Burundi. Le ragioni di un impegno di denuncia preventiva.

25 Ott

Il Burundi, piccolo e meraviglioso paese dell’Africa centrale con il cielo dell’Irlanda come dono degli antichi dei, gemello del vicino Rwanda, ospita una tra le popolazioni più cordiali e adorabili della regione. Una popolazione composta da gente semplice, di animo buono che contribui involontariamente a creare il mito del “buon selvaggio” da redimere. Mito propagato dai terribili Padri Bianchi, la congregazione che storicamente impugna nella mano sinistra il vangelo e in quella destra la spada. Una popolazione che prima del colonialismo ha vissuto nell’armonia sociale ed ambientale. Una popolazione detentrice di antica cultura e alti valori morali che per secoli sono stati i garanti del delicato equilibrio tra le due classi sociali che la compongono: gli hutu e i tutsi.

È l’atto di infrangere questo equilibrio, compiuto dal colonialismo belga e successivamente dalla Francia e dal papa nazista: Pio XII (per l’anagrafe Eugenio Pacelli), che ha creato il Male Burundese. Una maledizione che ferocemente contrappone le due classi sociali trasformate, grazie a complicati falsi storici ed impossibili ricerche antropologiche, in distinte etnie. Una maledizione che si nutre di odio e sangue di innocenti, e che si propaga come odioso veleno nella regione: dal Nyaragongo al Kilimanjaro.

Troppe e nefaste sono state le ingerenze straniere, sopratutto occidentali, che hanno solo gettato altra benzina sul fuoco dell’ideologia razziale. Dopo vari tentativi di genocidio e una terribile guerra civile durata oltre un decennio, il Burundi aveva l’opportunità di trovare la pace e riconciliarsi come è successo in Rwanda. Pur essendo arrivati a più riprese sull’orlo del precipizio i burundesi hanno sempre evitato l’olocausto, quello che distrusse un milione di loro cugini in Rwanda. Di questo ne sono fieri e con ragione.

Il Diritto alla Pace è stato impedito da nuove interferenze, non ultima quella della Chiesa Cattolica che, in questo paese, vive una delle sue più gravi e terribili crisi interne. Una crisi generata tra i religiosi che vogliono promuovere la pace e quelli ferocemente ancorati al Manifesto Bahutu del 1957 incoraggiato da Papa Pio XII un anno prima della sua morte, forse come atto finale ed epilogo di una vita consacrata al sottile ma criminale supporto alle ideologie naziste e di supremazia razziale. “Il ritratto di Papa Pio XII non è quello del male ma di un fatale slittamento morale, della separazione dell’autorità dall’amore cristiano” fa notare lo storiografo cattolico John Cornwell, autore di Il Papa di Hitler. La storia segreta di Pio XII (Garzanti, Milano 2002). La crisi interna alla chiesa cattolica burundese genera vittime, non ultime Bernadetta Boggian, Lucia Pulici, Olga Rachietti a cui va tutto il mio dolore e viva commozione.

Le trame oscure del Male Burundese, più vive che nel passato, ora si intrecciano con altre oscure trame. Dalla soluzione finale per il Rwanda ancora tentata con cieca ostinazione dalle milizie terroristiche del FDLR (protagoniste dell’Olocausto Africano del 1994), all’impero mafioso e criminale della Famiglia Kabila. Dalla Cellula Africana dell’Eliseo con il suo sogno di ricreare in Africa il passato dominio dei Territori d’Oltremare alla avidità del potere ugandese che ha fondato il boom economico ininterrotto da 20 anni su oro, coltan e sul sangue dei paesi vicini. Che siano essi Congo o Sud Sudan sono, purtroppo, dettagli irrilevanti. Trame oscure di cui anche il Rwanda è vittima essendo prigioniero della Sindrome Israeliana che lentamente lo corrode dall’interno. L’attuale crisi burundese rischia di essere la Sarajevo della Prima Guerra Mondiale capace di attivare l’infallibile e spietata falce di nostra Signora la Morte autorizzandola a compiere il suo macabro rituale su tutta la regione.

L’impegno giornalistico del sottoscritto su questo piccolo e meraviglioso paese, iniziato nel 2013, è un atto di denuncia preventiva moralmente dovuto. Una chiara presa di posizione dinnanzi alle forze oscurantiste che vogliono infiammare e distruggere la regione dei Grandi Laghi e i suoi popoli a cui sono emotivamente legato in quanto ho condiviso il patrimonio genetico contribuendo al rafforzamento numerico della nuova generazione di africani. Quella capace di spezzare le ultime odiose catene dell’orrendo passato imposto da una “civiltà”, quella europea, immemore delle sue origini africane, ora incapace a riconoscere il suo inesorabile tramonto.

Un dovere morale in quanto, sia da giornalista che da essere umano, mi è impossibile non informare su cosa sta avvenendo nel paese e chi ne è responsabile, essendo direttamente a conoscenza di fatti ed avvenimenti. Sono queste le motivazioni della mia attenzione al Burundi.

Il rischio è di essere etichettato di parte, o accusato di essere “pro-tutsi”. Un rischio da me ignorato in quanto non ho mai sposato una causa ne una ideologia a differenza di questi illustri inquisitori e la loro corte di opportunistici ruffiani. Al contrario ho sposato con ardore militante, (questo lo ammetto) l’obbligo di abiurare il silenzio. Per una sola ragione racchiusa in questa semplice domanda: “Cosa è peggio? Il crimine o il silenzio calato su di esso? In realtà la combinazione delle due cose li rende più ripugnanti, e quindi entrambi imperdonabili.

 

Fulvio Beltrami.

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