Costa d’Avorio: Violenze nell’ovest: arresti arbitrari, il nodo della terra

21 Giu

Arresti e detenzioni arbitrarie, estorsioni e interrogatori forzati: a denunciare le violazioni sono giovani originari di Taï. Scappati dall’ovest e diretti a Abidjan dopo l’ultima ondata di violenze puntano il dito contro le Forze repubblicane della Costa d’Avorio (Frci, esercito). “Abbiamo raccolto testimonianze dirette dai giovani riusciti a fuggire o rimessi in libertà. Sui loro corpi c’erano segni evidenti di maltrattamenti. Per lo più sono persone appartenenti a gruppi etnici considerati vicini all’ex presidente Laurent Gbagbo. Purtroppo a un anno dalla fine della crisi elettorale persistono le divisioni tra le due principali forze politiche, prima causa dell’insicurezza diffusa” dice alla MISNA René Hokou Legre, presidente della Lega ivoriana dei diritti umani (Lidho), raggiunto telefonicamente ad Abidjan, aggiungendo che denunce simili sono state raccolte anche nel quartiere di Yopougon, feudo pro-Gbagbo nella capitale economica, dove “giovani vengono arrestati e trattenuti senza alcuna giustificazione ma solo sulla base del loro colore politico”. A documentare le stesse violazioni dei diritti umani è stata anche l’organizzazione internazionale Human Rights Watch (Hrw).
Proprio ieri sera alla televisione di Stato l’esercito ivoriano ha presentato sei uomini, di cui quattro ivoriani e due liberiani, sospettati di aver partecipato agli ultimi attacchi contro Taï e villaggi vicini nei quali la scorsa settimana almeno 13 civili e sette caschi blu nigerini della missione Onu in Costa d’Avorio hanno perso la vita. La responsabilità degli attacchi è ricaduta su uomini armati giunti dalla confinante Liberia, ritenuti vicini all’ex capo di Stato ivoriano, mentre pochi giorni fa il governo ha annunciato di aver sventato un tentativo di colpo di Stato ai danni del presidente Alassane Dramane Ouattara, orchestrato da responsabili militari e politici del precedente potere in esilio. “Si può parlare di caccia alla streghe nei confronti dei pro-Gbagbo. Purtroppo la storia si sta ripetendo visto che in passato erano in pericolo i pro-Ouattara. Viviamo in un pesante clima di diffidenza e di vera psicosi per una possibile destabilizzazione del paese. Non si possono e non si devono infliggere punizioni collettive oppure rischiamo di aggravare ulteriormente le divisioni comunitarie già esistenti” avverte il responsabile della Lidho. Oltre ai fatti violenti, il divario tra i due gruppi scaturisce anche dal sentimento diffuso che “la giustizia ivoriana non sia imparziale quindi non degna di fiducia: tutte le persone finora imputate lo sono state in base alla propria appartenenza politica, ideologica e etnica. Eppure abbiamo prove che anche i pro-Ouattara hanno commesso crimini nel 2011” prosegue Hokou Legre.
Nelle regioni occidentali, definite dall’attivista una “vera e propria polveriera”, la situazione è ben più complessa e va oltre le divergenze politiche. “Dal 2002 le popolazioni dell’Ovest sono state le più martoriate oltre a dover cercare di convivere con gruppi di varia provenienza geografica ed etnica, storicamente in conflitto tra di loro per il controllo delle terre agricole e della piantagioni di cacao. Oggi, di fronte a crescenti violenze, il nodo della terra si ripropone con una certa gravità e va risolto dal governo con una certa urgenza” dice ancora il presidente dell’organizzazione ivoriana. “Poi quando le armi si fanno sentire, la situazione diventa ancora più preoccupante e pericolosa” deplora Hokou Legre. Nell’ovest, terra del cacao, sono in rivalità comunità autoctone e gruppi di popolazioni arrivate da altre zone del paese ma anche stranieri, burkinabé e maliani, stabiliti da tempo nella regione. “Nel corso del tempo i secondi hanno preso il controllo di buona parte delle piantagioni e oggi hanno una posizione dominante mentre i locali si sentono abbandonati dallo Stato e spogliati delle loro proprietà. I due gruppi hanno fatto muro contro muro, rendendo difficile la convivenza pacifica, così basta poco per accendere la miccia delle violenze” analizza l’interlocutore della MISNA. “Un quadro regionale e nazionale che allontana la pace e la riconciliazione di cui gli ivoriani hanno tanto bisogno. Oltre a recuperare armi e munizioni bisognerebbe disarmare cuori e spiriti” conclude il presidente della Lega ivoriana dei diritti umani. –

fonte: Misna

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