Archive | novembre, 2014

Ebola. Vaccini sperimentali. Il vero rischio per l’umanità

25 Nov

Ultimo dei tre articoli del giornalista e reporter Fulvio Beltrami che da anni vive a Kampala, Uganda e da sempre impegnato in inchieste spesso scomode ai poteri forti. I tre articoli sono frutto di un’inchiesta dello stesso giornalista su Ebola in West Africa.

Con grande ‘sorpresa‘ dell’autore, questi tre articoli sono stati censurati dopo la loro pubblicazione su L’Indro agli inizi di novembre.

Nonostante i dati clamorosamente truccati dall’organizzazione Mondiale della Sanità sul contagio di Ebola nell’Africa Occidentale, è scientificamente impossibile dichiarare un reale rischio epidemiologico mondiale. Gli stessi ricercatori al servizio delle multinazionali farmaceutiche, nei loro rari interventi pubblici, lo ammettono. Il Dr. Alfredo Nicosia, docente del Dipartimento di medicina molecolare e biotecnologie mediche presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II e direttore scientifico e Co-fondatore di Okairos, la società biotecnologica fondata nel 2007 che sta sperimentando un vaccino contro l’Ebola per conto della multinazionale svizzera GlaxoSmithKline, ammette che il virus riscontra difficoltà a diffondersi a livello mondiale.

La prima di queste difficoltà è legata all’elevato tasso di mortalità. “Paradossalmente se il virus uccide rapidamente il suo ospite, rimane più circoscritto. Un virus che uccide in fretta è sì un pericolo ma lavora quasi contro se stesso. Per contrarre l’infezione ci deve essere un contatto fisico con fluidi – come sangue, feci, urina – di un organismo infettato. Il virus non si trasmette per via aerea. Inoltre il trasferimento del virus da una regione endemica a una non endemica difficilmente può avvenire attraverso i migranti, che si imbarcano in lunghi viaggi e che morirebbero prima di arrivare. Il rischio arriva semmai da persone che prendono l’aereo, e ora si stanno adottando molte misure di sicurezza al riguardo”, afferma il Dr. Nicosia alla stampa italiana. I severi controlli medici imposti ai principali aeroporti internazionali riducono al minimo questo ultimo rischio.

La pandemia mondiale che stenta ad avverarsi, nonostante sia quotidianamente ventilata dai media occidentali, sembra non essere in grado di giustificare la folle guerra tra le case farmaceutiche per trovare vaccino e cura contro l’Ebola. Come hanno dimostrato i precedenti casi di contagio in Uganda negli anni Novanta e Duemila e quelli recenti in Nigeria, un qualsiasi paese dotato di un sufficiente sistema sanitario è in grado di contenere l’epidemia al suo esordio. I milioni di dollari spesi per le ricerche mediche sul virus sarebbero quindi ingiustificati dinnanzi a ben altre priorità, quali la scoperta di vaccini e cure veramente efficaci a malattie ben più pericolose quali HIV/AIDS o le varie forme tumorali.

Purtroppo è troppo tardi per fermare la corsa alla scoperta di vaccino e cura contro l’Ebola. La GlaksoSmithKline ha investito 250 milioni di euro, la Johnson & Johnson 200 milioni di dollari, i governi canadese e americano assieme alla multinazionale Newlink Genetics 350 milioni di dollari. Tutte le multinazionali farmaceutiche impegnate nella lotta contro il virus hanno registrato aumenti speculativi delle loro azioni quotate in borsa che variano dal 2 al 8%. Una loro rinuncia a sperimentare sugli esseri umani il vaccino creerebbe un collasso azionario oltre alla perdita delle ingenti somme di denaro finora investite nelle ricerche. Uno rischio che queste multinazionali non possono permettersi di correre.

Ci sono inoltre due fondamentali vittorie ottenute dalle multinazionali che impediscono la marcia indietro. La falsa pandemia dell’Ebola, sapientemente creata dai mass media occidentali, ha infranto due tabù che limitavano fortemente la ricerca di nuovi farmaci rendendola costosissima: le rigidissime regole imposte sulla sperimentazione umana e le riserve di molti governi nel permettere la sperimentazione di vaccini tratti da virus geneticamente modificati. Grazie alla complicità dell’Organizzazione Mondiale della Salute, la sperimentazione, priva di qualsiasi regolamentazione giuridica e linee di condotta etico-scientifica, quindi selvaggia, è già iniziata nei paesi africani colpiti dall’epidemia grazie alla passività dei loro stessi governi. Nei vari casi di inizio epidemia registratesi in Uganda il governo ha impedito ogni tentativo di strumentalizzazione e di interferenze occidentali, obbligando il OMS e le Ong sanitarie internazionali ad agire sotto la coordinazione del Ministero della Sanità ugandese che dettava metodologie e indirizzi di intervento. Il governo ugandese non ha mia permesso sperimentazioni di farmaci contro l’Ebola sui propri cittadini sopratutto se effettuati fuori dal contesto rigorosamente scientifico dei laboratori di ricerca. Purtroppo nei tre paesi dell’Africa Occidentali sconvolti da decenni di brutali guerre civili guidati da governi deboli e corrotti, tutto sembra permesso. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, consapevolmente ha accettato di legalizzare la sperimentazione priva di regolamentazioni che nei paesi “civili” sarebbe considerata illegale al fine di garantire favolosi profitti alle multinazionali coinvolte.

I vaccini, tutti scoperti uno o due anni fa, sono già testati sugli operatori sanitari africani con la scusa di proteggere questi soggetti a rischio. Ovviamente non si parla di sperimentazione di massa sui loro colleghi occidentali impegnati nella lotta contro il virus se non a livello volontario e dietro assicurazioni legali che esentino di qualsiasi responsabilità le case farmaceutiche. Dal gennaio 2015 centinaia di migliaia di dosi di vaccini sperimentali saranno distribuite dal OMS alle popolazioni dei tre paesi africani, nonostante che tutte le multinazionali farmaceutiche affermino che una sperimentazione “relativamente sicura” sarà possibile solo verso aprile maggio 2015. La sola Johnson & Johnson prevede di sperimentare 250.000 dosi del suo vaccino a partire dal 20 gennaio 2015.

Tutti questi vaccini, a cui si è concesso la sperimentazione di massa sugli esseri umani, non sono mai usciti dalla fase 1 della sperimentazione (quella sugli animali). Le sole assicurazioni che durante questa fase iniziale le ricerche hanno ottenuto risultati positivi provengono dalle dichiarazioni fatte dalle multinazionali farmaceutiche coinvolte nel grande business. Nessun rapporto scientifico sui risultati delle sperimentazioni è disponibile all’opinione pubblica o alla comunità scientifica internazionale. Sono disponibili solo ad una ristretta e compiacente fascia di esperti OMS che hanno l’obbligo della confidenza e del segreto professionale. Questo rende impossibile verificare se le affermazioni unilaterali fornite dalla ditte farmaceutiche siano veritiere e scientificamente fondate. Le ricerche sono protette da copyright e svolte nel più assoluto segreto.

La sperimentazione che sarà attuata nei tre paesi africani è in realtà una sperimentazione selvaggia di almeno tre vaccini sperimentali che innescherà una feroce competizione tra le principali multinazionali coinvolte: GlaxoSmithKline, Johnson & Johnson, e Newlink Genetics. Il vaccino che otterrà i migliori risultati sarà riconosciuto valido dal OMS e si potrà avviare la sua commercializzazione a scala planetaria. La sperimentazione senza regole accorcerà i tempi normalmente imposti dai governi per riconoscere l’efficacia di un farmaco oltre ogni ragionevole dubbio: dai 5 ai 10 anni. Dopo un brevissimo periodo di tempo (forse 6 mesi o un anno) il vaccino che darà i migliori risultati sarà riconosciuto valido e commercializzato. Una pratica inaccettabile per la comunità scientifica internazionale ma che verrà resa accettabile dall’opera dei media occidentali che, dall’attuale terrorismo informativo sulla “epidemia del secolo”, passeranno a divulgare ed elogiare la “scoperta del secolo” del vaccino miracoloso.

La guerra tra i colossi mondiali della ricerca farmaceutica che si scatenerà nel 2015 nell’Africa Occidentale ridurrà le misure preventive e la rigorosità scientifica per constatare e controllare gli effetti collaterali dei vaccini, creando il reale rischio del verificarsi di incontrollate e non previste reazioni a catena in grado di sviluppare una nuova forma di malattia contagiosa creando il rischio di una vera e propria pandemia. Possibilità non relegata nei film di fantascienza Hollywoodiani in quanto la sperimentazione in Africa Occidentale non avverrà all’interno di laboratori specializzati e attrezzati ma direttamente tra la popolazione. I ricercatori impegnati in questo azzardo sanitario, sono ben consapevoli dell’assenza di sperimentazione etica e dei rischi sanitari collaterali incontrollabili ma hanno scelto di emulare Ponzio Pilato durante il processo a Gesù.

Noi non decidiamo a cosa saranno destinate le dosi di vaccini perché lo sviluppo clinico è in mano a un consorzio internazionale che fa capo all’Organizzazione Mondiale della Sanità e alla stessa Glaxo. Questo consorzio sta lavorando per accelerare il processi di sviluppo, che normalmente impiegherebbe anni, per arrivare già nel 2015 alle prime prove cliniche in Africa. Noi ci occupiamo della produzione delle dosi nei laboratori di Napoli e Pomezia” specifica al quotidiano La Repubblica il Dr. Nicosia nel evidente obiettivo di mettere le mani avanti ed esentarsi da eventuali future responsabilità in caso di disastro.

Un disastro possibile per la natura dei vaccini in fase di sperimentazione. La maggioranza di essi sono stati elaborati infrangendo la metodologia delle ricerche tradizionali dei vaccini che si basano sul principio naturale di stimolare l’organismo a riconoscere il virus o batterio patogeno, favorendo la produzione di anticorpi. Le multinazionali farmaceutiche impegnate nelle ricerche del vaccino contro l’Ebola si sono avventurate nel semi sconosciuto campo della modificazione genetica. Il nuovo ed alquanto azzardato concetto base è di attuare una mutazione indotta di un virus affinché da minaccia patogena si trasformi in un valido contributo contro la malattia.

Il vaccino italiano che sarà sperimentato in Africa, si basa su una sperimentazione genetica ottenuta tramite l’inserimento del DNA dell’agente patogeno dell’Ebola all’interno di un virus delle scimmie (adenovirus) innocuo per l’uomo. Questo vaccino stimolerà e potenzierà i linfociti T-killer che vanno in circolo nell’organismo e se trovano una cellula infettata da un virus la uccidono. Almeno questo è quanto ipotizzano e sperano i ricercatori. Al momento attuale nessuno di loro è in grado di garantire il controllo del virus geneticamente modificato iniettato nel corpo umano né la sua efficacia nel rafforzare correttamente e senza pericoli i linfociti T-killer.

E se qualcosa andasse storto? Se il vaccino-virus, una volta introdotto nell’organismo umano, subisse una ulteriore mutazione genetica e sviluppasse una malattia sconosciuta arrivando allo stadio più pericoloso: quello della trasmissione per via aerea? Se i linfociti T-killer, artificialmente iper stimolati nell’opera di distruzione, perdessero la loro capacità di riconoscere le cellule infette iniziando ad attaccare ed annientare anche le cellule sane? È pronto un piano di contenimento, una cura o un contro-vaccino? Per il momento i ricercatori sembrano non avere risposte a queste domande. Solo la sperimentazione senza regole sui “negri” offrirà eventuali chiarimenti.

Dinnanzi a questa sperimentazione azzardata le riserve adottate dalla Chiesa Cattolica diventano plausibili e giustificate. “L’uomo non si può sostituirsi a Dio nella manipolazione della natura”, sopratutto quando la conoscenza della scienza genetica è ancora a livelli primordiali, quindi necessita di estrema cautela e rigorosa ricerca scientifica. Eppure esiste un altro metodo, naturale e più sicuro. Quello di studiare gli anticorpi delle persone sopravvissute all’Ebola (oltre il 50% dei pazienti infettati) per comprendere i meccanismi di difesa e replicarli senza la necessità di ricorrere a mutazioni genetiche che allo stadio attuale delle scoperte scientifiche equivalgono al gioco della roulette russa. Perché non ci si concentra su questa alternativa? La risposta è semplice. La ricerca basata sugli anticorpi generati dai sopravvissuti alla malattia sarebbe priva di copyright e quindi non assicurerebbe guadagni esclusivi.

Il crimine commesso dal OMS è quello di permettere alle multinazionali farmaceutiche di infrangere la rete di severe restrizioni giuridiche ed etiche che regolano la sperimentazione dei farmaci sugli esseri umani accelerando il processo che si fonderà su basi non scientifiche ma di emergenza (per altro mediaticamente creata). Fino ad ora l’unica comunità scientifica che ha osato infrangere ogni regola etica nelle sperimentazioni è stata quella tedesca durante il periodo nazista dove i medici e ricercatori potevano sperimentare impuniti su cavie umane: gli ebrei rinchiusi nei campi di concentramento. Tra i pionieri della sperimentazioni senza regole vanno tristemente ricordati: il Professore Dr. Carl Clauberg, il Dr. Horst Shumann e il Dr. Josef Mengele.

Tempi brevissimi di sperimentazione sono un enorme vantaggio, quasi un regalo alle multinazionali farmaceutiche, in considerazione che i tempi attuali di sperimentazione (dai 5 ai 10 anni) obbligano ad un elevato sforzo finanziario che le multinazionali devono affrontare senza la certezza di ottenere validi risultati su nuovi vaccini o farmaci. Costi che saranno notevolmente minimizzati grazie all’eccezione che il OMS ha concesso per contenere l’epidemia di Ebola, trasformando questa terribile malattia in un cavallo di Troia per la sperimentazione genetica senza scrupoli e senza regole che può essere replicata per qualsiasi altra malattia a condizione di creare una realtà virtuale di pericolo ed emergenza. Una sperimentazione che segue le stesse azzardate e pionieristiche procedure del vaccino anti Ebola, per curare varie malattie come l’epatite C, la malaria, varie forme di influenza e tumori, come specifica società biotecnologica italiana Okairos nella sua pagina web di accoglienza.

Alcuni film catastrofici di Hollywood come la trilogia “Residence Evil” o “I’m Leggend” raccontano di una umanità distrutta causa sperimentazioni di vaccini e cure ottenute tramite mutazioni genetiche sfuggite dal controllo di scienziati e medici. Uno scenario che potrebbe rischiare di diventare realtà. Timori infondati delle solite Cassandre o rischio per la sopravvivenza del genere umano ciecamente e caparbiamente sottovalutato dalle multinazionali dinnanzi alla possibilità di incassare profitti ultra miliardari? Non ci rimane che attendere e vedere come si svilupperà la situazione. Una attesa non certamente tranquilla.

Fulvio Beltrami
Uganda, Kampala
Twitter @FulvioBeltrami

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

” o “I’m Leggend” raccontano di una umanità distrutta causa sperimentazioni di vaccini e cure ottenute tramite mutazioni genetiche sfuggite dal controllo di scienziati e medici. Uno scenario che potrebbe rischiare di diventare realtà. Timori infondati delle solite Cassandre o rischio per la sopravvivenza del genere umano ciecamente e caparbiamente sottovalutato dalle multinazionali dinnanzi alla possibilità di incassare profitti ultra miliardari? Non ci rimane che attendere e vedere come si svilupperà la situazione. Una attesa non certamente tranquilla.

Ebola. Missione umanitaria NATO ed interesi delle multinazionali.

24 Nov

Secondo dei tre articoli del giornalista e reporter Fulvio Beltrami che da anni vive a Kampala, Uganda e da sempre impegnato in inchieste spesso scomode ai poteri forti. I tre articoli sono frutto di un’inchiesta dello stesso giornalista su Ebola in West Africa.

Con grande ‘sorpresa‘ dell’autore, questi tre articoli sono stati censurati dopo la loro pubblicazione su L’Indro agli inizi di novembre.

 

Il 16 ottobre scorso a Lussemburgo si sono riuniti gli alti commandi militari dell’Unione Europea e del Pentagono per discutere un piano di contenimento dell’epidemia di Ebola nell’Africa Occidentale, teoricamente capace di estendersi su scala mondiale. Le due super potenze sono arrivate alla conclusione che solo un intervento direttamente gestito da una forza militare organizzata puó scongiurare il rischio di pandemia mondiale e fermare il contagio Ebola. Questa forza militare è stata individuata nel Patto Atlantico, comunemente conosciuto come NATO. Un contingente di 10.000 uomini sará a breve inviato nelle zone di contagio. Seimila saranno composti da truppe offerte da Francia, Germania e Gran Bretagna. Quattromila dagli Stati Uniti.

I loro compiti saranno di costruire ospedali da campo per curare i pazienti infetti da Ebola, individuare nuovi focolai della malattia, evitare che il contagio si estenda nei paesi vicini e creare ponti aerei per l’invio di medicine e attrezzature di laboratorio adegaute. L’Alto Comando della NATO, in perfetta sintonia con il Pentagono, ha suddiviso le zone di intervento per renderlo più efficace. La Gran Bretagna si concentrerá sulla Sierra Leone, Francia e Germania sulla Guinea e gli Stati Uniti sulla Liberia. La proposta di intervento militare – umanitario è stata originalmente ideata da Catherine Ashton capo della diplomazia europea che sará sostituita questo mese dalla connazionale Federica Mogherini. Il nuovo capo diplomatico ha giá assicurato la sua piena adesione al piano, rassicurando tutti coloro che temevano un cambiamento strategico dell’ultima ora a favore di misure meno invasive.

L’inziativa della NATO sta sollevando numerosi dubbi sia sulla metodologia utilizzata che sulle reali intenzioni e scopi. Non sono stati siglati accordi bilaterali con la Liberia, Sierra Leone e Guinea. La decisione di inviare 10.000 soldati in questi tre paesi africani è stata presa senza consultazioni ma semplicemente annunciata ai rispettivi governi “beneficiari”. La situazione di caso politico e sociale, associata alle storiche connivenze con le potenze occidentali (nel caso della Liberia) impediscono a questi governi di opporsi ad una decisione unilatera imposta dalle ex potenze coloniali con forti interessi economici nella regione. Anche gli Stati Uniti, in questo specifico contesto, hanno un passato coloniale in quanto la Liberia fu l’unico possedimento semi coloniale americano in Africa, sotto forma di protettorato. La missione umanitaria NATO diventa una scelta obbligata per questi governi, nonostante che siano consapevoli che la presenza di un cosi nutrito contingente di soldati stranieri influenzerá pesantemente la politica e l’economia dei loro paesi.

L’approccio NATO viola ogni regola di diplomazia internazionale e ricorda metodi puramente coloniali. Un approccio giustificato dai media internazionali con la necessitá di contenere un ipotetico rischio di pandemia mondiale tramite l’invio degli esperti militari, considerati i soli capaci di far fronte a questa emergenza sanitaria grazie alla loro ferrea organizzazione, mezzi a disposizione e rapiditá di intervento. Eppure nella regione si registra la presenza di quasi 300 esperiti sanitari russi e cubani che stanno contribuendo al contenimento e alle cure senza la necessititá di essere supportati dai propri eserciti. A questi si stanno aggiungendo 600 esperti sanitari inviati dalla Nigeria. Questa Task Force di esperti sanitari civili è nettamente superiore al numero di esperti sanitari occidentali ma non trova molti spazi sui media occidentali. Per loro esistono solo i medici volontari di Medici Senza Frontiere e tra poco i soldati NATO. Una conferma di una cultura ecocentrica che crea una realtá unilaterale selezionando e oscurando le notizie.

A differenza dei supporto sanitario offerto da Rusia, Cuba e Nigeria, la Task Force NATO non collaborerá con i rispettivi Ministeri della Sanitá africani ma imporrá direttive e protocolli da seguire scrupolosamente. La NATO si è arrogata il diritto di somministrare direttamente farmaci e vaccini anche sperimentali senza che i Ministeri della Sanitá dei tre paesi possano apporre riserve o divieti. I farmaci proposti sono farmaci giá esistenti come lo Zmapp. La maggioranza dei vaccini mutazioni virus ottenuti tramite una scienza non ancora compresa in pieno: la biogenetica di cui non si conoscono efficacitá ed effetti collaterali.

L’Unione Africana è stata completamente ignorata. Le diplomazie europee e americana non hanno condiviso la proposta di intervento ne discussso eventuali collaborazioni e sinergie. È stata inviata una semplice nota informativa. Questo singolare approccio di per sè sarebbe sufficiente per comprendere che esistono obiettivi reconditi rispetto a quelli pubblicamente dichiarati di salvare migliaia di vite umane. Ignorando la propaganda di terrorismo sanitario ossessivamente promossa in questi mesi dai principali media occidentali, forse con l’intento di preparare l’opinione pubblica ad accettare qualsiasi proposta risolutrice proveniente da America ed Europa, si riesce facilmente a comprendere i reali obiettivi. La suddivisione delle zone di intervento corrisponde con la suddivisione di influenza geostrategica delle potenze occidentali in Africa Occidentale. Influenze che sono strettamente legate ad interessi econonomici e allo sfruttamento delle risorse minerarie e idrocarburi. Interessi recentemente messi in pericolo dall’evolversi di situazioni impreviste ed indisiderate.

Nella Liberia, ricca di ferro pesante, diamanti e di importanti giacimenti di petrolio lungo le sue coste, la penetrazione economica cinese degli ultimi anni ha relegato gli Stati Uniti ad un ruolo secondario nonostante che siano i principali fornitori di armi all’esercito e garantiscano personalmente la soppravivenza del governo del Premio Nobel per la Pace ed attuale presidente Ellen Johnson Sirleaf, odiata dalla maggioranza della popolazione per aver architettato le due guerre civili avvenute negli anni Novanta e Duemila, impedito lo sviluppo economico post conflitto, amnistiato tutti gli ex criminali di guerra (ad eccessione di Charles Taylor) e aver imposto un governo corrotto e nepotista. I migliori ministeri quali economia, commercio e idrocarburi sono controllati o da suoi figli o da parenti.

Lo scorso aprile, durante il summit annuale della Banca Mondiale, il Ministro delle Finanze liberiano: Amara Konneh ha avvertito che gli Stati Uniti stanno perdendo importanti possibilitá lucrative nel paese, informando che la Cina è diventato il primo partner commerciale. Una posizione che favorisce il Dragone Rosso nella competizione con le multinazionali occidentali. Pechino, che ha la più importante ed imponente ambasciata dell’Africa Occidentale proprio a Monrovia, ha concesso oltre 26 milioni di dollari di credito a bassi interessi in cambio dell’acesso alle risorse minerarie liberiane: ferro pesante e diamanti. Ora sta cercando di convincere il governo di Monrovia a firmare importanti contratti di esplorazione di vari giacimenti petroliferi offshore scoperti lungo le coste a svantaggio delle multinazionali americane CHEVRON e EXXON MOBIL.

In una situazione “normale” gli Stati Uniti avrebbero contenuto il “pericolo giallo” creando un cambiamento (pacifico o non) del regime. In Liberia questo classico piano da manuale non è applicabile in quanto la Casa Bianca è costretta a proteggere ad oltranza l’attuale presidente che è stato il complice dei piani di destabilizzazione americani contro il governo del Sergente Maggiore Samuel Kanyon Doe che si stava pericolosamente orientando verso una politica nazionalistica anti americana. Troppe le Amministrazioni coinvolte: da Regan a Clinton, dai due Bush ad Obama. La Liberia, creata nel 1847 dalla Societá Americana di Colonizzazione che portó i schiavi negri dall’America al paese africano, è stata un protettorato della Casa Bianca fino al 1864 quando ottenne formalmente l’indipendenza.

Una indipendenza fittizzia visto che il piccolo paese africano è famoso per essere la proprietá privata della multinazionale Firestone che dopo la Prima Guerra Mondiale si assicuró il monopolio della produzione della gomma arabica semi schiavizzando la popolazione liberiana e proteggendo i peggiori regimi succedutesi nella convulsa storia del paese, compreso quello di Charles Taylor. La Firestone è stata il principale fattore di ogni destabilizzazione dei governi liberiani che entravano in contrasto con i suoi interessi e il principale finanziatore per l’acquisto di armi e munizioni alle varie guerriglie. La penetrazione cinese in Liberia non mette a rischio solo gli interessi economici delle multinazionali americane ma anche quelli strategici militari del Pentagono. In Liberia è collocata una delle otto stazioni di guida informatica a distanza e coordinamento della flotta nucleare submarina americana.

Washington ha inoltre due stazioni di communicazione nei pressi della capitale, Monrovia, che permettono di diffondere a costi bassisimi i programmi della propaganda radio di Voice of America nella maggioranza degli Stati del continente africano. L’allora Assistente Segretario di Stato per gli Affari Africani (Amministrazione Bush): Herman J. Cohen, ammise durante il supporto militare per distruggere il regime di Charles Taylor che la Liberia ricopre una importanza di primo piano nella strategia militare americana in Africa e che la perdita delle importanti e semi segrete installazioni nel paese avrebbe creato forti difficoltá e un immenso sforzo finanziaro per ricollocarle in altri paesi africani.

Recentemente Pechino sta contrastando il progetto degli Stati Uniti di stabilire in Africa il quartiere generale del Comando Americano per l’Africa, denominato AFRICOM che ha il compito di garantire con “ogni mezzo” un clima favorevole per l’America nel continente africano. Attualmente il quartiere generale è a Stoccolma e quello operativo – logistico a Verona. Due localitá distanti dai “teatri di guerra ed intervento” africani che costringono il Pentagono ad un notevole sforzo finanziario. Il progetto di installare il quartiere generale AFRICOM in Africa è stato ostacolato dal rifiuto di tutti i paesi africani di ospitare la base, compresi gli alleati storici quali: Kenya, Etiopia, Rwanda e Uganda. Un rifiuto che nasconde le interferenze cinesi. Pechino utilizza l’arma finanziaria dei prestiti a bassi interessi per creare maggior sinergie tra la sua politica estera e quella dei paesi africani.

Solo il governo Sirleaf ha dimostrato interesse ma fino ad ora non ha siglato alcun accordo a causa delle pressioni ricevute da Pechino, suo principale partner economico e finanziatore. L’intervento militare americano in Liberia sotto egida NATO ha come reale obiettivo stabilizzare il governo Sirleaf che rischia una rivolta popolare anche a causa della disastrosa gestione dell’emergenza sanitaria attuale e delle ormai quotidiane violazioni dei diritti umani. Una rivolta che puó essere facilmente trasformata in guerra civile visto chi i Signori della Guerra protagonisti di 14 terribili anni di guerra civile, sono tutti a piede libero, impegnati nella politica e avidi di potere. Altri obiettivi non secondari sono: neutralizzare l’influenza e l’espansionismo economico cinese, assicurare la continuitá dell’impero Firestone, assicurare il monopolio dello sfruttamento dei minerari e idrocarburi del paese e installare la base operativa dell’AFRICOM. Il comando del contingente militare americano in Liberia, embrione dell’AFRICOM, si installerá all’interno del Ministero della Difesa in attesa di costruire una propria base autonoma. Il predidente Sirleaf ha giá emanato l’ordine alle sue forze di difesa e sicurezza di ritirarsi nelle caserme lasciando il compito di assicurare l’ordine pubblico ai Marines. Lo Stato Maggiore dell’esercito liberiano sará sottoposto al comando americano.

La Gran Bretagna detiene il monopolio dello sfruttamento minerario nella sua ex colonia: Sierra Leone. Il paese, dove il 70% della popolazione vive sotto la soglia di povertá, è il terzo produttore mondiale di ferro pesante, il quinto di diamanti, l’undicesimo di oro e detiene immensi e strategici depositi di bauxite, rutile, e di minerali preziosi quali il coltan. Un giro di interesi di 800 milioni di dollari annui che raggiungerá il miliardo di dollari nel 2015. A questo si devono aggiungere i 5 milioni di barili di petrolio recentemente scoperti nelle acque territoriali sierraleonensi. Una quantitá considerata come stima inziale visto che le operazioni di esplorazione petrolifera indicano la presenza di altri giacimenti marini.

Fin dall’indipendenza le multinazionali britanniche hanno fatto il bello e cattivo tempo in Sierra Leone influenzando la politica e sfuttando ogni governo e la maggioranza della popolazione. Le multianzionali sono completamente esenti dal pagamento delle tasse e pagano al governo ridicole royalities per lo sfruttamento minerario. Per assicurarsi la proprietá dei terreni dove sono stati recentemente scoperti giacimenti di ferro pesante, diamanti e oro, le compagnie britanniche hanno scatenato una selvaggia operazione di “Land Grabbing” sottraendo terre coltivabili ai contadini per lo sfruttamento minerario. La cittá di Lunsar è il più triste ed esemplare esempio.

Le compagnie minerarie inglesi stanno costringendo gli abitanti a cedere le loro terre a prezzi irrisori, assoldando mercenari (ex guerriglieri) per terrorizzare e convincere gli abitanti più ostinati. La cittá di Lunsar è destinata a scomparire dalla carte geografiche in quanto, ahimè, nel sottosuolo dove è posata vi sono stati scoperti due giacimenti uno di ferro pesante e l’altro di oro.

Le compagnie minerarie britanniche detengono la maggioranza degli istituti bancari, assicurativi, ditte di trasporto, ed edili del paese, offrendo stipendi da fame ai dipendenti locali e portando all’estero la totalitá dei profitti. L’inquinamento causato dalle attivitá minerarie prive di regolamentazione, hanno avvelenato i principali fiumi del paese, riducendo l’acqua potabile del 48% , costringendo cosi la popolazione ad acquistare acqua minerale prodotta da stabilimenti nazionali in mano a compagnie britanniche o direttamente importatata dall’Inghilterra. Le attivitá minerarie hanno creato anche frane e attivitá tellurgiche, responsabili della distruzione di interi villaggi tra i quali quello di Manonkoh ormai quasi scomparso.

La produzione agricola vicino alle minere è quasi azzerata causa avvelenamento delle riserve idriche cuasato dalle sostanze chimiche e solventi liberamente versati nei fiumi e dalle frane provocate dalle attivitá nelle miniere. I tentativi di richiesta risarcimento danni da parte dei contadini sono normalmente ostacolati dalle compagnie minerarie britanniche che inviano i loro mercenari per terrorizzare la popolazione ed eliminare i leaders delle proteste. Le multinazionali britanniche hanno inoltre sempre rifiutato di acconsentire alla richiesa del governo di trasferire la tecnologia di estrazione e formare personale qualificato con l’obiettivo di sviluppare una industria mineraria nazionale.

Dopo le elezioni del 2010, svoltesi senza problemi e registrando una corretta trasparenza di voto, il Capo dello Staff dell’Ufficio del Presidente: Richard Conteh e il Ministro del Commercio e dell’Industria: Alhaji Osman Boie Kamara, hanno rafforzato il Mining Act 2009, una legge sullo sfruttamento dei minerali di chiaro orientamento nazionalistico. Conteh e Kamara hanno convinto il Presidente Ernest Bai Koroma (ex imprenditore) a firmare una serie di decreti sfavorevoli agli interessi delle multinazionali britanniche. Tra i più importanti vi è quello che prevede la maggioranza delle azioni societarie da parte di cittadini o ditte sierraleonensi in tutti i settori: da quello finanziario a quello minerario. Un altro decreto obbliga le compagnie minerarie straniere a trasferire la tecnologia e formare personale qualificato nazionale.

Un duro colpo è stato assestato nel tentativo in corso di dichiarare illegale il contratto tra il consorzio London Mining Company Limited e la compagnia francese di trasporti internazionali Bollore stipulato nel 2011 per il trasporto escluivo di tutti i minerali dalla Sierra Leone all’Europa. Un contatto dalla durata di sette anni per 225 milioni di dollari. Annullando il contratto il governo della Sierra Leone intende imporre che il trasporto sia affidato a compagnie nazionali tramite la creazione di partnership e joint-ventures con compagnie di trasporto estere. L’obiettivo del presidente Koroma, prima della epidemia di Ebola, era quello di regolamentare i settori minerario e idrocarburi per emulare la succes story del Botswana e sviluppare il paese. Progetto ora seriamente compromesso dall’epidemia dell’Ebola. A questo scopo nel dicembre 2013 il Presidente aveva dichiarato la volontá di rivedere tutti i contatti minerari in corso, aumentare la pressione fiscale e affidare le attivitá esplorative petrolifere a compagnie del Ghana e della Norvegia. Gli obiettivi dell’intervento militare-umanitario dell’esercito britannico sotto egida NATO sono quelli di ristabilire il “naturale oridine” nel settore minerario per salvaguardare gli interessi delle sue multinazionali ed impedire il processo di nazionalizzazione delle risorse naturali.

La Guinea rappresenta l’annello debole e più instabile all’interno del progetto di ricolonizzazione della Francia che, con la scusa di combattere il terrorismo internazionale in Africa, sta inviando soldati per controllare direttamente le sue ex colonie africane da Djibuti alla Guinea. Progetto parallelo a quello di ristabilire l’influenza francese nella regione di Grandi Laghi (Africa Orientale) tramite un violento cambiamento di regime in Rwanda, il supporto al regime cleptomane della Famiglia Kabila nella Repubblica Democratica del Congo e al regime razial nazista del presidente Pierre Nkurunziza in Burundi, su cui gravano sospetti di preparazione di genocidio contro la minoranza tutsi e l’opposizone hutu.

La necessitá di controllare direttamente la Guinea è ora aumentata con la perdita di un importante e strategio alleato regionale: il regime del Burkina Faso. La recente rivoluzione popolare che ha costretto il Presidente Blaise Compaorè alla fuga sta seriamente minacciando il progetto di ricolonizzazione francese dell’Africa Occidentale e vi sono probabilitá di un rafforzamento delle forze politiche militari fedeli alla filosofia e al progetto nazionalista del Che Guevara Africano, Thomas Sankara assasinato nel 1987 da Compaorè con il diretto supporto di Francia e Stati Uniti. Le contromisure per impedire una svolta nazionalistica esistono. La Banca Centrale francese detiene la totalitá delle riserve in valuta pregiata della Burkina Faso, rendendo estremamente facile il ricatto finanziario. La Cellula Africana dell’Eliseo puó inoltre inserisi nella conflittualitá nata all’interno dell’esercito tra i Generali Isac Zida e Honorè Taorè. Per coincidenza nelle acque territoriali della Guinea è stanziata permanentemente la flotta africana francese composta da otto navi da guerra sotto il comando del Generale Maggiore Jean-Pierre Palasset. La flotta collabora con il Comando delle Operazioni Speciali COS con i compiti di assicurare l’approvigionamento energetico in madre patria e combattere l’invasione commerciale e finanziaria della Cina nell’Africa Occidentale, storica area di influenza francese.

La Germania si sta affiancando alla Francia e recentemente (2013) ha stipulato accordi segreti con Parigi che la associano allo sfruttamento delle risorse naturali nelle ex colonie francesi al fine di garantirsi l’approvigionamento di materie prime a basso costo per sostenere l’industria tedesca. L’accordo è stato stipulato nell’ottica di attenuare la guerra commerciale e politica tra le due potenze europee sostituendola con una collaborazione ed alleanza tesa ad assicurarsi l’egemonia sull’Unione Europea. Essendo in forte difficoltá economica (crescita zero e debito pubblico ormai incontrollabile) la Francia, per equilibrare la sua posizione all’interno di questo patto d’acciaio Bonn-Parigi, ha offerto la condivisione dell’unico tesoro rimastole: i possedimenti di Oltremare.

Per quanto riguarda il settore sanitario, che è alla base della giustificazione dell’intervento militare NATO nei tre paesi africani, Gran Bretagna, Francia, Germania e Stati Uniti si sono concordati a proteggere e promuovere gli interessi delle multinazionali farmaceutiche coinvolte nella ricerca di vaccini e cure contro l’Ebola. Multinazionali che, guarda caso, sono o americane (Johnson & Johnson e Newlink Genetics) o europee (GlaksoSmithKline). Qui trova la spiegazione della violenza diplomatica imposta sui tre paesi africani e la gestione diretta delle attivitá sanitarie di contenimento della epidemia. I soldati NATO garantiranno la sperimentazione sugli umani di vaccini e cure di cui non si conoscono ancora efficacia e effetti collaterali. Sperimentazioni che infrangono ogni regolamentazione internazionale e codice etico-scientifico.

Saranno inoltre utili a garantire l’ordine pubblico e a contrastare eventuali rivolte o proteste di massa delle popolazioni locali qualora non accettassero di svolgere diligentemente il ruolo a loro affidato di cavie umane. Rischi di proteste e rivolte giá evidenti in Liberia e Sierra Leone. Un ultimo ed importante ruolo “sanitario” dei militari NATO sará quello di impedire la sperimentazione e la commercializzazione di farmaci concorrenti che non portano il brevetto delle tre multinazionali farmaceutiche a cui si è preventivamente e unilateralmente affidato il monopolio mondiale del futuro vaccino e cura. Farmaci concorrenti quali quello ideato dalla multianzionale cinese Sihuan Phramaceutical Holdings , che lavora in stretta collaborazione con le forze armate della Repubblica Popolare Cinese, saranno accuratamente rifutati.

Una veritá viene accuratamente nascosta dai media occidentali: il fallimento di Unione Europea, ONU e Stati Uniti di creare nei tre paesi africani sistemi sanitari adeguati nel periodo post conflitto, nonostante i milioni di dollari spesi nel settore. L’attuale crisi di Ebola, facilmente controllabile in altri paesi come Uganda e Nigeria, è dovuta proprio dalla assenza di un sistema sanitario pubblico efficente. È innegabile che la sua esistenza avrebbe contribuito ad un facile contenimento nella prima fase di questa “epidemia” come è sempre successo nei casi scoppiati in Uganda, l’ultimo nel 2013.

Questi sono i reali obiettivi dell’intervento militare-umanitario NATO violentemente imposto ai tre paesi africani e destinato a rafforzare il controllo predatorio e coloniale di un Occidente in gravi difficoltá economiche e minacciato dall’emergere di nuovi poli mondiali di potere economico e politico. Obiettivi che veranno abilmente occultati dalla stampa di propaganda dei media occidentali che ci innonderá di notizie per convincerci della natura strettamente umanitaria e disinteressata dell’intervento che la samaritana e compassionevole civiltá occidentale ha deciso per salvara la vita di migliaia di poveri negri.

 

Fulvio Beltrami
Uganda, Kampala
Twitter @FulvioBeltrami

Ebola. Caos nei dati sanitari forniti dal OMS

23 Nov

Da oggi pubblichiamo tre articoli del giornalista e reporter Fulvio Beltrami che da anni vive a Kampala, Uganda e da sempre impegnato in inchieste spesso scomode ai poteri forti. I tre articoli sono frutto di un’inchiesta dello stesso giornalista su Ebola in West Africa.

Con grande ‘sorpresa‘ dell’autore, questi tre articoli sono stati censurati dopo la loro pubblicazione su L’Indro agli inizi di novembre.

Per dichiarare una epidemia occorre che il tasso di incidenza di una determinata malattia sia significativo presso l’insieme della popolazione, ponendo i decessi causati da questa malattia tra i primi posti di cause di morte. Per dichiarare una pandemia occorre che l’epidemia in corso in un determinato paese si diffonda in varie aree geografiche del mondo causando un elevata percentuale di infetti e decessi. Nessuna delle due situazioni corrisponde all’attuale crisi sanitaria creata dall’Ebola in Liberia, Sierra Leone e Guinea. Su un totale di 19,8 milioni di persone che vivono nella regione, il virus in otto mesi ha infettato solo il 0,05% della popolazione e i relativi decessi rappresentano il 0,03% degli abitanti. Dati assai lontani da quelli registrati dall’infezione HIV (6%) o dai decessi provocati dall’AIDS, malaria e tubercolosi che rappresentano il 36% delle cause di mortalità nei tre paesi africani.

La Nigeria, dichiarato “paese libero dal contagio di Ebola” ha facilmente contenuto i venti casi di infezione registrati impedendo che il virus si propagasse a livello nazionale. Questo grazie ad un sistema sanitario più organizzato e strutturato di quelli dei tre paesi africani colpiti dalla crisi. Ora il Centro Nigeriano di Controllo delle Malattie ha ricevuto importanti finanziamenti statali per inviare una Task Force di esperti sanitari nei tre paesi africani colpiti dalla crisi sanitaria. La Task Force nigeriana, composta da 600 medici e infermieri, avrà il compito di formare il personale sanitario locale a gestire la malattia impedendo nuovi contagi. Con questa decisione la Nigeria assume di fatto la leadership dei paesi africani nella lotta contro il virus e supera il numero complessivo di esperti occidentali presenti.

In Uganda, paese storicamente a rischio di Ebola, non si sono registrati casi dall’inizio della crisi in Africa Occidentale (marzo 2013). Anche nella Repubblica Democratica del Congo, paese affetto dalla totale assenza di un adeguato sistema sanitario nazionale, i casi registrati in alcune remote località non hanno sviluppato una epidemia. Le fobie di rischi di contagio nei paesi occidentali sembrano essere state smentite dalla rapidità e facilità di contenimento dei casi di infezioni da Ebola registrati nei paesi occidentali: 7 casi negli Stati Uniti, 3 in Spagna, 3 in Germania, 1 in Francia, 1 in Norvegia e 1 in Gran Bretagna. La maggioranza delle persone infettate erano personale medico o volontario che si era recato nelle zone di contagio per combattere la malattia. Molte di esse sono guarite o in fase di netto miglioramento.

Questi dati di fatto smentiscono le allarmanti e catastrofiche notizie quotidianamente riportate dai mass media occidentali che iniziano ad essere sospettati di attuare una vera e propria campagna di terrorismo psicologico. Smentiscono anche il fantascientifico e paradossale rapporto pubblicato il 23 settembre 2014 dal Centro Americano per il Controllo e Prevenzione della Malattie (CDC). Nel rapporto si asseriva, senza basi di ricerca appropriate, la quasi certezza che entro il gennaio 2015 i casi di Ebola nella regione sarebbero arrivati a 500.000, nelle migliori delle ipotesi, con forti i rischi di raggiungere i 1,4 milioni di infettati. Il rapporto CDC ha spinto Stati Uniti, Canada ed Unione Europea a promettere una rapida risposta per scongiurare una pandemia mondiale che sembra alquanto improbabile.

La crisi sanitaria scoppiata nei tre paesi dell’Africa Occidentale necessita di un approccio equilibrato e scientifico, privo di allarmismi che possono generale inutile panico. Questo approccio dovrebbe essere assicurato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) che svolge il ruolo di coordinamento e controllo della situazione sanitaria mondiale. Purtroppo l’operato del OMS sembra aumentare la confusione e il panico legati a questa situazione sformando dati estremamente contraddittori che pongono seri dubbi sul suo ruolo di coordinamento e sorveglianza sanitaria indipendente e professionale. Agli inizi dello scorso ottobre il OMS ha pubblicato una serie di rapporti estremamente contrastanti.

Nel rapporto OMS pubblicato il 01 ottobre 2014 (Ebola Response Roadmap Situation Report) si dichiarava una netta diminuzione dei nuovi contagi registrata dal 15 settembre. Diminuzione confermata in un secondo rapporto redatto il 03 ottobre scorso (Ebola Response Roadmap update, October 3, 2014) dove si ammettevano grossolani errori nella valutazione dei casi delle persone infettate. “Molti dei decessi attribuiti all’Ebola riguardano persone che erano sospettate di essere state infettate ma senza conferme di laboratorio” si avverte alla fine della prima pagina del rapporto. Gli errori sarebbero di rilievo. Secondo le ricerche effettuate nella sola Liberia i casi reali di Ebola realmente registrati agli inizi di ottobre sarebbero stati 931 e non 2.484. Questi sostanziali differenze sarebbero causate dal metodo di diagnosi utilizzato per l’Ebola, fortemente criticato da vari scienziati e ricercatori russi, cinesi e cubani. Fin dallo scoppio della crisi nell’Africa Occidentale l’unico metodo diagnostico utilizzato è quello del test ELISA (Enzyme-Linked Immuno Sorbet Assay), quello inizialmente utilizzato per individuare il HIV/AIDS. Il test è generalmente considerato dalla comunità scientifica medica internazionale, inaffidabile in quanto fornisce risultati ambigui. Nella diagnosi del HIV/AIDS, il test Elisa deve essere affiancato ad altri test che confermino i risultati in quanto si è riscontrato una elevata percentuale di falsi sieropositivi.

Alcuni ricercatori di fama mondiale, come il professore Gordon Stewart arrivano ad affermare che l’Elisa rientra nei test fraudolenti per il HIV. Le procedure putative per il test (PCR/carico virale/genetica) non sono specifiche, standardizzate e riproducibili. Diversi kit Elisa testati sullo stesso soggetto producono diversi risultati. Se vari siti farmaceutici specializzati come Informazionesuifarmaci.it assicurano che il “metodo ELISA è tecnicamente molto affidabile” ricercatori medici affermano il contrario. In Australia, un gruppo di ricercatore del Royal Perth Hospital denominato “The Perth Group” ha concentrato le proprie ricerche sull’isolamento del HIV e sulla validità dei test ELISA arrivando alla conclusione che il test non riesce a provare affatto la presenza del virus HIV nei campioni di sangue esaminati. Elisa sarebbe inadatto anche per individuare la presenza del virus Ebola. Difficile comprendere chi ha ragione. Un solo dato salta agli occhi: Informazionisuifarmaci.it è un servizio di informazione delle Farmacie Comunali Riunite di Reggio Emilia legate alle multinazionali farmaceutiche. Il Perthy Group lavora a livello indipendente all’interno del Royal Perth Hospital senza interverenze esterne e senza proporre test alternativi di altre case farmaceutiche.

Improvvisamente e senza fornire spiegazioni plausibili, il OMS pubblica un terzo rapporto il 8 ottobre 2014 (a una settimana dalla riunione di coordinamento militare europeo americano per decidere un intervento militare umanitario in Africa Occidentale) dove si comunica 3.865 decessi di Ebola nella regione e che i nuovi casi di contagio sono in aumento per un totale registrato di 8.033 infetti. Nel terzo rapporto scompare l’avvertenza che molti casi di decessi per Ebola non sono stati confermati nei laboratori affermando che i dati sono forniti dai Ministeri della Sanità dei tre paesi colpiti, ministeri noti per non essere in grado di attuare un seria indagine sanitaria a causa di mancanza di finanziamenti, attrezzature e personale sanitario qualificato. La differenziazione tra i casi confermati, probabili e sospetti continua ad essere riportata nella tabella generale a pagina 2 del rapporto.

Si specifica inoltre che continuano non ben specificati problemi relativi ai dati sulla Liberia (il paese più colpito) ammettendo che i dati pubblicati sono i migliori a disposizione e rassicurando che “Grossi sforzi sono in atto per migliorare l’attendibilità delle informazioni sulla situazione epidemiologica”. Queste frasi ed avvertenze sembrano confermare le accuse rivolte al OMS di fornire dati senza accurate ricerche sul terreno e prove biologiche. Il caso della Liberia rappresenta il paradosso scientifico. Il 08 ottobre 2014 il OMS afferma di aver registrato nel paese 3924 casi di infezione. Quelli confermati da analisi di laboratorio non arrivano al 24% del totale dei casi. I casi probabili o sospetti (quindi senza alcuna analisi di laboratorio eseguita) rappresentano il 76% del totale: 2983 persone sono state dichiarate affette da Ebola senza analisi di laboratorio!

Nel bollettino sanitario del 25 ottobre 2014 la situazione cambia drasticamente. Dal precedente diminuzione dei casi ora si passa ad una drammatica epidemia. Il OMS dichiara che i casi di ebola sono giunti a quota 10.114 confermando le previsioni fatte dal OMS lo scorso settembre sotto pressione dei media internazionali e criticate in quanto non scientifiche. In diciassette giorni i casi di ebola avrebbero subito un brusco aumento del 21% rispetto a quelli registrati il 8 ottobre 2014 (8.011 casi). La confusione sui dati provenienti dalla Liberia continua. Su 4.665 casi di ebola 3.700 provengono da persone non sottoposte a test di laboratorio. Questo significa che il 79,32% dei dati forniti sulla situazione sanitaria in Liberia non sono attendibili. Un grosso problema visto che la Liberia rappresenta il 46% dei casi di contagio registrati nell’Africa Occidentale secondo le confuse e contraddittorie cifre fornite dal OMS.

Analizzando con attenzione i dati forniti dal OMS si scopre che sui 10.114 casi di infezione da Ebola solo 5.667 sono casi certificati in laboratorio corrispondenti al 56% dei casi dichiarati. I ricercatori scientifici e le più serie istituzioni mediche internazionali concordano che la conferma diagnostica di un’infezione da virus Ebola è possibile solo attraverso esami di laboratorio finalizzati alla identificazione del genoma virale, antigeni virali o anticorpi contro il virus. I test di laboratorio sono considerati gli unici in grado di individuare la malattia e non sono accettate diagnosi induttive sui sintomi come prevedono tutti i protocolli delle sanità pubbliche internazionali tra i quali il “Protocollo regionale di Verona malattia da virus Ebola”. Eppure il OMS, considerata la massima autorità sanitaria mondiale, ci fornisce dati allarmanti e catastrofici di espansione dell’epidemia nonostante che il 46% di casi non siano stati accertati in laboratorio.

Anche sui casi certificati sorgono molti dubbi. “La diagnosi va eseguita solo presso centri di elevata specializzazione, dotati di laboratori idonei alla manipolazione di agenti di classe 4 quali il virus dell’Ebola. In Italia l’unico laboratorio autorizzato è quello dell’Istituto Nazionale Malattie Infettive L. Spallanzani di Roma” informa il Epicento.iss.it, il portale dell’epidemiologia per la sanità pubblica italiana. “Esistono pochi test commerciali per la diagnosi. La diagnosi clinica è difficile nei primissimi giorni a causa della aspecificitá dei sintomi iniziali che possono appartenere ad altre malattie” recita il protocollo regionale di Verona per il trattamento Ebola. I vari operatori impegnati sul terreno tra i quali i volontari di Medici Senza Frontiere, denunciano che i kit di test Elisa (per altro inaffidabili) sono scarsi così come i laboratori attrezzati.

Nell’ultimo rapporto sanitario OMS disponibile (07 novembre 2014) si nota che la tendenza ad aumentare artificialmente i nuovi casi di infezione del virus è diventata una prassi consolidata. Viene diminuita la percentuale dei casi di infenzioni ipotizzati che dal 56% del 25 ottobre 2014 scende a 38,50% nonostante che la situazione di laboratori attrezzati nei tre paesi non sia migliorata. Viene peró mantenuto il costante e artificiale accrescimento delle nuove infezioni, arrivate a quota 13.241, quindi aumentate del 26,60% rispetto ai dati forniti il 25 ottobre. Incomprensibilmente spariscono i dati sui decessi registrati in Liberia, il paese più colpito dalla presunta epidemia. Al loro posto si pubblica una nota a piede della tabella in cui si informa che i relativi dati sono soggetti ad un non specificato cambiamento e riclassificazione secondo i dati di laboratorio… Dulcis in fundis, in reazione alle critiche di vari media africani il OMS ha ritenuto opportuno di “alterare” i rapporti sanitari del 01 e 03 ottobre 2014 per renderli più consoni all’aumento dei casi supposto a partire dal rapporto del 08 ottobre scorso. Una facile operazione nell’era di Internet impossibile nella precedente era dei rapporti stampati. Ora esistono due versioni: una originalmente pubblicata all’epoca e una rivista ultimamente.

Purtroppo si nota la totale mancanza di un serio approccio dei ricercatori, medici ed esperti occidentali nella gestione di questa crisi sanitaria.” dichiara Abdul Tejan-Cole, direttore esecutivo della Open Society Initiative for West Africa al settimanale ugandese The Independent. I dati contrastanti e artefatti forniti e la mancanza di serie diagnosi biologiche sul terreno portano a constatare che i metodi di sorveglianza del OMS si sono purtroppo allontanati dalla obbligatoria rigorosità scientifica per allinearsi al trend allarmistico e sensazionale dei media internazionali; L’obiettivo è di presentare questa crisi sanitaria come una epidemia regionale con forti rischi di trasformasi in una pandemia mondiale. Dinnanzi a questo constato rimane solo da chiedersi quali siano le reali motivazioni che spingono il OMS a fornirci dati contraffatti, anche a costo della sua reputazione.

 

Fulvio Beltrami
Uganda, KampalaTwitter @FulvioBeltrami

Is being black a burden or being light-skinned is the new trend?

14 Nov

By Timothy Ntilosanje

Fashion is by far the biggest threat to traditions and culture. Especially African youths, they all want to be white.

Aren’t you proud to be African? Be it black or light-skinned, we have different cultural believes, but these cultural believes are at risk of eradication as many tend to run away from embracing their true identity and assume a more public-preferred one.

A good example is the use of skin-lightening cosmetics, also commonly known as bleaching. Skin lightener has always been available in one form or another, but there has actually been an increase in its usage in the past few years, especially among young black women. Yet people are still scorn to talk about it, let alone admit using it.

These products contain hydroquinone, which inhibits melanin formation. They are legal, provided they contain no more than two per cent hydroquinone, and easily available from chemists, usually in the form of a cream, costing about pounds 3 a tube. But with over-use, they can cause irreversible skin damage and other health problems. So, why do so many young black African women continue to use them?

It has also come into the light, that Black celebrities are even bleaching themselves. Some of the most notable Black celebrities accused of bleaching are Sammy Sosa, Rihanna, Beyoncé, and many others who are not famous, use dangerous skin bleaching creams.

Dark girls makes for a haunting and uncomfortable watch. Listening to beautiful women admit to insecurities that led them to request bleach in their bath water or putting hair removal cream in the scalps of their light-skinned school peers as an act of jealousy would seem all but ridiculous if it didn’t hit so close to home. Studies show that non-whites tend to embrace the beauty standards prevalent in most societies, which grant a higher desirability to lighter skin than to darker skin. Why is that?

It features men with pixelated faces trying and failing miserably to justify their own prejudices – “I just prefer light skin women“. “Dark skinned women just look wrong next to me” – stories from African American women confessing black men would lust after them in private, but opt for a light skinned trophy to parade in public.

The dark skinned woman, however, is in a much more precarious position. How could the dark skinned woman ever be in style in a black community that has internalized white supremacist notions of beauty? In the minds of white supremacist blacks, her dark skin marks her as rough, rugged, unfeminine, and ugly. The intersection of white supremacy and patriarchy. Light skinned men may go out of style in the black community, but the light skinned woman will always hold her position in a community that views her lighter skin as a marker of feminine beauty.

Not all black women can cope with the pressures of discrimination. It isn’t surprising that many believe they will make their lives easier by lightening their skin. When I discussed this article with some of my white friends, they were completely puzzled as to the reasons why anyone would do it. After all, I don’t myself. But according to some of my friends, some women who use skin lightener aren’t concerned with the desire to be white. They are concerned with attempting to lessen the effects of racism and sexism in their lives. They use skin lightener to try to gain respect and to be treated as an equal.

But why, what and who have convinced them that their skin wasn’t beautiful when it was brown? Unbeknownst to them this self-hatred has been indirectly affecting them.

Many women who use skin lighteners believe it has changed their lives – although this could have as much to do with an increase in their confidence as the lightness of their complexion.

Some people think that users of skin lightener only have themselves to blame when things go wrong, because they don’t have a sense of their own identity and are too quick to accept a Westernized look. Women of African Caribbean origin who do something as simple as straightening their hair are especially singled out for criticism.

Look at all the black stars who have had plastic surgery on their noses and lips to make themselves look more acceptable and won’t even own up to it.

There is a solution to this light-skinned/dark-skinned problem and the issues that come with it.

The solution to this problem is simple: Educate black children at an early age about history and how race mixing was used as a weapon of mind control back in the day. Once they understand this, all the other issues such as self-hatred and the divisions are erased. This is the only way to ensure these mental chains are broken. So education has to reverse that process. This teaching will have to be instilled into young children at an early age all the way into adulthood.

Once these teachings have been correctly executed, there will be a new enlightenment in the black community and there will be more progress as a race. Self-hatred will be a thing of the past. The inequalities that exist because of divisions made by our ignorance will be no more. The black race will be unified and strong like it once was before our enslavement.

In additional to that, there must be a more nuanced approach to how we see each other, and our approach to young black people in all spheres of society. While they represent hope for transformation, and even an easy way out to this imperative, they too have wide and even wild ambitions for themselves – beyond what those who contribute to their growth may envision and desire.

This is the way it should be in how we encounter black characters. For those who aren’t used to their visibility, their presentation may be unusual but it is not a reflection of them but of us, for our minds are more accustomed to light. We need to demand more participation of ourselves. Maybe our eyes aren’t enough. Maybe we do need more from our bodies to connect with their characters. Because they are there. They’ve always been there. We just aren’t seeing them correctly.

I hope that by having these conversations and confronting the enemy within, as well as the bigger picture, little black girls of any skin tone won’t ever have to question their looks. Society will learn to tell them they are beautiful, and their response, quite rightly, will be: “I know”.

Stop racism, Be Proud to be Black! Be Proud to be African!

Tawina Mbeza – Malawian fashion designer doing it big in Kenya

3 Nov

By Timothy Ntilosanje

Known as the fashion capital of the Africa, Kenya has become the planet’s greatest fashion authority. Kenyan fashions quickly find their way around the Africa world where they are eagerly embraced by fashion trendsetters. In the world of African-made fashion, one Tawina Mbeza has made a name for himself, first as an outstanding Marketing Executive and then as a brilliant designer of both print and haute couture clothing.

The Kenya-based, Malawian fashion designer, Tawina Mbeza recently showcased hip, young, wearable, and vibrant designs that were part of the collection of his popular MIM Fashion line of clothes at the Nairobi ZIMAZA Sports day.

ZIMAZA is Zimbabweans, Malawians and Zambians in Kenya. It’s an annual family sports barbecue event that took place at Don Bosco Grounds in Karen, Nairobi. Attendance is from all students, parents and families living in Kenya especially in Nairobi. The event is annually organized by AMAKE (Association of Malawians in Kenya).

During the sports day, Mbeza’s MIM Fashion had setup up origami pieces around their stall as well as a 3x2metres media banner to attract patrons. The table had t-shirts, dresses and blazers. Their top selling item during the sports days was the Zebra checked t-shirt.

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Ours arts writer Timothy Ntilosanje had a Q and A with the designer a few moments after the event as follows:

1.   How can you describe yourself? (Who you’re, what you do, what you would like to be in the near future)

A.   I am a creative individual driven by curiosity and the desire to create influential items and experiences. My profession is Graphic Design but I venture into a couple of other creative entrepreneur activities such as I recently started designing fashion collections. In the near future I would like to be one of the youngest and most influential Malawian business tycoons in Malawi as well as Africa.

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2.   Apart from designing, what else do you do?

A.   Apart from design I am into Marketing. I currently work in an Experiential Marketing firm in Nairobi. I travel as often as I can and will travel more often than ever starting this coming December. I learn a lot from road trips and travel. I am also involved in event conceptualization and mentoring young creative individuals.

3.   What is your definition of ‘designing’?

A.   My definition of design is one sentence that I thought of in 2010 when I first started Graphic Design; “Color is beauty but when you mix it with a concept it’s a masterpiece.”

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4.   Is designing an expression of art?

A.   Yes. Funny how I have just remembered my first Airbrush portrait I created in my University sophomore year was for a girl I had a crush on…at that time…hehe. Besides that crazy point, I believe design is one of the expressions of art. It can be through Graphic Design, Videography, sketching, painting, fashion and other forms of art.

5.   Do you think designing is a craft for industrial purposes?

A.   I strongly think it is. Unfortunately local (African) industries have not fully realized that and yet most industries especially upcoming ones have at least a target market of the youth who are visual oriented individuals.

6.   In Africa, do you think we have design ethics? (If there are design ethics at all).

A.   A few African countries have design ethics. I’d pick South Africa, Kenya & Nigeria to be some of the ones that do but though not yet fully implemented.

7.   Tell me more about the concept behind MIM Fashion? (When was it founded, what message does it carry?)

A.   MIM Fashion was founded in August 2014. Started off by me designing my own custom shirts & blazers to wear to the office and social events. MIM Fashion stands for Made in Malawi Fashion. It does not refer to fashion or clothing designed in Malawi but rather ‘Fashionable Individuals of Malawi origin.’

8. Competition-wise, what can you tell your competitors?

A.  As far as competition is concerned, first my competitors inspire me. Second, this might sound unexpected but I would like to work with my competitors, especially Malawian fashion designers.

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9.     When should Malawi expect to sample the trendy prints?

A.  Malawi should expect to sample our trendy prints officially in January 2014 through our Back-To-School concept that I am working on. Though a few individuals ordered some of our designs and I will be shipping them to Lilongwe this month end.

10. What is the future for MIM fashion? How far do you want to take it?

A.   MIM Fashion aims to incorporate Malawian designs in the future of Malawi fashion retail and events. We would like to go as far as having Malawi Fashion retailed in countries worldwide. We would also like to come up with a brand new print that the world can associate with Malawi fashion and culture.

 11.  In your words, what is the relation of designing to the word of fashion?

A.  Designing complements fashion way more beyond clothing line concepts but also through branding, advertising and marketing.

12.  To whom does your designs address themselves: to the great numbers (masses)? To the specialists or the enlightened amateur? Or to the privileged social class?

A.  Our designs address young individuals that pick up and want to be associated with a trendy lifestyle, from clothing, accessories and technology. By young individuals I mean young by heart and not by age and so we can style up to the mature folks that just want to keep up with style as well as express a serious but more trendy gentleman’s and ladies look.

 13.  What counsel can you give to your African fellow youths, Malawi in particular, who are engaging themselves in bad behaviors and other things?

A.  I would say (we) the youth influence a lot of the future in culture, family, lifestyle and business. On the road to a future one imagines for themselves, it is wise to pick appropriate behaviors because anything you engage in now automatically positions you in a certain way in society. With that in consideration I also encourage the youth to pursue their dreams and not be limited by how society and our parents think life should be structured. If design or being an artist is your dream pursue it and learn the business side of it while you at it.

 14.  Is there anything else you’ll like to add?

A.  I love Malawi and I believe we have a lot to offer to the world. Putting Malawi on the map starts with building a strong online presence while we step up to international standards in all we do. Currently there’s only so much you can Google about Malawi that is up-to-date. Something has to be done and it starts with the youth.

When asked where he gets his inspiration for his designs, Tawina Mbeza laughed slightly and said, “I really don’t know.” “They just come from various elements, things, people and experiences that I encounter,” he explained.

He added, “Everything that I see inspires me. Sometimes I just wake up in the middle of the night and discover a concept.

He was charming, positive, and passionate – loving what he does well: fashion designing.

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The 25-years-old Tawina Mbeza is from Blantyre but grew up in Lilongwe Area 47. He studied at Phwezi Secondary school, class of 2006. He later moved to Kenya where he did a degree in International Business Administration with a concentration in Marketing and graduated in 2012.

Apart from owning a fashion design company, Tawina Mbeza works as a Senior Creative Designer in an Experiential Marketing firm in Kenya he also plays the part of Brand Ambassador and Marketing Executive for a Malawi/Kenya Fashion house called Beads & Print.

More information on his Graphic Design profession and fashion designs can be found here: http://www.behance.net/tawinambeza

A Limpopo basin atlas to be developed in SADC region

2 Nov

By Wallace Mawire  

A Limpopo basin atlas is being developed under the auspices of the Limpopo Watercourse Commission with the objective of providing scientific evidence about changes that are taking place in the natural resources and the environment, according to Michael Ramaano, Regional Programmes Officer for the Global Water Partnesrship GWP-Southern Africa.

Ramaano says the project is a basin collaborative initiative targeted at policy makers and the general public. It is expected to raise awareness and generate action and interventions at local, national and regional levels, Ramaano said.
According to Ramaano,the initiative is a collaboration of Grid/Arendal and the RESILIM project.

Also  the Water and Climate Development Programme (WACDEP) is being implemented in the Limpopo river basin covering Botswana, Mozambique, South Africa and Zimbabwe. The WACDEP aims to integrate water security and climate resilience in development planning processes, build climate resilience and support countries to adapt to a new climate regime through increased investments in water security. By building climate resilience, the initiative will contribute to peace building and conflict prevention, support pan-African integration and help safeguard investments in economic development, poverty reduction and the Millennium

Development Goals (MDGs). The programme responds directly to the commitments expressed by African Heads of State in the Sharm el-Sheikh Declaration on water and sanitation. Activities have been expanded with locally raised funds to cover the SADC region under the SADC-GIZ project titled: Mainstreaming climate change into the SADC water sector, targeting the rest of the SADC region, Ramaano added.
It is also reported that at least $1,3 million has been raised for this project.

For the atlas development project it is reported by the Limpopo Watercourse Commission that at least $200 000 has been raised in co-financing from Grid/Arendal and Resilience in the Limpopo basin project.

According to a Limpopo Watercourse Commission spokesperson, the Limpopo River Basin Atlas will package complex environmental data into easy-to-understand but credible, science-based information.
This will be delivered through innovative communication tools and capacity building services targeting relevant stakeholders. The idea behind this is to use narratives, satellite images, photographs, statistics and maps in a way that is easily understood and compelling for future decision-making? a spokesperson said.
It is understood that the commission has recently completed the development of the Limpopo Basin Monograph and this will be the basis of the information to be packaged in the atlas.

It is further reported that climate change will be a common thread in the analysis based on current literature, which shows that the environment and livelihoods have been changing in the basin partly due to climatic hazards such as floods and droughts.
The Atlas will discuss the impacts that these changes are having on the basin?s people and resources, thus contributing to the documentation and study of the relationship between human populations and the environment,? a commission spokesperson added.

It has also been reported that the preparation of the Atlas will be conducted through a participatory approach, which involves relevant stakeholders such as government departments, local authorities, private sector, civil society and community leaders.