Mission: La diaspora risponde. Dichiarazione integrale di Mariam Yassin

9 Set
L’altra settimana abbiamo pubblicato un articolo molto bello e molto apprezzato dai lettori scritto da Daniele Mezzana dal titolo “Mission la parola alla diaspora” Da oggi riproponiamo la versione integrale delle singole risposte alla domanda:
Cosa pensi della trasmissione indetta dalla RAI in collaborazione con UNHCR Italia e Intersos ONG in Sud Sudan, RD Congo e Mali chiamata Mission?”
Un reality nei campi profughi? Non riesco ancora a capire l’obiettivo di questo progetto. 
Se l’idea che sta dietro è quella di sensibilizzare la società sulla situazione dei rifugiati e delle realtà da cui fuggono, rispetto la buona volontà degli organizzatori. Ma non si poteva trovare un modo decisamente meno costoso? Bisogna fare spettacolo sulla miseria altrui? 
Perché la sensibilizzazione deve per forza passare per gli schermi televisivi? 
Credo vivamente che la società italiana debba conoscere le realtà disperate da cui molti profughi scappano e sono stanca di sentire chiamati i richiedenti d’asilo “clandestini che vengono a rompere le scatole”, ignorando che la loro vera intenzione è quella di sopravvivere! Mi sembra un’iniziativa che guarda alla forma più che alla sostanza. Mi chiedo se quei soldi potessero essere usati diversamente, creando più strutture sanitarie nei campi profughi, programmi educativi per bambini e adulti, ecc. O si vuole far credere quelle persone nei campi profughi non hanno bisogno di nulla? Dal momento che le strutture dove sopravvivono queste persone non sono hotel di cinque stelle, mi chiedo come mai gli organizzatori hanno pensato prima alla visibilità che non ai bisogni reali delle persone.

Lavoro nei campi dei profughi e sfollati da sei anni, a diretto contatto con le persone e con le comunità. Non ho mai sentito rispondere un profugo alla domanda: “di che cosa hai bisogno?”, “Fate un reality sulla nostra vita!” I profughi, molto spesso, non desiderano sia raccontata la loro esperienza: il dolore che provano è di quelli che meritano profondo rispetto, ciò che hanno attraversato è un olocausto che spesso non viene nemmeno riconosciuto come tale. È da comprendere, non da spettacolarizzare. È da conoscere interrogandosi sulle responsabilità, non da ridurre a un reality lacrimoso che non rende conto delle cause.

Dubito che gli ideatori del reality abbiano tenuto conto della complessità umana delle vittime e vogliano mostrare le vere cause che le hanno costretti a quelle condizioni. Dubito si possa sensibilizzare solo attraverso immagini emotive, calcando la mano sulla sofferenza e non raccontando tutta la storia. Perché, se veramente si volesse raccontare tutta la storia, se veramente si volesse far conoscere il fenomeno dei profughi per quello che è, si vedrebbe quanto coloro che piangono guardando il reality sono, forse indirettamente, tra le cause di questa tragedia!”

Mariam Yassin;  ha doppia nazionalità somala e italiana, si occupa di sviluppo e pace nei campi profughi, ed è Executive Director presso ONG internazionale.

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