Mission. Sollevare il velo per comprendere

2 Dic

Mercoledì 4 dicembre 2013 su RAI Uno sarà trasmessa in prima serata la prima puntata della trasmissione Mission un programma educativo illustrante il dramma dei profughi nel mondo, per alcuni un Reality Show, Pornografia Umanitaria per altri.

Dal luglio 2013 in Italia si é acceso un forte dibattito su questa trasmissione che ha creato nel mondo dell’associazionismo e delle ONG italiane due campi nettamente contrapposti impegnati in una guerra di principi e valori che ruota su una questione di estrema importanza: Mission é un mezzo adeguato per far comprendere al grande pubblico la complessa realtà dei profughi sparsi nel mondo?
Dopo un periodo di tregua estiva, il confronto si é riacceso a fine novembre con la pubblicazione da parte di African Voices dell’inchiesta giornalistica effettuata nella Repubblica Democratica del Congo e nella Repubblica del Sud Sudan dove vengono evidenziati i metodi poco ortodossi, ma molto pratici, per poter registrare le puntate di Mission nei due paesi africani. La pubblicazione in anteprima del video della Barale e del principe Filiberto girato a Doruma o Goma, ha avuto come obiettivo quello di mostrare l’inconsistenza di un programma centrato sulle esperienze dei personaggi famosi del degradato universo dello spettacolo italiano, voluto da una televisione nazionale che ha perso il ruolo educativo da quando la violenta e volgare cultura di Mediaset ha ristrutturato alla radice la RAI, trasformandola in una TV spazzatura che interrompe trasmissioni di alto livello come C’era una volta per privilegiare varie trasmissioni trash. Questo conflitto é stato voluto dall’intransigenza dei realizzatori di Mission che progressivamente hanno scelto la via dello scontro, preferendo la logica del nemico da costringere al silenzio rispetto il dialogo e la riflessione comune. Dopo le critiche iniziali e una petizione che ha raccolto oltre 98.000 firme per fermare la trasmissione, il mondo dell’associazionismo italiano ha offerto ai promotori di Mission la possibilità di aprire un dialogo e un confronto sereno sul tema con l’obiettivo di esaminare la trasmissione ed eventualmente trasformarla, migliorandola.
Proposta nettamente rifiutata per una semplice ragione: gli interessi economici che sono alla base di Mission rendono la trasmissione non transformabile. Cancellare la programmazione é impossibile. I milioni di euro giá spesi creerebbero alla RAI un deficit difficile da spiegare. L’orientamento bellico ha avuto uno sviluppo progressivo. Nel luglio scorso era stato adottato solo dalla Ong Intersos. RAI e UNHCR Italia avevano scelto un prudente distacco limitandosi a comunicati ufficiali sobri in difesa della trasmissione. La pubblicazione del video ha costretto anche UNHCR Italia ad emulare l’atteggiamento inappropriato della Ong di Roma. I promotori si sono sentiti sotto assedio e hanno deciso di proteggere l’obiettivo ultimo della trasmissione: il puro guadagno, generato dalla vendita dei spazi pubblicitari (180.000 euro per 28 secondi) e la raccolta fondi che sarà spartita tra UNHCR e Intesos.

La loro posizione di trincea a difesa dell’indifendibile danneggia il mondo del volontariato italiano, rivelando il vero volto della “Aiuti Umanitari SPA” dove impera una totale mancanza di trasparenza dei fondi pubblici e privati, inefficacia degli interventi e stretto indirizzo economico in grado di creare vere e proprie Holding dove milioni di euro devono essere necessariamente spesi durante l’arco dell’anno per riceverne altrettanti l’anno successivo.
Mission non é altro che una operazione di marketing tesa a donare informazioni unilaterali, superficiali e ricreate sui set cinematografici di vari paesi. Gli obiettivi sono essenzialmente due. Creare un’immagine positiva di queste industrie dell’umanitario per offrire una impressione di trasparenza e di forte impatto sulle vite di centinaia di migliaia di persone.
Creare, come conseguenza nella maggior parte possibile della opinione pubblica, l’idea che si stia veramente aiutando i poveri sparsi nel mondo e le popolazione afflitte da catastrofi naturali, conflitti e guerre civili. Questa idea genera il bisogno, abilmente indotto, di partecipare all’aiuto verso i più deboli con un contributo economico. I modesti contributi economici, solitamente non superiori ai 10 euro, rappresentano un’ inaspettata e preziosa fonte di finanziamento privato che può far entrare nelle casse della agenzia umanitaria milioni di €uro a seguito di una campagna di marketing ben fatta.

Secondo vari esperti del settore questi fondi possono facilmente sfuggire a controlli sul loro utilizzo. Mission, come la maggior parte delle campagne pubblicitarie umanitarie, si basa su un unico e semplice concetto: lo sfruttamento dell’immagine de beneficiari. La loro sofferenza e il loro stato di bisogno (entrambe causate da fattori politici ed economici indipendenti dalla volontà delle popolazioni), sono schiaffate davanti agli occhi dell’opinione pubblica occidentale. Questa forma di prostituzione indotta é abbinata ad un vecchio concetto del colonialismo che distorge il concetto di solidarietà Cristiana: si fa appello agli occidentali (bianchi) ad aiutare i più bisognosi del pianeta.
Nel 84% dei casi i soggetti delle operazioni di marketing umanitario sono totalmente ignari di essere al centro della campagna pubblicitaria che fará entrare sperati milioni di euro. Nessun sfollato congolese o sud sudanese vedrá la trasmissione Mission. Nemmeno saprá della sua esistenza. A garanzia della dignitá dei soggetti deboli si sono crerati codici deotologici, purtroppo elaborati e decisi dagli stessi organismi che costantemente li violano, giusto per aumentare la coltre di fumo necessaria ad evitare critiche.

Dinnanzi alla povertà culturale e al cinismo volutamente adottato sembra doveroso togliere il velo che da decenni in Italia ripara da occhi indiscreti il volto di certe agenzie multilaterali.
African Voices in collaborazione con il giornalista freelance Fulvio Beltrami, completano la prima fase di inchiesta su Mission, svolta nel mondo reale, con una serie di indagini per informare i lettori di alcune realtà nascoste in Italia, ma conosciute nel resto del mondo. Si renderanno noti studi di Istituti Accademici internazionali ed inchieste di famosi giornalisti americani e francesi, spesso volutamente occultate al grande pubblico, che per molte agenzie multilaterali é solo fonte di donazione da non turbare. Queste ricerche universitarie ed inchieste giornalistiche ci aiuteranno a comprendere se i fondi derivanti dalle donazioni private vengono realmente spesi per i beneficiari, nel pieno rispetto della trasparenza. Ci faranno conoscere una realtà diversa dei profughi e sfollati della Repubblica Democratica del Congo e il progressivo conflitto sociale tra i beneficiari e agenzie umanitarie che si é drammaticamente sviluppato proprio durante il periodo di realizzazione di Mission. Ci faranno scoprire gli effetti collaterali dei campi profughi e dell’aiuto umanitario: contributo all’economia di guerra, protezione di gruppi armati e prolungamento dei conflitti.

Non ci resta che darvi appuntamento per il primo articolo: “Quanto é trasparente UNHCR?”

Ai lettori di African Voices che ne faranno richiesta verrà concesso l’opportunità di scaricare gratuitamente le opere citate (open sources) in lingua originale, formato PDF.

Fulvio Beltrami
Giornalista Freelance
Kampala Uganda

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  1. Mission. Sollevare il velo per comprendere | Appunti africani - 3 dicembre 2013

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