Rwanda 1994. Un genocidio senza fine.

7 Apr

Nella notte tra il 05 e il 06 aprile 1994 l’aereo presidenziale che trasportava il Presidente Ruandese Juvenal Habyariamana e quello Burundese: Cyprien Ntaryamira fu abbattuto durante la fase di atterraggio presso l’aeroporto internazionale di Kigali, capitale del Rwanda. L’attentato diede il via a 100 orribili giorni in cui centinaia di migliaia di cittadini furono brutalmente massacrati dalle Forze Armate Ruandese (FAR) e dalle milizie para militari Interahamwe.

Sul totale delle vittime vi sono dati contrastanti. Le Nazioni Unite stimano i morti a 800.000, il Governo Ruandese 1.071.000.

I media internazionali, ignoranti o politicamente allineati, ci offrirono notizie parziali ed alterate degli avvenimenti. Il genocidio fu raffigurato come una fenomeno di follia omicida collettiva che spinse i due gruppi sociali: hutu e tutsi a massacrarsi tra di loro, proprio come ora leggiamo al riguardo della Repubblica Centroafricana: mussulmani contro cristiani. Il miglior metodo per confondere vittime e carnefici ed occultare ogni responsabilità.

L’Olocausto ruandese nasce contemporaneamente alla sua mistificazione ed é il primo esempio di revisionismo storico e falsificazione della realtà non effettuati dopo ma durante un genocidio per coprire le responsabilità dell’Europa e in prima linea quelle della Francia.

Il Genocidio del 1994 é l’epilogo più brutale di un regime politico, quello di Juvenal Habyariamana, basato sul predominio razziale e nazista non degli hutu ma di un preciso clan hutu del nord, minoranza assoluta all’interno di questo ceto sociale che conquistò il potere grazie all’aiuto del Vaticano, Francia e Belgio.

Questo regime é stato creato ideologicamente dalla Chiesa Cattolica tramite il Manifesto Bahutu del 1957 e organizzato per oltre venti anni dagli “esperti” francesi fautori della dottrina della Guerra Rivoluzionaria.

Il genocidio non fu una reazione di follia collettiva a seguito dell’assassinio del Presidente Habyariamana. La sua morte fu il pretesto, non la causa, per lanciare un piano di sterminio razziale strutturato e studiato nei minimi particolari almeno tre anni prima.

Le commemorazioni del Ventesimo anniversario del Genocidio: Kwibuka20 sono già iniziate venerdì scorso, 4 aprile 2016 con un forum internazionale organizzato a Kigali sul tema: “Dopo il Genocidio. Esaminare la legalità parlando di responsabilità”.

Oggi, lunedì 07 aprile 2014 presso il Memoriale del Genocidio a Kigali é stata accesa la Fiamma Eterna del Ricordo e il Presidente Paul Kagame ha tenuto un discorso alla nazione presso lo stadio Amahoro teatro di uno dei più terribili massacri avvenuti durante i 100 giorni in cui l’inferno regnò sulla terra.

Il periodo di commemorazioni durerà fino al 4 luglio quando il Rwanda celebrerà il Giorno della Liberazione. Il 4 luglio 1994 il Fronte Patriottico Ruandese (FPR), aiutato da reparti dell’esercito ugandese e consiglieri militari americani, prese il controllo del Paese, ponendo fine al genocidio.

L’Olocausto ruota attorno ad un problema irrisolto della società ruandese: la mistificazione etnica di hutu e tutsi.

Fin dal periodo coloniale belga, hutu e tutsi (che condividono la stessa lingua, credi religiosi e culturali) furono trasformati da due classi sociali a due etnie diverse: una di origini bantu (gli hutu) e l’altra di origini nilotiche.

A fasi alterne, secondo le esigenze coloniali del momento, i tutsi furono dipinti come l’etnia più intelligente ed affidabile o come spietati Signori Feudali che avevano schiavizzato l’etnia maggioritaria. Gli hutu subirono la stessa sorte. Da grezzi e violenti contadini dalla mentalità primitiva e selvaggia, vennero successivamente dipinti come vittime innocenti del sistema schiavista feudale istallato dai regni tutsi. Così la propaganda occidentale contribuiva al mantenimento del dominio coloniale nel Paese, con beneplacito e benedizione della Santa Chiesa e dei Pontefici che rappresentarono la Divinità durante il periodo.

In realtà, nella storia africana pre-coloniale, hutu e tusti erano delle classi sociali: i primi contadini e i secondi allevatori guerrieri. Un complicato e machiavellico sistema di equilibrio di classe era la base dei Regni Ruandesi. Il Re (tusti) era controbilanciato dal Comandante Supremo della Guerra (hutu) e da un Consiglio di Ministri composto al 50% da hutu e 50% da tutsi. Il Re aveva anche l’obbligo di scegliere almeno una delle quattro mogli tra la classe sociale hutu. Alcuni Re si spinsero oltre scegliendo due o tre mogli hutu per calcoli politici o per semplice amore.

Lo statuto di hutu (contadino che serviva la nobiltà) poteva essere trasformato in tutsi (allevatore e guerriero) se l’individuo riusciva a possedere oltre 4 capi di bovini. Viceversa ogni tutsi che perdeva il suo bestiame diventava automaticamente hutu, retrocedendo nella gerarchia sociale. La nobiltà era mista e i matrimoni tra hutu e tutsi non solo frequenti ma incoraggiati dal Re e dal Consiglio con l’obiettivo di rafforzare i legami tra le due classi sociali ed evitare conflittualità.

La mistificazione storica delle due etnie eternamente antagoniste, fu la base ideologica del Hutu Power, del conseguente genocidio e di venti anni di destabilizzazione e guerre nel est della Repubblica Democratica del Congo dove altre popolazioni Banyarwanda furono coinvolte.

Esaminando attentamente gli avvenimenti dei drammatici 100 giorni del Olocausto e quelli dei primi anni del post carneficina, possiamo affermare che le vittime del genocidio furono hutu e tutsi.

Tra il 7 e il 15 aprile 1994 la maggioranza dei membri dell’opposizione hutu furono le prime vittime, compresa Agathe Uwilingiyiamana, Primo Ministro del Governo di coalizione, barbaramente massacrata presso la sua residenza. Stessa sorte per il Presidente della Corte Suprema, decine di Parlamentari, leader delle associazioni dei diritti umani e giornalisti tutti rigorosamente hutu.

Le intenzioni degli ideatori del Olocausto: il Governo di Juvenal Habyariamana e successivamente la Coalizione per la Difesa della Repubblica (CDR) organo di contro potere creato dalla First Lady Agathe Habyariamana , avevano si l’obiettivo di sterminare tutti i tutsi ruandesi ma, contemporaneamente, di eliminare tutti gli oppositori hutu normalmente appartenenti ai clan del sud del Paese. I principali partiti di opposizione hutu, accusati di favorire la ribellione del Fronte Patriottico Ruandese, furono eliminati attraverso l’omicidio dei loro leader e militanti.

Allo sterminio non furono risparmiati miglia di hutu sospettati di simpatizzare per il programma politico e sociale del FPR o più semplicemente accusati di non voler compiere il “dovere di ogni buon cittadino di sterminare gli scarafaggi”. Altre migliaia di hutu furono abbattuti per aver nascosto tutsi o facilitato la loro fuga.

Seppur la maggioranza delle vittime é tutsi, almeno 100.000 hutu trovarono la morte durante i 100 giorni dell’Inferno a causa del loro rifiuto di divenire carnefici o per la loro opposizione al regime razziale, secondo le ricerche condotte da Alan J. Kuperman e pubblicate nel gennaio 2000 sul bimensile Foreign Affairs nel sua opera: “Genocide in Rwanda and the limits of Humanitarian Military Intervention” (Genocidio in Rwanda e i limiti degli interventi militari umanitari).

Altre centinaia di migliaia di hutu furono costretti a partecipare al genocidio contro la loro volontà. Divennero serial killer per sopravvivere. Il loro rifiuto corrispondeva ad una automatica sentenza di morte. Essi dovettero trucidare le proprie mogli, i propri figli, parenti, amici e vicini. Uccisero per spirito di soppravivenza identico a quello che costrinse varie madri tutsi ad abbandonare i propri figli per aumentare le possibilitá di sopravvivere.

Ufficialmente il genocidio ruandese termina il 4 luglio 1994 con la liberazione del Paese da parte del Fronte Patriottico Ruandese. Questa la data accettata dalla storiografia ufficiale.

In realtà il genocidio ruandese termina nel settembre 1996 e i 100 giorni del 1994 rappresentano l’apice del dramma che continuerà oltrepassando le frontiere nazionali.

Tra il luglio e il agosto 1994 quattro milioni di hutu furono letteralmente costretti ad abbandonare il Paese dal esercito ruandese e milizie genocidarie in fuga causa le vittorie militari del FPR di Paul Kagame. Il governo razziale nazista, sconfitto, fu autore del ultimo suo crimine contro il Rwanda: la creazione del più grande esodo forzato della storia del Continente.

Questi milioni di hutu furono disseminati in vari campi profughi nei paesi vicini, soprattutto nello Zaire (dove furono convogliati circa 3 milioni di hutu ruandesi), divenendo ostaggi delle forze genocidarie per oltre 2 anni con la complicità del Alto Commissariato ONU per i Rifugiati (UNHCR) e di centinaia di Ong Internazionali.

Tra il luglio 1994 e il settembre 1996 (data dell’invasione burundese, ruandese e ugandese dello Zaire) almeno quattro mila hutu furono uccisi dalle milizie genocidarie all’interno dei campi profughi secondo i dati forniti da John Eriksson, della Ong americana: Risposta Internazionale ai Conflitti e ai Genocidi in un rapporto pubblicato nel 1996: “Lezioni dall’esperienza ruandese”.

Individui o intere famiglie che esprimevano il desiderio di beneficiare del programma di rientro del UNHCR venivano considerati nemici della patria, minacciati e uccisi. Altri furono giustiziati per il semplice sospetto di essere spie o simpatizzanti del nuovo Governo di Kigali. Corpi di civili hutu venivano quotidianamente ritrovati nelle latrine e nella spazzatura dei campi profughi collocati nei pressi di Goma (Nord Kivu) e Bukavu (Sud Kivu) senza che gli operatori umanitari denunciassero queste esecuzioni extra giudiziarie escluso Medici Senza Frontiere che decise di ritirarsi dall’assistenza ai profughi ruandesi nello Zaire.

Théodore Sindikubwabo e Jean Kambanda, Presidente e Primo Ministro del Governo Ruandese in esilio, Callixte Kalimanzira, Ministro degli Affari Sociali e dei Rifugiati e Athanase Gasake, Ministro della Difesa, costrinsero 4 milioni di ruandesi a divenire ostaggio per permettere di continuare il loro sogno di riconquista del potere in patria e accedere a oltre 2.5 milioni di dollari degli aiuti umanitari che servirono per acquistare armi e crearsi fortune personali all’estero. Questi criminali di guerra erano considerati dalle Nazioni Unite e dalla Ong Internazionali come i soli legittimi interlocutori e rappresentanti dei rifugiati ruandesi nello Zaire.

Tutto ampiamente e rigorosamente documentato dalla Direttrice delle Ricerche di Medici Senza Frontiere a Parigi: Fiona Terry, autrice del libro: “Condemned to Repeat?” (Condannati a ripetere?), Edizioni Cornell Papebacks 2002 Londra.

Altro pesante contributo di sangue pagato dai profughi hutu ruandesi é quello di essere stati costretti ad accettare l’arruolamento forzato dei propri figli presso le forze genocidarie. Un arruolamento che avveniva nei campi sotto gli occhi indifferenti dei alti responsabili del UNHCR. Queste centinaia di giovani ruandesi perirono inutilmente durante gli attacchi terroristici perpetuati in Rwanda dal 1994 e il 1996. Furono consapevolmente condannati alla morte inviandoli a combattere un moderno esercito determinato ideologicamente a difendere il Paese. Un esercito dove ogni soldato combatteva per evitare lo sterminio della sua famiglia.

Durante il periodo di “protezione” delle forze genocidarie da parte della Francia e delle Nazioni Unite, (1994 – 1996) circa 6.000 tutsi ruandesi perirono durante gli attacchi terroristici condotti nelle Prefetture del Rwanda vicino al confine con lo Zaire.

Nel 1995 il piano di sterminio razziale si estese nelle regioni est dello Zaire: Nord e Sud Kivu. Questa volta il target furono la tribù Banyamulenge del altopiano di Mulenge (Sud Kivu) e le popolazioni Banyarwanda dei distretti del Ituri e Rutshuru (Nord Kivu).

Seppur non vi sia mai stato un bilancio ufficiale si calcola che diverse migliaia di cittadini congolesi di origine tutsi perirono durante i vari massacri avvenuti tra il 1995 e il 1996 e nei due pogrom attuati a Kinshasa (capitale dello Zaire). Oltre 150.000 di essi sono attualmente profughi in Burundi e Uganda. Questi massacri furono attuati dalle forze genocidarie ruandesi presenti al est del Congo in collaborazione con l’esercito zairese e la complicità delle Agenzie Umanitarie e Nazioni Unite. All’epoca rare furono le denunce di questi massacri da parte degli umanitari presenti nella regione.

I massacri di Banyamulenge e Banyarwanda associati al rifiuto del Dittatore Mobutu Sese Seko di riconoscere loro la cittadinanza, furono le principali cause che portarono alla nascita della ribellione Alleanza delle Forze Democratice per la Liberazione del Congo-Zaire (AFDL) guidata da un vecchio guerrigliero marxista zairese e trafficante d’oro: Laurent Désiré Kabila. In realtà il AFDL (composto prevalentemente da ribelli Banyamulenge) fu lo specchietto per le allodole utilizzato da Rwanda e Uganda per invadere lo Zaire, metter fine al regime di Mobutu ed istallare un “loro uomo” al potere, che tradì gli accordi di alleanza un anno dopo, provocando la seconda guerra in Congo.

Durante l’invasione dello Zaire, denominata anche “guerra di liberazione congolese” e “Prima Guerra Pan Africana”, i rifugiati hutu del est Congo furono trasformati in scudi umani dalle forze genocidarie che organizzarono la difesa dei campi profughi presi d’assalto dai soldati ruandesi. Almeno 5.000 di essi perirono sotto i bombardamenti e le battaglie tra i genocidari e l’esercito regolare ruandese. Altri 300.000 riuscirono a fuggire nelle vicine foreste e montagne. Almeno 14.000 di essi perirono di stenti, fame e malattie. Ai giorni nostri molti di questi sopravvissuti sono ritornati in Rwanda o si sono integrati nel Congo acquisendo la nazionalità, ancora negata ai cittadini congolesi di origine tutsi.

Se il genocidio termina realmente nel settembre 1996 con la smantellamento dei campi profughi all’est del Congo, trasformati in vere e proprie basi militari per le forze genocidarie del ex regime, i veleni dell’odio etnico continuano ad essere disseminati nella regione.

Il primo veleno fu la teoria del doppio genocidio, propagandata dal governo in esilio con l’attivo supporto del clero cattolico tra cui molti missionari italiani che vivevano all’epoca nel est dello Zaire.

Questa teoria imputa al Fronte Patriottico Ruandese almeno 250.000 morti hutu durante la presa del potere e 400.000 morti tra i rifugiati hutu durante l’invasione dello Zaire.

Questi dati, non verificabili, si basano su labili testimonianze di “sopravvissuti” al genocidio tutsi contro gli hutu. La maggior parte di questi testimoni militavano nei ranghi delle milizie Interahamwe e del ex esercito ruandese FAR.

Negli annuali militari del Fronte Patriottico Ruandese sono registrati alcuni episodi di crimini di guerra commessi durante la guerra di liberazione dal movimento ribelle FPR e dai soldati ugandesi che lo sostenevano: esecuzioni sommarie di sospetti genocidari, rastrellamenti e qualche fossa comune. Occorre però far notare che questi episodi sono stati per la maggior parte severamente puniti dalla catena di comando del FPR che non ha mai accettato come scusa la reazione psicologica e lo spirito di vendetta dei suoi soldati dinnanzi al genocidio compiuto.

Fin dall’inizio il nuovo governo ha tentato di costruire un Nuovo Rwanda basato sull’eliminazione delle distinzioni hutu tutsi e sulla riconciliazione nazionale.

Il presunto genocidio di 400.000 rifugiati hutu imputato all’esercito ruandese durante l’invasione dello Zaire del settembre 1996 non é supportato da nessuna prova concreta. I dati a disposizione parlano di circa 20.000 rifugiati morti nei combattimenti o di stenti durante la fuga nelle foreste circostanti.

La responsabilità finale di questi morti ricade storicamente sul governo Hutu Power in esilio e sulla Comunità Internazionale che ha tollerato la riorganizzazione militare dei genocidari nei campi profughi.

Il Governo di Kigali dal 1995 aveva richiesto a varie riprese lo smantellamento dell’apparato militare terroristico nei campi profughi dello Zaire minacciando in caso contrario di invadere il Paese confinante.

L’invasione fu determinata dalla inettitudine delle Nazioni Unite e dalla complicità della Francia che stava ancora supportando finanziariamente e militarmente le forze genocidarie nella speranza di riprendere il controllo del Paese.

La teoria del doppio genocidio ha subito anche un aggiornamento nel 2004 ad opera di qualche Ong Internazionale operante nel est del Congo che accusarono l’esercito ruandese di aver ucciso 5 milioni di congolesi durante il periodo delle due guerre Pan Africane (1996 – 2003). Una cifra anch’essa non supportata da prove che subì in meno di sei anni varie fluttuazioni sul totale delle vittime di guerra congolesi. Nel 2006 si parlava di 6 milioni, nel 2009 di 8 milioni. La cifra attuale sembra essersi attestata nuovamente sui 5 milioni di vittime. La prova più evidente di una strumentalizzazione politica di questi dati é il fatto che la responsabilità delle vittime congolesi del periodo bellico viene esclusivamente imputata al Rwanda quando, all’epoca nel Congo operavano 8 eserciti africani e almeno 12 movimenti guerriglieri.

I veleni del odio etnico hanno continuato ad offrire le loro nefaste conseguenze anche dopo il conflitto congolese. Due ribellioni Banyarwanda si sono succedute dal 2009 ad oggi: quella del CNDP di Laurent Nkunda e quella recente del M23 di Sultani Makenga.

Le ribellioni sono il frutto diretto del problema etnico rimasto irrisolto, del continuo appoggio delle forze genocidarie ruandesi del Fronte Democratico per la Liberazione del Rwanda (FDLR), delle discriminazioni rivolte alle minoranze Banyarwanda congolesi, vittime di numerosi massacri e pulizie etniche dal 2004 ai giorni nostri.

Il genocidio ruandese continua a creare instabilità regionale a distanza di vent’anni.

Il Rwanda celebra il Ventesimo anniversario sotto la minaccia di una invasione del gruppo terroristico ruandese FLDR operante nel est del Congo. Le FDLR dal agosto 2013 stanno ultimando i preparativi per una invasione del Rwanda con il supporto della Francia, del Governo di Kinshasa e con la complicità dei caschi blu della MONUSCO, contrariamente alla propaganda di false vittorie promossa dalle Nazioni Unite con l’obiettivo di far credere che vi sia in atto un serio tentativo di distruggere questo gruppo terroristico da parte dell’esercito congolese e dei caschi blu.

Le relazioni con la Tanzania sono estremamente tese e hanno causato nel luglio 2013 l’espulsione in massa di oltre 50.000 cittadini Tanzaniani di origine ruandese. Alcuni reparti delle FDLR sono presenti in Tanzania e il Governo del Presidente Kikwete ha stretto forti legami con questo gruppo terroristico.

Il Presidente ugandese Yoweri Museveni sta tentando di riconciliare Rwanda e Sud Africa dopo la crisi diplomatica causata dagli omicidi e tentati omicidi di oppositori politici ruandesi in esilio nel Sud Africa.

Vi é il rischio che la storia si ripeti. Nonostante gli sforzi compiuti per la riconciliazione e per assicurare uno sviluppo economico a tutti i cittadini ruandesi, nel Paese si assiste ad una pericolosa polarizzazione sociale creata dai continui tentativi di riconquistare il potere da parte delle forze genocidarie e da errori commessi dal Governo Ruandese.

Gli errori politici commessi dal Presidente Paul Kagame e dal attuale Governo sono fondamentalmente tre: la gestione dell’ultima fase del processo di riconciliazione denominata: Ndi Umunyarwanda, dedicare il ventesimo anniversario esclusivamente alle vittime tutsi e l’incapacità di abbandonare la Sindrome Israeliana che costringe perennemente il Rwanda ad una politica militare aggressiva contro i paesi confinanti.

Dedicare le commemorazioni del ventesimo anniversario esclusivamente alle vittime tutsi é un errore che offre il fianco a risentimenti e rancori da parte degli hutu, al rafforzamento della propaganda dei movimenti politici e armati Hutupower all’estero.

Questo errore strategico trova le origini nel giugno 2013 quando il Presidente Kagame lanciò il programma Ndi Umunyarwanda durante il Convegno della Gioventù. Negli intenti originali il programma doveva essere l’ultima tappa della riconciliazione nazionale dopo i processi presso il Tribunale Speciale contro i Crimini in Rwanda ad Arusha (Tanzania), i processi popolari denominati Gacaca, l’eliminazione culturale e sociale dell’identificazione di un cittadino ruandese in hutu o tusti e al cammino di progresso economico e sociale di cui l’intera nazione é beneficiaria.

Il Ndi Umunyarwanda, nella realtà si é trasformato nel odioso obbligo di ogni hutu ruandese di chiedere perdono ai tutsi dei crimini commessi da lui personalmente o dai suoi genitori.

La Sindrome Israeliana tutt’ora presente costringe la popolazione tutsi ruandese a sentirsi circondata da orde barbariche hutu e bantu desiderose dell’annientamento totale.

In risposta il Rwanda, dal settembre 1996 ha applicato una aggressiva politica estera basata su attacchi militari preventivi, il supporto delle varie ribellioni Banyarwanda al est del Congo e operazioni segrete di assassinio di pericolosi oppositori militari in esilio.

Negli anni la Sindrome Israeliana si é radicata nella mentalità del Governo ruandese intrecciandosi con gli evidenti interessi economici provenienti dalla rapina delle risorse naturali presenti all’est del Congo, principale motore del boom economico e sviluppo sociale che il Rwanda conosce dal 2000. Coltan, oro, diamanti e altri minerali preziosi congolesi continuano a giungere sul mercato di Kigali come quello di Kampala, grazie ad un complicato intreccio di interessi traversali che coinvolge i due paesi anglofoni così come la stessa Famiglia Presidenziale del Congo: i Kabila.

La via di uscita da questo incubo passa necessariamente per un rafforzamento della riconciliazione nazionale all’interno del Rwanda dove non si ponga una delle due classi sociali sul piedistallo del martirio e l’altra nel ruolo unilaterale di carnefici, umiliandoli a chiedere un eterno perdono. L’umiliazione crea rancore, la base emotiva ideale per giustificare un secondo genocidio.

L’attuale politica militare estera ruandese deve essere trasformata in una politica di integrazione sociale ed economica a livello regionale, capace di creare mercati, stabilità e pace. Il processo di integrazione economica recentemente intrapreso dal Rwanda non si deve limitare al Kenya e Uganda ma deve essere estesa a Congo e Tanzania.

La responsabilità non risiede unicamente nel Governo ruandese. Uganda, Congo, Tanzania, Sud Africa, Nazioni Unite, Francia e Stati Uniti sono chiamati in causa per supportare questo doloroso ma necessario processo per evitare il ripetersi del genocidio. In gioco vi é la sopravvivenza dei tutsi non solo ruandesi, ma burundesi, congolesi, kenioti, tanzaniani e ugandesi.

Purtroppo esistono forze centrifughe che contribuiscono a creare maggior polarizzazione etnica regionale. Il Burundi si sta avviando verso una pericolosa fase di scontro etnico hutu tutsi che può essere evitata solo da una matura opposizione inter sociale contro il Governo del Presidente Pierre Nkurunziza.

La Francia continua la sua anacronistica e criminale conflittualità con il Rwanda. Una settimana fa il Ministro degli Affari Esteri Romain Nadal ha minacciato di boicottare la celebrazione del ventesimo anniversario del genocidio a seguito di una dichiarazione del Presidente Kagame fatta al mensile Jeune Afrique dove si denuncia il comprovato ruolo diretto di Belgio e Francia nella preparazione politica e militare del Olocausto.

La reazione di Parigi é stata il lancio di una contro accusa rivolta a Governo di Kigali di compromettere gli sforzi di riconciliazione tra i due Paesi.

La riconciliazione (e gli interessi economici collaterali) agognata dalla Francia non può essere attuata attraverso la negazione delle responsabilità storiche e dalla indiretta richiesta al Rwanda di ignorare il sostegno alle forze terroristiche presenti al est del Congo che intendono invadere il Paese e “terminare il lavoro”.

Come allora anche oggi i media internazionali non aiutano ad uscire da questo incubo. Al Jazeera, per esempio, nei servizi trasmessi in occasione del Ventesimo anniversario ha attuato una revisione storica diminuendo sia il numero delle vittime che quello dei ruandesi costretti con la forza a divenire rifugiati nei paesi vicini. Un’abile operazione per diminuire la portata del orribile evento.

Fulvio Beltrami
Kampala, Uganda.

Annunci

Una Risposta to “Rwanda 1994. Un genocidio senza fine.”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: