Mission i volontari Intersos prendono le distanze.

20 Set

Il dibattito sul reality show Mission ideato da UNHCR Italia in collaborazione con RAI e la Ong Intersos sembrava essersi assopito con le vacanze del Ferragosto. I promotori, sotto pressione di una valanga di critiche e di comprensibili sentimenti di indignazione nazionali ed internazionali, hanno sperato che le vacanze estive facessero dimenticare l’argomento, potendo cosí continuare con il montaggio degli episodi giá girati nel Sud Sudan (2012) e in Congo (2013), mandando in onda la trasmissione il prossimo novembre come previsto dai contratti stipulati con Dinarmo Italia Srl e i VIP nostrani e dal palisesto RAI. Il comunicato stampa congiunto UNCHR, RAI e Intersos pubblicato il 4 settembre scorso doveva mettere la pietra sopra a questo scomodo ed imbarazzante argomento.

Purtroppo la trasmissione comporta un danno collaterale troppo grave (la lesione della dignitá umana) che é praticamente impossibile che un velo di silenzio cali sopra l’argomento, indipendentemente se questo reality show andrá in onda o no.

La riapertura del dibattito proviene proprio da volontari che hanno lavorato con Intersos e di conseguenza ne conoscono metodologie e pensiero, pur non condividendo né i fini né i mezzi. Come segnalato sul blog di Beppe Grillo, Marco Sassi, di Modena che ha lavorato in alcuni campi profughi africani e sostenuto Intersos, qualche settimana fa ha inviato una e-mail alla ONG di Roma  di cui si riproduce di seguito il testo integrale.

Ho sostenuto in passato Intersos;ho una esperienza di volontario nei campi profughi di sfollati Eritrei in Sudan in occasione della guerra con l’Etiopia del 2000, credo di sapere cos’è un campo profughi. Ora prendo completamente le distanze da questa vostra iniziativa di spettacolarizzare insieme a personaggi come Emanuele Filiberto & C., il cui abbinamento fa solo male alle cause che ho appoggiato; prendo quindi totalmente le distanze da Intersos, invito chi conosco a fare altrettanto e lascio che per il futuro siano i fans di Albano a sostenerne i progetti. Auguri”.

Marco, che é stato preceduto da un altro intervento di un ex cooperante Intersos pubblicato su Afrian Voices il 13 agosto scorso, ha ricevuto una risposta estremamente aggressiva e “prossima al delirio di onnipotenza” secondo le stesse parole del volontario. Avendo seguito fin dall’inizio l’intera triste faccenda, non stento a credere sul tipo e qualitá di risposta ideata dalla giovane e rampante direzione di Intersos sotto la guida di Marco Rotelli.

Fin dall’inzio si é notato in questa Ong “umanitaria” un atteggiamento assai aggressivo e incurante delle opinioni altrui. Le prese di posizione della Diapora Africana  in Italia, (per la maggioranza negative), le richieste di visionare la puntata zero di Mission girata a Yambio, Sud Sudan nel 2012 e di aprire un dialogo tra le Ong italiane, le decine di miglia di firme della petizione  per bloccare la trasmissione (98.048 firme in data odierna) sono state completamente ignorate dai promotori.

Le prove del mancato rispetto delle leggi sulle autorizzazioni giornalistiche previste dalla Repubblica Democratica del Congo sono state oggetto di una feroce quanto impulsiva ed aggressiva risposta dei vertici Intersos che puó essere interpretata solo con un ossessivo desiderio di annientare ogni forma di dissenso o pare contrario, un atteggiamento autoritario e totalitario che, purtroppo, fa parte del retaggio culturale italiano del Ventesimo secolo, ancora duro da morire di cui anche Marco Sassi ne ha fatto le spese, confermando un vero e proprio modus operandis: rifiutare il dialogo ed imporre una propria veritá assoluta.

Andando ad esaminare a fondo questo comportamento, si comprende che la vera ragione della difesa ad oltranza dell’indifendibile risiede su un puro calcolo economico.

Mandare in onda Mission é diventato l’obiettivo vitale di RAI UNHCR e Intersos nonostante l’opposizione della parte sana della societá italiana che rifiuta la totale mancanza di rispetto della dignitá e la evidente strumentalizzazione di persone che hanno sofferto due volte: gli orrori della guerra e la situazione drammatica e precaria di vivere in un campo profughi.

L’accanimento di mettere il dolore umano in prima serata é motivato esclusivamente da interessi economici. Ci sono contratti da rispettare con la Dinamo Italia srl, fondi giá stanziati e spesi per la realizzazione delle due puntate, i compensi pattuiti con i VIP per la loro partecipazione “umanitaria” alla trasmissione, gli introiti provenienti dalla vendita di spazi pubblicitari, le donazioni degli italiani a UNHCR e Intesos che serviranno non ha promuovere progetti a favore dei rifugiati ma a pagare i lauti stipendi dei “volontari” in Italia e le spese di gestione di lussuosi uffici delle rispettive sedi in Italia.

Ormai é un segreto di pulcinella non solo per gli esperti del settore cooperazione ma anche per il grande pubblico che le donazioni private (facilmente non rendicontabili) servono giustappunto a coprire stipendi di cittadini italiani che senza la manna della cooperazione rischierebbero la disoccupazione e spese di gestione delle sedi con una proporzione che varia dal 60 al 80%.

Questi sono le reali motivazioni della determinazione di RAI, UNHCR e Intersos a mandare in onda il programma, non certo per far conoscere al grande pubblico italiano il dramma dei rifugiati. Questo é un obiettivo secondario teso a trasformare il rifugiato in uno specchietto di allodole per nascondere il primo obiettivo quello economico fedeli al antico motto latino “Pecuniaenihil olet”. Un accurato esame dei bilanci finanziari svelerebbe immediatamente l’utilizzo dei fondi ricevuti. Per fortuna la nostra assai debole legislazione in materia mette al riparo Ong e UNHCR da audit finanziari riguardanti i fondi privati.

Occorre comunque non perdere il filo conduttore concentrando l’attenzione sull’attuale amministrazione della Ong italiana e i suoi metodi comunicativi. RAI e UNHCR Italia hanno maggiori responsabilitá di questa associazione che é saltata sul carrozzone per la necessitá di compensare le pesanti perdite finanziarie causate dalla riduzione dei loro progetti in Sud Sudan da parte del principale ente finanziatore (paradossalmente proprio UNHCR) con donazioni private. Secondo stime pervenuteci la riduzione dei fondi destinati alle attivitá umanitarie di Intersos nel Sud Sudan sarebbero quantificate a olre 4 milioni di euro in meno. Il budget complessivo per il 2014 potrebbe aggirarsi a 1 o 2 milioni di euro. Una drastica diminuzione che creerá non poche difficoltá al mantenimento di stipendi e strutture dell’ufficio regionale di Nairobi e della sede in Via Aniene, nei quartieri bene di Roma. La fine dei finanziamenti UNHCR a Intersos é inserita nel programma di drastica riduzione fondi a rifugiati e sfollati interni nel Sud Sudan attuata dalla agenzia umanitaria ONU che ha interrotto la collaborazione con 15 Ong internazionali su 30.

UNHCR, con la vicenda Mission, ha convalidato i sospetti che gran parte dell’opinione pubblica internazionale sta nutrendo da anni: i rifugiati sono merce di scambio e unico pretesto per la sopravivenza dell’Istituzione.

Se il mandato di proteggere i rifugiati fosse realmente rispettato non assisteremmo a inquietanti “atteggiamenti” e mancati interventi di UNHCR come quelli recentemente verificatesi in Congo presso il campo rifugiati di Mole che é stato teatro di un duro confronto tra i rifugiati centroafricani da una parte e UNHCR e la famigerata polizia congolese dall’altra. Il conflitto é culminato con l’apertura di provvedimenti giudiziari contro i rifugiati promotori della protesta senza che UNHCR intervenisse a loro favore. Questi dolorosi avvenimenti sono stati ampiamente documentati dal quotidiano L’Indro in un suo recente articolo: “Un reality show ben peggiore di Mission”.

Ancora piú emblematica e’ la mancata assistenza umanitaria delle 22.000 vittime ruandesi delle  deportazioni razziali di massa decise dal governo Tanzaniano fino ad ora assistiti solo dal Governo e dai cittadini Rwandesi.

Secondo un Twitter del giornalista Fulvio Beltrami, un rappresentante UNHCR Italia avrebbe giustificato con queste parole il mancato intervento a favore dei rifugiati ruandesi nel non aver ancora ricevuto una loro richiesta ufficiale di aiuto.

 “Sono vicende tragiche. Terribili. L’UNHCR per ora non mi sembra abbia assunto una posizione, ma se i rifugiati in attesa di deportazione preparassero un appello, lo inoltrerò volentieri a Guterres e potremo ottenere una posizione ufficiale…Ma a volte casi reali accelerano le procedure dovute e inoltre consentono di evitare deportazioni tragiche. Se conosci qualche profugo a rischio, io ci sono!” , recita il testo del rappresentante UNHCR Italia all’interno della conversazione con il giornalista free lance.

La risposta data sembra sconfinare nel paradossale e pone immediatamente la seguente questione: occorre attendere un appello da parte delle vittime per accelerare le procedure di assistenza umanitaria, quando l’entitá del disastro umanitario e del mancato rispetto dei diritti umani é evidente? Pensiamo veramente che decine di migliaia di profughi che hanno perso tutto, vittime di soprusi psicologici e fisici dalla polizia tanzaniana e in uno stato mentale di disperazione, sconforto e confusione mentale abbiano l’idea e la forza di appellarsi a UNHCR per ricevere una assistenza umanitaria che gli spetterebbe di diritto?

Questi esempi rafforzano il sospetto che la maggioranza delle Agenzie umanitarie e Ong dedite all’emergenza abbiano trasformato il loro impegno umanitario in business e i profughi in merce di scambio soggetta anche a delle considerazioni politiche di comodo: i rifugiati siriani si, quelli rwandesi no.

Nonostante lo squallore ormai evidente all’opinione pubblica e alla caduta dei valori morali esiste ancora la parte sana della societá comprese molte ONG italiane che seriamente fanno il loro lavoro senza il bisogno di reality show. É questa parte sana della societá italiana che si ostina a opporsi alla messa in onda di questa pornografia umanitaria. Come sarebbe la reazione dei promotori dinnanzi ad una causa internazionale intentata dai rifugiati congolesi e sud sudanesi per lesa dignitá e attivitá a scopo di lucro sfruttando la loro immagine e le loro disperate storie di vita? Speriamo che qualche associazione di avvocati internazionale si assuma questo giusto e doveroso compito.

Facciamo nostro l’invito dato dal volontario Marco Sassi di “tempestare” di e-mail Intersos (italia.comunicazione@intersos.org) per chiedere la sospensione del programma.  Come sentiamo il dovere di esprimere solidarietá a Roberto Fico e di incoraggiarlo, assieme agli altri membri della Commissione Vigilanza Rai, a visionare la puntata zero realizzata a Yambio Sud Sudan nel 2012 per verificare l’idoneitá della trasmissione e il rispetto della dignitá dei rifugiati. La puntata é disponibile presso la sede di Intersos a Roma e presso gli uffici della Dinamo Italia Srl, anche se é ormai evidente che entrambi lottano disperatamente per non permettere un visione imparziale prima della messa in onda.

Nonostante i raffinati tentativi di censura attuati dai promotori del reality show e la violenta imposizione della loro veritá, la nostra inchiesta su Mission continua con la imminente  pubblicazione di documentazione pervenutaci finalmente dal Sud Sudan che testimonia tensioni tra i realizzatori di Mission e il Governo di Juba. A breve la pubblicazione per amore della libera informazione senza VIP testimonial, contratti pubblicitari e donazioni di privati cittadini.

Carlo Cattaneo.

Roma, Italia

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  1. Mission i volontari Intersos prendono le distanze. | Africa Report - 21 settembre 2013

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