Archivio | settembre, 2013
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African Voices is against the sex tourism and child sex tourism

30 Set

resizer.jsp

Quando la libertá di espressione viene usata dai nostri connazionali in Africa contro il dovere di cronaca.

29 Set

I social network come Facebook, Twiter e il web in generale hanno sicuramente contribuito ad aumentare l’accesso all’informazione non piú di esclusivo dominio degli esperti del settore e dei monopoli di informazione.

Il dovere di libera informazione relegato a testate alternative o militanti prima dell’avvento di internet ora ha subito un interessante processo di democratizzazione dal basso che permette di accedere ad una pluralitá di fonti informative per migliorare la propria consapevolezza del mondo che ci circonda. Questo processo di democratizzazione ha reso la vita difficile alle veritá di Stato e ai monopoli informativi spesso legati ad interessi di potentati economici.

Nonostante questi innegabili benefici, la libertá di espressione e la possibilitá di diffondere pareri e notizie sta conoscendo aspetti negativi e deleteri per la stessa libera informazione.

Anche il sottoscritto ne ha fatto ultimamente le spese a seguito di alcuni articoli inchiesta sull’attacco terroristico di Nairobi pubblicati sul quotiano L’Indro, African Voices e sul mio blog personale Africa Report, vittime di rari ma significativi commenti che infrangono ogni codice di rispetto morale originati da un evidente desiderio di imporre una veritá assoluta e unilaterale, spesso realizzato con tecniche totalitarie ed insulti tesi a distruggere opinioni non condivise.

Alcuni lettori, evidentemente in disaccordo con gli articoli pubblicati sulla tragica vicenda di Nairobi mi hanno accusato di dillettantismo spinto dalla voglia di far notizia, di fabbricare articoli tramite un collage di altri articoli sparsi per la rete usando Goole Translate, senza sapere di cosa si parla contribuendo a propagare la solita disinformazione all’italiana.

A parte che dagli anni novanta ho acquisito maggior padronanza delle lingue Inglese e Francese rispetto alla mia madrelingua, tutti gli articoli scritti hanno alla base un meticoloso lavoro di informazione tramite fonti dirette. Nel caso dell’attacco terroristico al Westgate di Nairobi le fonti di informazione provengono da vittime scampate alla morte e da ufficiali della polizia direttamente contattati dal sottoscritto che ha vissuto i suoi primi sei anni di permanenza in Africa proprio a Naiorobi, piú precisamente a Nyayo Estate.

Rincuora che il lavoro di reporter freelance, spesso non ben remunerato ma libero da obblighi redazionali e legato solo ai principi morali e professionali del delicato compito di informare correttamente, ha contribuito assieme al lavoro di denuncia di altri colleghi internazionali, sopratutto africani e spesso conosciuti nell’ambiente, ad aprire un vero e proprio dibattito in Kenya tra la pubblica opinione e i mass media nazionali sull’operato del Governo e di cosa sta realmente nascondendo. Un Governo, non dimentichiamoci, in cui Presidente e Vice Presidente sono realmente colpevoli di reati contro l’umanitá commessi durante le violenze post elettorali del 2007 – 2008.

In questi giorni prestigiosi media Kenyoti come il quotidiano Daily Nation e la rete televisiva Citizen stanno concentrandosi su inchieste relative al reale numero di vittime, alle informazioni sui rischi di attacco terroristico al Westgate in possesso del Governo almeno sei mesi prima dell’accaduto, del fallimento della risposta militare che ha aumentato il numero di vittime civili e come é stato possibile che 10 terroristi su 15 siano addirittura riusciti a scappare confusi con gli ostaggi liberati.

Queste indagini dei grandi media Kenyoti sono state possibili grazie al immediato lavoro di inchiesta che reporter indipendenti come il sottoscritto hanno svolto, spesso non ricevendo compensi di sorta.

Questo risultato mi consola maggiormente rispetto ai totalitari e, per fortuna, isolati, attacchi ed insulti alla mia professione, provenienti sopratutto dalla comunitá italiana in Kenya legata direttamente o indirettamente al settore turistico. Una comunitá, sopratutto a Malindi e Mombasa, di cui ombre e dubbi sulla scelta di vita opportunistica e intrecci mafiosi circola da anni anche tra le stesse autoritá kenyote.

Questi attacchi sembrano essere rivolti gratuitamente e senza cognizione di causa per difendere piccoli interessi economici legati ai propri alberghi e le proprie fortune spesso realizzate tramite prezzi di pacchetti turistici totalmente fuori mercato rivolti ad ignari turisti connazionali sfruttando la presunta confidenza tra connazionali e su un inaudito sfruttamento dei lavoratori kenyoti.

Un collega giornalista kenyota con cui ho condiviso queste riflessioni mi ha presentato un aspetto del problema assai interessante, facendomi notare che tali attacchi ed insulti sono normalmente tipici di sottoprodotti delle culture mediterranee che, secondo suo parere, sono attualmente vittime di una regressione dei valori delle societá occidentali di cui l’Italia, mio paese di origine, ne é la piú evidente rappresentazione. In effetti nella stampa anglofona sia occidentale che nelle ex colonie del Impero Britannico questo fenomeno é praticamente assente. Se un lettore non concorda con un determinato articolo propone argomenti convingenti aprendo un dibattito costruttivo nel pieno rispetto reciproco.

Evidentemente alcuni dei nostri connazionali che vivono e sfruttano l’Africa, di cui io mi sono sempre dissociato guardandomi bene dal frequentarli, non hanno altri argomenti e mezzi da utilizzare per difendere i loro interessi di bottega che utilizzare metodi tipicamente autoritari e fascisti. Quello che gli preoccupa non é la morte di centinaia di “negri” ma l’immagine che l’avvenimento al Westgate procura all’estero provocando un calo nelle presenze turistiche che danneggia direttamente i loro interessi e privilegi.

Sono gli stessi personaggi che pubblicamente criticano l’inferioritá congenita dei neri che sfruttano per poi, nel segreto delle loro vite, cercare freneticamente l’estasi sessuale che una prostituta africana riesce loro donare. Sotto le lenzuola questi nostri connazionali scoprono finalmente il vero significato dell’Africa.

Sarebbe interesante concentrare alcune indagini su questi nostri connazionali ma sarebbe questa si, un’operazione di “copia ed incolla” visto che ben autorevoli colleghi giornalisti kenyoti hanno scritto nei scorsi anni vari articoli su usi e constumi di questa particolare comunita’ italiana in Kenya, ricevendo addirittura minacce di morte come il collega Paul Gitau del Standard Media Group a cui va tutta la mia solidarieta’.

Fulvio Beltrami
Uganda, Kampala

Kinshasa in Harlem: The Cradle of Culture Meets the Diaspora

27 Set

Rafael Benavides Productions & The Influence TTT Inc. present: Kinshasa in Harlem: The Cradle of Culture Meets the Diaspora
Press conference October 1st, 2013 5 – 6:30 pm

testa kinsh

Kinshasa in Harlem is a cultural initiative started by Congolese artist Isaac Katalay with the goal of promoting the connections between the music and arts of the Congo and those of the African Diaspora. With his multi-ethnic, multi-cultural group, the Life-Long Project Band, Katalay brings the spirit of contemporary Kinshasa to uptown New York City and traces the influence of Congolese culture in humanity. As part of this initiative, Katalay has col-laborated with many African and Diasporic artists, including Belgian-Congolese rapper Baloji, Cuban master-percussionist Joaquin Pozo, Garifuna cultural ambassador Rolando “Chi Chi” Sosa, and the Dutty Artz DJ crew.
On October 5th 2013, Kinshasa in Harlem comes to the Poet’s Den Theater & Gallery, 309 East 108th Street, after building a grassroots following through a popular residency at the uptown community hotspot Astor Row Café. This event is not to be missed. There will be a press conference on October 1st from 5 to 6:30 pm at the theater.

Kinshasa in Harlem: The Cradle of Culture Meets the Diaspora
Featuring: Isaac Katalay & The Life-Long Project Band
Special Guests: Garifuna artist Rolando “Chi Chi” Sosa; Cuban master-drummer Joaquin Pozo; Congolese-American songstress Rafiya.
DJ Selections: by Garifuna ambassador DJ P Whyte.
Poet’s Den Theater & Gallery
309 East 108th Street, New York, NY 10029
Doors: 7:00 pm
Tickets: Regular Admission: $20
VIP: $30 (includes premium seating and a cocktail at the reception)
Super VIP: $50 (includes premium seating at the theater, a table at the gallery reception and a bottle of wine or 4 cocktails)

isaacIsaac Katalay is a musician, dancer and orator whose main objec-tive is to promote the beauty of human connections. Born in Kinsha-sa, the capital city of the Democratic Republic of Congo, he now calls New York City home as well. Music became Isaac’s path to navigate the world; with a family of traditional healers, and faiths varying from Christianity to Islam, music is the corner stone that holds the fragments of his identity together.ac started with the mbonda or ngoma drum at a very early stage, a fascination that led to the drum set, bass and guitar, and to the study of dance, folklore, musicals and plays. For the past two dec-ades, he has worked as an ensemble musician, choreographer, danc-er, and speaker. Even as a young artist, Isaac performed at renowned venues throughout the United States including the Apollo Theater, Manhattan Center, Celebrate Brooklyn Prospect Park Bandshell, St. Nick’s Pub, the Schomburg Center Library and universities through-out the United States such as Colombia University, John Jay College, Baruch College, Harvard University, Georgia Tech, University of Virginia, and the University of Chicago. He has per-formed with or along international African music stars such as Richard Bona, Kanda Bongo Man, Fally Ipupa, Shiko Mawatu, Lokassa ya Mbongo and Nguma Lokito (Soukous Stars Band), Shimita El Diego, Wawali Bonane (Yoka Nzenze Band), Diblo Dibala, Samba Mapangala, Bouro Mpela, Eli Kihonia, Baby “Black” Ndombe, Felix Wazekwa, King Kester Emeneya, Malage Del-ugendo, Mbuta Masamba; Congolese gospel artists such as Reno Mvumbi, Olivie Kalabasi, Joel Mbuyi, Kashi Kashala; the Belgian-Congolese rapper Baloji; the Breton rock band Red Cardell, and many more.

Nonetheless, Isaac is still looking forward, intellectually, artistically and culturally. He formed his own group, The Life-Long Project Band, with a focus on forms of music related to Congolese culture, including Diasporic forms. The Life-Long Project Band has performed at venues across New York City, including: Le Poisson Rouge, The Plaza Hotel, Hudson Cafe, the Shrine, Sylvana, and numerous festivals including both the African Day Parade & Festival and the African Dias-pora Parade & Festival. They are currently preparing to go into the studio to record Isaac’s first full-length album.

One of Isaac’s goals is to train leaders and establish both social and professional networking in extended communities, through music and initiatives. He is also the founder of The Influence T.T.T. (Time as Tool for Treatment) Inc and the Life Long Project LLC. The Influence TTT fo-cuses on the building of leadership through positive influence among young professionals throughout New York City and crafting a positive model for the youth of Kinshasa. On the other hand, The Life Long Project LLC is a entrepreneurship venture which will aim at promoting ar-tistic ventures while incorporating business models to build and garnish musical talents, artistic innovations and set up management for upcoming young African talents. The artist has also cre-ated the concept of CONTEMPTRA, a dance, music and style concept which promotes both con-temporary and traditional Congolese aesthetics. Overall, the artist is working on initiatives to promote cultural, social, and most importantly human values.

rolamdoRolando “Chi Chi” Sosa was born in Honduras on the Caribbean Coast of Central America, in the village known as Sambo Creek. He began his career playing the Garifuna drum known as the garaun and then moved on to playing trap drums. Today, he plays over 22 different instruments. Chichi is the musical composer and the musi-cal genius behind 55+ songs for Stonetree Records, including the number one World Music hit album “Watina”, by Andy Palacio. He is also the composer and arranger of all 12 songs on Aurelio Mar-tinez’s groundbreaking album “Garifuna Soul” and several tracks on Martinez’ sophomore album “Laru Beya”. His unique sound can also be heard on several tracks on the “Umalali – Garifuna Women’s Pro-ject.” Most recently, he has worked on Kobo Town’s “Jumbie in the Jukebox”, Danny Michel’s “Black Birds are Dancing All Over Me”, and the latest album from The Garifuna Collective “Ayo”.
Chichi played a pivotal role in founding “The Garifuna Collective” that toured with Andy Palacios. He spent time in Belize and Honduras auditioning musicians to create the band. Subsequently, he per-formed the same task in developing “The Garifuna Soul” band in support of Aurelio Martinez. Chichi has traveled the globe energizing audiences while performing with both “The Garifuna Collective” and “Garifuna Soul.” He has appeared on stages in the Middle East, Africa, Europe, The Orient, North and South America. He was recognized at WOMEX for his contribution to Watina. Currently, he is devel-oping his own Paranda band, Garifuna Jazz, as he launches his solo career.

rafyiaRafiya was born in Los Angeles to Congolese parents: a diplomat fa-ther and a sociologist mother. Due to her father’s career, she traveled extensively during her formative years: living in Congo (Democratic Republic), the Cape Verde Islands, Benin, Senegal, Guinea, Barbados and Ivory Coast.

She has worked with Oscar Kidjo, recorded in Youssou N’Dour’s studio and toured France and North Africa with French rap star, Mokobe. Every passing collaboration, studio session and performance strength-ened her ever-present belief that she would be spending her life mak-ing music, making people smile, dance and think.
Rafiya released her debut album, “Amazing,” in 2010 to great acclaim from domestic and international soul music aficionados in the U.S, France, Congo, and Mozambique. This success has allowed her to build a solid and growing fanbase. Since then she has performed extensively across the country and overseas, treating fans to her electri-fying blend of contemporary African rhythms and modern soul music. She premiered her new single “Where I’m From” in May 2012. The song is an ode to Africa and to being African. Rafiya writes and sings about the human experience in French and English but regardless of your native tongue, her passion translates itself in the melody. She is currently putting the finishing touches on her latest sin-gle “My Number” which will be released in December. It is a track that will surely make you dance and she is excited to share it with the world! http://www.rafiyaonline.com facebook.com/rafiyamusic.

cubaCuba is a country full of great percussionists and one of its ‘drum kings’ was Chano Pozo, who opened the path to many Cuban musi-cians in New York. Now his descendent Joaquín Pozo Calderón arrives in New York to claim his lineage in the story. Joaquín is the grandson of Chano Pozo’s first cousin, Domingo, however Joaquin’s main influence comes from his father, a composer from the eastern Guantanamo area, named Perico Jorge Pozo Sayú, au-thor of hits as ‘Ajá, Que Risa Me Da’, ‘La Negra Quiere Chocolate’ and ‘Perico Esta Llorando’, among others that were later played by Pello El Afrokan.
Joaquín grew up playing percussion and singing in the famous intense rumbas in El Solar de La Cal-ifornia, learning the Afro-Cuban traditions through oral/aural transmission. He was also a member of the comparsa group La Boyera, one of the most famous carnival groups in Havana.
Joaquín started to play professionally in 1985 in the Orú band, a group led by guitarist Sergio Vitier, with whom he traveled abroad for the first time. Later on he joined The Great Benny Moré Jazz Band, traveling this time to Mexico. During the Cuban Salsa boom of the early 1990’s, Joaquin joined a band called Layé, where he worked with Fidelito Morales, Pepe Maza and Armando Gola. He was with these bands for two years, doing several worldwide tours. He recently relocated to New York City.

New evidence on Un Secretary General Hammarskjöld’s dead

26 Set

On September 18, 1961 UN Secretary General Dag Hammarskjold perished in a air crash in Northern Rhodesia (now Zambia). New inquiry report cites persuasive evidences that the aircraft was subject of some form of attack by some west power.

Dag  Hammarskjöld, a Sweden who hold UN Secretary General from 1953 to 1961, on September 18, 1961 was travelling to Ndola, Northern Rhodesia (now Zambia) on board of a DC-6 to meet Congolese rebel Moise Tshombe who was fighting for the independence of mineral-rich province of Katanga. The DC-6 airliner SE-BDY crashed few km from the runway of Ndola Hammarskjöld and fifteen others perished in the crash.

Following the death of Hammarskjöld, there were three inquiries into the circumstances that led to the crash:the Rhodesian Board of Investigation, the Rhodesian Commission of Inquiry, and the United Nations Commission of Investigation. The three official inquiries failed to determine conclusively the cause of the crash that led to the death of Hammarskjöld.

After 52 years from the incident an inquiry conducted by an independent commission comprising four international jurists headed by the British jurist Sir Stephen Sedley, has reveled persuasive evidences that the aircraft was subject to some form of hostile action.

The possibility that the plane was subject to some form of attack is supported by sufficient evidences to merit the reopening of UN inquiry on Dag Hammarskjöld dead”, conclude the report.

The commission after examines several theories concerning the cause of the crash has discarded human error or technical malfunction causes, reaching the conclusion that the airplane was shoot down by another airplane and Hammarskjöld killed by gunfire after the crash. Collected evidences seem to point to the conclusion that UN Secretary General was killed by terrorist attack perpetuate by some West Power.

These evidences were available long time ago, since the first UN inquired but they were voluntarily ignored for political motivations. On September 20, 1961 US President Trumann told to The New York Times: “Dan Hammarskjöld was on the point of getting something done when they killed him. Notice: that I said when they killed him”.

President Trumann information sources may came from US National Security Agency (NSA) included the witness of Sergeant Harold Julien, the sole survivor found alive by rescue team. He remained alive for six days before die of burns. His witness has never released. Speculations report that he spoke about a series of explosions preceding the crash. UN official inquiry statements that the witnesses who talked with Julien before he died were inconsistent.

It is highly likely that the entirely of local and regional Ndola radio traffic on the night between September 17-18, 1961 was tracked and recorded by NSA and even CIA”, a member of independent commission write in the 61-pages report.

On  August 19, 1998, Archbishop Desmond Tutu, chairman of South Africa’s Truth and Reconciliation Commission (TRC), stated that recently uncovered letters had implicated the British MI5, the American CIA, and then South African intelligence services in the crash. The British Foreign Office suggested that these letters may have been created as Sovietmisinformation

On 29 July 2005, Norwegian Major GeneralBjørn Egge gave an interview to the newspaper Aftenposten on the events surrounding Hammarskjöld’s death. According to General Egge, who had been the first UN officer to see the body, Hammarskjöld had a hole in his forehead, and this hole was subsequently airbrushed from photos taken of the body.

British Academic Susan Williams, author of the 2011 book: “Who killed Hammarskjöld? said on an interview for BBC: “There is no smoke without burn. There are mass evidences that point in the direction that the plane was shoot down by a second plane. This is more convincing and supported explanation than any others”.

Who may have wanted to killed UN Secretary General and why?

Dag Hammarskjöld was a man with a vision of UN as dynamic instrument organizing the world community and protect small Nations. Just the opposite of UN on 2013, victim and indirect  instrument for power countries and international economical interests, mainly cause of UN several failures to bring permanent peace and protect civilian population as testified in DRCongo, Central Africa Republic and South Sudan.

Hammarskjöld vision was against the interests of white Rhodesians, Belgian and British mining companies in Katanga (former Zaire). West countries had a sense to be at war against UN and African nationalism. White minority regimes of the Rhodesian Federation (Zambia and Zimbabwe) and South Africa had thousand of reasons to fear Hammarskjöld policy that may favorite balk mass uprising for freedom and democracy and the end of their racist regimes.

At the time of his dead, Hammarskjöld was trying to negotiate a peace between Mobutu’s Government and Katanga province that had broken away under Moise Tshombe leadership and the Belgian, British and US support. Katanga has still now the world richest uranium deposits and source of four-fifty of world cobalt supply.

Nine months before Hammarskjöld’s dead, Congo President Patrice Lumumba was kidnapped by coup leader Joseph Mobutu, allegedly with convenience of Belgian, British and US intelligences. Lumumba was taken to Katanga, tortured and brutally killed in January 1961.

The new master of Congo has not only changed the country name into Zaire but build an international alliances and conveniences network assured west country to be the “Good Guy” defending west interest in the region against Communism.

After these assurances and evidence of mutual interests, Tshombe rebellion was quickly crash down by his same international supporters. Ironically 35 years later Mobutu Sese Seko, became the “Bad Guy”, has stepped down by one of his master: US utilizing Laurent Désiré Kabila rebellion support by Rwanda and Uganda. The objective was bring stability and peace in the region. Two regional wars, and east Banyarwanda rebellions by CNDD and M23 shows that something went terribly wrong.

New evidence reveled by the independent commission justify the reopening of Hammarskjöld UN inquiry to assure justice to his family and Congolese people.

Unlucky request for NSA record, made in accordance with the US Freedom and Information Act, has been rejected for national security reasons. Now the independent commission want appeal to this decision. Till when truth and justice will not prevail in DRC the show can go on.

Fulvio Beltrami
Kampala, Uganda

Westgate attacco terroristico . Dentro la storia

25 Set

Centro commerciale Westgate , Nairobi , 4 giorni di attacco terroristico , rivendicato dal gruppo islamico somalo Al- Shabaab , è iniziato alle 1:00 del 21 settembre , quando 15 terroristi hanno iniziato ad aprire il fuoco con AK47 e di bombe a mano sui clienti e  lavoratori all’interno in tutti i quattro piani di Westgate Mall .

Il rapporto della Croce Rossa parla di 65 morti e 200 feriti, tra loro il nipote del presidente Kenyatta , la sua fidanzata e la popolare presentatrice radiofonica Ruhila Adatia – Sood .

Le vittime straniere sono segnalati da diverse nazionalità : canadese , francese , statunitense , britannico , peruviana , cinese . Tra di loro il 29enne diplomatico canadese , la moglie del diplomatico USAID e il famoso poeta ghanese Koffi Awoonor .

L’ operazione di salvataggio per porre fine all’attacco terroristico è partito ufficialmente alle 15:00 del 24 settembre 2013.

L’attacco terroristico al centro commerciale Westgate , Nairobi , nasconde molti dubbi circa le dinamiche , gli obiettivi terroristici e la risposta militare del Governo .

I terroristi sono riusciti a eludere i controlli di sicurezza ad entrare in centro commerciale con gli zaini pieni di bombe a mano , AK47 e una grande quantità di caricatori . Si sospetta che potevano contare sulla complicità di qualcuno all’interno del personale di sicurezza del Watergate .

I terroristi possono aver introdotto armi pesanti e munizioni una settimana prima dell’attacco nascondendo l’arsenale militare in diverse posizioni del centro commerciale . Se questa informazione sarà confermata farà rafforzare i sospetti di complicità all’interno.

Il comando era composto da 15 terroristi kenioti addestrati perfettamente in grado di affrontare la polizia e militari per quasi 04 giorni di intensi combattimenti all’interno dell’edificio . Il comando non ha scelto di utilizzare esplosivi ad alto potenziale, ma le armi convenzionali e si sono “limitati ” sul numero delle vittime . Il vero obiettivo può essere quello di umiliare la polizia del Kenya e l’esercito per dimostrare che Al -Shabaab non è una forza morta come comunemente si crede , dopo il successo militare riportato dall’ Unione Africana AMISOM invasione somala in vigore , secondo alcuni consiglieri militari regionali.

La scelta del centro commerciale Westgate non è stata casuale . Al- Shabaab ha voluto colpire keniani del ceto medio superiore e la comunità espatriati a Nairobi . Westgate centro commerciale è situato nella zona residenziale di Westland , dove vivono i keniani più ricchi e dpve ci sono diverse organizzazioni non governative internazionali e gli uffici delle agenzie delle Nazioni Unite.
Anche il tempo è stato terribilmente perfetto . Alle 13 di Sabato il Westgate ha la più alta frequenza di visitatori.

Molto probabilmente nel D-Day i terroristi sono entrati nel centro commerciale in piccoli gruppi di due in momenti diversi. Ogni gruppo si è diretto in posizione strategica in ciascuno dei quattro piani dell’edificio .

Secondo la testimonianza di sopravissuti, il primo gruppo terroristico ad aprire il fuoco è stato quello del quarto piano dove c’era una gara di cucina tra bambini organizzato da una radio locale, seguito dagli altri gruppi in ogni piano . Gli aggressori prima hanno detto ai musulmani di lasciare il centro commerciale e poco dopo hanno aperto il fuoco con AK47 e bombe a mano uccidendo senza pietà i bambini.  Un chiaro atto di ipocrisia . Quasi il 30 % delle vittime Westgate sono musulmani .

L’attacco della polizia non è stato pianificata e si è trasformato in un disastro senza precedenti per tutta la durata e il mal funzionamento è stato anche causa dell’elevato numero di vittime . Molti ostaggi sono stati uccisi durante il combattimento.
Abbiamo avuto la pianta dell’edificio e non sapevamo la posizione dei terroristi . Abbiamo combattuto alla cieca ” dice un ufficiale di polizia che ha partecipato Domenica ai combattimenti contattato per telefono.

Le forze speciali antiterrorismo addestrati dagli americani e israeliani non sono intervenuti fino a lunedi . Non abbiamo avuto nemmeno giubbotti antiproiettile e scudi . Non sono stati utilizzati i gas lacrimogeni che potrebbero permetterci di neutralizzare in modo più rapido i terroristi . Lo Stato Maggiore dell’Esercito e il Comando di Polizia ci hanno inviato all’interno dell’edificio senza coordinamento . Se l’operazione fosse stata meglio planificata ci sarebbero state meno vittime ” .

L’assalto finale del 23 settembre è stato fatto in collaborazione con i consulenti militari israeliani e agenti del Mossad direttamente coinvolti nell’operazione . La notizia è stata confermata da fonti israeliane a Nairobi e Tel – Aviv . Westgate centro commerciale ha diversi negozi di proprietà israeliana ed è frequentato da molti espatriati israeliani . Tutti gli israeliani che erano all’interno del centro commerciale , al momento dell’attacco si sono messi al sicuro.

Il mistero rimane sulla nazionalità dei terroristi . Diversi testimoni affermano che erano tutti  keniani . Al contrario le autorità keniote affermano che il gruppo terroristico era composto da uomini di diverse nazionalità compresi 4 Americani , 1 canadese , 1 finlandese e arabi . Solo 2 terroristi sarebbero kenioti secondo le dichiarazioni ufficiali. Peter King , membro del Comitato della Camera degli Stati Uniti di Sicurezza, ha confermato la versione Governo keniota . Egli ha detto che Al -Qaeda ha reclutato fino a 50 persone delle comunità somale statunitensi.

Se queste accuse saranno confermate rappresenta un punto di svolta nel rapporto tra Al – Shabaab e Al – Qaeda , davvero peggiorata durante il 2012 – 2013 a causa di divergenze ideologiche tra le due organizzazioni terroristiche . Al- Qaeda ha preferito mettere la sua attenzione e le risorse finanziarie ad altro gruppo terrorista africano come Boko Haram , Mali Mujahidin e gruppi islamici siriani.

Sembra certo la presenza di 3 donne all’interno del commando terrorista , uao dei quali arrestata nel 2011 per i collegamenti evidenti con Al -Shabaab nell’attacco terroristico a Mombasa , secondo la TV . La donna è riuscita a fuggire dalla prigione nel 2012 per riapparire Sabato scorso e partecipare alla carneficina orribile nel centro commerciale di Naiorbi .

L’intelligence di Stati Uniti e Sud Africa avevano annunciato molto tempo prima di un probabile attacco terroristico al Westagate  . Nonostante che il governo del Kenya sia stato ben informato non è mai stata rafforzata la sicurezza , convinti che al-Shabaab non sarebbe stato in grado di pianificare un attacco su larga scala nella capitale .

La terrazza multi-store del complesso è adiacente ad una strada lungo la quale le auto possono passare senza controllo di sicurezza. Guardie di sicurezza private non addestrate e non ben pagate normalmente fanno una rapida verifica a volte con metal detector vecchi.
Le auto che entrano nel parcheggio del Westgate sono malamente controllate.

Secondo gli esperti regionali, questa tragedia, per il presidente Kenyatta Urhuru,  poteva essere utilizzata sia a livello nazionale che internazionale per buon impatto contro la cotro parte del suo processo e quella di Vice Presidente William Ruto presso il Tribunale della Corte penale internazionale .

La strumentalizzazione politica degli attacchi non è nuova nella regione. Nel luglio 2010 , l’attentato a Kampala , ma anche madeby Al- Shabaab , è stato scelto dal presidente Yoweri Museveni di modificare la Costituzione consente di candidarsi alle elezioni presidenziali del 2011, dove ha vinto un altro mandato alla guida del paese .
Al- Shabaab – affiliato al movimento di Al Qaeda , nato in Somalia a metà del 2006 con l’obiettivo di applicare la sharia in tutto il territorio della Somalia e per creare un emirato islamico – ha dimostrato di essere in grado di realizzare la minaccia portando la guerra dalla Somalia, in Kenya .

La prova di una strumentalizzazione politica di attacco terroristico al Westgate è dato dal vice presidente Willian Ruto . Nel corso di una conferenza stampa al Jomo Kenyatta International Airport di ritorno dal ICC processo a L’Aia , il Vice Presidente ha iniziato la sua dichiarazione alla nazione parlando del suo processo e la sua felicità di essere di nuovo in Kenya per essere vicino al suo popolo in questo periodo drammatico . Mr. Ruto ha fatto diversi riferimenti al processo in corso all’Aia durante tutta la sua dichiazione .

L’attacco terroristico al Westgate ha messo in evidenza  l’unità e il patriottismo dei keniani , normalmente divisi per il tema tribù , ben sfruttato dall’ex presidente Kibaki , ex primo ministro Odinga , Mr. Ruto e il presidente Kenyatta per creare lo scontro etnico post-elettorale nel 2008. Migliaia e migliaia di cittadini hanno volontariamente donato il loro sangue per le vittime di attacchi terroristici e in meno di 3 giorni quasi 4 milioni di euro per sostenere le vittime . Sfortunatamente molto probabilmente questo patriottismo e autentico sentimento umanitario della popolazione del Kenya sarà sfruttato da Presidente e Vice Presidente , come forma di pressione per evitare le prove al processo contro di loro per crimini contro l’umanità .

di Fulvio Beltrami
Giornalista freelace
Kampala, Uganda

Traduzione e cura di African Voices

Westgate terrorist attack. The Inside Story.

25 Set

Westgate Mall, Nairobi, 4 days terrorist attack, claimed by the Somali Islamist group Al-Shabaab, has started at 01:00 pm of September 21, when 15 terrorist has started to open fire with AK47 and hand grenades on the customers and workers inside all the four flours of Westgate Mall.

Red Cross report 65 dead and 200 injured between them President Kenyatta’s nephew, his fiancé and the popular TV and radio presenter Ruhila Adatia-Sood.

Foreign victims are reported from several nationalities: Canadian, French, US, British, Peruvian, Chinese. Between them 29 years old Canadian diplomat, USAID diplomat’s wife and Ghanaian diplomat and famous poet Koffi Awoonor.

The rescue operation has officially end at 03:00 pm of September 24, 2013.

The terrorist attack at the Westgate Mall , Nairobi , hides many doubts about the dynamics , terrorist objectives and the Government military response .

The terrorists have managed to evade security checks and enter into the mall with backpacks full of hand grenades, AK47 and a large supply of magazines. It is suspected that they could count on the complicity of someone inside Watergate security personnel .

Terrorist may have introduced heavy weapons and ammunition one week before the attack hiding the military arsenal in different place of the commercial center. If this information will be confirmed will strengthening the inside complicity suspects.  

The command was composed of 15 terrorists trained Kenyans perfectly able to face police and military for almost 04 days of intense fighting inside the building. The command did not choose to use high explosives but conventional weapons that have “limited” the number of victims. The real objective may be to humiliate Kenyan police and army and to show that Al-Shabaab is not a dead force as common is believed after the military success reported by African Union invasion force AMISOM, according to some regional military advisers.

The choice of the Westgate Mall was not random . Al-Shabaab wanted to hit Kenyan upper and middle class media and expatriates community in Nairobi. Westgate shopping center is located in the residential area of
Westland , where lives the most richest Kenyans and there are several international NGOs and UN agencies offices.
Even the time was horribly perfect. At 13 on Saturday the Westgate has the highest frequency of visitors.
Most probably on D-Day the terrorist entered into the Mall in little groups of two in different moments. Each group was directing to strategic position in each of the four building floors.

According survival witness the terrorist group positioned in the floor where there was a child cooking competition organized by a local radio has open fire for first follow by the other groups in each floor. The attackers first told to Muslims to leave the Mall and shortly after they open fire with AK47 and hand grenade killing whiteout pities the children. A clear act of hypocrisy. Almost 30% of Westgate victim are Muslims.    

The attack of the police was not planned and has turned into a disaster for the unprecedented duration of the operation and the high number of casualties. Many hostages were killed during the fight.
“We had the plan of the building and did not know the locations of the terrorists. We fought blindly ” say one police officer who participated in the fighting Sunday contacted by phone.

“The anti-terrorism special forces trained by the Americans and Israelis has not intervene till monday. We had not even bullet-proof jackets and shields. The tear gas that could enable us to more quickly neutralize the terrorists were not used . The General Staff of the Army and the Police Command have us sent inside the building  without coordination. If the operation had been better planified there would be fewer victims .”

The final assault on Sept 23 has been done in collaboration with Israeli military advisers and MOSSAD agents directly involved in the operation. The news has been confirmed by Israeli sources in Nairobi and Tel-Aviv. Westgate shopping center has several Israeli owned shops and is frequented by many Israeli expatriated. All Israeli who where inside the Mall at the time of attack has made it out safely.

Mystery remains on terrorist nationality. Several witnesses affirm that were all Kenyans. At the contrary Kenyan authorities asserts that the terrorist group was composed by men of different nationalities included 4 American, 1 Canadian, 1 Finnish and Arabs. Only 2 terrorist were Kenyan according to official statements.  Peter King, member of the US House Security Commitee, has confirmed Kenyan Governement version. He said that Al-Qaida has recruited up to 50 people from Somali US communities.

If these accusation will be confirmed represents a turning point in the relation between Al-Shabaab and Al-Qaeda, really deteriorated during 2012 – 2013 because of ideological divergences between the two terrorist organization. Al-Qaeda has preferred to put its attention and financial resources to other African terrorist group like Boko Haram, Malian Mujahidin and Syrian fighting Islamic groups.   

What seem certain is the presence of 03 women inside the terrorist commando, one of them arrested on 2011 for evident links with Al-Shabaab terrorist attack in Mombasa, according Citizen TV. The woman was able to escape from the prison on 2012 to reappear last Saturday to participate in the horrible carnage on Naiorbi shopping centre.

 Westagate has been individuate by US and South African Intelligences long time before as strategic terrorist attack. Despite Kenyan Government was well informed has never reinforced the security, convinced that Al-Shabaab was not able to lunch large scale attack in the capital.

The terrace of multi-store complex are adjacent to a road along which cars can pass without security check. Untrained and not well paid private security guards normally do a rapid cursory body  check sometimes with hand metal detector off. Car entering in the Westgate parking are quick inaccurate check.

According to regional experts this tragedy could be used both domestically and internationally by President Kenyatta Urhuru for compacted against the front of his trial and that of Vice President William Ruto at the Tribunal of the International Criminal Court.

The political exploitation of attacks is not new in the region. In July 2010, the attack in Kampala, it also madeby Al- Shabaab , was tapped by President Yoweri Museveni to amend the Constitution allowing to stand for presidential elections of 2011 where he won yet another term at the helm of the country.
Al- Shabaab – affiliated to al- Qaeda movement , born in Somalia in mid-2006 with the aim of applying Sharia law throughout the territory of Somalia and to create an Islamic emirate – has been shown to be able to realize the threat made to fight the war in Somalia in Kenya.

Evidence of a political exploitation of Westgate terrorist attack has given by Vice President Willian Ruto. During a conference press on Jomo Kenyatta International Airport returning from ICC trial in Hague, Vice President has started his statement to the Nation speaking about his trial and his happiness to be back in Kenya and to be near to his own people during this dramatic time. Mr. Ruto has done ather several references to ICC trial during all his statement.

Westgate terrorist attack has straight the unity felling and patriotism of Kenyans, normally divided by tribe issue, well exploited by former President Kibaki, former Prime Minister Odinga, Mr. Ruto and President Kenyatta to create the post election ethnic clash on 2008. Thousand and thousand of citizen has voluntarily donate their blood for the terrorist attack victims and in less than 3 days almost $4 million to support the victims. Unlucky most probably this patriotism and genuine humanitarian feeling of Kenya population will be exploited by President and Vice President as form of pressures to avoid their trials to ICC for crimes against humanity.

by Fulvio Beltrami
Free Lance Journalist
Uganda, Kampala

New and stunning revelations of tensions between Juba and organizers Mission

22 Set

Within a few days by Carlo Cattaneo on African Voices the publication of the documentation received from South Sudan, which testifies to the tensions between the makers of Mission and the Government of Juba!

Follow us, you will not regret…. !

Nuove impressionanti rivelazioni delle tensioni tra Juba e organizzatori Mission

22 Set

Tra pochissimi giorni da Carlo Cattaneo su African Voices la pubblicazione della documentazione pervenuta dal Sud #Sudan che testimonia tensioni tra i realizzatori di Mission e il Governo di #Juba!

Seguiteci, non ve ne pentirete!

Mission i volontari Intersos prendono le distanze.

20 Set

Il dibattito sul reality show Mission ideato da UNHCR Italia in collaborazione con RAI e la Ong Intersos sembrava essersi assopito con le vacanze del Ferragosto. I promotori, sotto pressione di una valanga di critiche e di comprensibili sentimenti di indignazione nazionali ed internazionali, hanno sperato che le vacanze estive facessero dimenticare l’argomento, potendo cosí continuare con il montaggio degli episodi giá girati nel Sud Sudan (2012) e in Congo (2013), mandando in onda la trasmissione il prossimo novembre come previsto dai contratti stipulati con Dinarmo Italia Srl e i VIP nostrani e dal palisesto RAI. Il comunicato stampa congiunto UNCHR, RAI e Intersos pubblicato il 4 settembre scorso doveva mettere la pietra sopra a questo scomodo ed imbarazzante argomento.

Purtroppo la trasmissione comporta un danno collaterale troppo grave (la lesione della dignitá umana) che é praticamente impossibile che un velo di silenzio cali sopra l’argomento, indipendentemente se questo reality show andrá in onda o no.

La riapertura del dibattito proviene proprio da volontari che hanno lavorato con Intersos e di conseguenza ne conoscono metodologie e pensiero, pur non condividendo né i fini né i mezzi. Come segnalato sul blog di Beppe Grillo, Marco Sassi, di Modena che ha lavorato in alcuni campi profughi africani e sostenuto Intersos, qualche settimana fa ha inviato una e-mail alla ONG di Roma  di cui si riproduce di seguito il testo integrale.

Ho sostenuto in passato Intersos;ho una esperienza di volontario nei campi profughi di sfollati Eritrei in Sudan in occasione della guerra con l’Etiopia del 2000, credo di sapere cos’è un campo profughi. Ora prendo completamente le distanze da questa vostra iniziativa di spettacolarizzare insieme a personaggi come Emanuele Filiberto & C., il cui abbinamento fa solo male alle cause che ho appoggiato; prendo quindi totalmente le distanze da Intersos, invito chi conosco a fare altrettanto e lascio che per il futuro siano i fans di Albano a sostenerne i progetti. Auguri”.

Marco, che é stato preceduto da un altro intervento di un ex cooperante Intersos pubblicato su Afrian Voices il 13 agosto scorso, ha ricevuto una risposta estremamente aggressiva e “prossima al delirio di onnipotenza” secondo le stesse parole del volontario. Avendo seguito fin dall’inizio l’intera triste faccenda, non stento a credere sul tipo e qualitá di risposta ideata dalla giovane e rampante direzione di Intersos sotto la guida di Marco Rotelli.

Fin dall’inzio si é notato in questa Ong “umanitaria” un atteggiamento assai aggressivo e incurante delle opinioni altrui. Le prese di posizione della Diapora Africana  in Italia, (per la maggioranza negative), le richieste di visionare la puntata zero di Mission girata a Yambio, Sud Sudan nel 2012 e di aprire un dialogo tra le Ong italiane, le decine di miglia di firme della petizione  per bloccare la trasmissione (98.048 firme in data odierna) sono state completamente ignorate dai promotori.

Le prove del mancato rispetto delle leggi sulle autorizzazioni giornalistiche previste dalla Repubblica Democratica del Congo sono state oggetto di una feroce quanto impulsiva ed aggressiva risposta dei vertici Intersos che puó essere interpretata solo con un ossessivo desiderio di annientare ogni forma di dissenso o pare contrario, un atteggiamento autoritario e totalitario che, purtroppo, fa parte del retaggio culturale italiano del Ventesimo secolo, ancora duro da morire di cui anche Marco Sassi ne ha fatto le spese, confermando un vero e proprio modus operandis: rifiutare il dialogo ed imporre una propria veritá assoluta.

Andando ad esaminare a fondo questo comportamento, si comprende che la vera ragione della difesa ad oltranza dell’indifendibile risiede su un puro calcolo economico.

Mandare in onda Mission é diventato l’obiettivo vitale di RAI UNHCR e Intersos nonostante l’opposizione della parte sana della societá italiana che rifiuta la totale mancanza di rispetto della dignitá e la evidente strumentalizzazione di persone che hanno sofferto due volte: gli orrori della guerra e la situazione drammatica e precaria di vivere in un campo profughi.

L’accanimento di mettere il dolore umano in prima serata é motivato esclusivamente da interessi economici. Ci sono contratti da rispettare con la Dinamo Italia srl, fondi giá stanziati e spesi per la realizzazione delle due puntate, i compensi pattuiti con i VIP per la loro partecipazione “umanitaria” alla trasmissione, gli introiti provenienti dalla vendita di spazi pubblicitari, le donazioni degli italiani a UNHCR e Intesos che serviranno non ha promuovere progetti a favore dei rifugiati ma a pagare i lauti stipendi dei “volontari” in Italia e le spese di gestione di lussuosi uffici delle rispettive sedi in Italia.

Ormai é un segreto di pulcinella non solo per gli esperti del settore cooperazione ma anche per il grande pubblico che le donazioni private (facilmente non rendicontabili) servono giustappunto a coprire stipendi di cittadini italiani che senza la manna della cooperazione rischierebbero la disoccupazione e spese di gestione delle sedi con una proporzione che varia dal 60 al 80%.

Questi sono le reali motivazioni della determinazione di RAI, UNHCR e Intersos a mandare in onda il programma, non certo per far conoscere al grande pubblico italiano il dramma dei rifugiati. Questo é un obiettivo secondario teso a trasformare il rifugiato in uno specchietto di allodole per nascondere il primo obiettivo quello economico fedeli al antico motto latino “Pecuniaenihil olet”. Un accurato esame dei bilanci finanziari svelerebbe immediatamente l’utilizzo dei fondi ricevuti. Per fortuna la nostra assai debole legislazione in materia mette al riparo Ong e UNHCR da audit finanziari riguardanti i fondi privati.

Occorre comunque non perdere il filo conduttore concentrando l’attenzione sull’attuale amministrazione della Ong italiana e i suoi metodi comunicativi. RAI e UNHCR Italia hanno maggiori responsabilitá di questa associazione che é saltata sul carrozzone per la necessitá di compensare le pesanti perdite finanziarie causate dalla riduzione dei loro progetti in Sud Sudan da parte del principale ente finanziatore (paradossalmente proprio UNHCR) con donazioni private. Secondo stime pervenuteci la riduzione dei fondi destinati alle attivitá umanitarie di Intersos nel Sud Sudan sarebbero quantificate a olre 4 milioni di euro in meno. Il budget complessivo per il 2014 potrebbe aggirarsi a 1 o 2 milioni di euro. Una drastica diminuzione che creerá non poche difficoltá al mantenimento di stipendi e strutture dell’ufficio regionale di Nairobi e della sede in Via Aniene, nei quartieri bene di Roma. La fine dei finanziamenti UNHCR a Intersos é inserita nel programma di drastica riduzione fondi a rifugiati e sfollati interni nel Sud Sudan attuata dalla agenzia umanitaria ONU che ha interrotto la collaborazione con 15 Ong internazionali su 30.

UNHCR, con la vicenda Mission, ha convalidato i sospetti che gran parte dell’opinione pubblica internazionale sta nutrendo da anni: i rifugiati sono merce di scambio e unico pretesto per la sopravivenza dell’Istituzione.

Se il mandato di proteggere i rifugiati fosse realmente rispettato non assisteremmo a inquietanti “atteggiamenti” e mancati interventi di UNHCR come quelli recentemente verificatesi in Congo presso il campo rifugiati di Mole che é stato teatro di un duro confronto tra i rifugiati centroafricani da una parte e UNHCR e la famigerata polizia congolese dall’altra. Il conflitto é culminato con l’apertura di provvedimenti giudiziari contro i rifugiati promotori della protesta senza che UNHCR intervenisse a loro favore. Questi dolorosi avvenimenti sono stati ampiamente documentati dal quotidiano L’Indro in un suo recente articolo: “Un reality show ben peggiore di Mission”.

Ancora piú emblematica e’ la mancata assistenza umanitaria delle 22.000 vittime ruandesi delle  deportazioni razziali di massa decise dal governo Tanzaniano fino ad ora assistiti solo dal Governo e dai cittadini Rwandesi.

Secondo un Twitter del giornalista Fulvio Beltrami, un rappresentante UNHCR Italia avrebbe giustificato con queste parole il mancato intervento a favore dei rifugiati ruandesi nel non aver ancora ricevuto una loro richiesta ufficiale di aiuto.

 “Sono vicende tragiche. Terribili. L’UNHCR per ora non mi sembra abbia assunto una posizione, ma se i rifugiati in attesa di deportazione preparassero un appello, lo inoltrerò volentieri a Guterres e potremo ottenere una posizione ufficiale…Ma a volte casi reali accelerano le procedure dovute e inoltre consentono di evitare deportazioni tragiche. Se conosci qualche profugo a rischio, io ci sono!” , recita il testo del rappresentante UNHCR Italia all’interno della conversazione con il giornalista free lance.

La risposta data sembra sconfinare nel paradossale e pone immediatamente la seguente questione: occorre attendere un appello da parte delle vittime per accelerare le procedure di assistenza umanitaria, quando l’entitá del disastro umanitario e del mancato rispetto dei diritti umani é evidente? Pensiamo veramente che decine di migliaia di profughi che hanno perso tutto, vittime di soprusi psicologici e fisici dalla polizia tanzaniana e in uno stato mentale di disperazione, sconforto e confusione mentale abbiano l’idea e la forza di appellarsi a UNHCR per ricevere una assistenza umanitaria che gli spetterebbe di diritto?

Questi esempi rafforzano il sospetto che la maggioranza delle Agenzie umanitarie e Ong dedite all’emergenza abbiano trasformato il loro impegno umanitario in business e i profughi in merce di scambio soggetta anche a delle considerazioni politiche di comodo: i rifugiati siriani si, quelli rwandesi no.

Nonostante lo squallore ormai evidente all’opinione pubblica e alla caduta dei valori morali esiste ancora la parte sana della societá comprese molte ONG italiane che seriamente fanno il loro lavoro senza il bisogno di reality show. É questa parte sana della societá italiana che si ostina a opporsi alla messa in onda di questa pornografia umanitaria. Come sarebbe la reazione dei promotori dinnanzi ad una causa internazionale intentata dai rifugiati congolesi e sud sudanesi per lesa dignitá e attivitá a scopo di lucro sfruttando la loro immagine e le loro disperate storie di vita? Speriamo che qualche associazione di avvocati internazionale si assuma questo giusto e doveroso compito.

Facciamo nostro l’invito dato dal volontario Marco Sassi di “tempestare” di e-mail Intersos (italia.comunicazione@intersos.org) per chiedere la sospensione del programma.  Come sentiamo il dovere di esprimere solidarietá a Roberto Fico e di incoraggiarlo, assieme agli altri membri della Commissione Vigilanza Rai, a visionare la puntata zero realizzata a Yambio Sud Sudan nel 2012 per verificare l’idoneitá della trasmissione e il rispetto della dignitá dei rifugiati. La puntata é disponibile presso la sede di Intersos a Roma e presso gli uffici della Dinamo Italia Srl, anche se é ormai evidente che entrambi lottano disperatamente per non permettere un visione imparziale prima della messa in onda.

Nonostante i raffinati tentativi di censura attuati dai promotori del reality show e la violenta imposizione della loro veritá, la nostra inchiesta su Mission continua con la imminente  pubblicazione di documentazione pervenutaci finalmente dal Sud Sudan che testimonia tensioni tra i realizzatori di Mission e il Governo di Juba. A breve la pubblicazione per amore della libera informazione senza VIP testimonial, contratti pubblicitari e donazioni di privati cittadini.

Carlo Cattaneo.

Roma, Italia

La rinascita del Mali comincia dagli uomini di buona volontà

12 Set

Notizie dal Mali dopo molti mesi dal mio amico Salif Niarè (di Alessandro Settimelli)

Email tra Alessandro Settimelli e il suo amico Salif che vive a Mopti in Mali. Salif non si preoccupa solo di riprendere la sua attività grazie ad una politica interna che promette buona ripresa del Paese, ma la sua preoccupazione si rivolge anche verso i ragazzi del paese che devono tornare a studiare a scuola, ma c’è bisogno di materiale didattico e rette scolastiche. Aspettare l’aiuto le ONG internazionali sarebbe utopia; troppo complesse, troppa burocrazia e troppo lunghi i tempi. Meglio chiedere aiuto a persone di buona volontà, insieme all’impegno di Salif.

Salif: Sono a Sévaré (Mopti) 646 km al Nord -Est di Bamako la capitale La situazione politica sta cambiando in meglio, la famiglia è riunita. La cosa che stringe il cuore è che dopo il caos c’è tanto da fare anche a livello basilare come la garanzia di materiale didattico per i ragazzi oppure il piatto caldo!

Alessandro: Sei tornato al tuo agriturismo?

Salif: Si, la localizazzione è giusta ma non c’è per ora nessuna attività di agriturismo. Ci vorrà del tempo. Quando il settore comincerà a girare da me occorerano dei lavori di riprarzione impossibili da fronteggiare per ora.
Prima di lasciarci mi potresti dire se ti è possibile trovare nel giro di amici qualche soldo per i ragazzi della scuola per l’inizio dell’anno accademico 2013-2014? Prima quando si poteva nell’ambito dell’Associazione appogiavamo una scuola almeno per le dotazioni scolastiche. Da soli attualmente non ne siamo capaci.

Alessandro: Ci provo tra le mie conoscienze oppure chiedo a qualche organizzazione

Salif: Ok. Per quanto riguarda le Organizzazioni (ONG) cè spesso poco da aspettare: Sono strutture che metteono tanto a mettersi in moto quando lo fanno e quando fanno qualcosa è troppo tardi oppure troppi sprechi nella catena dell’azione.

Alessandro: ho capito!! mi muovo nell’ambito che conosco e ti faccio sapere!!
di quanti soldi avete bisogno?? Se puoi mandarmi delle foto che documentano la tua condizione sarebbe meglio per dimostrare la richiesta dei soldi e una lettera dove spieghi la situazione! Io ti conosco e ti credo ma devo convincere persone che neppure conoscono la situazione in Mali!

Salif: va bene!
In proporzione una piccola iniziativa come l’AJEP (l’Associazione) riesce a soddisfare più bisogni reali che una grande Organizzazione con tante risorse. Dal 2007 ad oggi abbiamo avuto tante esperienze che ci permettono di parlare.
Per qiantificare il bisogno ti faccio vedere il documento* che elaboriamo ogni anno sulla base del numero degli alluni dell’anno in corso. Al di là del bisogno “cifrato”uno fa quello che può con le risorse disponibili. Ti mando una mail se vuoi cosi vedi la natura del bisogno e decidere in base alle disponibiltà che cosa fare nell’urgenza e permettere ai ragazzi di iniziare senza stress la scuola.

*Documento:
Nella scuola ci sono 158 ragazze e 165 ragazzi, totale 323 alunni.

27 scatole Gesso costo unitario 1500, costo totale 40500
1184 Quaderni da 100 pagine, costo unitario 200, totale 473600
2072 Quaderni da 200 pagine, costo unitario 350, totale 621600
5328 Biro blu, costo unitario 75, totale 399600
296 Apiss (crayon) costo unitario 50, totale 133200
374 Divisa (pantaloni o gonna/ camicia) costo unitario 3000, totale 1122000

TOTALE IN FCFA 2790500
TOTALE IN EURO 4260,00

N.B: per il resto dell’anno scolastico ci mancano 3128,15 euros.

Chiunque potesse aiutare Salif e i ragazzi della scuola di Mopti può rivilgersi direttamente ad Alessandro o Salif