Dietro le quinte di Mission

8 Ago

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Dai primi articoli dell’ ormai famoso reality show umanitario comparsi su Info.Cooperazione e African Voices, l’alquanto originale operazione di marketing ha scatenato un’ondata di indignazione generale su vari siti web legati al mondo della Cooperazione.

La petizione indetta per bloccare il programma televisivo: RAI non mandare in onda il reality “The Mission”, indetta da Change.Org in meno di tre giorni ha raggiunto la quota di 30.000 firme. Questa inaspettata adesione è sintomo di una indignazione generale che va ben oltre agli addetti del settore della Cooperazione, coinvolgendo un ben più vasto pubblico.

Autorevoli ONG italiane stanno prendendo le distanze e criticano apertamente l’iniziativa sottolineando che non è il metodo migliore per far conoscere all’opinione pubblica italiana la drammatica realtà dei profughi nel mondo.  La notizia ha perfino fatto il salto di qualità, come si dice tra noi giornalisti, passando dagli “strilli” del web ai giornali veri (quelli stampati). I primi ad occuparsene, rompendo il cauto e doveroso silenzio in attesa di verificare se lo strillo è veramente una notizia, sono stati La Stampa sulla sua pagina spettacoli, e  Il Fatto Quotidiano, seguiti da La Repubblica e L’Espresso.

Mission sta progressivamente diventando un caso politico, finendo in Commissione di Vigilanza. Il Presidente della Camera Laura Boldrini tramite una lettera indirizzata a La Repubblica  prende pubblicamente le distanze dalla trasmissione invitando gli autori a “Evitare strumentalizzazioni e spettacolarizzazioni”.

Dinnanzi a questa Caporetto mediatica, dopo ormai due settimane dalla pubblicazione della notizia, non su gossip web ma sul prestigioso sito Info.Cooperazione, Intersos si è sentita in dovere di offrire all’opinione pubblica la sua versione dei fatti, rompendo con l’iniziale tattica del silenzio, evidentemente controproducente. La risposta a dubbi e perplessità, pubblicata nel sito della Ong è firmata niente meno che da Marco Rotelli, il Segretario Generale di Intersos, appartenente alla nuova generazione di cooperanti che sta progressivamente sostituendo la generazione della prima ora e fondatrice della Ong di Roma tra i quali il Presidente Nino Sergi. Per rafforzare l’articolo / editoriale Intersos e il nuovo programma televisivo Marco Rotelli ha partecipato ad un dibattito trasmesso da Radio24 nel programma Nessuno luogo è lontano.

In ambe due le occasioni Intersos mette  in evidenza il suo costante impegno in oltre 30 paesi nel mondo, sottolineando  l’operatività e l’azione, caratteristiche uniche di Intersos, capaci di salvare vite umane in molti contesti spesso drammatici.

L’elenco degli incontestati meriti di opera umanitaria, che occupano tre quarti dell’intervento del Segretario Generale pubblicato sul sito della Ong, lasciano finalmente lo spazio alle spiegazioni ufficiali che hanno spinto questa storica e stimata Ong italiana ad aderire all’iniziativa RAI – UNHCR Italia di The Mission, ribadite durante la successiva trasmissione radiofonica.

Definendolo esperimento di comunicazione, in perfetta linea con Rai1, Intersos rende pubblica la sua consapevolezza di esporsi a critiche e al rischio di suscitare punti interrogativi e riflessioni. Dalle parole di Rotelli si comprende che la scelta di cooperare alla realizzazione del primo reality show umanitario in Italia non è stata influenzata da facili entusiasmi o possibilità di aumentare il fundrising, ma da una ponderata ed attenta analisi.

Dinnanzi alle ripetute accuse di silenzio Intersos chiarisce: “Non c’era in realtà nulla da dire”,informando che il programma, che non è assolutamente un volgare reality show, secondo quanto dichiarato da Rotelli, è alle fasi preparatorie, in continua costruzione e “quindi non è possibile divulgare quanto ancora non è concreto senza rischiare di provocare grossolani errori di interpretazione, con commenti a informazioni incomplete e quindi non corrette”.

Eppure l’emergere di nuovi elementi e contraddizioni portano alla conclusione contraria. Su Mission c’è ancora molto da dire, cominciando sulla condotta delle fasi preparatorie della trasmissione.

La prima evidente contraddizione è nell’assicurazione data da Intersos all’opinione pubblica italiana che si tratti solo di una fase preparatoria in cui niente di concreto è stato realizzato, quindi impossibile da divulgare ed interpretare. Eppure nell’estate del 2012 è stata realizzata la puntata Zero fatta nel campo di sfollati interni di Yambio, Western Equatoria, Sud Sudan, gestisti da Intersos con la partecipazione della coppia di VIP: Michele Cucuzza  e Barbara De Rossi.

Nel luglio 2013, secondo le nostre informazioni, è stata realizzata la puntata di Mission riguardante il campo di sfollati interni congolesi di Duruma, nel Distretto del Ituri,  est della Repubblica Democratica del Congo con la partecipazione della coppia di VIP: Paola Barale ed Emmanuele Filiberto Di Savoia.   Allo stato attuale non si conoscono gli effetti positivi o negativi sui rifugiati in quanto, pur essendo attori della trasmissione è loro negata, per ovvie ragioni di barriere linguistiche e della loro condizione assistenziale, la possibilità di esprimere pareri, rilegandoli nel classico e deprecabile ruolo dei senza parola.

Sulla puntata Zero, non si conoscono molti particolari, all’infuori di un video mai trasmesso dalla RAI di cui Intersos sembra averne copia e abbia permesso la consultazione al suo personale solo all’interno della sua sede di Roma vietandone la diffusione pubblica come si avvince in una comunicazione della sede destinata al suo personale impiegato all’estero.

Al contrario, alcune notizie riguardanti la puntata in Congo, sono trapelate.

Agli inizi del luglio scorso Intersos conferisce a Mauro Celladin, pensionato ex dipendente dell’azienda autotrasporti pubblici di Padova e collaboratore della Ong di vecchia data, l’organizzazione di tutti gli aspetti logistici per la realizzazione della puntata di Mission presso il campo profughi di Duruma nel distretto del Ituri, est della Repubblica Democratica del Congo. Il Celladin, esperto conoscitore d’Africa, non è nuovo di questo incarico condotto anche in occasione della puntata Zero a Yambio, Sud Sudan nel 2012. La missione è composta, oltre all’esperto logista, da una truppe televisiva di 14 persone della Dinamo Italia Srl, agenzia incaricata dalla RAI per la realizzazione del reality, due rappresentanti UNHCR Italia: Laura Lucci e Alonzo Vittorio, due VIP protagonisti della puntata: Paola Barale ed Emmanuele Filiberto di Savoia, una responsabile delle pubbliche relazioni della sede di Intersos: Paola Amicucci.

La road map originale prevede di raggiungere la località congolese passando per il “selvaggio” Sud Sudan attraverso l’asse stradale che parte dalla capitale Juba, arriva  alla cittadina di Yambio (Stato del Western Equatoria) e raggiunge la frontiera Sud Sudanese di Ezo. Il piano iniziale verrà cambiato per ragioni ancora ignote, nonostante regolare richiesta di visto sottoposta alle autorità Sud Sudanesi, comprese quelle per i due VIP, Barale e Di Savoia. La truppe cinematografica della Dinamo Italia Srl raggiungerà Duruma via Uganda mentre Celledin, Amicucci e i due rappresentanti UNHCR Italia via Sud Sudan.

Per girare la puntata di Mission in Congo, la Dinamo Italia Srl, doveva richiedere permesso cinematografico e accredito stampa, come prevede la legge congolese, rilasciati dalle competenti autorità: Ministero degli Interni, Ministero degli Affari Umanitari e Ministero dell’Informazione. Trattandosi di un lavoro commissionato dalla Televisione di Stato Italiana con patrocinio di UNHCR, richiedere tali permessi, dopo debito chiarimento sulle finalità umanitarie della trasmissione, era atto dovuto sia per il rispetto di uno Stato Sovrano sia  per l’attuale situazione di instabilità che regna all’est del Congo. L’autorizzazione ottenuta tramite i canali ufficiali e l’appoggio dell’Ambasciata d’Italia a Kinshasa avrebbe evitato l’eventualità del sorgere di dubbi e sospetti da parte del Governo Congolese salvaguardando  l’operato di trasparenza della RAI e UNHCR, promotrici dell’iniziativa e la sicurezza del personale italiano direttamente coinvolto nel lontano paese africano in guerra civile.

Le informazioni ricevute evidenziano che il normale iter burocratico di richiesta di autorizzazione a filmare Mission non è stato seguito. Documenti in nostro possesso dimostrano che l’unica autorizzazione ottenuta per girare Mission è stata rilasciata da un responsabile dell’ufficio distrettuale delle Arti e Riforma Culturale della città di Bunia (di cui Duruma dipende amministrativamente) della Provincia del Nord Kivu: Florente Mahamba. Trattasi di una generica autorizzazione annuale ad esercitare non specificate attività cinematografiche, rilasciata al Capo Missione di Intersos nel Congo: Jens Shumaker, il 04 luglio 2013.

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Durante questo periodo di intense attività belliche, soprattutto concentrare nei distretti del Rutshuru e Masisi, confinanti con il distretto del Ituri, le autorità congolesi sono particolarmente attente a rilasciare autorizzazioni a giornalisti e rete televisive straniere. Le TV e i quotidiani Ugandesi e Kenioti come la NTV, KBC, Daily Monitor e Daily Nation, per non parlare dei network internazionali di informazione quali CNN, BBC, Al-Jazeera, sono sottoposti a interminabili pratiche burocratiche e attente inchieste prima di ottenere l’accredito e i permessi necessari per i loro servizi giornalistici e televisivi al fine di salvaguardare sia l’immagine del Governo Congolese sia la sicurezza  dei media regionali e internazionali.

Varie le domande che sorgono spontanee.  L’autorizzazione generica di un funzionario distrettuale ottenuta dalla Ong Italiana è stata sufficiente per mettere a conoscenza il Governo Congolese della presenza di una truppe televisiva con mandato RAI e l’appoggio di UNHCR nella località di Duruma per filmare le condizioni dei cittadini congolesi rifugiati a causa dei combattimenti in corso tra forze governative e la ribellione del Movimento 23 Marzo nel vicino distretto del Rhutsuru? L’Ambasciata Italiana a Kinshasa è stata informata di questa iniziativa, offrendo così la possibilità di dare utili consigli e preziose informazioni sulla sicurezza all’est del paese? UNHCR Italia ha informato della missione le competenti autorità delle Nazioni Unite presenti nella regione prime tra tutte la Missione di Pace ONU in Congo: MONUSCO, affichè essa provvedesse alla sicurezza? Sono state interpellate le altre agenzie umanitarie e Ong internazionali operanti nella regione per conoscere il loro parere sull’inziativa, prassi comune a tutte le ONG per assicurare trasparenza e coordinamento delle attività? Intersos ha preventivamente condiviso questa iniziativa di marketing umanitario con gli enti finanziatori impegnati nella regione: USAID, ECHO, Cooperazione Italiana e altri al fine di raccogliere parere e consigli? L’agenzia di comunicazione Dinamo Italia Srl, la RAI e i due rappresentanti UNHCR Italia (Laura Lucci e Alonzo Vittorio) presenti durante le registrazioni della puntata di Mission non si sono chiesti in che modo è stata ottenuta l’autorizzazione prima di iniziare le riprese?

Il mancato rispetto del iter burocratico rimane inspiegabile in quanto Intersos e UNHCR dovrebbero conoscere le pratiche previste dal Governo Congolese grazie alla loro pluri decennale presenza sul territorio e, per il caso di Intersos, alla preziosa esperienza sul terreno del suo ufficio regionale a Nairobi, Kenya, impegnato in un continuo e meticoloso monitoraggio delle attività umanitarie in Congo, Somalia e Sud Sudan.

Questo sconcertante episodio è stato seguito da un’operazione di censura. A distanza di cinque giorni dal primo articolo-critica sulla trasmissione comparso su Info.Cooperazione e in concomitanza con l’uscita dell’articolo pubblicato su African Voices sullo stesso argomento, il 29 luglio 2013 tutti i cooperanti Intersos impegnati nelle missioni all’estero ricevono in diverse lingue una circolare con il seguente oggetto: “Notizia importante – Attività di collaborazione con UNHCR e Televisione Italiana.” a firma di  Cesare Fermi, responsabile Intersos di Roma Fundraising e Comunicazione Istituzionale.

La circolare informa della diffusione di notizie tendenziose su qualche “blog di gossip” relative alla trasmissione Mission. Confermando la notizia della realizzazione del reality, ma specificando che si tratta di un Fiction Documentary interamente finanziato da Ra1 con la partecipazione di UNHCR Italia e Intersos, si ribadisce che il programma non è stato ancora filmato, quindi ogni commento o giudizio sono inopportuni e pretenziosi. Il testo si contraddice subito dopo affermando che la puntata Zero è stata filmata a Yambio nel 2012. Cesare Fermi assicura gli espatriati che lavorano ad Intersos che la puntata Zero è stata visionata dagli operatori della Ong trovandola appropriata pur essendo destinata al grande pubblico.

Sotto l’evidente pressione delle già allora dilaganti proteste nel web, la circolare invita tutti i suoi collaboratori all’estero a non partecipare a nessuna discussione in forum, blog, Facebook o Twitter che abbiano per soggetto la trasmissione Mission. Per essere più convincente la circolare, nel  successivo paragrafo,  modifica l’invito in un ordine diramato  a lettere maiuscole (quindi quasi urlato in faccia) di non  parlare con i media, altre agenzie umanitarie, ONG, entità pubbliche, e perfino tra colleghi, della trasmissione sottolineando che tale ordine è perentorio. Le uniche possibilità per i cooperanti di Intersos di ottenere informazioni sono quelle di contattare i Capi Missione o l’Ufficio Comunicazione a Roma. Questo spiega reticenze e timori che abbiamo constatato tra il personale espatriato Intersos in Congo e  Sud Sudan che abbiamo tentato di contattare per ricevere una loro opinione su Mission.

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Come interpretare questa circolare ricevuta da espatriati di diverse nazionalità quotidianamente impegnati nel difficile compito di prestare assistenza umanitaria a profughi e sfollati interni, in condizioni disagiate e sotto continuo stress psico fisico sottoposti a tutti i rischi di sicurezza insiti a questa professione, la maggioranza di essi non motivati da un puro guadagno finanziario legato alla loro prestazione ma da ideali e convinzioni umanitarie?

In questo clima sembra difficile realizzare quanto auspicato dal giornalista di Vita.it Giulio Sensi nel dibattito trasmesso da Radio24: “I cooperanti potrebbero essere più protagonisti della produzione, si potrebbero coinvolgere video-maker e operatori locali nella realizzazione”, quando agli stessi cooperati si vieta di esprimere le loro opinioni personali sul tema tramite una circolare calata dalla sede.

Alla luce di questi retroscena, congratulandoci con le prese di distanza del Presidente della Camera, non possiamo che concordare con l’analisi fatta dal Cospe.

Mission sembra prodotto dalla voglia di sensibilizzare. Il calo di donazioni private e di finanziamenti pubblici, oltre a una concorrenza spietata tra le ong, sembra stia riportando il livello della comunicazione delle ong, così come delle grandi agenzie internazionali (ONU), a un tipo di messaggio che pareva superato: più semplice, più emotivo e tendente al pietistico per raccogliere fondi puntando su concetti come beneficenza, opere buone e buona volontà.”

Nonostante tutto pensiamo che sia  ancora possibile fare marcia indietro attraverso una autocritica, il dialogo, la spiegazione dei mille perché e la cancellazione della trasmissione dal palinsesto RAI autunno 2013 indipendentemente dai fondi pubblici già stanziati, atti a questo punto, doverosi da parte di RAI, UNHCR e Intersos, anche se sarebbe stato preferibile fermarsi dopo l’intervista rilasciata da Michele Cucuzza e Barbara De Rossi al settimanale Grand Hotel nel settembre 2012 dal titolo: “Quanta paura in Africa”.

“Eravamo li per realizzare un documentario sui volontari dell’Intersos. Poi è scattato l’allarme per l’epidemia del virus letale dell’ebola che da anni tormenta la regione, e hanno chiuso le frontiere. La Farnesina cercava di rimpatriarci, non potevamo nemmeno telefonare a casa. Allora abbiamo deciso di renderci utili aiutando i bambini” racconta la De Rossi, intervistata dal settimanale di gossip.

A parte l’indignazione verso il pensiero razzista insito nell’intervista:  considerare un Continente socialmente ed economicamente emergente come l’Africa la pattumiera del mondo abitata da derelitti subumani, e la falsa notizia dell’epidemia di Ebola in Sud Sudan in quel periodo (furono registrati casi nei precedenti mesi solo in Congo e Uganda), l’intervista rilasciata dai due Testimonial della puntata Zero del reality show umanitario era già un anno fa la prova evidente e pubblica del taglio pattumiera di Mission, che rende ancora più grave il commento fatto su Facebook da Eugenio Melandri, uno tra i più illustri rappresentanti del volontariato internazionale cattolico in Italia: “Dopo aver letto la precisazione di Intersos, rimango dell’idea che un programma del genere è, a dir poco, pornografico. Non si può strumentalizzare la povertà e la sofferenza”. Nonostante tutto questo orrore RAI, UNHCR e Intersos, hanno deciso a tutti i costi di continuare facendo proprio il motto “Il fine giustifica i mezzi”.

Il peggior servizio reso alle nostre ONG impegnate nel mondo.

Carlo Cattaneo.
Roma, Italia

2013 © RIPRODUZIONE RISERVATA

9 Risposte to “Dietro le quinte di Mission”

  1. Francesca 8 agosto 2013 a 15:50 #

    Molto interessante. Solo una precisazione: Bunia è in Provincia Orientale e non in Nord Kivu. Buon lavoro

  2. massimo coen cagli 8 agosto 2013 a 20:28 #

    Bel lavoro. Mi piace l’accenno al calo delle donazioni come possibile movente dl reality. In verità il reality porterà ad un calo dei donatori (magari qualche donazioni in pià ci sarà ma sarà occasionale e puramente emotiva, mentre ci sarà una perdita di donatori fedeli) Purtroppo questo impatto negativo potrebbe colpire tutto il settore della cooperazione allo sviluppo e contribuire a sfiduciare il “popolo” sensibile favorendo un loro allontanament critico dal nostro mondo. Ecco perchè (insieme ad altre ragioni addotte nel blog blog.vita.it/benedettisoldi) come fundraiser vedo con sfavore questa operazione di comunicazione “glamour” che tende a vanificare gli sforzi di professionisti del settore che stanno cercando di ridare una identità sociale e meno “markettara” al fundraising. Peccato.

  3. angetix 9 agosto 2013 a 11:52 #

    L’ha ribloggato su ANGETIX UNO.TRE.UNO.DUE.e ha commentato:
    molto interessante

  4. ferdinando 10 agosto 2013 a 13:04 #

    Sono un operatore umanitario che lavora in Congo e se tutto quello che è scritto è vero non riecco a immaginarne le possibili conseguenze. E’ vero che una troupe televisiva non entra in Congo tanto facilmente, specialmente nella zona in oggetto. Se, ammettiamo che sia vero che le autorità a livello di Kinshasa non sono state informate prima o poi lo verranno a sapere e le reazioni potrebbero essere scontate. Quello che mi preoccupa è che la reazione potrebbe essere generalizzata a tutte le organizzazioni che lavorano sul luogo con negative conseguenze sui rifugiati per colpa di una massa di umanitari dilettanti.

    • francesco 11 agosto 2013 a 16:51 #

      Salve a tutti,
      in questo link la replica di intersos all’articolo di Cattaneo: http://intersos.org/notizie/news/inaccettabili-le-falsita’-recentemente-pubblicate.

      Nella replica a Cattaneo di Intersos si ammette apertamente la procedura seguita per ottenere i permessi per la troupe televisiva e che viene indicata come la procedura necessaria. Tale procedura non coincide con la procedura che la mia organizzazione è obbligata a seguire quando invitiamo delle troupes giornalistiche per fare dei servizi sulle nostre attività in Congo: accreditamento e autorizzazione a l’Agencie Nationale de Reinsengnement (ANR) a livello di Kinshasa.

  5. vittoria 11 agosto 2013 a 09:42 #

    quante informazioni non corrette…..incredibile come i media italiani strumentalizzino ogni informazione! uso erroneo di molti termini che hanno significati ben precisi, rifugiati, epidemie, volontari, m23; grossolani errori di geografia. …….e’ indignante leggere articoli di questo genere. ….. si tratta di disinformazione, non informazione. ….. chi scrive articoli di questo tipo dovrebbe vergognarsi per la superficialità con cui approccia certi temi.

    • African Voices 12 agosto 2013 a 15:57 #

      Gent.le Vittoria, quindi secondo il tuo personale punto di vista il media italiano (che in questo caso non lo è, abbiamo sede a Dar es Salaam, Tanzania) per mano di Carlo Cattaneo che vive e lavora dal Sud Africa, non avrebbe dovuto menzionare certi termini che riguardano il contenuto del format dello show in atto e nemmeno mettere in evidenza i rischi che ci sono parlando di guerre e M23, Mentre invece ciò che non menzioni ma che sono i punti cardini dell’articolo di Cataneo, i presunti illeciti documentati e la mancanza totale di sicurezza per i partecipanti avendo mancato di richiamare l’attenzione del MONUSCO sono punti indifferenti. Leggendo il tuo commento mi aspettavo che finissi con un elogio alle parole e intervento di Michele Cucuzza e Barbara De Rossi in Sud Sudan, su Grandhotel.
      Ad ognuno il proprio parere.
      Grazie

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  1. | Il fiore di Miral - 9 agosto 2013

    […] Dietro le quinte di Mission […]

  2. Rai e Mission: non strumentalizzare la miseria! – Voglio Vivere ONLUS - 4 dicembre 2013

    […] alla pubblicazione di tale notizia su African Voices il 08 agosto 2013 “Dietro le quinte di Mission”, garantisce che questa procedura effettuata é conforme a  quella prevista dalla legge […]

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