Mission – Rai: Pornografia Umanitaria – Il disservizio pubblico

11 Nov

Prendete tre pseudo-vip del calibro di Albano, Emanuele Filiberto e Michele Cucuzza. Metteteli per dieci giorni fianco a fianco con gli operatori umanitari in un campo profughi del Sud Sudan, del Mali o del Congo. Accendete le telecamere 24 ore su 24 e condite il tutto con le lacrime facili del buonismo televisivo. Ecco la geniale ricetta della RAI, l’ente pubblico televisivo italiano, per risollevare le sorti di un’azienda in evidente crisi di identità.

Il format del reality, con i suoi precedenti illustri de “L’isola dei Famosi” e del “Pechino-Express“, viene applicato alla tragedia di un mondo devastato dalle tre maledizioni bibliche di sempre: la peste, la fame, la guerra. Si chiamerà “Mission”, orecchiando l’avventura dei gesuiti tra gli indios guaranì del Sudamerica raccontata dal film con De Niro. L’ondata pubblica di sdegno che ha raccolto in pochi giorni oltre 40 mila firme sul web, basata proprio sugli esempi ben noti di tv-spettacolo, lascia già immaginare quale sarebbe il risultato finale dell’operazione e a quale livello di tv-spazzatura si sia arrivati. L’Africa è stata sfruttata da tutti, per secoli. Non farebbe eccezione l’idea di trasformare uno dei suoi infiniti drammi dimenticati in un teatrino nazional-popolare.

UNA STRONCATURA SENZA APPELLO

Autorevoli esponenti delle associazioni umanitarie, che da anni lavorano con serietà, impegno e in silenzio sui drammi del mondo, sono insorti accusando i dirigenti RAI di volere qualcosa che somiglia alla “pornografia”. La giustificazione, da parte loro, è che in questo modo si vuole “sensibilizzare” il pubblico sul tema della cooperazione, di fatto sostenendone la causa, anche con concreti ritorni economici. Questo spiegherebbe anche l’appoggio, a sorpresa, dato all’iniziativa, da organizzazioni come Intersos, una delle maggior Ong italiane, e la stessa Agenzia per i Rifugiati delle Nazioni Unite, l’UNHCR.

Lo sdegno, già ampiamente espresso e manifestato da molti, contro un’operazione che ha tutte le premesse di una volgare spettacolarizzazione del dolore e della sofferenza (centrato tra l’altro sulla mediocrità dei personaggi chiamati in causa come attori principali), parte da motivazioni di tipo etico e morale. Questo è un dato di fatto, il punto di partenza di una stroncatura senza appello. Si dimentica però, a mio avviso, un’altra prospettiva, che inchioda i promotori dell’iniziativa, e in particolare i dirigenti dell’azienda pubblica che hanno avviato il programma, a confrontarsi con la loro buona fede.

RAI: L’INFORMAZIONE NEGATA

Come si può dire, senza essere tacciati di ipocrisia e mala fede, che si vuole “sensibilizzare” il pubblico sui grandi temi delle tragedie dimenticate quando per anni, sistematicamente, è stato negato lo spazio di informazione adeguato e corretto per rappresentarle? Quello dei servizi giornalistici, dei telegiornali, delle interviste, dei reportage dalle tante aree dimenticate del mondo, di un’Africa stessa che figura agli ultimissimi posti in tutte le classifiche della geografia RAI? Perchè non si dovrebbe dimenticare che la maniera più corretta, “normale” direi, di sensibilizzare il pubblico è quella di raccontare la verità e di informarlo sulle dinamiche di una storia che passa davanti ai nostri occhi senza che a volte ce ne rendiamo nemmeno conto. E i professionisti chiamati per loro deontologia professionale e per loro stesso mestiere a farlo sono i giornalisti, gli inviati, e quanti comunque vivono dall’interno, in presa diretta e in prima persona, eventi e drammi in qualsiasi parte del mondo.

Posso testimoniare in prima persona, come giornalista e reporter, la difficoltà enorme di trovare spazi nei palinsesti, per raccontare le tante storie, non necessariamente drammatiche, ma comunque degne di essere prese in considerazione e conosciute, che si possono facilmente raccogliere se si ha il coraggio di viverle sul posto. “Sei stato in Angola? Ma hai chiesto in giro quanti sanno dov’è l’Angola?” Così mi sono sentito chiedere da un direttore televisivo al mio ritorno dall’ennesimo viaggio e da un’intervista esclusiva al capo dell’Unita, Jonas Savimbi, protagonista della lunga guerra civile seguita al ritiro dei portoghesi. Quanti miei colleghi si sono sentiti fare la stessa domanda a proposito della Liberia, dell’Eritrea, dei Saharawi, in esilio da 40 anni nel deserto più inospitale del pianeta, dove un popolo intero vive in campi profughi diventati città, ignorato dal resto del mondo che gli nega il diritto all’autodeterminazione?

E che dire dei traffici di coca, di oppio, di diamanti, di oro, di coltan che alimentano una economia sommersa mondiale e che sono all’origine di tante guerre e di tante migrazioni di profughi? Se c’è una categoria chiamata istituzionalmente a parlare di queste cose, col filtro della propria professionalità, dell’impegno morale e della capacità di andare oltre ciò che si vede, i luoghi comuni e le tante disinformazioni strumentali, per capire le cause prime di sofferenze e lutti, questa è quella dei reporter internazionali. Ne conosco tanti che hanno dato la vita e sono pronti a darla in ogni momento in qualche parte dimenticata del mondo, per strappare la testimonianza di una foto, una ripresa filmata, un’intervista rivelatrice sull’intreccio di interessi che nasconde la verità.

DOVE ERANO I RESPONSABILI DELL’INFORMAZIONE?

Dove erano allora e come si comportano oggi i responsabili dell’informazione pubblica così ansiosi di “sensibilizzare” il loro pubblico? Dove erano quando tornavo con le immagini di una Grozni rasa al suolo dalla real-politik di Putin, con storie angoscianti dai campi profughi dell’Inguscezia e del Dagestan. O dalla valle del Panchisi, in Georgia, dove l’unico giornalista presente, quando c’ero entrato, era stato Antonio Russo, di Radio Radicale, ucciso dai servizi segreti russi? Quante volte mi sono sentito dire da una famiglia di profughi ceceni o da qualche donna congolese o saharawi, “racconta al mondo la nostra storia, perchè nessuno sembra accorgersi di noi”. L’ho fatto, qualche volta anche per “Report”, l’ho sempre fatto e continuerò a farlo, anche se poi ho sempre dovuto constatare di persona quanto è difficile far passare un messaggio del genere sui grandi canali di informazione. Tante altre volte, in passato, potevo raccontare le mie storie soltanto su qualche rivista missionaria o in conferenze pubbliche di paese.

Ci sono tanti colleghi, anche amici, che hanno pagato con la vita il loro impegno. Come Anna Politkovskaya, che avevo incontrato, raccogliendone la frustrazione professionale per la insensibilità internazionale nei confronti della tragedia cecena. Si è dovuto aspettare che venisse freddata da un killer sulla porta di casa per accorgersi di lei e del suo grido.

Ben venga dunque la ritrovata attenzione della RAI di fronte ai tanti drammi del mondo. Ma che questa passi attraverso un cambiamento reale, attraverso una riconsiderazione più seria di tutta l’informazione televisiva, non solo mirata allo spettacolo o al trionfo dell’ovvio e del banale. Ci sono migliaia di reporter, in ogni parte del mondo, che non aspettano altro che qualcuno possa dar loro uno spazio e una voce per raccontare ciò che non è mai stato raccontato prima. Ci sono migliaia di operatori umanitari, missionari, persone direttamente coinvolte nei problemi, le sofferenze e le realtà di quello che una volta si chiamava Terzo mondo, che potrebbero diventare i protagonisti di questa autentica rivoluzione nel modi di fare e raccogliere informazione. Spiegarci per esempio perchè ogni anno decine di migliaia di persone affrontano rischi mortali partendo su barconi malandati dalle coste dell’Africa in fuga dai loro paesi. O perchè tante ragazze sono costrette ad alimentare la tratta degli schiavi che alimenta la prostituzione internazionale.

L’INFORMAZIONE È CULTURA, NON PORNOGRAFIA UMANITARIA

L’informazione è cultura, fare informazione significa dare al pubblico le notizie e gli strumenti per analizzarle e capirle, per formarsi un’opinione, per compiere delle scelte. Non è certo aprendo il sipario dei reality su un bambino che piange o che muore che si fa informazione e che si fa cultura. Questa, ha ragione Guido Barbera, presidente del Cipsi, è soltanto “pornografia umanitaria”. La RAI, anche e soprattutto nella sua qualità di azienda pubblica televisiva, non dovrebbe non solo accettarlo, ma nemmeno osare proporlo.

Si ribatte che anche all’estero ci sono vip dello spettacolo o del cinema che si sono prestati alla causa umanitaria. Da Lady D ad Angelina Jolie, abbiamo visto passare tanti altri nomi noti. Ma non avevamo mai visto prima, gente di spettacolo, fare della sofferenza vera il “proprio” spettacolo. Essere testimonial di una agenzia umanitaria, con la dignità e il rispetto che una operazione del genere richiede, non crea nessun disturbo e nessun problema morale. Altra cosa è mercificare la sofferenza e il dolore, farne spettacolo davoyeur, con l’ipocrisia magari di qualche finta lacrima in primo piano.

Ricordo una notte, nella foresta della Sierra Leone, nel cuore delle miniere dei diamanti insanguinati, quando le bambine-soldato rapite dai guerriglieri bussavano alla mia porta supplicandomi di portare via con me i figli nati dagli abusi e dalle violenze. È possibile trasformare un momento del genere in una sceneggiata televisiva? Ma soprattutto, viene da chiedersi, è lecito farlo?

Quando Laura Boldrini, all’epoca responsabile dell’UNHCR Italia venne contattata dai dirigenti RAI per valutare la proposta di una trasmissione, indicò giustamente un format televisivo australiano già esistente che a suo parere avrebbe potuto effettivamente funzionare. La differenza con l’ipotesi “Mission” e la presenza di un Albano che dice di voler cantare con i profughi “per aiutarli” è però abissale. Gli operatori televisivi australiani hanno infatti seguito per settimane, sul campo e in  presa diretta, chi nei campi vive e lavora, accendendo dunque i riflettori su una esperienza quotidiana che ben merita di essere raccontata e conosciuta.

LE CONTRADDIZIONI DELLA COOPERAZIONE

C’è poi un’altra considerazione fondamentale da fare sul senso di “spettacolarizzare” a tutti i costi il set naturale di un campo-profughi. E questa chiama in causa molte delle stesse organizzazioni umanitarie, la politica internazionale. Ci sono contraddizioni evidenti anche nel mondo della cooperazione. Ci sono interessi strategici e politici che fanno accendere i riflettori su un dramma e uno scenario internazionale piuttosto che un altro. Ci sono giochi di politica e di fondi dedicati che chiamano le ong a operare in un paese piuttosto che in un altro. Ricordo la mia ultima visita in Angola, dove dalla fine della guerra si trascina un drammatico problema di bombe e mine inesplose disseminate ovunque che continuano a mutilare e uccidere. Come in Cambogia, in Kurdistan, in tante altre parti del mondo. Non lontano da Huambo, avevo conosciuto e seguito il lavoro degli sminatori della agenzia Intersos, oggi apertamente schierata accanto alla RAI nel difendere questo osceno reality. Era la fine del 2001 e l’attenzione internazionale venne dirottata di colpo sull’allora semisconosciuto Afghanistan. Nell’arco di un mese, dopo l’intervento militare americano, erano tutti lì, compresi quelli stessi operatori che avevo incontrato in Angola. Da allora, e sono passati 12 anni, dell’Angola e delle sue mine non si ricorda più nessuno. C’è un perverso intreccio tra la politica internazionale e l’attività delle stesse ong che io stesso ho raccontato in un contestato servizio televisivo. Perchè molti corrono soltanto là dove sono i contributi internazionali e dove c’è la maggiore visibilità mediatica. La necessità di raccogliere fondi li espone poi, molto spesso, ad altre contraddizioni e a discutibili compromessi.

Può anche succedere che ci siano verità e crisi dimenticate che “non si vogliono” raccontare. L’ho sperimentato direttamente nel corso della mia inchiesta sul petrolio nel delta del Niger. Il destino di un intero popolo, quello degli Ogoni, è stato scritto dalle multinazionali che hanno invaso il loro territorio per farne campi di estrazione. Hanno avvelenato la loro acqua, sterminato i loro pesci e reso sterili per l’inquinamento i loro terreni. Chi si ribella e compie sabotaggi negli impianti lo chiamano guerrigliero o terrorista, anche nel linguaggio dei grandi networks internazionali. Un gioco facile che si ripete ovunque ci siano grandi interessi in gioco, dall’Afghanistan alla Cecenia, al Messico del Chiapas e di Marcos, o in Amazzonia.

A volte, lo stesso scenario di un campo profughi può nascondere realtà inquietanti. Il girone infernale, realmente dantesco, che ho conosciuto a Goma, al confine tra Rwanda e Congo e che ha devastato l’intera regione dei Grandi Laghi, è stato voluto e tuttora vive per la complicità della grande politica internazionale con le mafie locali e i governi corrotti. Per anni, dalla fine della guerra civile rwandese, il campo profughi è stato il santuario della guerriglia che ha insanguinato e insanguina la regione creando un flusso ininterrotto di profughi.

In Mali, il problema dei rifugiati nasce anche dalla guerra civile tra governo e Tuareg, innescata dalle armi vendute dai ribelli libici aiutati dall’Occidente per detronizzare Gheddafi e mettere le mani sul petrolio. Non si può capire la realtà di un campo profughi (e non saranno certo Albano, Cocuzza o il rampollo dei Savoia a farlo), senza capire le ragioni e le dinamiche vere, che restano spesso taciute.

Come la storia vera del coltan, che ho cercato di raccontare per “Report”: dalle miniere difese dai militari e le mafie locali della guerriglia, ai trasporti in mano ai mercenari russi, per finire al grande mercato internazionale dei telefonini e della tecnologia più avanzata. L’80 per cento del prezioso metallo, indispensabile nel mondo hi-tech, proviene dall’inferno verde e martoriato del Congo. Ma si vuole raccontare davvero? È questo che vuole la RAI? Beh, a mio parere ci sono modi più seri ed efficaci per farlo.

Di Giorgio Fornoni
Giornalista

 

 

Versione Originale: www.solidarietainternazionale.it

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