla crisi sanitaria. La Task Force nigeriana, composta da 600 medici e infermieri, avrà il compito di formare il personale sanitario locale a gestire la malattia impedendo nuovi contagi. Con questa decisione la Nigeria assume di fatto la leadership dei paesi africani nella lotta contro il virus e supera il numero complessivo di esperti occidentali presenti.

In Uganda, paese storicamente a rischio di Ebola, non si sono registrati casi dall’inizio della crisi in Africa Occidentale (marzo 2013). Anche nella Repubblica Democratica del Congo, paese affetto dalla totale assenza di un adeguato sistema sanitario nazionale, i casi registrati in alcune remote località non hanno sviluppato una epidemia. Le fobie di rischi di contagio nei paesi occidentali sembrano essere state smentite dalla rapidità e facilità di contenimento dei casi di infezioni da Ebola registrati nei paesi occidentali: 7 casi negli Stati Uniti, 3 in Spagna, 3 in Germania, 1 in Francia, 1 in Norvegia e 1 in Gran Bretagna. La maggioranza delle persone infettate erano personale medico o volontario che si era recato nelle zone di contagio per combattere la malattia. Molte di esse sono guarite o in fase di netto miglioramento.

Questi dati di fatto smentiscono le allarmanti e catastrofiche notizie quotidianamente riportate dai mass media occidentali che iniziano ad essere sospettati di attuare una vera e propria campagna di terrorismo psicologico. Smentiscono anche il fantascientifico e paradossale rapporto pubblicato il 23 settembre 2014 dal Centro Americano per il Controllo e Prevenzione della Malattie (CDC). Nel rapporto si asseriva, senza basi di ricerca appropriate, la quasi certezza che entro il gennaio 2015 i casi di Ebola nella regione sarebbero arrivati a 500.000, nelle migliori delle ipotesi, con forti i rischi di raggiungere i 1,4 milioni di infettati. Il rapporto CDC ha spinto Stati Uniti, Canada ed Unione Europea a promettere una rapida risposta per scongiurare una pandemia mondiale che sembra alquanto improbabile.

La crisi sanitaria scoppiata nei tre paesi dell’Africa Occidentale necessita di un approccio equilibrato e scientifico, privo di allarmismi che possono generale inutile panico. Questo approccio dovrebbe essere assicurato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) che svolge il ruolo di coordinamento e controllo della situazione sanitaria mondiale. Purtroppo l’operato del OMS sembra aumentare la confusione e il panico legati a questa situazione sformando dati estremamente contraddittori che pongono seri dubbi sul suo ruolo di coordinamento e sorveglianza sanitaria indipendente e professionale. Agli inizi dello scorso ottobre il OMS ha pubblicato una serie di rapporti estremamente contrastanti.

Nel rapporto OMS pubblicato il 01 ottobre 2014 (Ebola Response Roadmap Situation Report) si dichiarava una netta diminuzione dei nuovi contagi registrata dal 15 settembre. Diminuzione confermata in un secondo rapporto redatto il 03 ottobre scorso (Ebola Response Roadmap update, October 3, 2014) dove si ammettevano grossolani errori nella valutazione dei casi delle persone infettate. “Molti dei decessi attribuiti all’Ebola riguardano persone che erano sospettate di essere state infettate ma senza conferme di laboratorio” si avverte alla fine della prima pagina del rapporto. Gli errori sarebbero di rilievo. Secondo le ricerche effettuate nella sola Liberia i casi reali di Ebola realmente registrati agli inizi di ottobre sarebbero stati 931 e non 2.484. Questi sostanziali differenze sarebbero causate dal metodo di diagnosi utilizzato per l’Ebola, fortemente criticato da vari scienziati e ricercatori russi, cinesi e cubani. Fin dallo scoppio della crisi nell’Africa Occidentale l’unico metodo diagnostico utilizzato è quello del test ELISA (Enzyme-Linked Immuno Sorbet Assay), quello inizialmente utilizzato per individuare il HIV/AIDS. Il test è generalmente considerato dalla comunità scientifica medica internazionale, inaffidabile in quanto fornisce risultati ambigui. Nella diagnosi del HIV/AIDS, il test Elisa deve essere affiancato ad altri test che confermino i risultati in quanto si è riscontrato una elevata percentuale di falsi sieropositivi.

Alcuni ricercatori di fama mondiale, come il professore Gordon Stewart arrivano ad affermare che l’Elisa rientra nei test fraudolenti per il HIV. Le procedure putative per il test (PCR/carico virale/genetica) non sono specifiche, standardizzate e riproducibili. Diversi kit Elisa testati sullo stesso soggetto producono diversi risultati. Se vari siti farmaceutici specializzati come Informazionesuifarmaci.it assicurano che il “metodo ELISA è tecnicamente molto affidabile” ricercatori medici affermano il contrario. In Australia, un gruppo di ricercatore del Royal Perth Hospital denominato “The Perth Group” ha concentrato le proprie ricerche sull’isolamento del HIV e sulla validità dei test ELISA arrivando alla conclusione che il test non riesce a provare affatto la presenza del virus HIV nei campioni di sangue esaminati. Elisa sarebbe inadatto anche per individuare la presenza del virus Ebola. Difficile comprendere chi ha ragione. Un solo dato salta agli occhi: Informazionisuifarmaci.it è un servizio di informazione delle Farmacie Comunali Riunite di Reggio Emilia legate alle multinazionali farmaceutiche. Il Perthy Group lavora a livello indipendente all’interno del Royal Perth Hospital senza interverenze esterne e senza proporre test alternativi di altre case farmaceutiche.

Improvvisamente e senza fornire spiegazioni plausibili, il OMS pubblica un terzo rapporto il 8 ottobre 2014 (a una settimana dalla riunione di coordinamento militare europeo americano per decidere un intervento militare umanitario in Africa Occidentale) dove si comunica 3.865 decessi di Ebola nella regione e che i nuovi casi di contagio sono in aumento per un totale registrato di 8.033 infetti. Nel terzo rapporto scompare l’avvertenza che molti casi di decessi per Ebola non sono stati confermati nei laboratori affermando che i dati sono forniti dai Ministeri della Sanità dei tre paesi colpiti, ministeri noti per non essere in grado di attuare un seria indagine sanitaria a causa di mancanza di finanziamenti, attrezzature e personale sanitario qualificato. La differenziazione tra i casi confermati, probabili e sospetti continua ad essere riportata nella tabella generale a pagina 2 del rapporto.

Si specifica inoltre che continuano non ben specificati problemi relativi ai dati sulla Liberia (il paese più colpito) ammettendo che i dati pubblicati sono i migliori a disposizione e rassicurando che “Grossi sforzi sono in atto per migliorare l’attendibilità delle informazioni sulla situazione epidemiologica”. Queste frasi ed avvertenze sembrano confermare le accuse rivolte al OMS di fornire dati senza accurate ricerche sul terreno e prove biologiche. Il caso della Liberia rappresenta il paradosso scientifico. Il 08 ottobre 2014 il OMS afferma di aver registrato nel paese 3924 casi di infezione. Quelli confermati da analisi di laboratorio non arrivano al 24% del totale dei casi. I casi probabili o sospetti (quindi senza alcuna analisi di laboratorio eseguita) rappresentano il 76% del totale: 2983 persone sono state dichiarate affette da Ebola senza analisi di laboratorio!

Nel bollettino sanitario del 25 ottobre 2014 la situazione cambia drasticamente. Dal precedente diminuzione dei casi ora si passa ad una drammatica epidemia. Il OMS dichiara che i casi di ebola sono giunti a quota 10.114 confermando le previsioni fatte dal OMS lo scorso settembre sotto pressione dei media internazionali e criticate in quanto non scientifiche. In diciassette giorni i casi di ebola avrebbero subito un brusco aumento del 21% rispetto a quelli registrati il 8 ottobre 2014 (8.011 casi). La confusione sui dati provenienti dalla Liberia continua. Su 4.665 casi di ebola 3.700 provengono da persone non sottoposte a test di laboratorio. Questo significa che il 79,32% dei dati forniti sulla situazione sanitaria in Liberia non sono attendibili. Un grosso problema visto che la Liberia rappresenta il 46% dei casi di contagio registrati nell’Africa Occidentale secondo le confuse e contraddittorie cifre fornite dal OMS.

Analizzando con attenzione i dati forniti dal OMS si scopre che sui 10.114 casi di infezione da Ebola solo 5.667 sono casi certificati in laboratorio corrispondenti al 56% dei casi dichiarati. I ricercatori scientifici e le più serie istituzioni mediche internazionali concordano che la conferma diagnostica di un’infezione da virus Ebola è possibile solo attraverso esami di laboratorio finalizzati alla identificazione del genoma virale, antigeni virali o anticorpi contro il virus. I test di laboratorio sono considerati gli unici in grado di individuare la malattia e non sono accettate diagnosi induttive sui sintomi come prevedono tutti i protocolli delle sanità pubbliche internazionali tra i quali il “Protocollo regionale di Verona malattia da virus Ebola”. Eppure il OMS, considerata la massima autorità sanitaria mondiale, ci fornisce dati allarmanti e catastrofici di espansione dell’epidemia nonostante che il 46% di casi non siano stati accertati in laboratorio.

Anche sui casi certificati sorgono molti dubbi. “La diagnosi va eseguita solo presso centri di elevata specializzazione, dotati di laboratori idonei alla manipolazione di agenti di classe 4 quali il virus dell’Ebola. In Italia l’unico laboratorio autorizzato è quello dell’Istituto Nazionale Malattie Infettive L. Spallanzani di Roma” informa il Epicento.iss.it, il portale dell’epidemiologia per la sanità pubblica italiana. “Esistono pochi test commerciali per la diagnosi. La diagnosi clinica è difficile nei primissimi giorni a causa della aspecificitá dei sintomi iniziali che possono appartenere ad altre malattie” recita il protocollo regionale di Verona per il trattamento Ebola. I vari operatori impegnati sul terreno tra i quali i volontari di Medici Senza Frontiere, denunciano che i kit di test Elisa (per altro inaffidabili) sono scarsi così come i laboratori attrezzati.

Nell’ultimo rapporto sanitario OMS disponibile (07 novembre 2014) si nota che la tendenza ad aumentare artificialmente i nuovi casi di infezione del virus è diventata una prassi consolidata. Viene diminuita la percentuale dei casi di infenzioni ipotizzati che dal 56% del 25 ottobre 2014 scende a 38,50% nonostante che la situazione di laboratori attrezzati nei tre paesi non sia migliorata. Viene peró mantenuto il costante e artificiale accrescimento delle nuove infezioni, arrivate a quota 13.241, quindi aumentate del 26,60% rispetto ai dati forniti il 25 ottobre. Incomprensibilmente spariscono i dati sui decessi registrati in Liberia, il paese più colpito dalla presunta epidemia. Al loro posto si pubblica una nota a piede della tabella in cui si informa che i relativi dati sono soggetti ad un non specificato cambiamento e riclassificazione secondo i dati di laboratorio… Dulcis in fundis, in reazione alle critiche di vari media africani il OMS ha ritenuto opportuno di “alterare” i rapporti sanitari del 01 e 03 ottobre 2014 per renderli più consoni all’aumento dei casi supposto a partire dal rapporto del 08 ottobre scorso. Una facile operazione nell’era di Internet impossibile nella precedente era dei rapporti stampati. Ora esistono due versioni: una originalmente pubblicata all’epoca e una rivista ultimamente.

Purtroppo si nota la totale mancanza di un serio approccio dei ricercatori, medici ed esperti occidentali nella gestione di questa crisi sanitaria.” dichiara Abdul Tejan-Cole, direttore esecutivo della Open Society Initiative for West Africa al settimanale ugandese The Independent. I dati contrastanti e artefatti forniti e la mancanza di serie diagnosi biologiche sul terreno portano a constatare che i metodi di sorveglianza del OMS si sono purtroppo allontanati dalla obbligatoria rigorosità scientifica per allinearsi al trend allarmistico e sensazionale dei media internazionali; L’obiettivo è di presentare questa crisi sanitaria come una epidemia regionale con forti rischi di trasformasi in una pandemia mondiale. Dinnanzi a questo constato rimane solo da chiedersi quali siano le reali motivazioni che spingono il OMS a fornirci dati contraffatti, anche a costo della sua reputazione.

 

Fulvio Beltrami
Uganda, KampalaTwitter @FulvioBeltrami

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