Mission: La parola alla diaspora.

5 Set

Una delle cose che nessuno ha mai pensato da quando è scoppiata la polemica su Mission è quella di chiedere alla diaspora africana che vive e lavora in Italia cosa pensano di questa trasmissione Reality Show o ‘Social TV’ come vorrebbero chiarmala per nascondere il format in parte simile al Grande Fratello che, RAI, Intersos e UNHCR Italia vorrebbero portare sui nostri teleschermi a Dicembre.
Credo che sarebbe stata una delle prime cose da fare da parte della stampa nazionale e da parte degli organizzatori del programma. Non dobbiamo dimenticare che CASA AFRICA è la loro e se, non tener conto del parere della diaspora è lo specchio del rispetto degli organizzatori, possiamo ben dedurre il livello scarso di rispetto che possono avere per i rifugiati che nella trasmissione farebbero da sfondo alla carriera dei VIP italiani in Sud Sudan, RD Congo e Mali e quanto invece gioverebbe agli stessi Vip e alle tasche dei tre mandanti.

Marco Pugliese
African Voices

Da molti anni, nel mondo delle organizzazioni internazionali e di quelle non governative, va avanti una approfondita riflessione sulla cosiddetta “pornografia dello sviluppo”, ovvero il mostrare, a oltranza, immagini crude ed emotivamente coinvolgenti di persone dei Paesi del Sud del pianeta (soprattutto bambini) che si trovano in gravi difficoltà per carestie, epidemie, guerre e altre emergenze, al fine di raccogliere fondi presso il pubblico dei Paesi del Nord; una prassi che, secondo molti, suscita solo una adesione estemporanea dei donatori, crea una progressiva assuefazione alla visione del dolore altrui, spinge i fund raisers in una spirale di ricerca di immagini sempre più forti e coinvolgenti, all’infinito. E oltretutto con l’effetto perverso di trasmettere il messaggio che le popolazioni in difficoltà non ce la faranno mai senza l’aiuto delle organizzazioni caritatevoli e il nostro buon cuore.

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In Italia questa riflessione è arrivata con un certo ritardo e, tutto sommato, con scarsa risonanza. Ma a muovere un pò le acque è stata l’incandescente vicenda del programma RAI “Mission” (variamente definito come reality, “fiction documentary” e altro), ambientato in alcuni campi profughi in Congo, Sud e Mali, attualmente in preparazione con il coinvolgimento di organismi come UNHCR Italia e Intersos, di cui “African Voices” sta discutendo da tempo.

Ho letto alcuni pareri su “Mission”, che “African Voices” ha raccolto presso esponenti della diaspora africana. Naturalmente, si tratta di giudizi sulla base delle informazioni attualmente disponibili e sulle dichiarazioni e rassicurazioni di alcuni rappresentanti delle organizzazioni promotrici del programma stesso. Ma quel poco o molto che già si sa è stato più che sufficiente per suscitare un vasto dibattito in queste ultime settimane, con una varietà di punti di vista che si ritrovano anche nel mondo della diaspora, con una prevalenza di valutazioni critiche.

Chi esprime giudizi positivi su “Mission” sembra far riferimento essenzialmente al principio per cui “il fine giustifica i mezzi”. Come nel caso di Laly Dupont, italo-congolese, nata a Modena, modella e studentessa: “Sono favorevolissima alla messa in onda del programma. È un bene che vengano finalmente fatti conoscere al grande pubblico i drammi che vivono alcuni popoli. In questo modo, aumenteranno le persone a conoscenza di questi tristi vissuti e che si batteranno pacificamente affinché anche queste popolazioni abbiano una vita di pace, di serenità e in cui possano realizzare i propri progetti. In Italia tuttora mi imbatto spesso in persone completamente all’oscuro della triste realtà congolese. Con questo reality gli ideatori di “The Mission” faranno sentire ad alta voce i lamenti di popoli oppressi che fino ad oggi erano stati tenuti nascosti da chi intende impossessarsi delle ricchezze dei Paesi in cui vivono queste povere persone.”

Un punto comune a tutti coloro che sono stati interpellati è la convinzionme che sulla situazione dei popoli africani, in generale, così come su quella di specifiche popolazioni africane in difficoltà, circoli una informazione scarsa e inattendibile. Ma su quali debbano essere l’oggetto, i contenuti, le modalità e soprattutto gli attori della comunicazione i pareri variano fortemente. Alcuni interventi di membri della diaspora mettono in dubbio la validità comunicativa di programmi del genere. Ad esempio, Etienne Mundum, camerunese Amministratore delegato di PataPata Safaris (Milano), afferma che “il rischio che corriamo è, come al solito, la spettacolarizzazione di una grandissima piaga. Oggi viviamo nell’epoca degli show televisivi, dei grandi format. Non si riesce più a capire dove si ferma la realtà e dove inizia la fiction. Penso quindi che per un problema cosi grave non sia necessario che persone dello spettacolo vengono mandate nei campi profughi, a far tirare fuori due lacrime per l’audience, e per una sensibilizzazione che durerà il tempo della trasmissione. Reportage seri, fatti da giornalisti seri, potrebbero essere molto più di aiuto.” E Mesfin Fremicael, eritreo in Italia da 40 anni, operante a Bologna nell’ambito delle public relations, aggiunge: “Il programma può essere positivo solo se non scende nel banale. Ho letto chi potrebbe partecipare al programma e sinceramente penso che non siano le persone più opportune. Avrei chiamato chi lavora nell’anonimato più assoluto da molti anni.

Dal canto suo, Issiya Longo, scrittore congolese che vive a Bassano del Grappa, mette in evidenza un rischio tipico dei programmi che puntano (anche senza volerlo) alla spettacolarizzazione della povertà e alla enfatizzazione del ruolo dei  “bianchi” nel combatterla: il rischio di una rappresentazione asimmetrica e distorta dei rapporti tra i popoli; tra chi comprende, agisce e produce risultati e chi invece subisce, passivamente, sia il male esistente che il bene offerto: “Non mi piacciono tutte le iniziative di falsa ed ipocrita generosità nei confronti di chi soffre. L’Africa e, in questo caso, la RDC ed il Sud Sudan, non hanno assolutamente bisogno di quel genere di spettacoli. La mia opinione riguardo a ‘Mission’ e a tutti gli altri programmi del genere è che questi nascono dalla noia dell’abbondanza, conseguenza inevitabile di una vita fatta di eccessi; un’esistenza in cui tutto è stato fatto, sperimentato, provato e riprovato. Infatti, con la pancia ed i conti bancari pieni, dopo aver esplorato.”

Altri, come Mariam Yassin (doppia nazionalità somala e italiana, che si occupa di sviluppo e pace in campi profughi, ed è Executive Director presso ONG internazionale), mettono in questione l’opportunità di iniziative di questo tipo, sia perché fanno essenzialmente leva sull’emotività e non si interrogano sulle cause dei problemi, sia perché non tengono conto di una elementare necessità di rispetto della dignità degli esseri umani in condizioni di difficoltà: “Se l’idea che sta dietro è quella di sensibilizzare la società sulla situazione dei rifugiati e delle realtà da cui fuggono, rispetto la buona volontà degli organizzatori. Ma non si poteva trovare un modo decisamente meno costoso? Bisogna fare spettacolo sulla miseria altrui?  Lavoro nei campi dei profughi e sfollati da sei anni, a diretto contatto con le persone e con le comunità. Non ho mai sentito rispondere un profugo alla domanda: ‘Di che cosa hai bisogno?’, ‘Fate un reality sulla nostra vita!’. I profughi, molto spesso, non desiderano che sia raccontata la loro esperienza: il dolore che provano è di quelli che meritano profondo rispetto. Ciò che hanno attraversato è un olocausto che spesso non viene nemmeno riconosciuto come tale. È da comprendere, non da spettacolarizzare. È da conoscere interrogandosi sulle responsabilità, non da ridurre a un reality lacrimoso che non rende conto delle cause. Dubito che gli ideatori del reality abbiano tenuto conto della complessità umana delle vittime e vogliano mostrare le vere cause che le hanno costrette a quelle condizioni. Dubito che si possa sensibilizzare solo attraverso immagini emotive, calcando la mano sulla sofferenza e non raccontando tutta la storia. Perché se veramente si volesse far conoscere il fenomeno dei profughi per quello che è, si vedrebbe quanto coloro che piangono guardando il reality sono, forse indirettamente, tra le cause di questa tragedia!”.

La critica del giornalista Fortuna Ekutsu Mambulu (Verona) e di Ngouedi Marocko, studente universitario di scienze politiche (Napoli) è molto più dura e radicale, e si estende al ruolo stesso delle ONG, così come alle strategie, anche comunicative, di alcuni organismi internazionali. In un loro testo scritto, inviato ad “African Voices”, affermano, tra l’altro:
Le ONG giocano un ruolo importante nella strategia globale che vuole che gli africani siano sempre mostrati come popoli da aiutare e da salvare. Una strategia iniziata secoli fa con la ‘missione civilizzatrice’ occidentale in Africa e che oggi continua con la cosiddetta ‘cooperazione allo sviluppo’ e la ‘promozione’ dei diritti umani, di cui le ONG costituiscono un anello importante. Con le belle intenzioni di ‘aiutare’ e portare una ‘civiltà’ che dimostra i suoi segni di decadenza, queste organizzazioni si arrogano il diritto di diffondere, senza nessuna autorizzazione, l’immagine negativa (sconvolgente) di quelli che noi consideriamo la base e il futuro dell’Africa: le donne e i bambini. L’ultima campagna mediatica lanciata dall’UNHCR (che abbiamo denunciato con una petizione su change.org) ne è un esempio evidente.

unhIn Italia, paese con più di duemila miliardi di debiti, sta crescendo la povertà. Vogliamo vedere queste ONG occuparsi dei poveri italiani, diffondendo, così come fanno per gli africani, foto di persone anziane italiane che vanno a cercare cibo nei cassonetti. Siccome nei confronti degli italiani non si agisce nello stesso modo, noi qualifichiamo queste azioni e campagne come atti razzisti, che dovranno, nel futuro, essere contrastati usando tutti i mezzi. Ciò perché crediamo che diffondere un’immagine sempre stereotipata degli africani non giova alla creazione di una convivenza pacifica e rispettosa tra africani e autoctoni nei Paesi occidentali dove ormai risiedono molte persone originarie dell’Africa. La decisione di lanciare in TV a novembre “Mission”, realizzato in un campo profughi in Africa, è l’ennesima dimostrazione del cinismo di queste organizzazioni. L’Africa oggi non ha bisogno né di ONG, né di aiuto. Ha bisogno di rispetto e di essere lasciata in pace di fare le proprie scelte in tutti i campi della vita sociale.

Personalmente non concordo con diverse di queste opinioni, ma le considero con molta serietà: come il termometro di una crescente insofferenza degli esponenti della diaspora africana nei confronti, in generale, di approcci operativi più o meno apertamente e consciamente paternalisti, se non neo-coloniali, nei confronti dei popoli africani, e nei confronti di una informazione incompleta e distorta sull’Africa. Una informazione mal gestita scade facilmente nella riproduzione di stereotipi in cui gli africani non si riconoscono più, e che sono il terreno di coltura del razzismo che esiste ancora nelle nostre società.

Al di là delle buone intenzioni di chi promuove “Mission” e del fatto che il programma è comunque in fase di messa a punto (con possibili emendamenti in corso d’opera, forse anche grazie alle critiche che stanno arrivando), gli interventi di questi membri della diaspora, in ogni caso, mettono in guardia sui rischi che corre qualsiasi campagna comunicativa o programma televisivo che abbia al suo centro l’Africa. Rischi che forse varrebbe la pena di mettere meglio in evidenza e, possibilmente, controllare.

Daniele Mezzana
sociologo e autore del blog Immagine Africa

Copyright (C) 2013 African Voices All rights reserved.

Una Risposta to “Mission: La parola alla diaspora.”

  1. massimo coen cagli 5 settembre 2013 a 12:48 #

    Grandissima idea, grandissimo articolo, veramente molto ma molto utile. Grazie Daniele Mezzana!

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