Missioni di pace ONU in bancarota.

14 Giu

Le missioni di pace delle Nazioni Unite stanno soffrendo una profonda crisi finanziaria che impedisce un efficace e pronto intervento nelle principali crisi africane come quelle in Repubblica Centroafricana e in Sud Sudan. La notizia è stata confermata dalla professoressa Katerina Coleman del British Columbia University, Canada, autrice del saggio: “The Political Ecomomy of UN Peacekeeping” (La politica finanziaria delle missioni di pace ONU) pubblicato dal International Peace Institute. “Il contributo offerto da ogni paese per le missioni di pace è ora deficitario rispetto agli impegni assunti dettati dalla ambizione delle Nazioni Unite che ha superato le possibilitá finanziarie”, spiega la professoressa Coleman. Le implicazioni di questa crisi sono evidenti. Nel dicembre 2013 il Consiglio di Sicurezza ha autorizzato l’invio di 5.500 caschi blu per rafforzare il contingente ONU in Sud Sudan che conta 7.700 soldati.

A distanza di sette mesi solo 2.000 caschi blu sono arrivati nel paese mentre la crisi sta conoscendo una escalation militare, accordi di pace non rispettati, inaudite violazioni dei diritti umani, pulizie etniche e una incredibile emergenza umanitaria. Nella Repubblica Centroafricana il Consiglio di Sicurezza ha approvato nel aprile scorso l’estensione dell’attuale missione di pace per giungere ai 12.000 uomini stimati necessari per disarmare le fazioni in lotta: le milizie mussulmane Séléka e le milizie cristiane Anti Balakas. A data odierna i rinforzi non sono stati inviati e le migliori previsioni parlano di settembre 2014. Nel paese le pulizie etniche compiute dalle milizie cristiane contro la comunitá mussulmana hanno provocato l’esodo di 700.000 persone rifugiatesi nei paesi vicini e la morte di 180.000 cittadini centroafricani di fede mussulmana, secondo dati forniti dalla diaspora centroafricana in Uganda. Prima della guerra civile i mussulmani rappresentavano il 15% della popolazione, ora il 4%. Per sopperire a queste carenze si parla di spostare caschi blu da altre crisi non risolte come il Darfur per la grande gioia delle milizie islamiche alleate a Khartoum.

La crisi finanziaria sembra essere profonda e i principali paesi finanziatori tendono a restringere sempre piú le capacitá di intervento dei caschi blu. Stati Uniti ed Europa parlano di “problemi finanziari” legati alla attuale crisi economica che li costringe a ritardare i pagamenti annuali delle quote dovute. Il Giappone è piú interessato a sostenere il riarmo nazionale per il confronto con la Cina che finanziariare missioni di pace nel mondo. Tutti i principali finanziatori sono in diffetto sui pagamenti e stanno parlando di ridurre le quote. Il finanziamento americano rappresenta il 28,4% del budget ONU destinato alle missioni di pace. Quelli europeo e giapponese il 40%. Come tutte le crisi finanziarie anche quella delle Nazioni Unite non è improvvisa. I primi segnali erano giá presenti nel 2005. All’epoca si applicó una drastica riduzione dei costi sopratutto per le missioni di pace in Africa che rappresentano il 52% delle missioni ONU nel mondo.

La riduzione dei costi fu attuata attraverso l’utilizzo di truppe offerte dai paesi africani, generalmente meno costose delle truppe occidentali. La decisione fu supportata da una intensa campagnia dei media occidentali concentrata sulla capacitá dell’Africa di risolvere le proprie crisi, prendendo l’operato della AMISOM in Somalia come una succes story. Un’altro metodo tentato fu quello di ricorrere a compagnie di mercenari. Il test fu eseguito in Somalia nel 2010. Dopo un anno le Nazioni Unite disdirono il contratto che implicava maggior costi rispetto all’utilizzo di soldati europei e americani. I beneficiari di questi contratti furono due compagnie sud africane legate al dissidente ruandese Generale Faustin Kayumba Nyamwasa leader fondatore del partito in esislio Rwanda National Congress che ha stretti legami con il gruppo terroristico ruandese FDRL con cui condivide il progetto di rovesciare con le armi l’attuale regime di Kigali.

Nei vari piani di riduzione dei costi non è mai stato ridotto il rapporto tra il personale militare e quello civile burocratico amministrativo. I dati offerti dal sito ufficiale United Nation Peacekeeping aggiornati al 30 aprile 2014 rivelano che su 97.438 effettivi, 17.002 sono civili, corrispondenti al 17,5% delle forze dei caschi blu. All’interno del personale di supporto 5.245 sono espatriati e 11.757 nazionali. Il conto medio annuo per il personale espatriato (salario e benefici) è di 102.000 dollari mentre quello nazionale di 15.000 dollari. I totali annuali sono impressionati: 534,9 milioni di dollari per il personale espatriato e 176,3 milioni per il personale nazionale.

L’utilizzo delle truppe africane è stato attuato con successo solo in Somalia, dove i contingenti di Burundi, Dijbouti, Kenya, Sierra Leone e Uganda hanno piena autonomia decisionale. Nelle altre missioni di pace i contingenti africani sono sotto il comando occidentale e vengono trattati come Inghilterra e Francia trattavano le loro truppe coloniali. Gli esempi in Mali e Repubblica Centroafricana sono eloquenti. I paesi africani che hanno aderito a queste missioni di pace sono stati spinti da motivazioni economiche, attirati dalle entrate che potevano ottenere tramite i finanziamenti ONU. Con la partecipazione alla missione di pace in Somalia l’Uganda è riuscita a modernizzare l’esercito alle spese di Stati Uniti e Unione Europea. Esercito attualmente utilizzato in Sud Sudan per difendere gli interessi petroliferi ugandesi e cinesi. Le motivazioni politiche di alcuni paesi come il Rwanda sono rivolte a rafforzare una immagine internazionale positiva e non a risolvere le crisi tramite soluzioni africane.

La regola di non utilizzare paesi confinanti o con interessi economici e politici nei paesi in guerra civile è stata completamente ignorata. In Congo Tanzania e Sud Africa, entrambe parte della brigata africana di intervento della MONUSCO, hanno immensi interessi sulle risorse naturali. Stesso dicasi per il contingente che dovrebbe essere impiegato in Sud Sudan composto da soldati inviati da Kenya ed Etiopia. Alcuni paesi come Uganda e Burundi hanno sfruttato la partecipazione alle missioni di pace per interessi strategici e politici. L’Uganda utilizza l’ONU per estendere la sua presenza militare in paesi considerati strategici per la sua politica imperialista continentale. Il Burundi per offrire opportunitá occupazionali ad ex miliziani del partito al potere CNDD-FDD che dal 1993 al 2004 si sono macchiati di vari crimini di guerra, pulizie etniche e tentati genocidi. Queste truppe dovrebbero fermare i terroristi somali o le pulizie etniche compiute in Centroafrica.

L’utilizzo di truppe africane nasconde due fattori altamente razzisti. Il primo riguarda l’aspetto operativo. Il secondo quello finanziario. Normalmente i soldati africani vengono utilizzati in operazioni di combattimento ad alto rischio di perdite mentre i soldati occidentali restono al sicuro nelle retrovie per assicurare logistica, coordinazione, sorveglianza aerea e servizi di Intelligence. I soldati africani vengono pagati 69,7% in meno dei soldati occidentali. Stessa sorte per i soldati asiatici e latinoamericani La paga mensile di 1.210 dollari é attualmente la causa di una ribellione dei paesi del terzo mondo coinvolti nelle missioni di pace. Il 05 maggio 2014 il delegato ONU della Bolivia rappresentante di 77 paesi in via di sviluppo ha presentato una mozione alla Assemblea Generale delle Nazioni Unite, tesa ad aumentare gli stipendi elargiti. Dinnanzi a questa pericolosa protesta che potrebbe portare al ritiro delle truppe “coloniali” il Segretariato Generale delle Nazioni Unite sta riflettendo sull’opportuanitá di portare le paghe mensili a 1.536 dollari, corrispondenti al 61,6% di quelle dei soldati occidentali che ricevono una media di 4.000 dollari.

Anche sulle indentitá caso morte e disabilitá permanente vi sono enormi differenze nei massimali assicurativi per i caduti occidentali e per gli “altri”. Queste differenze abissali vengono giustificate dal costo della vita dei paesi d’origine dei soldati. Una facile giustificazione per non applicare pari trattamento economico ed assicurativo. Alcuni paesi come Bolivia e Uganda accusano le Nazioni Unite di sfruttamento coloniale. La crisi finanziaria delle Nazioni Unite misteriosamente salvaguardia la missione di pace in Congo: MONUSCO, nota per la sua inefficacia. La MONUSCO da 13 anni costa 1,4 miliardi di dollari per adempiere al suo mandato di protezione della popolazione e stabilizzazione del paese. Vista la situazione attuale in Congo sorgono pesanti dubbi sul rapporto costo – risultati. All’interno della crisi delle missioni di pace ONU si sta inserendo la Cina con un aumento delle sue truppe e del suo impegno finanziario (6.68% del budget annuale). L’obiettivo è palese. Sostituire la leadership di Stati Uniti e Europa. Sempre piú si si insinua tra gli analisti africani il dubbio che gli inteventi di pace ONU contribuiscano al prolungarsi dei conflitti. Quello del Darfur dura da 20 anni e quello congolese da 18 anni.

 

di Fulvio Beltrami
African Voices. Kampala, Uganda
@FulvioBeltrami

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