Archive | novembre, 2013

MISSION: 3 DICEMBRE – CONFERENZA STAMPA RAI, UNHCRITALIA, INTERSOS

29 Nov Rai

Ci é giunta notizia che il 3 dicembre 2013 si terrá, presso la Rai a viale Mazzini, una conferenza stampa di presentazione del programma Mission. Le organizzazioni (UNHCR e INTERSOS) hanno richiesto ed ottenuto dalla Rai di tenere nascosta tale notizia fino all’ultimo minuto per evitare presidi, voci critiche di tutta Italia di organizzarsi o esserci. Saranno invitati solo giornalisti “amici” selezionati e dei TG, ma non le associazioni.

Pubblichiamo questa notizia ricevuta da fonte credibile con la speranza che sia l’unica notiza infondata ricevuta sul caso Mission, fiduciosi che gli organizzatori della trasmissione manifestino la loro buona fede invitando alla conferenza stampa il mondo del volontariato e delle Ong Italiane come partecipanti al dibattito.

African Voices

Critica al Fulvio Beltrami pervenuta da Giacomo Re, giornalista vicino a Intersos? – Botta e Risposta

28 Nov tumblr_mw9ojuFzNU1t1tnz0o1_1280

Gentile Fulvio Beltrami,

L’anno scorso ho lavorato in South Sudan per un’agenzia internazionale che mi ha dato modo di collaborare occasionalmentecon INTERSOS. Quindi ho avuto modo di passare molto tempo a Yambio mentre giravano il programma in questione. Non sono qui per difendere “the Mission” nè le organizzazioni conivolte. Però ritengo scorretto che lei, pur avendo avuto informazioni molto precise su molti aspetti della vicenda, per molti altri aspetti non abbia approfondito le sue fonti ma abbia deciso di coinvolgere senza remore e con affermazioni inappropiate persone che non hanno avuto nessun ruolo rilevante nella vicenda e sulle quali lei invece fa cadere sospetti che non hanno alcun fondamento di verità. Lei che parla di “giornalismo non fazioso” perchè vive in quella zona e si appella ai media internazionali per elsaltarne la loro indipendenza e deteminazione nella ricerca della verità e poi contribusice, con informazioni parziali e fuorvianti, alla prostituzione del lavoro umanitario offendendo la professionalità e l’etica di persone che non solo non erano responsabili della diffusione del documentario e delle negoziazioni con le autorità del Sud Sudan, nè dell’organizzazione logistica nè della sua ideazione o messa in atto, ma che all’epoca dei fatti occupavano posizioni non manageriali e che non avrebbero potuto prendere alcuna decisione in merito, ma che casomai non avrebbero potuto che “subire” certe scelte pur non condividendole. Sostengo, coem ho gia detto, che questo articolo offenda la professionalità e l’etica di alcuni operatori umanitari insinuando sospetti in tipico stile “italiota“ che poco hanno a che fare con la “cutura” dei media e del grande giornalsimo a cui lei si rifà o vorrebbe rifarsi.

Dato che lei crede fermamente che “giornalismo è diffondere quello che qualcuno non si vuole che si sappia, e il resto è propaganda” e partendo dal punto che “the Mission” sia una di “cattivo” gusto, e non solo, e chi lo dice fa questo mestiere da tanti anni con passione e etica profesisonale esattamente come alcune delle persone da lei citate in maniera un po’casuale, resto supito dal fatto che se Lei fosse stato veramente interessato a prendere la posizione di chi questo lavoro lo fa seriamente (oltre ai “diritti” dei locali), avrebbe potuto prima verificare meglio le sue fonti o almeno contattare (o cercare) tutte le persone che sta diffamando invece di farlo a loro insaputa.

Credo che la sua ricerca dello scoop sia alla stregua di quello di “The Mission” cosi come di cattivo gusto trovo la sua personale caccia alle streghe e la invito a riflettere su quali conseguenze le sue parole potrebbero avere sulla credibilita’ professionale delle persone che vengono ingiustamente citate.

Grazie
*La lettera del giornalista Giacomo Re non è stata volutamente corretta dalla redazione di African Voices in quanto non vogliamo ledere al suo scritto.

Risposta di Fulvio Beltrami:
Gentile Giacomo, La ringrazio del suo intervento che sara’ pubblicato fedelmente sulla mia pagina FB Africa Report.
Precisazione: come ben chiarito nei due articoli, UNHCR, Dinamo e Intersos dal 18 ottobre 2013 sono a conoscenza di tutti i temi dei due articoli in quanto ho invato vari email di domande. Forse Intersos lo ha tenuto nascosto a lei?
L’inchiesta e’ stata scritta da due giornalisti in tempi diversi. Ho documenti ufficiali a testimonianza di quanto scritto, nella pura tradizione del gioranlismo anglofoono, in quanto professionista VOLUTAMENTE non iscritto al retograto ed inutile Albo dei Giornisti Italiani.
Un consiglio. Legga piu’ attentamente gli articoli dei suoi colleghi. Molte delle sue domande sono gia’ spiegate negli articoli, estremamente trasparenti.

Fulvio Beltrami
Giornalista Freelance
Kampala, Uganda

Piccante e sincera risposta di Fulvio Beltrami: Alla cortese attenzione della Dr.ssa Laura Iucci

27 Nov beltrami

Signora Laura Iucci, Sinteticamente desidero intervenire alla sua risposta riguardo l’inchiesta fatta in Repubblica Democratica del Congo e in Sud Sudan dal sottoscritto e da un altro giornalista italiano, in quanto lei mi cita in modo inappropriato.

Le posso confermare che il video é autentico e ci é stato consegnato da un cooperante di Intersos che ancora lavora per tale organizzazione.
E’ stato sottoposto a perizie tecniche di studi di ripresa specializzati in Uganda e sottoposto al vaglio della comunità congolese sempre in Uganda. A loro giudizio non si tratta di un campo rifugiati né della località di Doruma, ma di un tranquillo villaggio nei dintorni di Goma dove é stato montato un vero e proprio set cinematografico, evidente nel video. Forse qualcuno dirà che gli studi di ripresa specializzati in Uganda e la comunità congolese a Kampala potrebbero non essere stati all’altezza del compito essendo non esperti del Primo Mondo ma degli … “africani”.

Per me le loro opinioni contano! Per la semplice ragione che in tutta questa “storia buffa” non hanno alcun interesse.
Non partecipano agli introiti derivanti dalle vendite di spazi pubblicitari durante la trasmissione (180.000 euro per 28 secondi) né alla raccolta dei preziosi finanziamenti privati che, come mi hanno assicurato diversi esperti di audit finanziario, sono totalmente fuori controllo da ogni seria supervisione amministrativa del loro utilizzo.
Lo sa bene anche Lei che nemmeno la Cooperazione Italiana ha il diritto di effettuare audit sui fondi elargiti alle Agenzie ONU, UNHCR compresa, ma si deve accontentare di un loro rapporto redatto sulla base di audit interni o commissionati a ditte collegate. Gli articoli sono frutto di due inchieste separate del sottoscritto e del mio collega giornalista che vive in Italia, nei paesi africani .
La documentazione a cui si fa riferimento ci é pervenuta sempre da personale di Intersos, credo ancora attivo nella ONG, a prova del loro totale presa di distanza delle linee politiche su questo, mi permetta di dire, Reality Show, forse di buona qualitá, ma pur sempre una Fiction.
Per correttezza giornalistica dal 18 ottobre scorso ho inviato una serie di email a Dinamo Comunicazioni Srl (società incaricata dalla RAI per girare le riprese di Mission), UNHCR Italia e Intersos al fine di garantire un corretto approfondimento su questo innovativo sperimento di comunicazione umanitaria: Mission, permettendo ai promotori di partecipare e integrare l’articolo relativo alle indagini sulla trasmissione effettuate in Africa prima della sua uscita, evitando così notizie-mostro.
Ogni uno di voi era a perfetta conoscenza dei temi dei due articoli prima della loro pubblicazione. La fitta documentazione di corrieri elettronici lo dimostra.
Solo UNHCR ha avuto l’onestà e il pregio di rispondere riportando la sua versione dei fatti che é stata fedelmente riprodotta nel secondo articolo su Mission. Questo sicuramente ha conquistato il mio rispetto verso di voi. Ma comprendo che lei é in buona fede costretta a difendere interessi economici che vanno oltre a Mission in questo momento di crisi economica internazionale che provoca un drastico ridimensionamento dei fondi pubblici anche per le attività di UNHCR che, diciamola apertamente, ha il solo obiettivo di cronicizzare le crisi per mantenere i campi rifugiati il più a lungo possibile anche a costo di un aumento delle tensioni sociali con gli stessi rifugiati, di cui i recenti episodi proprio nella Repubblica Democratica del Congo, anche se accuratamente tenuti nascosti alla stampa italiana, sono la prova più lampante. Cosí come comprendo e condivido le sue preoccupazioni e paure. In fondo, nella moderna societá post industriale l’Audience é unica ragione di vita e motore di iniziative…

Mi sono occupato di Mission non per soldi ne per fama, ma coerente a quello che io fermamente credo sia il dovere di ogni giornalista libero, spiegato perfettamente dalle parole di Horacio Verbitsky, famoso giornalista e militante politico argentino: “Giornalismo é diffondere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto é propaganda”.

Forse il mio compito é stato facilitato dal fatto che, non vivendo nell’odierna Italia, sono esente dalle attuali forme di pressioni subite ogni giorno. Il fatto che tutti quelli che hanno collaborato alla stesura del articolo, compreso il giornalista italiano abbiano richiesto l’anonimato é per me un esempio lungimirante di quale tipo di pressioni e paure vi sono dietro a questo Reality, che io avrò la fortuna di non vedere in quanto l’abbonamento satellitare a RAI International é troppo costoso qui in Uganda.
Sinceramente preferisco Al Jazeera, Russian TV e i telegiornali locali.

L’ironia della sorte ha voluto che alcune puntate di Mission fossero girate nella regione dove lavoro e vivo. Sicuramente la puntata registrata in Mali sará stata messa al riparo da occhi e orecchie indiscrete. Purtroppo non posso augurare a UNCHR, RAI e Intersos un buon successo della trasmissione.
L’augurio andrebbe contro i miei principi basati sul rispetto del Continente che mi ha adottato: l’Africa.

Distinti Saluti.

Fulvio Beltrami
Giornalista Freelance
Uganda, Kampala

Mission. Unhcr: “Sconcertati dalle accuse, è un programma di qualità”

27 Nov profughi

La responsabile del progetto Laura Iucci, reduce dalla registrazione della prima puntata, risponde alle accuse in un’ intervista rilasciata a Redattore sociale. “Spieghiamo al pubblico le condizioni di vita di sfollati e rifugiati nel mondo. Non c’è una strumentalizzazione del dolore, sono persone che raccontano la loro storia e il loro paese”

“Siamo allucinati e sconcertati dalle polemiche che ci sono piombate addosso. Le riprese non sono state fatte in set cinematografici, non abbiamo violato nessuna legge, il programma è di qualità e spiega al pubblico le condizioni di vita dei rifugiati e gli sfollati nel mondo”. Reduce dalla prima registrazione ieri sera a Torino di Mission, Laura Iucci funzionario dell’Unhcr (che compare al fianco di Paola Barale nelle prime immagini del programma diffuse in anteprima), risponde alle accuse sulle presunte irregolarità nella realizzazione del docureality, che andrà in onda dal 4 dicembre su RaiUno.

La prima critica che viene rivolta al programma è che le immagini non siano state girate all’interno dei campi profughi ma in case private o addirittura in realtà ricostruite tramite set cinematografici.

Sono vere e proprie assurdità le affermazioni fatte da Belltrami, che non  sappiamo bene neanche chi sia, e denotano una non conoscenza del tema e di cosa sia Mission. Innanzituto va ricordato che almeno due terzi dei rifugiati di tutto il mondo non vivono all’interno dei campi. Le realtà dei paesi toccati da Mission sono quindi lo specchio di ciò di cui noi ci occupiamo: rifugiati e sfollati. I rifugiati sono coloro che superano i confini nazionali per essere accolti in un secondo paese dopo la fuga, realtà che rappresentiamo in  Giordania attraverso le storie dei rifugiati siriani mentre in  Congo e in Mali parliamo di sfollati interni cioè di persone che hanno lasciato le loro case per spostarsi in altre aree del paese a seguito di guerre o persecuzioni.  Anche in Ecuador si tratta di  rifugiati colombiani che vivono all’interno di abitazioni proprie, mentre in Giordania mostriamo il campo di Zaatari. Nello specifico in Congo siamo stati a Doruma dove ci sono 17mila sfollati interni: persone che stavano fuggendo verso il Sud Sudan, a causa dei movimenti della Lra (Esercito di Resistenza del Signore, ndr)Si sono istallati a Doruma  e lì hanno creato la comunità dove vivono attualmente e che è formata esclusivamente da sfollati. Quindi quello che si vede nella trasmissione non è un campo ma un villaggio dove le organizzazioni umanitarie e altre ong lavorano per continuare ad assistere  queste persone in una condizione di post emergenza.

Perché avete deciso di mostrare questa realtà?

La scelta dei paesi e delle diverse situazioni da mostrare è voluta ed è dettata dalla necessità di per far capire alle persone le realtà di intervento delle nostre organizzazioni: quando accade una guerra c’è l’emergenza, ma anche c’è anche il post emergenza che è molto importante perché  molto spesso dopo l’onda emotiva le situazioni di questi paesi si dimenticano. In Congo per esempio ci sono bambini soldato, donne traumatizzate perché hanno subito violenza sessuale, ex della Lra rapiti da bambini,  persone che hanno quindi ancora bisogno di una totale assistenza. Nello specifico quello che si vede nel video è un progetto di reinserimento professionale per donne vittime di violenza sessuale, si tratta di donne vedove con bambini o donne sole. Dopo aver avuto assistenza psicologica per il superamento del trauma, come è tipico del nostro modus operandi, abbiamo deciso di  permettergli di riprendersi la loro  normalità e tornare alla vita lavorativa. Questo consente alle donne di avere accesso a delle fonti di reddito e di mantenersi. Per farlo come progetto start up generatore di reddito si è scelto un ristorante. Quindi nelle immagini si vede un tucul, una  capanna tipica locale che non una casa privata ma appunto un ristorante. La comunità è quella di Gangala nell’area di Doruma e il posto si trova in uno snodo stradale tra il Sud Sudan, la Repubblica Centrafricana e il Congo. E’ un punto strategico, possiamo dire che è una sorta di auotogrill, perché lì  passano i camion che si fermano in questo punto di ristoro. Altro elemento che non si vede nel video, dove le immagini sono state decontesualizzate, è che il progetto di ristorazione è collegato a un altro progetto di educazione. A due passi da lì c’è infatti una scuola, che in parte già esiste e in parte è in costruzione. Quindi le donne cucinano anche per gli insegnanti. Quel giorno dunque Paola Barale stava cucinando insieme alle donne per gli insegnanti.

Un altro punto controverso è quello dei permessi. Si parla di una controversia sulle autorizzazioni con il governo del Sud Sudan relativa alla puntata zero girata con Michele Cucuzza e Barbara De Rossi. E di altri problemi per le puntate successive, fino a ventilare l’ipotesi che per gli spostamenti siano stati utilizzati voli umanitari.

All’inizio abbiamo valutato quale fosse il modo migliore per raggiungere Doruma, che è quasi ai confini col Sud Sudan, quindi è raggiungibile o attraverso il Sud Sudan o attraverso l’Uganda. Quindi abbiamo pensato che la logistica migliore fosse attraversare con un aereo l’Uganda. Il volo è stato pagato dalla casa di produzione. Ovviamente si tratta degli stessi voli charter che le compagnie aree danno agli operatori umanitari a prezzi vantaggiosi ma la troupe ha pagato il biglietto a prezzo pieno.

Secondo l’autore del blog a rivelare le informazioni e passare i documenti, compreso il video in anteprima, è una persona che ha lavorato alla realizzazione del programma, un operatore di Intersos.

Non è possibile, noi non abbiamo i materiali, non abbiano niente. Non riusciamo neanche noi a capire chi possa essere stato. Ma escludiamo che si tratti di un operatore.

Altro aspetto ch e ha indignato molti è che dalle prime immagini il programma sembra mettere in risalto più il ruolo dei vip che quello delle realtà raccontate. Non crede che questo sia un modo distorto di raccontare  il lavoro dei cooperanti nelle zone disagiate?

Far vedere tre fotogrammi decontestualizzati non rende giustizia a un programma molto più denso di contenuti in cui le diverse realtà vengono invece spiegate: ci sono schede paese per far capire la situazione delle zone che visitiamo, ci sono interviste ai rifugiati e agli sfollati, che raccontano la loro storia e il loro paese. compito dei vip è solo quello di accompagnare lo spettatore nelle nostre attività quotidiane, parlando un linguaggio non tecnico. Il resto del montaggio che non si vede spiega bene qual è il lavoro degli operatori umanitari, ci sono interviste a noi e ai nostri operatori.

Alcuni nel mondo del sociale vi accusano anche di  strumentalizzare il dolore per raccogliere fondi. Come rispondete a questa critica?

Non c’è nessuna strumentalizzazione del dolore, nelle puntate si vedono sempre persone dignitose,  persone che hanno scelto coscientemente di raccontare la loro storia e dare la loro testimonianza. I fondi raccolti durante la trasmissione andranno ai paesi coinvolti in Mission, non a un progetto specifico ma a diverse realtà perché nel programma parliamo appunto di tutto: di cibo, di violenze, di guerre, di alloggi provvisori, e di tutte le attività che svolgiamo per proteggere queste persone.

Il programma è stato molto criticato fin dall’inizio. La stessa Laura Bodrini, che aveva partecipato, come portavoce di Unhcr alle prime riunioni, ha preso le distanze dal format dicendo che si discosta  molto dal progetto iniziale. E poi c’è stato il fuoco di fila da parte di numerose ong. Vi aspettavate tutte queste critiche?

Assolutamente no, e soprattutto sono critiche che arrivano prima di aver visto il programma. Per quanto riguarda la presidente della Camera, ha preso le distanze dall’idea del format reality, ma come abbiamo sempre detto Mission non è un reality, quindi  speriamo che anche lei lo apprezzerà quando andrà in onda. Abbiamo deciso di partecipare al programma perché il nostro obiettivo è proteggere e assistere i rifugiati, ma anche sensibilizzare le persone sui loro problemi. Le critiche oggi ci lasciano davvero sconcertati.

di Eleonora Camilli
Testo originale Redattore sociale

La realtà soffoca il reality.

26 Nov yambio

Nella Repubblica Democratica del Congo la situazione continua ad essere molto precaria. Nonostante che l’esercito regolare congolese, con il supporto del contingente ONU Monusco e del gruppo genocidario ruandese FDLR, sia apparentemente riuscito a sconfiggere i ribelli del M23, la pace nella regione del Nord Kivu resta un miraggio. I segni dei recenti scontri con le altre 40 milizie attive all’est del paese sono evidenti su un territorio martoriato da decenni di  guerre a bassa intensità, come si usa dire, che hanno provocato centinaia di migliaia di morti e un milione  di sfollati interni che rivendicano ad alta voce il diritto di vivere una vita normale in un clima di pace, giustizia e sviluppo economico esigendo il rispetto della loro dignità.

Ed è in questo contesto di grande instabilità caratterizzato, come in tutte le zone di guerra, da dolore e sofferenza, che si è deciso di registrare una puntata del nuovo reality show intitolato “Mission”, dove hanno partecipato due noti personaggi del mondo dello spettacolo: Emanuele Filiberto Di Savoia e Paola Barale.

La delicata realizzazione di questa trasmissione in Congo, é stata affidata da RAI e UNHCR Italia alla Dinamo Srl per gli aspetti tecnici e alla Ong Intersos di Roma, per gli aspetti logistici e burocratici.

I tecnici della Dinamo Srl, esperti in riprese di alta qualità, ma totalmente ignari delle problematiche e difficoltà logistiche e amministrative in questi lontani paesi africani, si sono affidati ad Intersos per una professionale ed adeguata assistenza logistica alle riprese e gestione delle necessarie pratiche burocratiche. Compito facilitato dalla presenza sul terreno di personale espatriato della Ong e da un collaboratore di lunga data: Mauro Celledin, pensionato di Padova con una approfondita  conoscenza dell’ est della Repubblica Democratica del Congo e della Repubblica del Sud Sudan. Mauro Celledin sembra l’uomo ideale per il compito assegnatogli ad Intersos, avendo già partecipato all’assistenza logistica per la realizzazione della puntata pilota di Mission girata nel 2012 a Yambio, Stato del Western Equatoria, Sud Sudan dove parteciparono Michele Cucuzza e Barbara Di Rossi.

Il primo ostacolo, che viene risolto con senso pratico e realistico, sono le necessarie autorizzazioni ministeriali per girare le riprese di Mission in Congo. Il 4 luglio 2013,  prima dell’arrivo della equipe televisiva e dei VIP coinvolti, si ottiene  una rapida  e comoda autorizzazione a girare Mission rilasciata da un responsabile del ufficio distrettuale delle Arti e Riforma Culturale della città di Bunia, (est del Congo): Florente Mahamba. In realtà si tratta di una generica autorizzazione annuale ad esercitare non specificate attività cinematografiche, rilasciata non alla Dinamo Srl o a UNHCR Italia ma al Capo Missione di Intersos: Jens Shumaker, che impedisce al Governo congolese a Kinshasa (lontano migliaia di km) di venire a conoscenza della presenza di una equipe televisiva con mandato RAI e delle riprese di Mission sul suo territorio.

Intersos, alla pubblicazione di tale notizia su African Voices il 08 agosto 2013 “Dietro le quinte di Mission”, garantisce che questa procedura effettuata é conforme a  quella prevista dalla legge congolese. Otteniamo la stessa rassicurazione dal Ufficio Stampa di UNHCR Italia, recentemente contattato per delucidazioni su alcuni punti di questo articolo: “Gentile Dott. Beltrami, le confermiamo di aver seguito la corretta procedura di accredito e permesso di girare la puntata Mission presso le competenti autorità della Repubblica Democratica del Congo”.

Di diverso avviso l’Ambasciata Francese a Kinshasa che fa  riferimento ad una nota pubblicata il 07 marzo 2013 sul suo sito ufficiale (procedura di accredito dei giornalisti stranieri). “I giornalisti stranieri che desiderano effettuare un reportage (stampa scritta, radio e televisione) nella Repubblica Democratica del Congo devono ottenere una autorizzazione presso il Ministero congolese della Comunicazione e dei Media. Una lettera di spiegazioni sul soggetto del loro reportage dovrà essere sottoposta all’attenzione della autorità e l’ottenimento di tale autorizzazione é a pagamento”. Nella nota informativa dell’Ambasciata Francese non si fa accenno al ufficio distrettuale delle Arti e Riforma Culturale della città di Bunia.

Il secondo ostacolo é come girare le riprese di Mission salvaguardando la sicurezza dei due VIP e del resto dell’equipe (quasi 20 persone tra tecnici televisivi, personale UNHCR e Intersos) in una regione infestata da bande armate che controllano le zone ricche di minerali e con rari voli di collegamento con Goma (capoluogo della Provincia del Nord Kivu).

Durante l’inchiesta e la visione del video consegnatoci da un cooperante Intersos anonimo, é sorto il dubbio che le riprese in Congo non siano state veramente girate in un campo profughi, ma in altri luoghi, allestendo dei set cinematografici.

Con certezza si può affermare che la puntata del 2012 in Sud Sudan sia stata girata in un campo, ma non di profughi, bensì di sfollati.

Seri dubbi invece sorgono sul luogo delle riprese della puntata del Congo.  Dubbi a cui UNHCR Italia, nella sua risposta alle richieste di delucidazioni inviate prima della pubblicazione degli articoli, prudentemente cerca di gestire, mettendo le mani avanti e chiarendo: “In Congo le riprese non sono state realizzate in un campo profughi come da lei indicato, bensì nella località di Doruma dove sono presenti, come siamo certi lei saprà, circa 17.000 sfollati interni”.

Questa precisazione ci ha aiutato a superare la nostra sorpresa quando siamo venuti a conoscenza dalle autorità locali congolesi che il campo sfollati di Doruma non esiste più da anni e molte delle persone che vi erano accampate, sono state trasferite nei campi di Mugunga 1 e di Kanyarychinya, rispettivamente nelle zone ovest e nord di Goma, città capoluogo del Nord Kivu.

Il video delle riprese Mission in Congo sembra chiarire come mai UNHCR Italia, nella sua gentile risposta alle nostre richieste di delucidazioni abbia voluto specificare che non si trattava di un campo profughi. Le immagini del video ricevuto mostrano scene di un tipico villaggio congolese che non ha nulla a che condividere con un campo di rifugiati o sfollati.

Al dubbio che le riprese siano state effettuate in un villaggio, trasformato per l’occasione in un set cinematografico, si aggiunge addirittura il dubbio sulla località: Doruma, (Distretto del Haut-Uele, Territorio di Dungu) alla frontiera con il Sud Sudan dove Intersos é presente dal novembre 2010.

Le immagini del video sono state sottoposte all’esame di vari esponenti della comunità congolese in Uganda, molti di loro  originari del  Nord Kivu e della regione del Ituri, nella speranza che riconoscessero i luoghi. A loro avviso vi sono forti probabilità che  si tratti di un villaggio congolese nelle strette vicinanze di Goma, nella zona non occupata dalla ribellione del M23.  I congolesi interpellati ci hanno fatto notare un interessante particolare presente nella scena della Barale che prepara un piatto tradizionale all’interno di una capanna. Il focolare su cui allegramente bolle la pignatta é composto da pietre vulcaniche che si possono trovare solo nella zona di Goma sovrastata dal vulcano Nyaragongo che nel 2002 distrusse quasi metà della città. Queste pietre vulcaniche non sono presenti nelle altre zone del Nord Kivu né tanto meno nel Ituri o nel distretto del Haut-Uele. Inoltre, sempre la scena iniziale con la Barale che aiuta in cucina ha alte probabilità di essere stata girata in una abitazione privata.

I pareri riportati sembrano avvalorare una indiscrezione raccolta da varie fonti in Congo che Mission sia stata girata in un villaggio vicino a Goma per motivi di privacy per le riprese e per la sicurezza dei partecipanti VIP. All’epoca non si era posta troppo attenzione a queste informazioni, ma la visione del video, la mancanza di un permesso giornalistico appropriato e la mancanza di sicurezza della regione sono tutti elementi che sembrano confermare il sospetto. Difficile credere che personaggi famosi abituati ad una vita occidentale tranquilla, comoda e piena di sfarzi possano accettare rischi in zone dove pullano decine di bande ribelli e Signori della Guerra ricercati dalla Corte Penale Internazionale per i crimini contro l’umanitá commessi sulla popolazione.

Personale MONUSCO ha affermato, a titolo personale, che non era a conoscenza di questa operazione cinematografica che difficilmente sarebbe stata tollerata all’interno dei campi profughi dal Governo congolese poco propenso a permettere le riprese di una situazione drammatica di cui é corresponsabile o ad avere “intrusi” in zone considerate pericolose e pattugliate dall’esercito regolare.

Se il sospetto che le riprese di Mission siano state girate in un tranquillo villaggio congolese fosse definitivamente confermato ci viene da sottoporre la domanda se le persone congolesi che vediamo nel video sono dei rifugiati, dei sfollati o dei semplici cittadini congolesi. Secondo i loro compatrioti residenti in Uganda le persone riprese difficilmente possono essere dei rifugiati o dei sfollati, ma semplici paesani certamente non traumatizzati dalla guerra. Se cosí fosse sarebbero allora delle semplici comparse probabilemente pagate poiché, come sottolinea un caro amico congolese di Kampala: “Con la povertá che c’é in Congo, nesssuno fa nulla per nulla”.

Altri elementi sembrano emergere nelle riprese della scuola in fase di riabilitazione come sostiene il responsabile della logistica Mauro Celledin, improvvisato per l’occasione a capo cantiere. La scuola non é situata in un campo profughi, ma in un villaggio, pulito e dignitoso con anche costruzioni in muratura. Al limite del paradossale i coreografi in questa scena hanno fatto indossare i caschi protettivi al personale edile, privo peró delle scarpe protettive che le ditte edili serie, africane comprese, fanno indossare ai loro dipendenti.

Ma le sorprese di Mission in terra Africana iniziano prima dell’arrivo dei nostri eroi in Congo. Il piano originale ideato dai promotori era quello di far raggiungere l’equipe al completo e i due VIP passando per il Sud Sudan e attraversando la frontiera  di Yambio – Ezo, Stato del Equatoria, affrontando non si sa per quali ragioni un lungo viaggio su strade non asfaltate in piena stagione delle piogge.

Documenti in nostro possesso dimostrano un netto rifiuto delle autorità di immigrazione del Sud Sudan a concedere i visti al troupe televisiva RAI, al Di Savoia e alla Barale. Il rifiuto viene comunicato il 17 luglio 2013 dopo intense attività di negoziazione che causarono un forte ritardo sulla tabella di marcia prevista dalla Dinamo Srl per la missione in Africa.

Il documento parla di un netto rifiuto dell’ufficio immigrazione di Kololo. Un responsabile: Majak Makaig, informa Intersos che i visti sono stati negati a causa di dissidi tra il governo e gli organizzatori della puntata zero registrata nel 2012 a Yambio, Stato del Equatoria con la partecipazione di Michele Cucuzza e Barbara De Rossi. Il Governo Sud Sudanese avrebbe accusato gli organizzatori di Mission di non aver rispettato le regole concordate per le riprese di Mission nel 2012 non avendo consegnato copia delle riprese per essere visionata dalle autorità predisposte al fine di assicurarsi che il contenuto non danneggiasse la dignità dei cittadini sud sudanesi sfollati e la reputazione del giovane paese africano che ha ottenuto l’indipendenza dagli Arabi del Nord Sudan nel 2011 dopo oltre vent’anni di guerra civile.

Il rifiuto delle autorità Sudanesi a concedere i visti avrebbero obbligato la troupe della Dinamo Srl e i due VIP a raggiungere il Congo via Entebbe, Uganda arrivando a Goma mentre Mauro Celledin, Paola Amicucci, Allessandra Filocano, Laura Iucci e Alonzo Vittorio avrebbero raggiunto il Congo (Doruma) via terra attraverso il Sud Sudan come da progetto originale, in quanto dotati di regolare visto sud sudanese. Qui si pone la domanda. Chi ha raggiunto chi? La trouppe della Dinamo, la Barale e il Di Savoia hanno raggiunto Celledin e i responsabili UNHCR Italia a Doruma prendendo un volo umanitario da Goma o viceversa?

Il principale obiettivo di questo “innovativo programma di prima serata” era quello di presentare il tema dei rifugiati, “facendolo in modo piacevole ma anche con la massima attenzione e il massimo rispetto per le persone, la loro sofferenza, la loro dignità, rendendole protagoniste nel raccontarsi”.  I promotori hanno voluto valorizzare personaggi “famosi” inserendoli in questo programma convinti che, con la loro capacità comunicativa, potessero trasmettere al pubblico televisivo le sensazioni, forti e intense, vissute nei giorni di rapporto umano con i rifugiati, i bambini soldato, le donne schiavizzate da miliziani, rimanendo in contatto con queste realtà e vivendoci per una quindicina di giorni; periodo di tempo che, per quanto riguarda il Congo, comprende anche i viaggi e la preparazione. Secondo nostre informazioni Celledin e i rappresentanti UNHCR Italia ritornarono a Juba, capitale del Sud Sudan, dieci giorni dopo la loro partenza per il Congo. Tempo record visto che entrambi i viaggi (andata e ritorno) furono fatti su piste costantemente battute dalle piogge tropicali.

Il video inviatoci da un cooperante Intersos anonimo e le informazioni raccolte sul terreno sembrano rivelare un’altra realtà, anzi una Non-Realtá.  Lo stesso cooperante una settimana prima di inviare il video spiegava in una sua email che la puntata girata in Congo con la Barale e il Di Savoia aveva una marcata dimensione di finto-reality basato su loro impiego in pseudo-lavori manuali preparati ad hoc sul set cinematografico che trasformano la professione dell’operatore umanitario in un lavoro banale che chiunque potrebbe improvvisare senza alcune professionalità richiesta, persino  Paola e Filiberto.

In questa dimensione di finto-reality, i video saranno montati e mostrati in studio con un taglio a metà strada tra gioco, fiction, isola dei famosi-style. I protagonisti saranno i VIP, raramente si vedranno gli operatori umanitari. I rifugiati resteranno sullo sfondo.”, scrive il cooperante Intersos.  La visione del video, anche se di breve durata, mostra fedelmente  quanto da lui/lei descritto.

La puntata di Mission girata in Congo non sembra altro che un reality show, incentrato sui VIP, tenendo ai margini non solo cooperanti e rifugiati ma le stesse autorità dei due paesi africani: Repubblica Democratica del Congo e Repubblica del Sud Sudan dove sono state registrate le riprese di Mission in Africa. La scelta di sottofondi musicali accattivanti e totalmente fuori contesto aumenta la sensazione della fiction.

Abbiamo ragione di credere che la puntata girata in Congo non sia un’eccezione. I cooperanti Intersos in Sud Sudan che hanno avuto la possibilitá di vedere il montaggio delle riprese di Mission girate nel 2012 a Yambio, Western Equatoria State, Republica del Sud Sudan, garantiscono che é peggiore di quella registrata a Doruma o Goma. La puntata di Mission Sud Sudan fu consegnata a titolo personale a Laura Marchesini Project Manager Progetto Intersos Sfollati (IDPs) Yambio Western Equatoria da Mauro Celledin e mostrata solo ai volontari e cooperanti presenti, tenendola lontana da occhi indiscreti e non consegnandola alle autoritá sud sudanesi contravenendo palesemente agli accordi presi nel 2012 con il Governo Sud Sudanese che permisero di girare Mission nel Sud Sudan. Secondo il parere di cooperanti Intersos la puntata con Cocuzza e la De Rossi é semplicemente impresentabile. La Marchesini probabilmente era presente durante le riprese di Mission a Yambio nel 2012.

Prima della pubblicazione della nostra inchiesta, dal 18 ottobre 2013 abbiamo tentato a più riprese il coinvolgimento di Dinamo Srl, UNHCR Italia e Intersos al fine di garantire un corretto approfondimento su questo innovativo sperimento di comunicazione umanitaria, permettendo ai promotori di partecipare e integrare l’articolo relativo alle indagini sulle trasmissioni effettuate in Africa.

La Dinamo Srl si é trincerata in un prudente silenzio. Solo UNHCR Italia e Intersos ci hanno risposto. La prima, tramite il suo ufficio stampa ci ha inviato una risposta dettagliata sulle domande sottomesse riprodotta a fine articolo. Intersos, tramite il suo Presidente: Nino Sergi, spiega la volontà di non rispondere a seguito della decisione presa “di stare lontano dalle polemiche sul caso Mission, considerate per lo più smodate, fuorvianti e poco produttive in termini di approfondimento e di riflessione su un tema che tocca vari aspetti che meritano maggior ponderatezza senza strumentalizzazioni”.  Nino Sergi attua una sola eccezione alla scelta di non rispondere: “Posso confermare che Intersos destinerà i fondi raccolti alle realtà che i telespettatori vedranno, privilegiando l’una o l’altra di esse sulla base dei bisogni e della quantità dei fondi che saranno raccolti.”

L’esito dell’inchiesta pone dubbi  su  qualità  e autenticità della trasmissione che rischia di essere simile al Grande Fratello e concentrata su una vera e propria fiction recitata dai VIP italiani.

Non ci rimane che seguire le due puntate di Mission che dovrebbero essere messe in onda tra le 21:00 e le 23:00 di mercoledì 4 dicembre e giovedì 12 dicembre per assicurarci che il taglio della trasmissione e le riprese sul campo siano nettamente diverse da quelle viste nel video inviatoci e pubblicato.

Siamo sicuri che video e articolo scateneranno una serie di accuse  contro African Voices e accurate smentite, aprendo cosí un polemico ciclo di risposte e contro risposte a cui non parteciperemo, avendo offerto la possibilitá di intervenire prima della pubblicazione.

Sicuramente il reality Mission è destinato a far parlare di sé ancora a lungo. Non solo per il suo infelice mix di voyeurismo-gossip-solidarietà, ma anche per suoi numerosi lati oscuri organizzativi.Fulvio Beltrami e E.Z.

Si riproduce l’email di risposta inviato dal ufficio stampa di UNHCR Italia, ringraziando l’Organizzazione per essere stato l’unico ideatore di Mission a collaborare in pieno con la stesura degli articoli, fornendo una propria versione dei fatti, opposta da quella raccolta nella inchiesta, ma pur sempre un evidente e maturo segno di disponibilitá al dialogo e al confronto.

da Fulvio Beltrami

Giornalista Freelance
Kampala, Uganda

Gmail

Fulvio Beltrami <fulviobeltramilindro@gmail.com>


Richiesta informazioni relative alle registrazioni puntate trasmissione Mission in Repubblica Democratica del Congo e Sud Sudan


Rome, Italy ITARO Public Information <ITAROPI@unhcr.org>

22 novembre 2013 19:33

A: Fulvio Beltrami <fulviobeltramilindro@gmail.com>

Cc: Ufficio Stampa Cipsi <ufficiostampa@cipsi.it>, africanvoafricanvoices <africanvoices@hotmail.it>, Eugenio Melandri <eugenio.melandri@teletu.it>

Gentile Dott. Beltrami,

 

non confermiamo l’esistenza di dissidi tra il Governo del Sud Sudan e l’organizzazione della missione.

Al contrario le confermiamo di aver seguito la corretta procedura di accredito e permesso di girare la puntata Mission presso le competenti autorità della Repubblica Democratica del Congo.

 

Le confermiamo il coinvolgimento di UNHCR CONGO nell’effettuazione delle riprese che si sono svolte in un clima di totale collaborazione.

In Congo le riprese non sono state realizzate in un campo profughi come da lei indicato, bensì nella località di Doruma dove sono presenti, come siamo certi lei saprà, circa 17.000 sfollati interni.

 

Si conferma che si effettuerà una raccolta fondi durante la messa in onda della trasmissione, ma contrariamente a quanto da lei indicato i fondi raccolti verranno destinati ai paesi (e non ai campi visto che non si tratta sempre di campi) oggetto delle riprese come da accordi con la RAI e con le compagnie telefoniche.

 

Per quanto concerne infine l’utilizzo di personaggi noti, la RAI ha deciso di coinvolgere dei volti noti del mondo della tv in quanto sono persone che hanno grande familiarità con il pubblico delle prime serate di RAI 1, quindi ritenuti capaci di avvicinare le famiglie italiane al dramma dei rifugiati.

 

Ci auguriamo che le informazioni fornite possano aiutarla nella corretta realizzazione del suo articolo.

 

Cordialmente,

 

Ufficio Stampa UNHCR Italia

 We believe 1 family torn apart by war is too many. Tell the world you do too: http://www.unhcr.org/1family

 

Mission in terra Africana. In anteprima il video. Giudicate voi.

25 Nov The fiction of Mission: Albano in Congo VIP dress with white hat and scarf, typical of those who work as a volunteer ... in a warehouse that looks more like a movie set.

Dal luglio 2013 mi sono chiesto quali sono i reali motivi che hanno fatto scatenare un acceso dibattito attorno al reality show Mission ideato da RAI, UNHCR Italia, e la Ong Intersos. L’idea di far conoscere al gran pubblico la realtà di milioni di persone che languiscono nei campi profughi sparsi nel mondo é di per se interessante quindi non vi sarebbero motivi di ostacolarla. Eppure una petizione lanciata lo scorso luglio da uno studente universitario per bloccare la messa in onda della trasmissione ha raggiunto in pochi giorni oltre 90.000 firme e contemporaneamente il mondo del volontariato e delle Ong italiane si é schierato contro gli ideatori di Mission dando vita ad una frattura ormai insanabile tra due schieramenti opposti e poche possibilità di riconciliazione e dialogo.

Da una parte abbiamo la maggioranza delle Ong che si schierano contro Mission definendola senza mezzi termini “Pornografia Umanitaria”, dall’altra assistiamo ad una difesa ad oltranza della trasmissione portata avanti dai suoi promotori.

Abbiamo vissuto Mission, e lo stiamo vivendo, per quello che è: un tentativo innovativo di programma di prima serata, diretto quindi al vasto pubblico, per presentare alcuni temi sociali a partire da quello dei rifugiati; facendolo in modo piacevole ma anche con la massima attenzione e il massimo rispetto per le persone, la loro sofferenza, la loro dignità, rendendole protagoniste nel raccontarsi.”, informa il Presidente di Intersos Nino Sergi.

Per quanto concerne l’utilizzo di personaggi noti, la RAI ha deciso di coinvolgere dei volti noti del mondo della TV in quanto sono persone che hanno grande familiarità con il pubblico delle prime serate di RAI 1, quindi ritenuti capaci di avvicinare le famiglie italiane al dramma dei rifugiati.”, spiega l’ufficio stampa UNHCR Italia in una lettera a noi indirizzata.

Dinnanzi a questo serio dibattito il sottoscritto e un collega giornalista italiano E.Z. abbiamo deciso di indagare in due paesi africani dove sono state girate delle puntate di Mission: la Repubblica Democratica del Congo e il Sud Sudan.

Le indagini effettuate sul terreno, la raccolta di alcune testimonianze di cooperanti Intersos e i documenti video che abbiamo ricevuto offrono, a nostro avviso, un quadro chiaro, lucido ed imparziale di cosa é realmente successo durante le riprese di Mission in terra africana che aiuta a comprendere se questa trasmissione abbia la qualità necessaria e se i VIP coinvolti siano stati in grado  di far conoscere in modo appropriato  al grande pubblico il dramma dei rifugiati sparsi nel mondo come sostengono i suoi promotori. Nella nostra inchiesta ci siamo anche soffermati su come sono state coinvolte le autorità locali e il rispetto delle leggi in vigore per l’accreditamento giornalistico nei due Stati Sovrani africani.

Per correttezza giornalistica dal 18 ottobre scorso abbiamo inviato una serie di email a Dinamo Comunicazioni Srl (società incaricata dalla RAI per girare le riprese di Mission), UNHCR Italia e Intersos al fine di garantire un corretto approfondimento su questo innovativo sperimento di comunicazione umanitaria, Mission, permettendo ai promotori di partecipare e integrare l’articolo relativo alle indagini sulla trasmissione effettuate in Africa prima della sua uscita, evitando così notizie-mostro. Alcuni di loro hanno preferito il silenzio, altri delle non-risposte e altri ancora hanno dimostrato la loro disponibilità e serietà dando la loro versione che sarà fedelmente riportate nei due  articoli dedicati a Mission in terra Africana.

Iniziamo con la pubblicazione di un estratto delle riprese della puntata di Mission in Congo, teoricamente girate nei dintorni di Doruma, all’est del paese come ci ha ufficialmente confermato l’ufficio stampa di UNHCR Italia. Il video, ci é pervenuto da un cooperante di Intersos che ha chiesto di essere protetto dall’anonimato.

Dopo averlo sottoposto a verifiche tecniche per assicurarci della sua autenticità, lo rendiamo pubblico in anteprima affinché ognuno di noi si possa fare un’idea favorevole o contraria alla trasmissione non sulla base di un acceso quanto giusto e fondato dibattito su principi e valori all’interno del mondo del volontariato italiano, ma sulla base di un frammento di questa trasmissione.

Sottoposto alla visione della comunità congolese in Uganda, il video sembra contenere molti dubbi sulla località esatta delle riprese che potrebbe non essere Doruma. La comunità congolese é concorde nell’affermare che non si tratta di un campo profughi ma di un tranquillo villaggio congolese non toccato dalla guerra. La scena iniziale con la Barale che aiuta in cucina ha alte probabilità di essere stata girata in una abitazione privata.

Il video, anche se di breve durata, mostra una dimensione di finto-reality realizzato a metà strada tra gioco, fiction, isola dei famosi, in una atmosfera familiare, tranquilla e gioiosa impossibile da trovare in un campo profughi. I protagonisti sono solo i VIP impegnati in pseudo-lavori manuali preparati ad hoc che mostrano il lavoro dell’operatore umanitario come banale e che chiunque potrebbe improvvisare, persino Paola e Filiberto.

Raramente si vedono gli operatori umanitari e i rifugiati sembrano essere dei semplici e tranquilli paesani, per meglio dire delle comparse pagate che non hanno nulla a che vedere con rifugiati, bambini soldato e donne schiavizzate da miliziani: i “veri protagonisti” di Mission secondo i suoi ideatori.

VIDEO CLIP Mission: Anteprima video Paola Barale, Emanuele Filiberto di Savoia con UNHCR e Intersos in RD Congo

Domani seguirà un articolo inerente agli esiti delle indagini condotte nella Repubblica Democratica del Congo e nella Repubblica del Sud Sudan al fine di illustrare le metodologie utilizzate per la realizzazione delle riprese e il superamento di certe difficoltà burocratiche africane…

Di Fulvio Feltrami

Giornalista Freelance
Kampala, Uganda

Mission in African land. A preview of the video. Judge for yourself.

25 Nov The fiction of Mission: Albano in Congo VIP dress with white hat and scarf, typical of those who work as a volunteer ... in a warehouse that looks more like a movie set.

Since July 2013 I asked myself what are the real reasons that they did trigger a heated debate about the reality show Mission created by RAI, UNHCR Italy, and NGOs Intersos. The idea of making known to the general public the reality of millions of people languishing in refugee camps around the world is in itself interesting and then there would be no grounds to hinder them. Yet a petition launched last July from a university student to block the broadcasting of the transmission has reached over 90,000 signatures in a few days and at the same time the world of volunteering and Italian NGOs is deployed against the makers of Mission giving rise to a fracture exists between two opposing sides and little chance of reconciliation and dialogue.

By a side we have the majority of NGOs are against Mission calling it “Humanitarian Pornography“, on the other hand we are witnessing an all-out defense of the transmission carried out by its promoters.

We lived in Mission, and we are living it, for what it is: an attempt innovative program of prime time then direct to the general public, to present some social issues from that of refugees, doing it in a pleasant way but also with the utmost attention and the utmost respect for people, their suffering, their dignity, making them protagonists in the tell. “, informs the President of Intersos Nino Sergi.

With regard to the use of famous people, RAI has decided to involve the familiar faces from the world of TV because they are people who are very familiar with the public of the first evenings of RAI 1, then believed to be capable of bringing Italian family the drama of the refugees.” Says the press office of UNHCR Italy in a letter addressed to us.

Front of this serious debate myself and an Italian journalist colleague E.Z. we decided to investigate in the two African countries where the episodes of Mission were filmed: Democratic Republic of Congo and South Sudan.

The inquiries made on the ground, documenting some witnesses from cooperating Intersos and the video that we have received, we believe the situation clear, lucid and impartial to what is really happened while shooting of Mission in Africa in order to understand if this transmission has the required quality and VIPs involved have been able to make known to the general public on the plight of refugees around the world in an appropriate manner, as claimed by its proponents. In our investigation we have also focused on how they were involved local authorities and compliance with the laws in force for the accreditation of journalism in the two sovereign states of Africa.

For our journalistic fairness since October 18 we sent a series of emails to Dinamo Communications Srl (a company chosen by RAI to shoot the filming of Mission), UNHCR Italy and Intersos in order to ensure a proper study on this innovative experiment of communication humanitarian Mission, allowing promoters to participate and integrate the article concerning investigations conducted on the transmission in Africa before its release, thus avoiding newsmonster. Some of them have preferred the line of no comment, some of the non-responses and others have demonstrated their readiness and professionalism giving their version that will be faithfully reported in the two articles devoted to the African Mission in the ground.

We begin with the publication of an extract of the filming of the episode of Mission in Congo, near Doruma, to the east of the country as it has officially confirmed the press office of UNHCR Italy. The video, it is been received by a cooperating Intersos who asked to be protected by anonymity.

After subjecting the video to technical checks to make sure of its authenticity, we make it public preview that each of us can make an idea for or against the transmission is not based on the principles of a heated debate within the world of volunteering Italian, but on the basis of a fragment of this transmission.

Subjected to the vision of the Congolese community in Uganda, the video seems to contain a lot of doubts about the exact location of the shooting that could not be Doruma. The Congolese community is unanimous in stating that it is not a refugee camp but a peaceful Congolese village untouched by the war. The opening scene with Barale that helps in the kitchen has high chances of being turned into a private residence.

The video, even if short-lived, showing a dimension of fake-reality realized halfway between game, fiction, Island of the Famous, in a family atmosphere, quiet and joyful impossible to find in a refugee camp. The main characters are just VIP involved in pseudo-manual work prepared ad hoc humanitarian showing the operator’s work as trivial and that anyone could improvise, even Paola Barale and Emmanuele Filiberto of Savoy.

Rarely I have seen aid workers and refugees seem to be simple and peaceful villagers, probably paid extras that have nothing to do with refugees, child soldiers and women enslaved by militiamen: the true protagonists” of Mission according to its creators.

VIDEO CLIP Mission: Anteprima video Paola Barale, Emanuele Filiberto di Savoia con UNHCR e Intersos in RD Congo

Tomorrow will follow an article on the results of investigations conducted in the Democratic Republic of Congo and the Republic of South Sudan in order to illustrate the methodologies used for the making of the movie and the overcoming of some bureaucratic African difficulties

Fulvio Beltrami

Freelance Journalist
Kampala, Uganda

Mission, new revelations surprising

24 Nov congo

Breaking News: Monday November 25 we will publish amazing news about Mission (Reality show) in Congo. A creepy documentation will not fail to raise controversy on the real facts.

Remain on hold because someone will enjoy very little about …

Mission, nuove sorprendenti rivelazioni

24 Nov congo

ATTENZIONE. Lunedì 25 Novembre pubblicheremo sorprendenti novità relativamente a  Mission in Congo. Una documentazione da brivido che non mancherà di sollevare polemiche sui fatti reali.

Rimanete in attesa perchè qualcuno si divertirà molto poco…

 

“Eu exijo meus direitos”, Movimento para Kaia, menina estuprada em Kenya

23 Nov avaaz

Kaia* tinha apenas 11 anos quando foi atacada e violada a caminho da escola. Um professor a levou ao hospital, mas a polícia lhe cobrou um suborno até mesmo para registrar o depoimento.

Então, Kaia tomou uma atitude incrivelmente corajosa. Ela processou a polícia por não a ter protegido. O que aconteceu em seguida foi ainda mais incrível.

No Quênia, onde Kaia vive, uma mulher ou menina é vítima de estupro a cada 30 minutos. A polícia de lá frequentemente faz vista grossa para essa realidade, isolando ainda mais as jovens sobreviventes e reforçando a ideia de que o estupro é algo correto

Kaia e dez outras jovens sobreviventes desafiaram essa situação. No dia do julgamento, ignorando ameaças e um bloqueio da segurança da corte, elas marcharam do seu abrigo até o tribunal, cantando “Haki yangu” — “eu exijo meus direitos” em suaíli. Então, o juíz proferiu sua decisão: as meninas venceram!

Os ativistas e defensores dos direitos humanos que trabalharam com Kaia estão preparados para abrir processos similares contra forças políciais em toda a África e ao redor do mundo, mas para fazer isso, precisamos de recursos financeiros. Nós não debitaremos as doações até atingir a nossa meta, mas se 30 mil de nós nos comprometermos a doar €4 agora podemos replicar esta vitória revolucionária em outros países,
lembrando a polícia de que o estupro é crime e dando um grande passo no combate à violência contra a mulher.

https://secure.avaaz.org/po/take_kaias_win_global_loc_nd/?bSxUtfb&v=31356

Tudo parecia indicar que Kaia seria mais uma de incontáveis vítimas de estupro ignoradas pela polícia. Mas uma defensora dos direitos das crianças, a queniana Mercy Chidi, e uma advogada canadense especialista em direitos humanos, Fiona Sampson, uniram forças para desafiar essa injustiça nos tribunais.

O plano foi traçado no Quênia por um grupo de pessoas do Canadá, Quênia, Malawi e Gana — parecia impossível processar a polícia por negligência, mas o grupo insistiu nessa ideia, decidiu arriscar… e entrou para a história. O trabalho está apenas começando: como acontece com qualquer vitória, precisamos de tempo, esforços e recursos financeiros para garantir que a decisão do juiz prevaleça e, assim, utilizá-la como um precedente para acabar com a violência contra a mulher.

Se conseguirmos recursos suficientes, estas são algumas das coisas que podemos fazer para transformar uma grande vitória no Quênia em um triunfo em toda a África e também no resto do mundo:
– ajudar a financiar mais processos como este, na África e em todo o mundo
– garantir que decisões judiciais pioneiras como esta sejam cumpridas por meio de estratégias de campanhas de grande impacto
– exigir campanhas públicas de educação eficazes para atacar a raiz da violência sexual e ajudar a erradicá-la de uma vez por todas
– reagir a mais oportunidades de campanhas como esta – com estratégias inteligentes que possam virar o jogo no combate à violência contra a mulher.

Comprometa-se com €4 agora para nos ajudar a começar este trabalho importante o mais rápido possível — nós não vamos debitar nenhuma contribuição até atingirmos a meta de 30 mil doações para lançar esta iniciativa:

https://secure.avaaz.org/po/take_kaias_win_global_loc_nd/?bSxUtfb&v=31356

Como cidadãos, frequentemente apelamos aos líderes políticos e a outros oficiais para que eles levem a sério a proteção aos direitos das mulheres. É importante que continuemos a fazer isso, mas quando eles não escutam a própria consciência, precisamos apelar aos seus interesses e levá-los à Justiça. Assim enviamos uma mensagem poderosa: não apenas há novas consequências para seus crimes, mas está chegando ao fim a era em que a misoginia que não é contestada em nossa cultura e sociedade.

Com esperança,

Ricken, Maria Paz, Emma, Oli, Nick, Allison, Luca e toda a equipe da Avaaz

* Kaia é um pseudônimo, mas a história dela é real.