La realtà soffoca il reality.

26 Nov

Nella Repubblica Democratica del Congo la situazione continua ad essere molto precaria. Nonostante che l’esercito regolare congolese, con il supporto del contingente ONU Monusco e del gruppo genocidario ruandese FDLR, sia apparentemente riuscito a sconfiggere i ribelli del M23, la pace nella regione del Nord Kivu resta un miraggio. I segni dei recenti scontri con le altre 40 milizie attive all’est del paese sono evidenti su un territorio martoriato da decenni di  guerre a bassa intensità, come si usa dire, che hanno provocato centinaia di migliaia di morti e un milione  di sfollati interni che rivendicano ad alta voce il diritto di vivere una vita normale in un clima di pace, giustizia e sviluppo economico esigendo il rispetto della loro dignità.

Ed è in questo contesto di grande instabilità caratterizzato, come in tutte le zone di guerra, da dolore e sofferenza, che si è deciso di registrare una puntata del nuovo reality show intitolato “Mission”, dove hanno partecipato due noti personaggi del mondo dello spettacolo: Emanuele Filiberto Di Savoia e Paola Barale.

La delicata realizzazione di questa trasmissione in Congo, é stata affidata da RAI e UNHCR Italia alla Dinamo Srl per gli aspetti tecnici e alla Ong Intersos di Roma, per gli aspetti logistici e burocratici.

I tecnici della Dinamo Srl, esperti in riprese di alta qualità, ma totalmente ignari delle problematiche e difficoltà logistiche e amministrative in questi lontani paesi africani, si sono affidati ad Intersos per una professionale ed adeguata assistenza logistica alle riprese e gestione delle necessarie pratiche burocratiche. Compito facilitato dalla presenza sul terreno di personale espatriato della Ong e da un collaboratore di lunga data: Mauro Celledin, pensionato di Padova con una approfondita  conoscenza dell’ est della Repubblica Democratica del Congo e della Repubblica del Sud Sudan. Mauro Celledin sembra l’uomo ideale per il compito assegnatogli ad Intersos, avendo già partecipato all’assistenza logistica per la realizzazione della puntata pilota di Mission girata nel 2012 a Yambio, Stato del Western Equatoria, Sud Sudan dove parteciparono Michele Cucuzza e Barbara Di Rossi.

Il primo ostacolo, che viene risolto con senso pratico e realistico, sono le necessarie autorizzazioni ministeriali per girare le riprese di Mission in Congo. Il 4 luglio 2013,  prima dell’arrivo della equipe televisiva e dei VIP coinvolti, si ottiene  una rapida  e comoda autorizzazione a girare Mission rilasciata da un responsabile del ufficio distrettuale delle Arti e Riforma Culturale della città di Bunia, (est del Congo): Florente Mahamba. In realtà si tratta di una generica autorizzazione annuale ad esercitare non specificate attività cinematografiche, rilasciata non alla Dinamo Srl o a UNHCR Italia ma al Capo Missione di Intersos: Jens Shumaker, che impedisce al Governo congolese a Kinshasa (lontano migliaia di km) di venire a conoscenza della presenza di una equipe televisiva con mandato RAI e delle riprese di Mission sul suo territorio.

Intersos, alla pubblicazione di tale notizia su African Voices il 08 agosto 2013 “Dietro le quinte di Mission”, garantisce che questa procedura effettuata é conforme a  quella prevista dalla legge congolese. Otteniamo la stessa rassicurazione dal Ufficio Stampa di UNHCR Italia, recentemente contattato per delucidazioni su alcuni punti di questo articolo: “Gentile Dott. Beltrami, le confermiamo di aver seguito la corretta procedura di accredito e permesso di girare la puntata Mission presso le competenti autorità della Repubblica Democratica del Congo”.

Di diverso avviso l’Ambasciata Francese a Kinshasa che fa  riferimento ad una nota pubblicata il 07 marzo 2013 sul suo sito ufficiale (procedura di accredito dei giornalisti stranieri). “I giornalisti stranieri che desiderano effettuare un reportage (stampa scritta, radio e televisione) nella Repubblica Democratica del Congo devono ottenere una autorizzazione presso il Ministero congolese della Comunicazione e dei Media. Una lettera di spiegazioni sul soggetto del loro reportage dovrà essere sottoposta all’attenzione della autorità e l’ottenimento di tale autorizzazione é a pagamento”. Nella nota informativa dell’Ambasciata Francese non si fa accenno al ufficio distrettuale delle Arti e Riforma Culturale della città di Bunia.

Il secondo ostacolo é come girare le riprese di Mission salvaguardando la sicurezza dei due VIP e del resto dell’equipe (quasi 20 persone tra tecnici televisivi, personale UNHCR e Intersos) in una regione infestata da bande armate che controllano le zone ricche di minerali e con rari voli di collegamento con Goma (capoluogo della Provincia del Nord Kivu).

Durante l’inchiesta e la visione del video consegnatoci da un cooperante Intersos anonimo, é sorto il dubbio che le riprese in Congo non siano state veramente girate in un campo profughi, ma in altri luoghi, allestendo dei set cinematografici.

Con certezza si può affermare che la puntata del 2012 in Sud Sudan sia stata girata in un campo, ma non di profughi, bensì di sfollati.

Seri dubbi invece sorgono sul luogo delle riprese della puntata del Congo.  Dubbi a cui UNHCR Italia, nella sua risposta alle richieste di delucidazioni inviate prima della pubblicazione degli articoli, prudentemente cerca di gestire, mettendo le mani avanti e chiarendo: “In Congo le riprese non sono state realizzate in un campo profughi come da lei indicato, bensì nella località di Doruma dove sono presenti, come siamo certi lei saprà, circa 17.000 sfollati interni”.

Questa precisazione ci ha aiutato a superare la nostra sorpresa quando siamo venuti a conoscenza dalle autorità locali congolesi che il campo sfollati di Doruma non esiste più da anni e molte delle persone che vi erano accampate, sono state trasferite nei campi di Mugunga 1 e di Kanyarychinya, rispettivamente nelle zone ovest e nord di Goma, città capoluogo del Nord Kivu.

Il video delle riprese Mission in Congo sembra chiarire come mai UNHCR Italia, nella sua gentile risposta alle nostre richieste di delucidazioni abbia voluto specificare che non si trattava di un campo profughi. Le immagini del video ricevuto mostrano scene di un tipico villaggio congolese che non ha nulla a che condividere con un campo di rifugiati o sfollati.

Al dubbio che le riprese siano state effettuate in un villaggio, trasformato per l’occasione in un set cinematografico, si aggiunge addirittura il dubbio sulla località: Doruma, (Distretto del Haut-Uele, Territorio di Dungu) alla frontiera con il Sud Sudan dove Intersos é presente dal novembre 2010.

Le immagini del video sono state sottoposte all’esame di vari esponenti della comunità congolese in Uganda, molti di loro  originari del  Nord Kivu e della regione del Ituri, nella speranza che riconoscessero i luoghi. A loro avviso vi sono forti probabilità che  si tratti di un villaggio congolese nelle strette vicinanze di Goma, nella zona non occupata dalla ribellione del M23.  I congolesi interpellati ci hanno fatto notare un interessante particolare presente nella scena della Barale che prepara un piatto tradizionale all’interno di una capanna. Il focolare su cui allegramente bolle la pignatta é composto da pietre vulcaniche che si possono trovare solo nella zona di Goma sovrastata dal vulcano Nyaragongo che nel 2002 distrusse quasi metà della città. Queste pietre vulcaniche non sono presenti nelle altre zone del Nord Kivu né tanto meno nel Ituri o nel distretto del Haut-Uele. Inoltre, sempre la scena iniziale con la Barale che aiuta in cucina ha alte probabilità di essere stata girata in una abitazione privata.

I pareri riportati sembrano avvalorare una indiscrezione raccolta da varie fonti in Congo che Mission sia stata girata in un villaggio vicino a Goma per motivi di privacy per le riprese e per la sicurezza dei partecipanti VIP. All’epoca non si era posta troppo attenzione a queste informazioni, ma la visione del video, la mancanza di un permesso giornalistico appropriato e la mancanza di sicurezza della regione sono tutti elementi che sembrano confermare il sospetto. Difficile credere che personaggi famosi abituati ad una vita occidentale tranquilla, comoda e piena di sfarzi possano accettare rischi in zone dove pullano decine di bande ribelli e Signori della Guerra ricercati dalla Corte Penale Internazionale per i crimini contro l’umanitá commessi sulla popolazione.

Personale MONUSCO ha affermato, a titolo personale, che non era a conoscenza di questa operazione cinematografica che difficilmente sarebbe stata tollerata all’interno dei campi profughi dal Governo congolese poco propenso a permettere le riprese di una situazione drammatica di cui é corresponsabile o ad avere “intrusi” in zone considerate pericolose e pattugliate dall’esercito regolare.

Se il sospetto che le riprese di Mission siano state girate in un tranquillo villaggio congolese fosse definitivamente confermato ci viene da sottoporre la domanda se le persone congolesi che vediamo nel video sono dei rifugiati, dei sfollati o dei semplici cittadini congolesi. Secondo i loro compatrioti residenti in Uganda le persone riprese difficilmente possono essere dei rifugiati o dei sfollati, ma semplici paesani certamente non traumatizzati dalla guerra. Se cosí fosse sarebbero allora delle semplici comparse probabilemente pagate poiché, come sottolinea un caro amico congolese di Kampala: “Con la povertá che c’é in Congo, nesssuno fa nulla per nulla”.

Altri elementi sembrano emergere nelle riprese della scuola in fase di riabilitazione come sostiene il responsabile della logistica Mauro Celledin, improvvisato per l’occasione a capo cantiere. La scuola non é situata in un campo profughi, ma in un villaggio, pulito e dignitoso con anche costruzioni in muratura. Al limite del paradossale i coreografi in questa scena hanno fatto indossare i caschi protettivi al personale edile, privo peró delle scarpe protettive che le ditte edili serie, africane comprese, fanno indossare ai loro dipendenti.

Ma le sorprese di Mission in terra Africana iniziano prima dell’arrivo dei nostri eroi in Congo. Il piano originale ideato dai promotori era quello di far raggiungere l’equipe al completo e i due VIP passando per il Sud Sudan e attraversando la frontiera  di Yambio – Ezo, Stato del Equatoria, affrontando non si sa per quali ragioni un lungo viaggio su strade non asfaltate in piena stagione delle piogge.

Documenti in nostro possesso dimostrano un netto rifiuto delle autorità di immigrazione del Sud Sudan a concedere i visti al troupe televisiva RAI, al Di Savoia e alla Barale. Il rifiuto viene comunicato il 17 luglio 2013 dopo intense attività di negoziazione che causarono un forte ritardo sulla tabella di marcia prevista dalla Dinamo Srl per la missione in Africa.

Il documento parla di un netto rifiuto dell’ufficio immigrazione di Kololo. Un responsabile: Majak Makaig, informa Intersos che i visti sono stati negati a causa di dissidi tra il governo e gli organizzatori della puntata zero registrata nel 2012 a Yambio, Stato del Equatoria con la partecipazione di Michele Cucuzza e Barbara De Rossi. Il Governo Sud Sudanese avrebbe accusato gli organizzatori di Mission di non aver rispettato le regole concordate per le riprese di Mission nel 2012 non avendo consegnato copia delle riprese per essere visionata dalle autorità predisposte al fine di assicurarsi che il contenuto non danneggiasse la dignità dei cittadini sud sudanesi sfollati e la reputazione del giovane paese africano che ha ottenuto l’indipendenza dagli Arabi del Nord Sudan nel 2011 dopo oltre vent’anni di guerra civile.

Il rifiuto delle autorità Sudanesi a concedere i visti avrebbero obbligato la troupe della Dinamo Srl e i due VIP a raggiungere il Congo via Entebbe, Uganda arrivando a Goma mentre Mauro Celledin, Paola Amicucci, Allessandra Filocano, Laura Iucci e Alonzo Vittorio avrebbero raggiunto il Congo (Doruma) via terra attraverso il Sud Sudan come da progetto originale, in quanto dotati di regolare visto sud sudanese. Qui si pone la domanda. Chi ha raggiunto chi? La trouppe della Dinamo, la Barale e il Di Savoia hanno raggiunto Celledin e i responsabili UNHCR Italia a Doruma prendendo un volo umanitario da Goma o viceversa?

Il principale obiettivo di questo “innovativo programma di prima serata” era quello di presentare il tema dei rifugiati, “facendolo in modo piacevole ma anche con la massima attenzione e il massimo rispetto per le persone, la loro sofferenza, la loro dignità, rendendole protagoniste nel raccontarsi”.  I promotori hanno voluto valorizzare personaggi “famosi” inserendoli in questo programma convinti che, con la loro capacità comunicativa, potessero trasmettere al pubblico televisivo le sensazioni, forti e intense, vissute nei giorni di rapporto umano con i rifugiati, i bambini soldato, le donne schiavizzate da miliziani, rimanendo in contatto con queste realtà e vivendoci per una quindicina di giorni; periodo di tempo che, per quanto riguarda il Congo, comprende anche i viaggi e la preparazione. Secondo nostre informazioni Celledin e i rappresentanti UNHCR Italia ritornarono a Juba, capitale del Sud Sudan, dieci giorni dopo la loro partenza per il Congo. Tempo record visto che entrambi i viaggi (andata e ritorno) furono fatti su piste costantemente battute dalle piogge tropicali.

Il video inviatoci da un cooperante Intersos anonimo e le informazioni raccolte sul terreno sembrano rivelare un’altra realtà, anzi una Non-Realtá.  Lo stesso cooperante una settimana prima di inviare il video spiegava in una sua email che la puntata girata in Congo con la Barale e il Di Savoia aveva una marcata dimensione di finto-reality basato su loro impiego in pseudo-lavori manuali preparati ad hoc sul set cinematografico che trasformano la professione dell’operatore umanitario in un lavoro banale che chiunque potrebbe improvvisare senza alcune professionalità richiesta, persino  Paola e Filiberto.

In questa dimensione di finto-reality, i video saranno montati e mostrati in studio con un taglio a metà strada tra gioco, fiction, isola dei famosi-style. I protagonisti saranno i VIP, raramente si vedranno gli operatori umanitari. I rifugiati resteranno sullo sfondo.”, scrive il cooperante Intersos.  La visione del video, anche se di breve durata, mostra fedelmente  quanto da lui/lei descritto.

La puntata di Mission girata in Congo non sembra altro che un reality show, incentrato sui VIP, tenendo ai margini non solo cooperanti e rifugiati ma le stesse autorità dei due paesi africani: Repubblica Democratica del Congo e Repubblica del Sud Sudan dove sono state registrate le riprese di Mission in Africa. La scelta di sottofondi musicali accattivanti e totalmente fuori contesto aumenta la sensazione della fiction.

Abbiamo ragione di credere che la puntata girata in Congo non sia un’eccezione. I cooperanti Intersos in Sud Sudan che hanno avuto la possibilitá di vedere il montaggio delle riprese di Mission girate nel 2012 a Yambio, Western Equatoria State, Republica del Sud Sudan, garantiscono che é peggiore di quella registrata a Doruma o Goma. La puntata di Mission Sud Sudan fu consegnata a titolo personale a Laura Marchesini Project Manager Progetto Intersos Sfollati (IDPs) Yambio Western Equatoria da Mauro Celledin e mostrata solo ai volontari e cooperanti presenti, tenendola lontana da occhi indiscreti e non consegnandola alle autoritá sud sudanesi contravenendo palesemente agli accordi presi nel 2012 con il Governo Sud Sudanese che permisero di girare Mission nel Sud Sudan. Secondo il parere di cooperanti Intersos la puntata con Cocuzza e la De Rossi é semplicemente impresentabile. La Marchesini probabilmente era presente durante le riprese di Mission a Yambio nel 2012.

Prima della pubblicazione della nostra inchiesta, dal 18 ottobre 2013 abbiamo tentato a più riprese il coinvolgimento di Dinamo Srl, UNHCR Italia e Intersos al fine di garantire un corretto approfondimento su questo innovativo sperimento di comunicazione umanitaria, permettendo ai promotori di partecipare e integrare l’articolo relativo alle indagini sulle trasmissioni effettuate in Africa.

La Dinamo Srl si é trincerata in un prudente silenzio. Solo UNHCR Italia e Intersos ci hanno risposto. La prima, tramite il suo ufficio stampa ci ha inviato una risposta dettagliata sulle domande sottomesse riprodotta a fine articolo. Intersos, tramite il suo Presidente: Nino Sergi, spiega la volontà di non rispondere a seguito della decisione presa “di stare lontano dalle polemiche sul caso Mission, considerate per lo più smodate, fuorvianti e poco produttive in termini di approfondimento e di riflessione su un tema che tocca vari aspetti che meritano maggior ponderatezza senza strumentalizzazioni”.  Nino Sergi attua una sola eccezione alla scelta di non rispondere: “Posso confermare che Intersos destinerà i fondi raccolti alle realtà che i telespettatori vedranno, privilegiando l’una o l’altra di esse sulla base dei bisogni e della quantità dei fondi che saranno raccolti.”

L’esito dell’inchiesta pone dubbi  su  qualità  e autenticità della trasmissione che rischia di essere simile al Grande Fratello e concentrata su una vera e propria fiction recitata dai VIP italiani.

Non ci rimane che seguire le due puntate di Mission che dovrebbero essere messe in onda tra le 21:00 e le 23:00 di mercoledì 4 dicembre e giovedì 12 dicembre per assicurarci che il taglio della trasmissione e le riprese sul campo siano nettamente diverse da quelle viste nel video inviatoci e pubblicato.

Siamo sicuri che video e articolo scateneranno una serie di accuse  contro African Voices e accurate smentite, aprendo cosí un polemico ciclo di risposte e contro risposte a cui non parteciperemo, avendo offerto la possibilitá di intervenire prima della pubblicazione.

Sicuramente il reality Mission è destinato a far parlare di sé ancora a lungo. Non solo per il suo infelice mix di voyeurismo-gossip-solidarietà, ma anche per suoi numerosi lati oscuri organizzativi.Fulvio Beltrami e E.Z.

Si riproduce l’email di risposta inviato dal ufficio stampa di UNHCR Italia, ringraziando l’Organizzazione per essere stato l’unico ideatore di Mission a collaborare in pieno con la stesura degli articoli, fornendo una propria versione dei fatti, opposta da quella raccolta nella inchiesta, ma pur sempre un evidente e maturo segno di disponibilitá al dialogo e al confronto.

da Fulvio Beltrami

Giornalista Freelance
Kampala, Uganda

Gmail

Fulvio Beltrami <fulviobeltramilindro@gmail.com>


Richiesta informazioni relative alle registrazioni puntate trasmissione Mission in Repubblica Democratica del Congo e Sud Sudan


Rome, Italy ITARO Public Information <ITAROPI@unhcr.org>

22 novembre 2013 19:33

A: Fulvio Beltrami <fulviobeltramilindro@gmail.com>

Cc: Ufficio Stampa Cipsi <ufficiostampa@cipsi.it>, africanvoafricanvoices <africanvoices@hotmail.it>, Eugenio Melandri <eugenio.melandri@teletu.it>

Gentile Dott. Beltrami,

 

non confermiamo l’esistenza di dissidi tra il Governo del Sud Sudan e l’organizzazione della missione.

Al contrario le confermiamo di aver seguito la corretta procedura di accredito e permesso di girare la puntata Mission presso le competenti autorità della Repubblica Democratica del Congo.

 

Le confermiamo il coinvolgimento di UNHCR CONGO nell’effettuazione delle riprese che si sono svolte in un clima di totale collaborazione.

In Congo le riprese non sono state realizzate in un campo profughi come da lei indicato, bensì nella località di Doruma dove sono presenti, come siamo certi lei saprà, circa 17.000 sfollati interni.

 

Si conferma che si effettuerà una raccolta fondi durante la messa in onda della trasmissione, ma contrariamente a quanto da lei indicato i fondi raccolti verranno destinati ai paesi (e non ai campi visto che non si tratta sempre di campi) oggetto delle riprese come da accordi con la RAI e con le compagnie telefoniche.

 

Per quanto concerne infine l’utilizzo di personaggi noti, la RAI ha deciso di coinvolgere dei volti noti del mondo della tv in quanto sono persone che hanno grande familiarità con il pubblico delle prime serate di RAI 1, quindi ritenuti capaci di avvicinare le famiglie italiane al dramma dei rifugiati.

 

Ci auguriamo che le informazioni fornite possano aiutarla nella corretta realizzazione del suo articolo.

 

Cordialmente,

 

Ufficio Stampa UNHCR Italia

 We believe 1 family torn apart by war is too many. Tell the world you do too: http://www.unhcr.org/1family

 

3 Risposte to “La realtà soffoca il reality.”

  1. Carlo Demirvel 26 novembre 2013 a 12:31 #

    voyeurismo-gossip-solidarietà,,ma se prima di emettere giudizi aspettaste di vedere il programma? oppure siete della scuola dei 5 stelle che invocano la censura preventiva?
    grazie
    Carlo

  2. Ludovico 28 novembre 2013 a 12:22 #

    Caro Fulvio,
    il virgolettato che segue, tratto dall’articolo qui sopra, evidenzia che non ti é ben chiara la dinamica del conflitto in questione nella Provincia Orientale, nonché il fatto che le sbandierate conoscenze congolesi che citi a fonte sono completamente ignare di quello di cui vanno parlando. “Questa precisazione ci ha aiutato a superare la nostra sorpresa quando siamo venuti a conoscenza dalle autorità locali congolesi che il campo sfollati di Doruma non esiste più da anni e molte delle persone che vi erano accampate, sono state trasferite nei campi di Mugunga 1 e di Kanyarychinya, rispettivamente nelle zone ovest e nord di Goma, città capoluogo del Nord Kivu””.
    Il campo sfollati di Doruma (una precisazione: sfollati è un termine giornalistico – nel nostro lavoro si parla di sfollati interni o di rifugiati – due cose ben distinte) era stato creato per ospitare i rifugiati sud sudanesi durante la guerra (1982-2005). A seguito del CPA il campo è stato smobilitato. La zona tuttavia è stata oggetto delle scorribande della LRA fin dal 2006, cosa che ha determinato, dal 2008 in poi, un arrivo costante di persone nei dintorni di Doruma e di Dungu (cittadina poco più grande, poco più a sud-est).
    Non credo di aver mai letto che UNHCR o Intersos abbiano dichiarato di avere registrato Mission in un campo rifugiati in Congo. Ma forse mi sbaglio.

  3. mark 1 dicembre 2013 a 07:56 #

    Egregio signor Beltrami, i suoi articoli si reggono su una montagna di insinuazioni non provate, e dimostrano che la sua pretesa conoscenza dell’Africa e della sua storia sono solo fanfaronate. Con quale coraggio si autodefinisce un giornalista?
    Una cosa è certa, con il suo spalare fango lei si sta procurando una notorietà inaspettata (e immeritata). Quello che sta veramente speculando sulla miseria dei più deboli è proprio lei. SI VERGOGNI !!!

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