Mission. Unhcr: “Sconcertati dalle accuse, è un programma di qualità”

27 Nov

La responsabile del progetto Laura Iucci, reduce dalla registrazione della prima puntata, risponde alle accuse in un’ intervista rilasciata a Redattore sociale. “Spieghiamo al pubblico le condizioni di vita di sfollati e rifugiati nel mondo. Non c’è una strumentalizzazione del dolore, sono persone che raccontano la loro storia e il loro paese”

“Siamo allucinati e sconcertati dalle polemiche che ci sono piombate addosso. Le riprese non sono state fatte in set cinematografici, non abbiamo violato nessuna legge, il programma è di qualità e spiega al pubblico le condizioni di vita dei rifugiati e gli sfollati nel mondo”. Reduce dalla prima registrazione ieri sera a Torino di Mission, Laura Iucci funzionario dell’Unhcr (che compare al fianco di Paola Barale nelle prime immagini del programma diffuse in anteprima), risponde alle accuse sulle presunte irregolarità nella realizzazione del docureality, che andrà in onda dal 4 dicembre su RaiUno.

La prima critica che viene rivolta al programma è che le immagini non siano state girate all’interno dei campi profughi ma in case private o addirittura in realtà ricostruite tramite set cinematografici.

Sono vere e proprie assurdità le affermazioni fatte da Belltrami, che non  sappiamo bene neanche chi sia, e denotano una non conoscenza del tema e di cosa sia Mission. Innanzituto va ricordato che almeno due terzi dei rifugiati di tutto il mondo non vivono all’interno dei campi. Le realtà dei paesi toccati da Mission sono quindi lo specchio di ciò di cui noi ci occupiamo: rifugiati e sfollati. I rifugiati sono coloro che superano i confini nazionali per essere accolti in un secondo paese dopo la fuga, realtà che rappresentiamo in  Giordania attraverso le storie dei rifugiati siriani mentre in  Congo e in Mali parliamo di sfollati interni cioè di persone che hanno lasciato le loro case per spostarsi in altre aree del paese a seguito di guerre o persecuzioni.  Anche in Ecuador si tratta di  rifugiati colombiani che vivono all’interno di abitazioni proprie, mentre in Giordania mostriamo il campo di Zaatari. Nello specifico in Congo siamo stati a Doruma dove ci sono 17mila sfollati interni: persone che stavano fuggendo verso il Sud Sudan, a causa dei movimenti della Lra (Esercito di Resistenza del Signore, ndr)Si sono istallati a Doruma  e lì hanno creato la comunità dove vivono attualmente e che è formata esclusivamente da sfollati. Quindi quello che si vede nella trasmissione non è un campo ma un villaggio dove le organizzazioni umanitarie e altre ong lavorano per continuare ad assistere  queste persone in una condizione di post emergenza.

Perché avete deciso di mostrare questa realtà?

La scelta dei paesi e delle diverse situazioni da mostrare è voluta ed è dettata dalla necessità di per far capire alle persone le realtà di intervento delle nostre organizzazioni: quando accade una guerra c’è l’emergenza, ma anche c’è anche il post emergenza che è molto importante perché  molto spesso dopo l’onda emotiva le situazioni di questi paesi si dimenticano. In Congo per esempio ci sono bambini soldato, donne traumatizzate perché hanno subito violenza sessuale, ex della Lra rapiti da bambini,  persone che hanno quindi ancora bisogno di una totale assistenza. Nello specifico quello che si vede nel video è un progetto di reinserimento professionale per donne vittime di violenza sessuale, si tratta di donne vedove con bambini o donne sole. Dopo aver avuto assistenza psicologica per il superamento del trauma, come è tipico del nostro modus operandi, abbiamo deciso di  permettergli di riprendersi la loro  normalità e tornare alla vita lavorativa. Questo consente alle donne di avere accesso a delle fonti di reddito e di mantenersi. Per farlo come progetto start up generatore di reddito si è scelto un ristorante. Quindi nelle immagini si vede un tucul, una  capanna tipica locale che non una casa privata ma appunto un ristorante. La comunità è quella di Gangala nell’area di Doruma e il posto si trova in uno snodo stradale tra il Sud Sudan, la Repubblica Centrafricana e il Congo. E’ un punto strategico, possiamo dire che è una sorta di auotogrill, perché lì  passano i camion che si fermano in questo punto di ristoro. Altro elemento che non si vede nel video, dove le immagini sono state decontesualizzate, è che il progetto di ristorazione è collegato a un altro progetto di educazione. A due passi da lì c’è infatti una scuola, che in parte già esiste e in parte è in costruzione. Quindi le donne cucinano anche per gli insegnanti. Quel giorno dunque Paola Barale stava cucinando insieme alle donne per gli insegnanti.

Un altro punto controverso è quello dei permessi. Si parla di una controversia sulle autorizzazioni con il governo del Sud Sudan relativa alla puntata zero girata con Michele Cucuzza e Barbara De Rossi. E di altri problemi per le puntate successive, fino a ventilare l’ipotesi che per gli spostamenti siano stati utilizzati voli umanitari.

All’inizio abbiamo valutato quale fosse il modo migliore per raggiungere Doruma, che è quasi ai confini col Sud Sudan, quindi è raggiungibile o attraverso il Sud Sudan o attraverso l’Uganda. Quindi abbiamo pensato che la logistica migliore fosse attraversare con un aereo l’Uganda. Il volo è stato pagato dalla casa di produzione. Ovviamente si tratta degli stessi voli charter che le compagnie aree danno agli operatori umanitari a prezzi vantaggiosi ma la troupe ha pagato il biglietto a prezzo pieno.

Secondo l’autore del blog a rivelare le informazioni e passare i documenti, compreso il video in anteprima, è una persona che ha lavorato alla realizzazione del programma, un operatore di Intersos.

Non è possibile, noi non abbiamo i materiali, non abbiano niente. Non riusciamo neanche noi a capire chi possa essere stato. Ma escludiamo che si tratti di un operatore.

Altro aspetto ch e ha indignato molti è che dalle prime immagini il programma sembra mettere in risalto più il ruolo dei vip che quello delle realtà raccontate. Non crede che questo sia un modo distorto di raccontare  il lavoro dei cooperanti nelle zone disagiate?

Far vedere tre fotogrammi decontestualizzati non rende giustizia a un programma molto più denso di contenuti in cui le diverse realtà vengono invece spiegate: ci sono schede paese per far capire la situazione delle zone che visitiamo, ci sono interviste ai rifugiati e agli sfollati, che raccontano la loro storia e il loro paese. compito dei vip è solo quello di accompagnare lo spettatore nelle nostre attività quotidiane, parlando un linguaggio non tecnico. Il resto del montaggio che non si vede spiega bene qual è il lavoro degli operatori umanitari, ci sono interviste a noi e ai nostri operatori.

Alcuni nel mondo del sociale vi accusano anche di  strumentalizzare il dolore per raccogliere fondi. Come rispondete a questa critica?

Non c’è nessuna strumentalizzazione del dolore, nelle puntate si vedono sempre persone dignitose,  persone che hanno scelto coscientemente di raccontare la loro storia e dare la loro testimonianza. I fondi raccolti durante la trasmissione andranno ai paesi coinvolti in Mission, non a un progetto specifico ma a diverse realtà perché nel programma parliamo appunto di tutto: di cibo, di violenze, di guerre, di alloggi provvisori, e di tutte le attività che svolgiamo per proteggere queste persone.

Il programma è stato molto criticato fin dall’inizio. La stessa Laura Bodrini, che aveva partecipato, come portavoce di Unhcr alle prime riunioni, ha preso le distanze dal format dicendo che si discosta  molto dal progetto iniziale. E poi c’è stato il fuoco di fila da parte di numerose ong. Vi aspettavate tutte queste critiche?

Assolutamente no, e soprattutto sono critiche che arrivano prima di aver visto il programma. Per quanto riguarda la presidente della Camera, ha preso le distanze dall’idea del format reality, ma come abbiamo sempre detto Mission non è un reality, quindi  speriamo che anche lei lo apprezzerà quando andrà in onda. Abbiamo deciso di partecipare al programma perché il nostro obiettivo è proteggere e assistere i rifugiati, ma anche sensibilizzare le persone sui loro problemi. Le critiche oggi ci lasciano davvero sconcertati.

di Eleonora Camilli
Testo originale Redattore sociale

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